C’è un momento in cui il rumore di fondo della televisione si spegne e resta solo una frase.

Un colpo netto, senza preamboli, capace di cambiare l’aria in studio e fuori.

Adriano Celentano, il molleggiato, l’artista che da oltre sessant’anni gioca a nascondino con il Paese e poi riappare per dire l’ovvio che nessuno osa dire, entra nella scena pubblica con quattro parole: “State manipolando tutto”.

Non un editoriale, non una querela, non un monologo studiato.

Una lama.

E la lama incide dove fa più male: sulla credibilità di un certo modo di fare informazione, e su un volto simbolico come quello di Bianca Berlinguer.

Non è un duello tra celebrità, è un processo sommario all’architettura dei talk show, alla loro promessa di pluralismo, alla loro pratica di controllo.

Perché l’accusa è frontale: non è che non si diano spazio alle opinioni diverse, è che si costruisce un recinto dove il dissenso è folclore, la contraddizione è sceneggiatura e il finale è scritto.

Il Paese, abituato a liturgie televisive che rassicurano mentre fingono conflitti, per una volta trattiene il respiro.

I telefoni squillano nelle redazioni, i social si incendiano, le chat ribollono.

E in mezzo, un silenzio.

Bianca Berlinguer non replica.

Non smentisce, non argomenta, non sfida.

Sta ferma.

Per qualcuno è eleganza, per altri è imbarazzo, per altri ancora è la consapevolezza che rispondere sarebbe amplificare l’accusa.

La verità è che quel silenzio pesa perché lascia intatto il dubbio: e se Celentano avesse toccato un nervo scoperto?

Carta Bianca – format passato attraverso epoche e polemiche, rifugio di una sobrietà rivendicata e di un equilibrio diventato brand – diventa all’improvviso oggetto e non soggetto.

Non più arena che giudica, ma arena giudicata.

L’immagine è crudele: il talk come dispositivo che simula la contesa, che seleziona le voci con la cura del giardiniere, che alza e abbassa volumi, che taglia in regia ciò che non torna, che addomestica la realtà in sequenze di due minuti e trenta.

Celentano non presenta tabelle, non mostra dossier.

Fa qualcosa di più semplice e, per questo, più devastante: mette in discussione l’intenzione.

Dice che l’imparzialità esibita è una maschera, che il pluralismo è scenografia, che il salotto non è casa di tutti ma anticamera di un’attribuzione di patenti.

La reazione politica è asimmetrica.

I difensori d’ufficio dell’ordine televisivo parlano di “attacco scomposto”, di “provocazione”.

I critici applaudono come se fosse caduto un totem.

La maggioranza finge indifferenza, l’opposizione finge indignazione, ma nessuno entra davvero nel merito.

Perché il merito è scomodo: chiede di mostrare i criteri di selezione degli ospiti, i tempi di parola, le regole del contraddittorio, l’uso degli stacchi, la regia delle clip.

Chiede di pubblicare i backstage del dibattito, non le foto in controluce.

Chiede cioè trasparenza, il vero tabù di un’industria che vive di percezione.

Il punto non è se Bianca Berlinguer sia parziale o equanime.

Il punto è se il format – non solo il suo – sia davvero progettato per mettere a confronto, o per confermare ciò che la platea già crede.

Se l’ospite “scomodo” sia invitato per arricchire il discorso o per interpretare il ruolo del cattivo.

Se i giornalisti in studio siano arbitri o protagonisti.

Se le domande cerchino risposte o confessioni pilotate.

In questa crepa si infila un’altra verità: i talk sono diventati, da tempo, una metrica di appartenenza più che luoghi di conoscenza.

Funzionano per tribù.

Distribuiscono applausi e fischi con la regolarità di uno stadio.

Premiano la battuta a effetto, puniscono la complessità.

E quando la complessità alza la mano, cala la pubblicità.

Celentano, che conosce il ritmo televisivo come un musicista conosce il silenzio, lo sa e lo usa.

Una frase, una pausa, un vuoto.

In quel vuoto succede la cosa più interessante: non è più la contrapposizione tra chi ama e chi odia la conduttrice, ma il sospetto che l’informazione si sia accomodata in un recinto comodo per tutti.

Per i partiti, che sanno dove andare per dire cosa.

Per le testate, che sanno cosa aspettarsi dagli ospiti.

Per il pubblico, che sceglie il canale per evitare di essere contraddetto.

Per i conduttori, che non rischiano davvero perché il format li protegge sempre.

Quando l’accusa è “state manipolando tutto”, la difesa non può essere “non è vero”.

Deve essere “vi facciamo vedere come funziona”.

Chi invita, chi rifiuta, chi seleziona, chi taglia, chi decide quando interrompere, chi scrive le grafiche, chi prepara i cartelli con i dati, chi verifica le fonti, chi chiama la pubblicità prima di una risposta.

Se tutto questo resta opaco, l’accusa continua a vivere nel sospetto.

Se diventa trasparente, l’accusa si misura sul campo.

Il paradosso è che l’uscita di Celentano mette in difficoltà tutti.

La politica, che usa i talk come megafono e parafulmine.

I conduttori, che vivono di reputazione e di un rapporto fiduciario con il pubblico.

Gli editori, che misurano la qualità in share e l’autorevolezza in trending topic.

Gli spettatori, che lamentano la manipolazione ma premiano con l’audience la spettacolarizzazione.

Il sistema è circolare.

Romperlo richiede un gesto che non si vede quasi mai: alzare il sipario sulle regole del gioco.

Sarebbe rivoluzionario – e semplice – che i talk pubblicassero, puntata per puntata, il “diario di produzione”.

Elenco degli invitati e dei rifiuti.

Tempi di parola per ospite.

Interruzioni del conduttore.

Occhielli e titoli concordati o cambiati in corsa.

Fonti dei dati “in grafica”.

Costi, sponsor, conflitti d’interesse dichiarati.

Persino il copione degli stacchi.

Non per feticismo, ma per responsabilità.

La contro-obiezione è nota: la TV è spettacolo, se spieghi il trucco uccidi la magia.

Ma qui non si tratta di magia, si tratta di democrazia.

Non stiamo difendendo un’illusione teatrale, stiamo chiedendo di sapere come si fabbrica un’opinione.

È un dovere civile, non una curiosità morbosa.

L’uscita del molleggiato diventa così un crash test.

La macchina regge se accetta l’urto della trasparenza.

Va in pezzi se continua a rispondere con l’alzata di spalle.

E non basta chiedere a Celentano “perché proprio ora”.

Basta guardare il calendario: l’erosione della fiducia nei media è un trend lungo, misurabile.

Crescono i canali alternativi, crescono i podcast, crescono le newsletter, crescono i format che saltano la mediazione e parlano direttamente al pubblico.

Cresce, soprattutto, la soglia d’attenzione per la contraddizione non controllata, per l’imprevisto, per il dato che smonta la narrativa.

I talk, se vogliono sopravvivere come luoghi utili, devono reimparare a fare la cosa più antispettacolare che esista: ascoltare davvero.

Non interrompere per ritmo, ma solo per chiarezza.

Non scegliere l’ospite per etichetta, ma per competenza.

Non cercare la rissa, ma il contatto.

Celentano: "Ở 'È sempre Cartabianca', mọi người nói cùng một lúc. Bạn không thể hiểu họ đang nói gì..." - Open

Non mettere in scena l’alterità, ma lo sforzo di comprendersi.

Sì, costa share.

Sì, all’inizio è meno scintillante.

Ma restituisce quello che nessuna coreografia regala: credibilità.

È qui che la politica dovrebbe smettere di usare i salotti come trampolino e iniziare a pretenderne la qualità.

Un partito che chiede trasparenza nelle istituzioni e accetta l’opacità nei format perde la partita sul lungo periodo.

Un leader che denuncia manipolazioni quando perde il microfono e le ignora quando lo ha in mano diventa prevedibile.

Un’opposizione che protesta contro le regole del gioco e poi agisce allo stesso modo quando conduce un programma amico ringrazia il cinismo, non i cittadini.

C’è un passaggio della storia televisiva italiana che spesso dimentichiamo.

La TV generalista è stata, per decenni, il grande connettore nazionale.

Ha alfabetizzato, ha unito, ha creato linguaggi comuni.

Oggi rischia di fare il contrario: frammentare, polarizzare, confermare.

Ma può ancora scegliere.

Può decidere di diventare il luogo in cui il conflitto si fa intellegibile, in cui i dati vengono trattati come strumenti e non come clave, in cui l’esempio di trasparenza in studio diventa buona pratica fuori.

A chi chiede “sei con Celentano o con Berlinguer?”, la risposta intelligente è “con chi accetta la prova”.

La prova non è un duello di carisma, è un audit.

E non c’è carisma che lo eviti.

Il laboratorio si può aprire domani: una puntata di Carta Bianca “senza rete”, con regole esposte in sovrimpressione, grafici con fonte e link scansionabili, tempi di parola conteggiati in tempo reale, un fact-checking in chiaro che certifica e corregge senza umiliare, e soprattutto un conduttore che dichiara, all’inizio, i propri criteri di scelta e le proprie preferenze.

Sarebbe un terremoto educativo.

Qualcuno cambierebbe canale.

Qualcun altro tornerebbe.

Molti – forse per la prima volta – direbbero: “mi fido”.

Questo, alla fine, è il cuore dell’accusa del molleggiato.

Non si tratta di vincere una polemica.

Si tratta di meritarsi l’attenzione.

La televisione che manipola chiede fede cieca.

La televisione che si spiega chiede ragione.

La politica dovrebbe pretendere la seconda.

Gli spettatori dovrebbero premiarla.

I conduttori dovrebbero rischiarla.

“State manipolando tutto” è una frase che non si spegne con un comunicato.

Si spegne con una pratica quotidiana che la smentisce.

Se questo non accadrà, il silenzio di oggi diventerà il voto di sfiducia di domani.

E nessun format, nessun cognome, nessuna liturgia potrà più cucire lo strappo.

Se invece accadrà, scopriremo che la verità televisiva non è una qualità morale, è una tecnica: regole chiare, dati puliti, ascolto reale.

Da lì in poi, le opinioni possono tornare a essere ciò che dovrebbero: diverse, conflittuali, ma finalmente utili.

Il resto è rumore.

Il molleggiato, con quattro parole, ci ha ricordato che spegnere il rumore dipende da chi tiene il mixer.

Adesso sappiamo dove guardare.

E a chi chiedere conto.

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