Ci sono momenti televisivi in cui l’intervista smette di essere un rito e diventa un test di nervi, perché la domanda non cerca una dichiarazione, ma una garanzia.

E quando la garanzia richiesta riguarda lo spionaggio, i soldi pubblici e la tutela di giornalisti e attivisti, basta una parola fuori posto per trasformare il confronto in un caso politico.

È quello che è accaduto nello scambio teso tra la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la giornalista Susanna Turco e il direttore di Fanpage Francesco Cancellato, in un segmento che, più che per i decibel, ha colpito per la densità delle implicazioni.

L’atmosfera, secondo la ricostruzione che emerge dalle battute, era quella delle ultime domande, di fine stagione, quando si chiede “l’ultima cosa” e in realtà si prova a ottenere ciò che non si è riusciti a ottenere per mesi.

Turco imposta subito il punto con un riferimento che pesa, citando le parole attribuite al Papa e il principio secondo cui informazioni riservate non dovrebbero essere usate per intimidire, manipolare, ricattare o screditare membri della società civile.

Nel mirino della domanda c’è la vicenda legata a “Paragon” e a uno spyware mercenario, tema che negli ultimi tempi è diventato un simbolo di una paura moderna e concreta, cioè l’idea che la vita digitale di una persona possa essere violata senza che se ne accorga.

La richiesta, formulata in modo netto, è una richiesta di garanzia politica prima ancora che giudiziaria: può la Presidente assicurare che non siano stati spesi soldi pubblici per colpire giornalisti, politici, attivisti o persino figure religiose.

GIORGIA MELONI VS LA GIORNALISTA DEL DOMANI: “PERCHÈ NON MI ...

È una domanda costruita per costringere l’interlocutore a scegliere tra due strade entrambe scomode, perché dire “sì, garantisco” espone al rischio di essere smentiti da nuovi elementi, e dire “non posso garantire” suona, davanti al pubblico, come un’ammissione di impotenza.

A rendere il momento ancora più delicato entra subito un dettaglio logistico, quasi banale, ma televisivamente devastante: la richiesta del direttore di intervenire, che sarebbe stata “persa” o non gestita, e la necessità di chiarire che non c’è un “no” politico ma, semmai, un errore organizzativo.

È un passaggio piccolo, ma decisivo, perché in un confronto su presunti abusi di potere anche il microfono diventa simbolo, e la sensazione di essere messi a tacere può amplificare qualsiasi sospetto.

Quando Cancellato prende la parola, sposta la questione dal piano generale al piano personale e documentale, raccontando di aver ricevuto un messaggio in cui veniva indicato come possibile bersaglio di uno spyware mercenario.

Aggiunge poi il caso di un collega, Ciro Pellegrino, sostenendo che ci sarebbe una conferma forense dell’avvenuto attacco e parlando di un “cluster” di persone collegate alla redazione.

Qui il confronto entra in una zona ancora più complessa, perché la dimensione tecnica di uno spyware e quella istituzionale delle autorizzazioni e delle competenze possono intrecciarsi senza mai incontrarsi davvero in una risposta breve.

Cancellato, infatti, mette sul tavolo un punto che, per chi segue questi temi, è cruciale: un’eventuale assenza di autorizzazione formale da parte di apparati dello Stato non equivale automaticamente a “nessuno ha spiato”, ma può significare anche che l’origine sia diversa, esterna o irregolare.

È una distinzione sottile, ma politicamente esplosiva, perché mantiene aperte più ipotesi e quindi mantiene alta la pressione sul governo, che viene chiamato a dimostrare di voler arrivare fino in fondo.

Nella domanda entra anche un ulteriore elemento di racconto, cioè la disponibilità attribuita alla società citata a collaborare per identificare i responsabili e la notizia, sempre riferita in queste battute, di un contratto rescisso unilateralmente dopo un presunto rifiuto di aiuto.

In televisione, una sequenza del genere funziona come una pinza: da un lato la vittima potenziale che chiede tutela, dall’altro l’idea che esistessero strumenti per fare chiarezza e che non siano stati usati.

La risposta di Meloni parte con una formula istituzionale che, in contesti del genere, è quasi obbligata: il governo sta offrendo disponibilità e risposte nei limiti di ciò che può dire, per aiutare ad arrivare alla verità.

È una frase che rassicura e, nello stesso tempo, non concede dettagli, perché su questioni di intelligence e indagini i dettagli possono essere coperti da segreto, oppure possono semplicemente non essere ancora accertati.

Ma la parte più interessante della replica non è la formula, bensì il cambio di passo, quando la Presidente segnala “un limite” e decide di correggere direttamente l’impostazione dell’interlocutrice.

Meloni contesta infatti l’idea, attribuita a Turco, che lei avrebbe definito la vicenda “secondaria” o “da campagna elettorale”, e nega di averlo mai detto.

Questo passaggio non è solo una precisazione, perché è una mossa difensiva e offensiva insieme: difensiva perché toglie alla domanda l’aggancio più corrosivo, offensiva perché suggerisce che la domanda stessa poggi su una premessa errata.

Nel lessico dei talk, è il momento in cui l’intervistato prova a rimettere in ordine i termini del confronto, spostando l’attenzione da “perché non risponde” a “attenzione a ciò che mi attribuite”.

Subito dopo, la Presidente “sottoscrive” le parole del Papa sul non uso delle informazioni personali per screditare, e così fa una seconda operazione: si aggancia a un principio etico alto, evitando di apparire evasiva o indifferente.

È una scelta comunicativa prevedibile e spesso efficace, perché chi si opporrebbe pubblicamente a un principio del genere.

Poi arriva la parte più personale, quella che cambia davvero il clima, perché Meloni richiama episodi in cui informazioni che la riguardavano sarebbero finite sui giornali, citando la sensazione di avere la vita scandagliata, i conti, i familiari, elementi intimi trasformati in materiale pubblico.

È qui che il confronto si ribalta, perché la Presidente non risponde soltanto “da governo” ma risponde “da bersaglio”, e in quel ruolo si attribuisce una credibilità emotiva immediata.

Il messaggio implicito diventa: so perfettamente che cosa significhi subire l’esposizione di dati personali, dunque non sto minimizzando, ma attenzione a indicare il colpevole prima delle prove.

Quando aggiunge che in Italia esiste un problema, citando altre vicende emerse in indagini e dossieraggi, Meloni riconosce l’esistenza di un fenomeno più ampio, spostandolo dal caso specifico alla patologia di sistema.

È un riconoscimento che disinnesca l’accusa di negazionismo, perché ammettere “c’è un problema” è diverso dal dire “non sta succedendo nulla”.

Ma nello stesso tempo, la Presidente pone un argine: se c’è un problema strutturale, non significa automaticamente che il governo abbia orchestrato lo spionaggio contro giornalisti o oppositori.

La frase, nella sostanza, suona come un avvertimento sul rischio di inferenze eccessive: state suggerendo che io abbia spiato perfino me stessa.

È una battuta paradossale, ma funziona perché in tv l’assurdo ben piazzato ha una potenza superiore alla spiegazione tecnica, e in un attimo sposta la percezione dal “governo sospetto” al “sospetto esagerato”.

A quel punto lo studio, nella ricostruzione, cambia temperatura, perché quando l’intervistato passa all’attacco, chi domanda deve scegliere se insistere con più forza o arretrare per non apparire pregiudiziale.

E in un segmento in cui si percepisce che mancano tempo e repliche, anche il ritmo gioca a favore di chi risponde con sicurezza.

Sul piano sostanziale, però, resta un nodo che lo scambio televisivo non può sciogliere, e che riguarda la differenza tra responsabilità politica e accertamento tecnico-giudiziario.

Un governo può promettere collaborazione, può aprire canali istituzionali, può rispondere in Parlamento, può rafforzare regole e controlli, ma raramente può, in diretta, dare la risposta che tutti vogliono, cioè “ecco chi è stato”.

D’altra parte, i giornalisti e i cittadini non chiedono necessariamente un nome pronunciato in tv, ma chiedono segnali verificabili di azione: procedure chiare, tempi, trasparenza compatibile con la sicurezza nazionale, e la sensazione che nessuno stia usando il segreto come scudo.

È questa la frizione che si sente tra le righe: chi domanda chiede garanzie e risposte operative, chi risponde offre disponibilità e chiede prudenza nelle accuse.

Nel mezzo, c’è la credibilità, che in Italia è sempre fragile quando si parla di apparati, intercettazioni, dossier, fughe di dati e poteri invisibili.

Un passaggio particolarmente delicato è quello della “garanzia” sui soldi pubblici, perché una garanzia totale presupporrebbe un controllo totale, e nessun sistema democratico serio può pretendere, senza verifiche, di avere controllo assoluto su ogni possibile abuso.

La politica, però, vive di garanzie, perché la fiducia si regge su rassicurazioni credibili, e quando le rassicurazioni restano generiche per troppo tempo, la fiducia si erode.

Meloni, per rafforzare la propria posizione, usa quindi una leva classica: la solidarietà per esperienza diretta, ricordando che dati personali su di lei sarebbero stati pubblicati, e che dunque non può essere accusata di non capire.

È una mossa potente ma anche rischiosa, perché spostare il piano sul “anche io sono vittima” può apparire, a chi ha subito un attacco tecnico, come una deviazione rispetto alla domanda “chi ci ha spiati e come lo fermate”.

La televisione premia la mossa, ma l’opinione pubblica informata spesso chiede il dopo, cioè strumenti e verifiche.

In questo senso, lo scambio lascia in eredità due narrazioni opposte che coesisteranno ancora.

Da un lato, l’idea di un governo che risponde, respinge attribuzioni inesatte e chiede cautela, rivendicando che le accuse implicite non possono sostituire le prove.

Dall’altro, l’idea di una risposta ancora troppo generale, che non scioglie i dubbi di chi vede un anno trascorso senza una ricostruzione pubblica convincente e senza un punto fermo percepibile.

Il “silenzio in studio” evocato dal titolo non è soltanto un silenzio acustico.

È il silenzio che si crea quando tutti capiscono che la materia è più grande di un botta e risposta, perché riguarda il confine tra sicurezza dello Stato e libertà della società, e quel confine, se si rompe, non si ripara con un comunicato.

È anche il silenzio che nasce quando il dibattito entra nella zona delle insinuazioni e delle responsabilità indirette, dove ogni parola può diventare querela, smentita, rettifica o benzina per una nuova polarizzazione.

Alla fine, il punto politico più forte del segmento non è che qualcuno “abbia vinto” in tv, perché su temi di spyware e intelligence la vittoria televisiva è spesso solo una vittoria di forma.

Il punto politico più forte è che la questione non può restare sospesa all’infinito, perché quando la vulnerabilità digitale tocca giornalisti, opposizione e società civile, diventa un problema democratico prima ancora che un problema di ordine pubblico.

Se la risposta istituzionale resta percepita come incompleta, cresce il mercato delle ipotesi, e il mercato delle ipotesi è quasi sempre il luogo in cui la fiducia muore.

Se invece la risposta istituzionale riesce a produrre fatti verificabili, anche senza rivelare ciò che non può essere rivelato, allora il confronto può rientrare nei binari di una dialettica adulta.

È per questo che quel clima, cambiato all’improvviso, non è solo un effetto televisivo.

È il riflesso di una domanda più grande che l’Italia, nel 2026, non può più evitare: chi sorveglia i sorveglianti, e come si protegge la libertà senza trasformare la sicurezza in un’ombra che cade su tutti.

⚠️IMPORTANTE – RECLAMI⚠️

Se desideri che i contenuti vengano rimossi, invia un’e-mail con il motivo a:
[email protected]

Avvertenza.
I video potrebbero contenere informazioni che non devono essere considerate fatti assoluti, ma teorie, supposizioni, voci e informazioni trovate online. Questi contenuti potrebbero includere voci, pettegolezzi, esagerazioni o informazioni inaccurate. Gli spettatori sono invitati a effettuare le proprie ricerche prima di formulare un’opinione. I contenuti potrebbero essere soggettivi.