C’è un momento preciso in cui una critica ai talk show smette di essere un lamento generico e diventa un’accusa che pesa come un macigno.
È quando a parlare non è un telespettatore arrabbiato o un commentatore di parte, ma un leader politico che sostiene di aver ricevuto un invito “condizionato” a un comportamento in studio.
Le parole attribuite a Carlo Calenda, circolate in rete come estratto di intervista e rilanciate con toni incendiarî, stanno producendo esattamente questo effetto: trasformare il sospetto diffuso sulla televisione politica in un caso pubblico.
La sostanza dell’accusa, così come viene riportata, è brutale nella sua semplicità: un conduttore avrebbe chiesto a Calenda di intervenire sulla legge di bilancio a patto di attaccare Giorgia Meloni e il suo governo.
Se questa dinamica fosse confermata in modo chiaro e completo, non saremmo davanti a una normale “linea editoriale”, ma a un problema più serio, perché un conto è selezionare i temi e impostare un taglio, un altro è porre condizioni politiche esplicite all’accesso alla trasmissione.

Detto questo, proprio perché l’accusa è pesante, la prima regola del giornalismo dovrebbe essere la verifica: contesto integrale, registrazione completa, data, modalità dell’invito, e soprattutto la possibilità di replica puntuale dei chiamati in causa.
Nell’ecosistema digitale, invece, succede spesso il contrario: la frase diventa titolo, il titolo diventa sentenza, e la sentenza diventa identità di gruppo.
Il caso Calenda, comunque lo si valuti, ha già un merito politico e mediatico: riporta al centro una domanda che molti evitano per comodità o per paura di apparire complottisti.
I talk show sono luoghi di informazione, o sono dispositivi di orientamento emotivo travestiti da informazione.
La risposta non è mai assoluta, perché esistono programmi differenti, serate differenti e perfino “momenti” differenti nella stessa puntata, ma esistono anche meccanismi ricorrenti che il pubblico ha imparato a riconoscere.
Il meccanismo più citato, e più discusso, è quello della neutralità apparente: il conduttore fa la domanda in modo formalmente corretto, ma costruisce il parterre in modo che la risposta dominante vada in una direzione prevedibile.
È un’arte sottile, perché consente di rivendicare imparzialità sul piano della forma, mentre sul piano dell’esito si ottiene una narrazione quasi a senso unico.
Chi difende questo metodo lo chiama “scelta editoriale” e ricorda che nessun programma è obbligato a rappresentare matematicamente tutte le posizioni.
Chi lo attacca lo chiama “macchina del fango” e sostiene che la pluralità non sia solo invitare qualcuno “contro”, ma creare davvero le condizioni perché il confronto sia simmetrico, informato e non punitivo.
Dentro questa frattura si inserisce l’accusa attribuita a Calenda, perché non riguarda soltanto la selezione degli ospiti o la durezza delle domande, ma un presunto patto preventivo: vieni, ma a una condizione politica.
Se un invito viene percepito così, la conseguenza è devastante per il programma, anche nel caso in cui la realtà fosse più sfumata, perché in comunicazione la percezione spesso precede la prova.
È il motivo per cui molte persone, già diffidenti verso i salotti televisivi, reagiscono con un “lo sapevo” automatico, mentre altre reagiscono con un “propaganda” ugualmente automatico, ma speculare.
L’elemento più interessante, in realtà, non è la rissa da social che segue, ma ciò che rivela sul rapporto malato tra politica e talk show in Italia.
I talk show chiedono alla politica di “fare spettacolo” e allo stesso tempo pretendono di essere considerati “servizio pubblico” del dibattito, anche quando sono emittenti private e anche quando la logica dell’audience è evidente.
La politica, dal canto suo, detesta i talk show quando teme l’agguato e li ama quando fiuta il palcoscenico favorevole.
In mezzo resta il cittadino, che vorrebbe capire la manovra economica, la sanità, i salari, la scuola, e invece si ritrova spesso a guardare un match di reputazioni, dove il contenuto è solo munizione.
In questo contesto, l’accusa di Calenda viene letta da molti come “la prova del nove” di un sistema già sospettato: la televisione non cerca la verità, cerca la trama.
La trama ha bisogno di un protagonista e di un antagonista, di un colpevole e di un accusatore, di un ritmo che non lasci spazio alla noia, perché la noia fa crollare lo share.
E quando lo share diventa il criterio invisibile che governa il dibattito, la tentazione di costruire puntate “a tesi” cresce, anche senza che qualcuno lo dica esplicitamente in redazione.
Non serve immaginare una regia occulta, spesso basta la somma di incentivi: il tema che divide funziona, l’ospite che urla funziona, la clip che indigna funziona, la complessità che frena non funziona.
Da qui nasce la critica più diffusa ai talk: non tanto l’essere “di sinistra” o “di destra”, quanto l’essere sempre e comunque “di parte” del conflitto, perché il conflitto monetizza.
Quando poi l’accusa viene legata a un programma preciso e a un conduttore preciso, il caso diventa personale, ed è qui che si entra nel territorio più scivoloso.
Perché accusare un giornalista di imporre condizioni politiche agli ospiti significa insinuare una violazione dell’etica professionale e una manipolazione deliberata del pubblico.
È un’accusa che non può restare nel vago, e infatti chi la rilancia senza prove complete rischia di trasformare una denuncia in un linciaggio mediatico, replicando lo stesso metodo che dice di combattere.
Il paradosso è feroce: si denuncia la “macchina del fango” usando un fango ancora più veloce, perché l’algoritmo premia la velocità e non la verifica.
Eppure il tema non può essere liquidato con un’alzata di spalle, perché l’idea stessa di “televisione imparziale” è diventata fragile in tutta Europa, non solo in Italia, e i talk show italiani hanno contribuito a quella fragilità con anni di teatralizzazione del confronto.
In teoria, un talk politico dovrebbe fare tre cose semplici: chiarire i fatti, mettere in contraddittorio le tesi, e aiutare lo spettatore a distinguere tra dati e opinioni.
In pratica, spesso fa tre cose diverse: sceglie una cornice emotiva, seleziona voci compatibili con quella cornice, e costruisce un montaggio interno fatto di servizi, battute, facce, applausi e indignazione.
Il risultato è che lo spettatore non esce più informato, esce “schierato”, che è utilissimo per la polarizzazione e terribile per la comprensione.
La denuncia attribuita a Calenda colpisce proprio il nervo di questa trasformazione: l’ospite non sarebbe invitato per ciò che sa o per ciò che rappresenta, ma per la funzione che può svolgere nella storia della serata.
Se attacchi, sei utile, se sfumi, sei inutile, se riconosci meriti all’avversario, diventi un problema di scaletta.
Ed è qui che Calenda, con la sua immagine pubblica di politico spesso “non allineato” e incline a criticare sia destra sia sinistra, viene usato come test credibile nella narrazione dei suoi sostenitori.
L’idea è semplice: se persino lui sostiene di essere stato invitato con una condizione, allora la condizione esisterebbe davvero.
Ma la credibilità narrativa non è automaticamente verità fattuale, e proprio questo è il punto che una stampa seria dovrebbe ribadire con disciplina: la politica racconta sempre anche se stessa, e ogni racconto è interessato.
Questo non significa che Calenda menta, significa che l’evento andrebbe ricostruito in modo controllabile, perché in gioco non c’è una polemica qualsiasi, ma la fiducia in un pezzo del sistema informativo.
In Italia, la fiducia è già bassa, e quando è bassa basta una scintilla per incendiare tutto.
Si aggiunge poi il contesto specifico di La7, spesso percepita da una parte del pubblico come rete più critica verso il centrodestra e più ospitale verso una certa area culturale progressista.
Questa percezione può essere discussa con dati, palinsesti, presenze, e analisi comparate, ma resta comunque un fatto politico: molte persone guardano quei programmi non per informarsi, ma per confermare l’idea che hanno del campo avversario.
Se l’informazione diventa conferma identitaria, la tv smette di essere finestra sul mondo e diventa specchio, e chi sta davanti allo specchio finisce per detestare chiunque gli cambi l’immagine.
Ecco perché un retroscena come quello attribuito a Calenda diventa virale: non è solo una critica a un programma, è una conferma emotiva di un sentimento più grande, cioè che la politica in tv sia un gioco truccato.
Il rischio, però, è duplice.
Il primo rischio è che si usi questa storia per delegittimare in blocco qualunque critica al governo, trasformando ogni domanda scomoda in “attacco ideologico”, e quindi immunizzando il potere da qualunque controllo.
Il secondo rischio è che si usi questa storia per delegittimare in blocco qualunque talk show, anche quelli che provano davvero a fare contraddittorio, generando un cinismo totale in cui nulla è più credibile e tutto è propaganda.
Tra questi due estremi esiste una via adulta, ed è la via delle regole e della trasparenza editoriale.

Trasparenza significa dichiarare apertamente criteri e scelte, distinguere i segmenti di opinione dai segmenti di verifica, rendere visibili le rettifiche, e soprattutto non trasformare l’ospite in un attore che recita un copione già scritto.
Regole significa evitare la scorciatoia più comoda, cioè chiamare sempre gli stessi volti perché “funzionano”, e iniziare invece a far entrare competenze vere, anche quando non fanno spettacolo.
Significa anche una cosa impopolare: accettare che una buona discussione possa essere meno virale di una rissa, e decidere comunque di farla.
Se la rivelazione attribuita a Calenda verrà chiarita con elementi solidi, potrà diventare un punto di svolta utile, non per fare la guerra a un conduttore o a una rete, ma per mettere sotto pressione l’intero formato del talk politico italiano.
Se invece resterà sospesa nel limbo dell’insinuazione, diventerà soltanto un’altra clava da usare in campagna permanente, una storia che eccita la tifoseria e lascia tutto com’è.
La verità più scomoda, spesso, è che il talk show non è solo colpevole, è anche richiesto.
Lo chiedono i partiti quando vogliono visibilità, lo chiedono gli spettatori quando vogliono sentirsi parte di una tribù, lo chiedono gli algoritmi quando vogliono conflitto, lo chiedono gli inserzionisti quando vogliono attenzione.
E allora la domanda finale, quella davvero politica, non è soltanto se esista o no una “macchina del fango”, ma se l’Italia voglia ancora un’informazione capace di perdere qualche punto di share pur di guadagnare qualche punto di verità.
Perché senza quella scelta, ogni rivelazione sarà solo un episodio, ogni episodio sarà solo un pretesto, e la televisione “imparziale” resterà un mito comodo da evocare quando conviene e da demolire quando fa male.
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