Ci sono serate televisive in cui non capisci se stai guardando un talk show o una prova generale di teatro politico.

E non perché succeda davvero qualcosa di “storico”, ma perché la messa in scena riesce a farlo sembrare inevitabile.

Il faccia a faccia immaginato tra Checco Zalone ed Elly Schlein, così come viene raccontato in queste ricostruzioni satiriche che circolano online, non è un semplice confronto su un film o su una battuta.

È la rappresentazione, quasi caricaturale ma efficace, di un conflitto più grande tra due linguaggi che ormai faticano perfino a riconoscersi.

Da una parte la politica che vuole essere perimetro morale, lessico corretto, cornice valoriale, e dall’altra la comicità popolare che si presenta come anticorpo, come spillo che buca le parole troppo gonfie.

Il set, nella narrazione, diventa una metafora perfetta.

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Via Teulada come “tempio del vetro e del silicio”, luci fredde, aria condizionata aggressiva, scenografia che sembra pensata per sterilizzare persino l’imprevisto.

È un ambiente che suggerisce controllo, e proprio per questo rende più evidente qualunque perdita di controllo.

La satira gioca qui la sua partita preferita: prendere la televisione, che vorrebbe essere neutra, e trasformarla in un laboratorio dove la neutralità si scioglie al primo contatto con la realtà sociale.

Elly Schlein viene descritta con l’aura della segretaria che entra in studio non per discutere, ma per certificare una colpa.

Checco Zalone, al contrario, viene dipinto come uno che non ha bisogno di certificare nulla, perché il suo “argomento” è il pubblico stesso, cioè l’idea che se la gente ride allora qualcosa, nel bersaglio, ha già ceduto.

Questa contrapposizione, ovviamente, è una costruzione narrativa.

Ma funziona perché poggia su un sentimento reale: l’impressione che una parte della politica progressista parli un linguaggio percepito come specialistico, mentre una parte dell’Italia chiede frasi brevi, immagini concrete, riconoscibilità.

Nel copione che gira in rete, Schlein parte con un attacco che assomiglia più a un atto d’accusa che a una domanda.

Il comico viene presentato come “normalizzatore”, come giullare che farebbe da scudo culturale al potere.

È il classico riflesso di una politica che, davanti alla risata, teme la delegittimazione.

Perché la risata, quando colpisce bene, non confuta un’idea.

La rende ridicola.

E una volta che un’idea è diventata ridicola, non la salvi con una nota stampa.

La risposta di Zalone, sempre secondo questa narrazione, non avviene sul piano dei concetti alti.

Avviene sul piano della percezione, cioè nel punto esatto in cui la platea si chiede se chi parla sia uno di loro o stia parlando di loro.

La satira insiste su un dettaglio che, per quanto crudele, è centrale: il lessico.

Schlein viene rappresentata come portatrice di una lingua “da documento”, piena di parole che suonano corrette ma lontane, precise ma fredde, impeccabili ma non popolari.

Zalone viene rappresentato come il contrario, cioè come qualcuno che sbaglia i toni, esagera, sbraca, però sembra umano e quindi credibile.

Qui la questione non è chi abbia ragione.

La questione è chi, in TV, appare vivo.

È un punto che la politica sottovaluta spesso, e che la satira non sottovaluta mai.

Perché la satira capisce una cosa semplice: il pubblico non giudica solo le idee, giudica il rapporto emotivo con chi le pronuncia.

Se ti sento parlare e mi sembra che tu mi stia correggendo, mi irrigidisco.

Se ti sento parlare e mi sembra che tu stia ridendo con me, mi apro anche quando non sono d’accordo.

Nella ricostruzione, la famosa “vaporella” diventa l’oggetto simbolico dello scontro.

Non importa se sia una battuta vera, verosimile o inventata.

Conta che funzioni come allegoria: la pulizia morale che pretende di igienizzare tutto, contro la vita che sporca e che quindi fa paura a chi vuole controllare ogni definizione.

È una contrapposizione brutale, semplificata, anche ingiusta.

Ma è proprio così che funzionano le scene che diventano virali: non perché sono complete, ma perché sono riducibili a un’immagine.

E in quella immagine, la sinistra “da salotto” perde non su un dato, ma su un’impressione.

L’impressione di essere più interessata a correggere il mondo che a capirlo.

Il passaggio più esplosivo, nel racconto, è quando Zalone smette di fare il clown e fa il chirurgo.

Quando cioè sposta il discorso dall’etica all’autenticità.

Non vi arrabbiate con me perché sbaglio, vi arrabbiate perché vi faccio vedere finti.

È una frase che, detta in qualunque modo, ha una potenza devastante perché colpisce la risorsa storica della sinistra italiana: la superiorità morale percepita.

Se riesci a insinuare che quella superiorità non è morale ma strategica, non è principio ma marketing, allora la togli dal piedistallo.

E una volta tolta dal piedistallo, la sinistra non diventa automaticamente “sbagliata”, ma diventa discutibile come tutte le altre.

Per alcuni elettori sarebbe una liberazione.

Per altri sarebbe un tradimento.

Il testo satirico insiste poi su un’accusa ancora più velenosa, quella del “seguire i sondaggi” invece dei valori.

Che sia vero o no in senso letterale è quasi secondario, perché il punto della battuta è un altro: suggerire che le scelte non derivano da una visione, ma dalla paura di perdere consenso.

Ed è una paura che ogni partito ha, ma non ogni partito viene accusato di avere solo quella.

Qui la scena, nella percezione del pubblico, diventa asimmetrica.

Zalone non deve dimostrare nulla, perché non è candidato a governare.

Schlein, invece, sì.

E chi vuole governare non può permettersi di apparire costruito come un comunicato, perché la gente non vota un comunicato.

Vota una persona, o l’idea che quella persona sappia stare nel mondo.

Nel racconto, a un certo punto, Schlein “perde il controllo” e cerca rifugio in parole che suonano sofisticate ma che scivolano addosso a chi non le usa nella vita quotidiana.

Va chiarito: qui siamo nell’interpretazione, nella drammatizzazione, non in una cronaca verificata.

Ma la drammatizzazione, quando prende piede, finisce per contare quanto la realtà, perché plasma l’immaginario.

Ed è proprio questo il problema politico del Partito Democratico oggi: non soltanto cosa fa, ma come viene percepito mentre lo fa.

La satira diventa allora una specie di specchio deformante che, però, ingrandisce alcuni dettagli veri.

Il primo dettaglio è la distanza tra il linguaggio interno e l’orecchio esterno.

Il secondo dettaglio è l’ossessione per la purezza, che spesso appare come ossessione per il giudizio.

Il terzo dettaglio è la fatica di parlare a un Paese che si sente già sotto esame in ogni momento della giornata, tra burocrazie, prezzi, precarietà e servizi che non funzionano.

In un Paese così, chi viene percepito come “maestro” rischia di essere respinto, anche quando ha ragione.

E chi viene percepito come “uno di noi” può essere premiato, anche quando semplifica troppo.

La parte finale della ricostruzione è volutamente spietata, perché il comico viene trasformato in confessore di periferia e la segretaria in personaggio astratto, “nel cloud”.

È una metafora che funziona perché oggi la politica soffre proprio lì: nella sensazione di astrazione.

Chi è al governo tende a dire “stiamo facendo”.

Chi è all’opposizione tende a dire “state sbagliando”.

Ma il cittadino spesso pensa “sto pagando”, e vuole qualcuno che parta da lì, non da un seminario.

Se questo tipo di video e di testi satirici diventano popolari, non è soltanto perché fanno ridere.

È perché offrono una vendetta emotiva contro l’imbarazzo di sentirsi inadeguati.

Quando la satira suggerisce che “ti stanno giudicando”, ti dà anche una via d’uscita: ridere di chi giudica.

E ridere, in politica, è una forma di potere.

Per il PD la lezione implicita di questa narrazione non è “non attaccate i comici”.

La lezione è che non puoi permetterti di apparire un’istituzione culturale che dispensa patenti.

Devi apparire un partito che capisce la vita, anche quando vuole cambiarla.

Devi saper usare parole semplici senza diventare semplicista, e devi saper parlare di diritti senza farli sembrare un esame di ammissione.

Altrimenti la scena si ripeterà sempre uguale: qualcuno farà una battuta, il pubblico riderà, e quella risata si trasformerà in sentenza.

Non una sentenza sul merito delle idee, ma sulla distanza tra chi le pronuncia e chi le ascolta.

E quando la distanza diventa il tema principale, qualunque programma politico, per quanto serio, rischia di essere risucchiato dal vuoto della percezione.

Lo “show” raccontato come umiliazione pubblica non è quindi soltanto un episodio da social.

È un promemoria brutale di come oggi si costruisce consenso: non solo con i contenuti, ma con la sensazione di autenticità.

Chi riesce a sembrare autentico domina la scena, anche quando sbaglia.

Chi sembra costruito perde la scena, anche quando ha ragione.

E finché la politica italiana continuerà a confondere autorevolezza con superiorità e competenza con distanza, ci sarà sempre un comico pronto a entrare in studio e a vincere con una frase sola, non perché più “giusta”, ma perché più vicina.

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