Ci sono scontri televisivi che nascono come discussioni e finiscono come radiografie.

Il confronto tra Paolo Mieli e Maurizio Landini, nelle ricostruzioni che stanno circolando, non riguarda soltanto due personalità forti, ma un nervo scoperto dell’Italia contemporanea: che cosa deve essere oggi un grande sindacato.

Quando Mieli usa parole durissime verso la CGIL, fino a evocare l’idea della “vergogna”, la forza della frase non sta soltanto nel tono, ma nel bersaglio.

Il bersaglio è la legittimità del ruolo, non un singolo contratto o una singola vertenza.

E quando un commentatore storico-politico come Mieli mette in discussione un ruolo, sta dicendo che secondo lui si è rotto un patto implicito tra rappresentanza e società.

La domanda che cade, come una lama nel discorso pubblico, è semplice nella forma e gigantesca nelle conseguenze: “Sindacato o partito?”.

Non è una domanda neutra, perché insinua una trasformazione identitaria.

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E insinua soprattutto un sospetto che in Italia torna ciclicamente: che la leadership sindacale possa diventare una rampa di lancio politica, con tempi e logiche non dichiarate fino in fondo.

Per capire perché questo scambio faccia così rumore, bisogna partire dal contesto.

Il lavoro è cambiato, i luoghi del lavoro sono più frammentati, le carriere sono più discontinue, e la platea dei “lavoratori” è diventata più difficile da rappresentare con una sola voce.

In questo scenario, ogni sindacato grande si muove su una linea sottile tra due necessità opposte.

Da una parte deve essere conflittuale, perché senza pressione perde forza contrattuale.

Dall’altra deve essere interlocutore credibile, perché senza capacità di negoziare rischia di diventare solo megafono.

La frattura tra Mieli e Landini si colloca esattamente su questo equilibrio.

Mieli sostiene, nella sua lettura, che la CGIL sotto la guida di Landini abbia progressivamente spostato il baricentro dalla rappresentanza generale dei lavoratori a una postura più riconoscibile come attore politico.

Non gli contesta una singola battaglia, ma la somma delle battaglie, il tono con cui vengono presentate e l’idea di “opposizione permanente” che, a suo giudizio, finisce per sovrapporsi alla dialettica parlamentare.

In altre parole, Mieli non sta dicendo soltanto “non sono d’accordo”, ma sta dicendo “state cambiando mestiere”.

È qui che l’accusa diventa esplosiva, perché un sindacato non vive solo di adesioni, vive di fiducia trasversale.

Se una parte consistente del mondo del lavoro smette di percepirlo come casa comune e lo vede come “parte”, quella fiducia si assottiglia.

E quando la fiducia si assottiglia, il sindacato può anche essere molto visibile in tv, ma meno incisivo ai tavoli.

Il punto più pungente della critica, nella narrazione proposta da Mieli, è l’idea che la CGIL non sia più fine, ma mezzo.

Mezzo per costruire un profilo pubblico, una leadership spendibile, un perimetro politico riconoscibile, soprattutto in un campo progressista che fatica a produrre figure capaci di parlare al Paese intero.

Qui l’argomento diventa quasi antropologico: quando la politica non genera leadership, tende a cercarla altrove.

E storicamente, in Italia, quel “altrove” spesso è stato il sindacato, con passaggi di carriera che non sono illegittimi in sé, ma diventano controversi se percepiti come obiettivo preordinato.

Mieli, in sostanza, mette in scena un dilemma di trasparenza.

Se vuoi fare politica, fai politica, ma non usare un corpo intermedio come se fosse un partito senza chiamarlo partito.

Se vuoi fare sindacato, fai sindacato, ma non trasformare ogni vertenza in un capitolo di mobilitazione identitaria che parla sempre agli stessi e contro gli stessi.

È una posizione che può piacere o irritare, ma ha una logica interna chiara: la democrazia regge anche perché i ruoli sono distinguibili.

Quando i ruoli si confondono, aumentano la polarizzazione e la sfiducia.

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E in un Paese già stanco, la sfiducia diventa un accelerante per ogni forma di populismo e anti-istituzionalismo.

Landini, dal canto suo, respinge questa cornice e la ribalta.

Nella sua impostazione, la neutralità è spesso una parola elegante per descrivere l’impotenza.

Se il lavoro è sotto pressione, se i salari stagnano, se la precarietà si allarga, allora il sindacato che “non prende posizione” non è più equidistante, è semplicemente irrilevante.

Per Landini, il conflitto non è un vezzo ideologico, ma una tecnica storica di conquista dei diritti.

E la storia del movimento sindacale, effettivamente, è piena di risultati ottenuti grazie a rapporti di forza, non grazie a buone maniere.

Il cuore della difesa di Landini, in questa chiave, è che il sindacato non può essere un notaio.

Non può limitarsi a certificare le scelte del potere economico o politico, sperando poi in una benevola concessione.

Deve spostare l’asse, mettere temi nell’agenda, creare pressione sociale, mobilitare.

Per questo, quando gli dicono “stai facendo politica”, la risposta implicita è che la politica è già dentro il lavoro, perché le regole che governano il lavoro sono politiche.

Il punto in cui le due visioni si scontrano davvero non è quindi se il sindacato debba essere “politico” in senso ampio.

Lo è sempre stato, perché parlare di salario minimo, sicurezza, contratti, orari, è inevitabilmente parlare di scelte collettive.

Il punto è se debba essere “partigiano” nel senso di ancorarsi stabilmente a un campo, con un linguaggio e una postura che riducono lo spazio della mediazione.

Mieli insiste su questo passaggio perché, nella sua prospettiva, la forza di un grande corpo intermedio sta nella capacità di parlare anche a chi non la pensa allo stesso modo.

Un sindacato, per definizione, deve tenere insieme mondi diversi.

Operai e impiegati, pubblico e privato, centro e periferie produttive, generazioni che vivono contratti differenti e aspettative differenti.

Se l’identità comunicativa diventa troppo compatta e ideologicamente riconoscibile, una parte di quei mondi smette di sentirsi inclusa.

Qui nasce l’argomento più “freddo” e al tempo stesso più spietato: la rappresentanza non è solo morale, è anche numerica e sociale.

Se perdi pezzi di mondo del lavoro, perdi potere reale, anche se guadagni applausi nel tuo campo.

Ed è in questo quadro che ritorna, come ombra insistente, l’ipotesi di una futura discesa in politica.

Va detto con rigore che un sospetto non è una prova, e un’interpretazione non è un fatto.

Ma nella comunicazione politica conta moltissimo ciò che appare plausibile a un pubblico già predisposto a leggere le mosse come strategia.

Se un leader sindacale occupa stabilmente il centro del dibattito nazionale, usa un linguaggio molto identitario e diventa riferimento simbolico di un’area politica, è inevitabile che qualcuno si chieda dove stia andando quella traiettoria.

Mieli sfrutta quella domanda come chiave interpretativa di tutto il resto.

Non dice necessariamente “accadrà”, ma suggerisce “guardate come si muove, guardate cosa costruisce”.

È una tecnica retorica potente perché non ti obbliga a dimostrare l’esito finale, ti basta rendere credibile il percorso.

Landini, specularmente, può rispondere che una traiettoria pubblica forte non è per forza una traiettoria parlamentare.

Può essere semplicemente la conseguenza di un vuoto politico che ha reso il sindacato uno dei pochi luoghi rimasti dove si parla di lavoro come questione nazionale.

E qui, infatti, il dibattito si allarga oltre i due protagonisti e diventa una critica implicita alla sinistra politica.

Se la sinistra fatica a produrre leadership e proposta, finisce per appoggiarsi ai corpi intermedi, caricandoli di aspettative che non dovrebbero essere solo loro.

Il sindacato diventa così, suo malgrado o per scelta, un sostituto dell’opposizione sociale.

E quando un soggetto diventa sostituto, inevitabilmente cambia forma, perché cambia la funzione che gli viene richiesta.

La parola “imbarazzo”, riferita all’intera sinistra, nasce esattamente da qui.

Se Mieli ha ragione, allora una parte del campo progressista starebbe usando la CGIL come serbatoio di consenso e palco di legittimazione.

Se Landini ha ragione, allora una parte del campo progressista dovrebbe chiedersi perché il sindacato debba supplire a ciò che la politica non riesce a fare.

In entrambi i casi, la diagnosi è la stessa: c’è un problema di ruolo e di catena di responsabilità.

Mieli, nel suo impianto, aggiunge un ultimo elemento che rende la polemica più che una lite televisiva: la fragilità democratica.

I corpi intermedi sono ponti, e i ponti servono a far passare richieste, rabbie e bisogni senza trasformarli in guerra permanente.

Se i ponti diventano muri, il rischio è che le tensioni trovino altre strade, spesso più estreme e meno negoziabili.

Landini può controbattere che, quando i ponti non portano da nessuna parte, la gente smette di attraversarli.

E allora il conflitto torna a essere, nella sua visione, non una posa ma un’ultima risorsa.

Il punto vero, però, è che il conflitto efficace non è quello infinito, è quello che ottiene risultati misurabili.

Ed è su questo che Mieli preme: se la mobilitazione produce soprattutto visibilità e poco avanzamento concreto, la base si stanca e si allontana.

Non perché rinunci ai diritti, ma perché non vede più l’utilità dell’appartenenza.

Il confronto tra Mieli e Landini, in fin dei conti, è lo specchio di un Paese che discute ancora come nel Novecento, ma vive già nel ventunesimo secolo avanzato.

Vive di piattaforme, di frammentazione, di lavori intermittenti, di identità mobili, di fiducia fragile nelle organizzazioni.

In questo mondo, un sindacato che vuole restare centrale deve trovare una formula nuova: abbastanza conflittuale da contare, abbastanza inclusivo da rappresentare, abbastanza competente da negoziare, abbastanza coraggioso da dire no quando serve.

E deve farlo senza farsi risucchiare del tutto dal gioco dei blocchi politici, perché quel gioco, oggi, brucia rapidamente tutto ciò che tocca.

La frase “Sindacato o partito?” resta quindi sospesa non come un verdetto, ma come un test.

Un test per la CGIL, che deve decidere come parlare a un mondo del lavoro sempre più vario senza perdere incisività.

Un test per la sinistra, che deve decidere se ricostruire una proposta autonoma o continuare a cercare leadership per interposta organizzazione.

Un test per il Paese, che deve decidere se vuole corpi intermedi forti e credibili o solo arene di scontro che intrattengono, polarizzano e consumano fiducia.

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