Quando in Italia si parla di aiuti militari all’Ucraina, la discussione si accende sempre nello stesso punto: chi paga, quanto paga, e soprattutto se quei soldi vengono tolti ad altro.
Per settimane la polemica ha viaggiato su un binario prevedibile, con chi denuncia “miliardi bruciati” e chi replica che la solidarietà internazionale ha un prezzo inevitabile.
Poi, come spesso accade, è arrivata una parola capace di ribaltare la percezione in un attimo: “costo zero”.
L’espressione è entrata nel dibattito perché, nelle relazioni tecniche che accompagnano alcuni provvedimenti, la Ragioneria Generale dello Stato descrive le cessioni di materiali in un modo che, tradotto in linguaggio comune, può suonare così: per certe forniture non serve una nuova spesa di acquisto e non è necessario reintegrare i mezzi ceduti.
È un passaggio che molti commentatori hanno interpretato come una smentita di chi, soprattutto a sinistra, insiste sul peso economico degli invii.
Ma “costo zero”, in finanza pubblica, non è mai una frase semplice come sembra, perché può voler dire “nessun esborso aggiuntivo oggi” senza voler dire “nessun costo reale per lo Stato” nel senso più ampio del termine.
Per capire la portata della questione bisogna distinguere, con calma, tra costo di bilancio, costo contabile e costo strategico.

Il costo di bilancio è quello che finisce nelle uscite dello Stato in un determinato anno e che incide sul fabbisogno.
Il costo contabile riguarda il valore iscritto o valutato dei beni ceduti, spesso legato a criteri amministrativi e a categorie come obsolescenza e dismissione.
Il costo strategico, invece, è il prezzo implicito che paghi quando riduci scorte, capacità e ridondanze, anche se quelle scorte erano vecchie e destinate a uscire dai piani operativi.
La Ragioneria, per sua natura, parla soprattutto il linguaggio del bilancio e della copertura finanziaria, non quello delle dottrine militari.
Quando una relazione tecnica scrive che non sarà necessario reintegrare i materiali ceduti, sta dicendo che non è previsto, nell’architettura del provvedimento, un acquisto sostitutivo che generi nuova spesa.
Sta anche dicendo che eventuali oneri connessi, come trasporti, gestione e procedure, sono destinati a essere sostenuti con risorse già disponibili “a legislazione vigente”, cioè senza chiedere nuovi stanziamenti specifici nel decreto.
Questo, per molti, basta a concludere che l’invio sia “gratis”.
Eppure, la realtà è più sottile, perché un bene può essere “non da reintegrare” per motivi di pianificazione, ma può avere comunque un’utilità residuale in altri scenari, ad esempio come riserva, come addestramento o come dotazione emergenziale.
L’argomento che ricorre spesso nei commenti è che l’Italia avrebbe ceduto materiali obsoleti, fuori produzione o non più in linea con la dotazione, e che quindi avrebbe semplicemente accelerato una dismissione già prevista.
Questo è plausibile come logica amministrativa: se un sistema d’arma non è più centrale, o se un mezzo è prossimo alla radiazione, cederlo può apparire meno oneroso che mantenerlo, smaltirlo o aggiornarlo.
In questi casi, la “cessione” può perfino ridurre alcuni costi di gestione, perché tenere in magazzino materiali vecchi non è mai completamente gratuito.
Spazi, manutenzione minima, controlli, sicurezza e inventari hanno un costo, anche se non fa notizia.
Allo stesso tempo, definire “pezzi da museo” tutto ciò che è obsoleto è una semplificazione narrativa che funziona in un monologo, ma non descrive bene la complessità del concetto militare di obsolescenza.
Obsoleto, in ambito militare, non significa necessariamente inutilizzabile.
Significa spesso “non più ottimale rispetto alle esigenze attuali”, oppure “non sostenibile logisticamente”, oppure “superato da sistemi migliori”, oppure ancora “non integrabile con le dotazioni più moderne”.
Un mezzo può essere tecnicamente funzionante e al tempo stesso considerato non prioritario, e quindi cedibile senza piano di reintegro.
In questo quadro, la frase “costo zero” rischia di diventare una bandiera di parte più che una fotografia completa.
Chi la usa in chiave polemica tende a dire: vedete, la sinistra ha mentito, perché gli invii non pesano sui conti e non costano nulla ai contribuenti.
Chi la contesta tende a replicare: non è vero che non costa nulla, perché il valore del materiale, la logistica, l’usura delle scorte e il costo opportunità esistono anche se non li paghi oggi con un bonifico.
Entrambe le letture, prese da sole, sono incompiute.
La lettura più rigorosa è questa: una parte degli aiuti può non generare nuova spesa immediata se consiste nella cessione di materiali già disponibili, non reintegrati e gestiti dentro stanziamenti esistenti.
Ma ciò non implica automaticamente che l’operazione sia priva di costi in senso lato, perché lo Stato sta comunque decidendo di destinare risorse, capacità e scorte a un obiettivo specifico.
In altre parole, è possibile che il bilancio non venga “colpito” come si immagina nel dibattito televisivo, ma è anche possibile che il sistema difesa debba ricalibrare la propria disponibilità di mezzi nel tempo.
Un punto centrale, spesso trascurato, è che la contabilità pubblica non misura le cose come le misurerebbe una famiglia o un’impresa.
Se io ho un oggetto in casa e lo regalo, per me è un costo perché non ce l’ho più.
Per lo Stato, invece, il tema è: devo spendere soldi aggiuntivi per sostituirlo, sì o no, e in quale capitolo di bilancio.
Se la risposta è no, la relazione tecnica può legittimamente indicare l’assenza di nuovi oneri.
Ma l’assenza di nuovi oneri non equivale, automaticamente, all’assenza di sacrifici.
Questo aspetto diventa più evidente quando si entra nella discussione delle scorte e dell’emergenza.
Alcuni commentatori sostengono che anche materiali vecchi possono essere utili in caso di mobilitazione rapida, perché in una crisi improvvisa si distribuirebbe “quello che c’è” prima ancora di ricevere nuove forniture.
È una logica storicamente comprensibile, ma va trattata con cautela perché l’organizzazione della difesa moderna non si basa più sullo schema della leva di massa come negli anni Novanta o Ottanta.
Le forze armate contemporanee tendono a ragionare su prontezza, interoperabilità, catene logistiche e standard comuni, e non tutto ciò che è “vecchio ma funzionante” è davvero utile dentro un sistema tecnologico integrato.
Detto questo, è vero che in ogni apparato complesso esiste sempre una tensione tra efficienza e ridondanza.
Tenere riserve costa e spesso è impopolare perché sembra spreco, ma non averne può diventare un problema quando lo scenario cambia.
Per questo, quando si cede materiale, la domanda strategica non è solo “quanto spendiamo”, ma “che cosa perdiamo” e “quanto ci serve davvero ciò che perdiamo”.
Su questo punto la relazione tecnica non può e non deve dare risposte, perché non è il suo compito.
È il compito della pianificazione della difesa e, idealmente, del controllo parlamentare, che infatti nelle norme sulla cessione di materiali d’armamento prevede pareri e passaggi in commissione per i casi rilevanti.
Nella narrazione pubblica, però, questi passaggi diventano spesso un dettaglio, mentre domina l’effetto slogan.
Il risultato è che “costo zero” diventa un’assoluzione totale o una presa in giro totale, a seconda della tifoseria.
Eppure, la vera notizia politica, se si vuole essere seri, non è l’urlo “gratis”, ma la scelta implicita: l’Italia sta sostenendo l’Ucraina anche attraverso la riallocazione di materiali che non intende reintegrare, segnalando una determinata priorità e un determinato modello di supporto.
Questo modello ha un vantaggio evidente: consente rapidità e riduce l’impatto immediato sul bilancio, almeno per alcune componenti della fornitura.
E ha anche un rischio potenziale: se il contesto internazionale peggiora, o se emergono nuove esigenze interne di prontezza, la riduzione di certe disponibilità potrebbe richiedere decisioni successive più costose o più complesse.
Un altro elemento che merita attenzione è il modo in cui vengono comunicati i numeri complessivi.

Nel dibattito circolano spesso cifre aggregate, come “tre miliardi in quattro anni”, che vengono poi tradotte in una media annua per rendere la cifra più digeribile o più scandalosa, a seconda del tono.
Una media annua può essere utile per orientarsi, ma rischia di appiattire la composizione di quella spesa, che può includere componenti diverse, come assistenza civile, logistica, sostegni indiretti e misure amministrative.
Inoltre, “aiuti” è una parola ombrello: dentro ci può essere di tutto, dal materiale fisico alle attività operative, dal supporto sanitario alla formazione, fino a voci collegate alla gestione del provvedimento.
Ecco perché trasformare tutto in una partita secca tra “ci costa un’enormità” e “non ci costa nulla” è un modo efficace per fare propaganda, ma un modo pessimo per capire.
La cosa più interessante, in realtà, è l’uso politico della Ragioneria come autorità narrativa.
Quando un commentatore dice “non lo dico io, lo dice la Ragioneria”, sta cercando una certificazione neutra per una tesi che altrimenti sarebbe percepita come di parte.
È una mossa retoricamente potente, perché la Ragioneria Generale dello Stato viene vista come il custode dei conti, quindi come l’ente che difficilmente “regala” interpretazioni.
Ma proprio per questo, bisogna leggere quelle righe per ciò che sono: valutazioni tecniche di copertura e impatto finanziario immediato, non un giudizio complessivo sull’opportunità politica o sull’efficacia militare delle cessioni.
Dire che l’invio è “a costo zero” perché non si reintegra e perché si usano risorse già stanziate equivale a dire che non serve una nuova manovra per pagarlo.
Non equivale a dire che l’operazione non abbia alcun costo complessivo, né che sia priva di conseguenze.
C’è poi un ultimo aspetto, spesso dimenticato e però molto concreto: la fiducia del pubblico.
Quando per anni si è discusso in modo confuso, e poi improvvisamente si scopre che una relazione tecnica parla di assenza di nuovi oneri, molti cittadini sentono di essere stati ingannati.
In realtà, più spesso, si tratta del solito problema italiano: parole diverse usate per indicare cose diverse, senza che nessuno si prenda la responsabilità di spiegare.
La politica parla alla pancia, la tecnica parla al bilancio, e in mezzo la gente cerca una risposta semplice a una domanda semplice: stiamo pagando o no.
La risposta corretta, per quanto meno adatta ai titoli, è: in alcuni casi l’impatto aggiuntivo sul bilancio può essere nullo o molto limitato, perché si cedono beni già disponibili e non reintegrati, ma ciò non significa assenza totale di costi in senso ampio, né assenza di scelte strategiche.
Se si vuole davvero “svelare la verità”, la verità è che esistono costi che si vedono e costi che non si vedono, e che l’espressione “costo zero” riguarda soprattutto i primi.
Il dibattito serio, quindi, non dovrebbe fermarsi a stabilire chi ha smentito chi, ma a chiedere trasparenza su tre punti: che cosa si invia, che cosa si perde, e quale pianificazione esiste per mantenere la prontezza nazionale senza trasformare ogni decisione in un salto nel buio.
Solo così il Paese può discutere di aiuti internazionali senza cadere, ogni volta, nella trappola del tifo e delle mezze frasi che sembrano assolute ma, alla prova dei fatti, sono quasi sempre relative.
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