C’è un certo tipo di televisione italiana che non vive di argomenti, ma di soglie.

La soglia oltre la quale non si scherza, non si critica, non si chiede “quanto costa” e soprattutto non si incrina l’aura di alcuni nomi.

Quando quella soglia viene superata, il dibattito smette di essere un dibattito e diventa un evento, con tifoserie, clip, titoli urlati e indignazioni istantanee.

È in questo clima che, nel racconto mediatico rimbalzato online, si colloca lo scontro tra Vittorio Feltri e Roberto Benigni, presentato come la rottura di un tabù più che come un semplice confronto tra due personalità.

Non è necessario credere alla versione più romanzata per capire perché la storia “funzioni” così bene: mette al centro una domanda che in Italia è sempre esplosiva, cioè chi decide cosa sia cultura e chi, invece, venga trattato come propaganda.

E insieme a questa domanda ne trascina un’altra, ancora più delicata: quando la cultura passa in televisione, diventa automaticamente un bene pubblico o resta un prodotto, con costi, contratti, scelte editoriali e responsabilità come ogni altro.

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Nel racconto che circola, Feltri non attaccherebbe Benigni in quanto artista, ma Benigni come simbolo, come perno di un sistema che premia alcune voci e ne silenzia altre.

È un’accusa che ha due strati, uno tecnico e uno emotivo.

Lo strato tecnico riguarda i meccanismi di accesso alla televisione pubblica, la distribuzione degli spazi, la selezione degli ospiti, la costruzione di “eventi” intorno a figure percepite come autorevoli.

Lo strato emotivo riguarda invece l’intoccabilità, quella sensazione popolare per cui alcuni possono fare sermoni senza pagare alcun prezzo, mentre altri vengono smontati al primo mezzo passo fuori linea.

In questo tipo di narrazione, Benigni viene rappresentato come il portatore di una retorica nobile, colta, commossa, spesso legata a costituzione, memoria e valori.

E Feltri viene rappresentato come l’uomo che rifiuta l’incantesimo e trascina tutto sul terreno più scomodo, quello dei soldi e del potere, cioè il terreno dove la poesia non è più scudo ma merce.

La parola che fa detonare tutto, infatti, non è “Dante” e non è “Costituzione”.

La parola è “chi paga”.

È un passaggio che in televisione crea sempre disagio, perché costringe a ricordare che dietro l’emozione c’è un contratto, dietro l’applauso c’è un palinsesto, dietro la celebrazione c’è una scelta di direzione editoriale.

E quando si nomina il denaro, soprattutto quello pubblico, la discussione si sposta da “mi piace o non mi piace” a “è giusto o non è giusto”, che è un livello molto più divisivo.

Qui serve una precisazione che spesso scompare nelle clip e nelle ricostruzioni da social.

Parlare di “soldi pubblici” non significa automaticamente accusare qualcuno di illeciti o di privilegi illegittimi, perché la televisione pubblica finanzia contenuti per missione, e i compensi nel settore audiovisivo dipendono da molte variabili, tra cui produzione, diritti, ascolti, complessità del progetto e contrattazione.

Ma proprio perché tutto questo è complesso, la semplificazione diventa un’arma, e l’arma è: se vieni pagato con risorse collettive, allora il tuo microfono non è neutro e la tua aura non può essere incontestabile.

È su questo che, nella narrazione, Feltri “non si ferma”.

Non nel senso che riveli chissà quali segreti nascosti, quanto nel senso che insiste su un tema che di solito viene bypassato con eleganza, cioè il rapporto tra prestigio culturale e immunità dal contraddittorio.

In altre parole, la domanda non è se Benigni sia bravo o importante, perché su quello possono concordare anche persone distantissime.

La domanda è se, una volta salito su un palco così protetto, la sua voce sia ancora quella di un “outsider” o se diventi, inevitabilmente, una voce “di sistema”.

Questo punto è terribilmente scivoloso, perché in Italia “di sistema” è un’etichetta che può essere usata come clava contro chiunque abbia successo.

Eppure è anche una categoria che descrive un fatto banale: chi riceve spazio stabile, cornici celebrative e reazioni automatiche di reverenza esercita un potere culturale, anche se non lo rivendica.

Nel racconto, l’immagine più forte è quella dell’applauso automatico.

Non un applauso spontaneo, ma un applauso che sembra parte della coreografia, come se ogni monologo dovesse essere dichiarato “storico” prima ancora di essere ascoltato.

Questa percezione, vera o esagerata che sia, è uno dei motivi per cui una parte di pubblico si sente esclusa dal discorso culturale televisivo.

Se l’applauso è obbligatorio, allora il dissenso diventa un segno di ignoranza.

Se il dissenso è ignoranza, allora chi dissente può essere ridicolizzato senza rispondere nel merito.

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E se nessuno risponde nel merito, il merito smette di contare e resta solo la gerarchia: chi può parlare e chi deve stare zitto.

È qui che lo scontro, in questa versione “da processo”, assume un significato più grande dei protagonisti.

Perché non riguarda soltanto Feltri contro Benigni, ma riguarda un Paese in cui la cultura è spesso usata come certificato morale e in cui l’accusa più temuta non è “hai torto”, ma “sei indegno”.

Feltri, con il suo stile ruvido, entra come una figura che non chiede permesso, e il suo metodo è spostare il giudizio dal piano estetico a quello politico-amministrativo.

Non “mi commuove” o “non mi commuove”, ma “che rapporto c’è tra questa commozione e il meccanismo che la amplifica”.

Non “questa è poesia”, ma “questa poesia in televisione chi la decide, chi la paga, e perché proprio questa e non altre”.

In questo tipo di domande c’è una componente legittima e una componente altamente strumentale.

La componente legittima è la trasparenza, perché ogni grande istituzione culturale, soprattutto se pubblica, deve poter spiegare le proprie scelte con criteri comprensibili.

La componente strumentale è che, se la domanda viene posta con tono accusatorio e senza dati precisi, diventa un modo per screditare non la decisione editoriale, ma la persona che ne beneficia.

Ed è questo il punto più delicato dell’intera polemica: si sta discutendo di regole e pluralismo o si sta facendo un processo morale a un artista.

Il racconto virale tende a scegliere la seconda via, perché è più drammatica e più condivisibile.

“Ha preso troppo” è più virale di “quali sono i criteri di allocazione del budget”, e “è intoccabile” funziona meglio di “come si garantisce il contraddittorio in prima serata”.

Eppure, se si vuole davvero prendere sul serio lo scontro, bisognerebbe restare sulla prima via, quella delle regole.

La televisione pubblica dovrebbe essere il luogo dove convivono linguaggi diversi, e dove il prestigio non diventa immunità, e dove la critica non viene scambiata per barbarie.

Allo stesso tempo, chi fa critica non può usare la parola “pubblico” come sinonimo di “scandalo”, perché altrimenti si finisce a delegittimare la funzione stessa di un servizio pubblico culturale.

Nel racconto che hai fornito, però, la dinamica emotiva è un’altra: lo studio “resta senza parole”.

Questa immagine del silenzio è centrale perché certifica, agli occhi del pubblico, che sia stata toccata una zona proibita.

Quando tutti parlano, sembra spettacolo.

Quando tutti tacciono, sembra verità.

È un meccanismo psicologico potentissimo, e per questo viene spesso ricercato e poi riprodotto nelle narrazioni: il momento in cui “cala il gelo” diventa la prova che qualcuno ha detto ciò che nessuno osa dire.

Ma qui bisogna essere onesti: il gelo in studio può nascere anche da ragioni televisive banalissime, dai tempi, dal montaggio, dall’imbarazzo di non voler alimentare ulteriormente una polemica.

Il gelo non è prova, è atmosfera.

E l’atmosfera, nel sistema mediatico contemporaneo, vale quanto un documento.

In ogni caso, la polemica mette sul tavolo un conflitto reale, che riguarda la rappresentazione del potere culturale.

In Italia esiste un’idea quasi sacrale di alcune figure, soprattutto quando incarnano un patrimonio emotivo collettivo.

Attaccarle, anche solo per discuterne i privilegi percepiti, viene letto come un attacco al patrimonio stesso.

E chi difende la figura attaccata spesso risponde non sul merito della domanda, ma sull’indegnità dell’attacco.

È ciò che nel racconto viene descritto come “difese immediate e zero confronto sul merito”.

Se questa reazione avviene davvero, allora alimenta la tesi di Feltri, perché conferma l’idea che il circuito culturale sappia proteggersi meglio di quanto sappia discutere.

Il paradosso è che, così facendo, chi difende la cultura rischia di renderla più fragile.

Perché la cultura che non tollera il contraddittorio appare come potere, e il potere, prima o poi, viene contestato con rabbia.

E la rabbia non fa differenze tra attacco giusto e attacco ingiusto, perché la rabbia cerca solo un bersaglio credibile.

Il vero nodo, dunque, non è scegliere se stare con Feltri o con Benigni, come se fosse una partita.

Il vero nodo è pretendere che la televisione pubblica sappia spiegare le proprie scelte, e allo stesso tempo sappia difendere l’autonomia artistica senza trasformarla in privilegio intoccabile.

Serve una trasparenza che non sia una gogna, e serve un pluralismo che non sia un elenco di facciata.

Perché il pluralismo non è invitare una voce diversa ogni tanto per dire che “ci sono tutti”.

Il pluralismo è costruire condizioni in cui la voce diversa non venga trattata come disturbatore professionista, e in cui la voce celebrata non venga trattata come oracolo.

Se questa polemica rimane nel registro del “processo televisivo”, finirà come finiscono quasi tutte le polemiche virali: con una parte che ride e l’altra che si indigna, e nessuna regola che cambia.

Se invece diventa un’occasione per discutere seriamente di missione del servizio pubblico, criteri editoriali, trasparenza dei costi e qualità del contraddittorio, allora il tabù non sarà “scoppiato” per fare spettacolo, ma per fare democrazia culturale.

E questa, alla fine, è la distinzione che conta davvero.

Non tra chi ama Benigni e chi ama Feltri, ma tra chi vuole una televisione che protegge un copione e chi vuole una televisione che regge una domanda.

Perché le società mature non hanno paura delle domande, hanno paura solo delle risposte pigre.

E se c’è una cosa che questo scontro, nel bene e nel male, ha mostrato al pubblico è proprio questa: quando qualcuno sposta il discorso dal palco al potere, non si litiga più per gusti, si litiga per legittimità.

E la legittimità, in Italia, è sempre la materia più incendiaria di tutte.

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