Nelle stagioni in cui la politica sembra parlare solo per slogan, i sondaggi diventano armi.

Non perché dicano sempre la verità, ma perché creano un clima, fissano una cornice, spostano l’attenzione da ciò che è complesso a ciò che è immediatamente spendibile.

E quando nel mirino finisce un soggetto storico come la CGIL, la questione non riguarda solo Maurizio Landini o una singola scelta comunicativa.

Riguarda l’idea stessa di rappresentanza, cioè chi può dire di parlare “a nome dei lavoratori” nel 2026.

Il racconto che sta circolando in rete, con toni da resa dei conti, parte da un presupposto preciso: esisterebbe un sondaggio attribuito all’area di ricerca di Alessandra Ghisleri che descriverebbe una CGIL percepita da molti italiani come rigida, chiusa, perfino intollerante.

È una tesi forte, e proprio per questo va maneggiata con cautela, perché tra un dato statistico, la sua interpretazione e la sua trasformazione in sentenza morale c’è un abisso.

Ma anche quando si mette da parte l’enfasi da “crollo dell’impero”, resta un fatto politico interessante: la reputazione pubblica dei sindacati è diventata più fragile di quanto fosse anche solo dieci anni fa.

La CGIL, storicamente, non è solo un sindacato.

È un simbolo culturale, un pezzo di storia repubblicana, un’organizzazione che per decenni ha avuto la capacità di mobilitare piazze e incidere sulle scelte dei governi.

Quando una narrazione mediatica prova a dipingerla come “irrilevante”, non sta solo colpendo una sigla.

Sta suggerendo che quel modello di mediazione sociale non funzioni più.

Cgil, fuga da Landini: 45mila disdette - il Giornale

E questa è una bomba, perché se salta la mediazione, ciò che resta è lo scontro diretto tra individui e potere economico, o tra lavoratori frammentati e piattaforme globali che non negoziano con nessuno.

Il punto, quindi, non è tifare per la CGIL o contro la CGIL.

Il punto è capire perché un’accusa del genere attecchisca così facilmente nell’opinione pubblica.

Nel racconto diventato virale, il cuore del “caso” sarebbe un giudizio netto attribuito alla maggioranza degli intervistati, secondo cui la CGIL apparirebbe poco incline al dialogo e troppo ideologica.

In alcune versioni circolano anche percentuali precise, ripetute come fossero timbri notarili.

Ma un numero, senza metodo, campione, domanda esatta e contesto, è un proiettile sparato nel buio.

Non sai cosa colpisce davvero, e spesso colpisce proprio la fiducia nella possibilità di discutere seriamente.

Detto questo, l’accusa di “intolleranza” ha un motivo per cui funziona.

È una parola che non attacca la competenza, attacca il carattere.

Non dice “sbagliate una proposta”, dice “siete fatti così”.

E quando un soggetto collettivo viene descritto come caratterialmente chiuso, la difesa diventa difficilissima, perché ogni smentita può essere letta come ulteriore conferma.

Se rispondi con durezza, “vedete che siete intolleranti”.

Se rispondi con prudenza, “non avete argomenti”.

È un frame perfetto per chi vuole trasformare una critica in condanna.

Dentro questa cornice, la figura di Landini diventa il bersaglio ideale.

Perché Landini non è un segretario “neutro”, e non ha mai provato a esserlo.

È un leader sindacale fortemente riconoscibile, con una postura politica che molti apprezzano proprio perché è frontale, e molti detestano per lo stesso identico motivo.

Il suo stile mobilita, ma lo stile che mobilita rischia anche di polarizzare.

E nella società iperpolarizzata, la polarizzazione è sempre una moneta a doppia faccia: ti rafforza nella tua base, ma può renderti tossico fuori da essa.

La narrazione virale insiste su un episodio di piazza, descritto come simbolo di un clima che non tollera il dissenso.

Qui bisogna distinguere con precisione, perché un evento raccontato online può essere tagliato, decontestualizzato, montato per far dire a una folla ciò che in realtà è stato compiuto da pochi.

Allo stesso tempo, è vero che le piazze contemporanee sono diventate spazi molto più identitari di quanto lo fossero quando il sindacato rappresentava davvero una “casa larga”.

Oggi molte manifestazioni assomigliano a comunità temporanee che cercano conferma, non confronto.

E quando una comunità cerca conferma, l’opinione discordante viene vissuta come una provocazione.

Non è giusto, ma è psicologicamente prevedibile.

Il problema è che un sindacato, più di altri soggetti, dovrebbe essere costruito proprio per reggere il conflitto interno.

Perché i lavoratori non sono un blocco unico, e non lo sono mai stati.

Ci sono interessi diversi tra garantiti e precari, tra pubblico e privato, tra industria e servizi, tra giovani e anziani, tra Nord e Sud.

Se un sindacato viene percepito come incapace di ospitare differenze, perde la sua funzione prima ancora di perdere iscritti.

Ed ecco il secondo livello della crisi, quello che non si misura solo nei sondaggi ma nella vita quotidiana.

Molti lavoratori oggi non si chiedono più “quale sindacato mi rappresenta”, ma “ha senso essere rappresentati”.

È una mutazione culturale enorme, alimentata da anni di precarietà, individualizzazione e contratti frammentati.

La promessa implicita del sindacato classico era semplice: se stiamo insieme, contiamo.

La realtà contemporanea è altrettanto semplice e molto più crudele: spesso non stiamo più insieme, quindi contiamo meno.

Dentro questo scenario, qualunque indagine demoscopica che suggerisca un calo di fiducia diventa credibile “a sensazione”, anche se non tutti ne verificano la solidità.

E qui entra la componente mediatica, che nel testo che mi hai fornito è esplicita: l’idea che qualcuno “non voglia farvi sapere” una verità nascosta.

Questa è una firma tipica della comunicazione da canale virale, perché trasforma un’opinione in rivelazione e un dato in complotto.

Funziona sempre, perché dà allo spettatore una ricompensa emotiva: sentirsi tra i pochi che “hanno capito”.

Ma la politica sociale non si governa con la sensazione di essere iniziati.

Si governa con strumenti, regole e risultati, che sono noiosi e proprio per questo fondamentali.

Se davvero una parte rilevante dell’opinione pubblica percepisce la CGIL come rigida, la domanda seria non è “chi ha ragione”, ma “perché quel messaggio passa”.

Passa perché molte persone associano il sindacato a un linguaggio novecentesco, mentre vivono problemi del ventunesimo secolo.

Passa perché il lavoratore di oggi teme più la sostituibilità che il padrone, teme più l’algoritmo che il capo reparto, teme più l’instabilità che il conflitto aperto.

Passa perché una parte del Paese vede nelle grandi organizzazioni intermedie un pezzo di sistema, e il sistema, in tempi di rabbia, viene percepito come un ostacolo.

E passa anche perché il sindacato, quando parla troppo spesso a nome di categorie astratte, rischia di perdere il contatto con biografie concrete.

La biografia concreta oggi è fatta di contratti a termine, partite IVA borderline, turni spezzati, lavoro su chiamata, stipendi che non inseguono l’inflazione, affitti che divorano metà del reddito.

Davanti a questo, la domanda che molti fanno è brutale: dove siete stati, e cosa avete ottenuto, oltre a fare comunicati e manifestazioni.

È una domanda ingenerosa in parte, perché i sindacati fanno anche tutela quotidiana e contrattazione silenziosa.

Ma è una domanda che si impone perché la percezione pubblica tende a vedere solo ciò che finisce nei talk e nei titoli.

E ciò che finisce nei talk spesso è lo scontro, non il lavoro paziente.

Landini, in questo senso, paga un prezzo tipico dei leader visibili.

Più sei visibile, più diventi responsabile di tutto, anche di ciò che non controlli.

Più sei identitario, più vieni letto come politico, anche quando fai sindacato.

E quando vieni letto come politico, vieni giudicato con criteri politici, cioè con tifoserie, sospetti e frammenti.

Il racconto virale sostiene che la CGIL sia ormai “irrilevante per la maggior parte degli italiani”.

È una formula assoluta, e le formule assolute sono quasi sempre scorciatoie.

Perché la CGIL resta un soggetto enorme per iscritti, struttura territoriale e capacità di mobilitazione.

Ma può essere vero, e qui sta il punto doloroso, che per una parte crescente di cittadini non sia più un riferimento emotivo, culturale, simbolico.

E perdere il riferimento simbolico è l’inizio della fine, anche quando i numeri organizzativi resistono.

La crisi, quindi, assomiglia più a un logoramento che a un crollo improvviso.

Un tempo la CGIL veniva percepita come la voce “naturale” di una parte ampia di Paese.

Oggi viene spesso percepita come la voce di una parte che somiglia sempre più a una comunità politica, con i suoi codici e le sue parole d’ordine.

Questa trasformazione non è avvenuta in un giorno, e non è avvenuta solo per colpa della CGIL.

È avvenuta perché il lavoro stesso è cambiato, e la rappresentanza non ha trovato un linguaggio e un modello nuovi abbastanza velocemente.

Quando nel testo virale si parla di richiesta di “scuse” e di condanna morale, si sta in realtà parlando di un bisogno più profondo.

Il bisogno che chi rappresenta qualcuno dimostri di saper ascoltare anche chi non è già convinto.

È qui che un sindacato può scegliere tra due strade.

Può chiudersi nel recinto identitario, diventando più puro e più piccolo.

Oppure può aprirsi, diventando più contraddittorio ma più grande, e soprattutto più utile.

La seconda strada è più difficile perché richiede compromessi, e il compromesso oggi viene venduto come tradimento da entrambe le parti del campo politico.

Eppure è proprio il compromesso, quando è trasparente e ben motivato, che produce risultati concreti per chi lavora.

Se davvero esiste una crisi di fiducia verso la CGIL, non la risolverà un contro-sondaggio, né un attacco al giornale che lo ha diffuso, né l’ennesima guerra di parole.

La risolverà soltanto una dimostrazione ripetuta di utilità, cioè contratti migliori, tutela reale, capacità di parlare anche a chi oggi non vota e non si iscrive.

L’ultima domanda, quella che nel testo viene posta con tono apocalittico, è se questo tipo di sindacato abbia ancora un futuro.

La risposta non è un sì o un no.

Il futuro non dipende dal passato glorioso, dipende dalla capacità di diventare contemporanei senza perdere la missione.

La missione è semplice: ridurre l’asimmetria di potere tra chi lavora e chi decide.

Se la CGIL riuscirà a farlo nel lavoro frammentato di oggi, allora non ci sarà nessuna fine dell’impero, perché non era un impero, era un presidio sociale.

Se non ci riuscirà, allora i sondaggi continueranno a essere usati come lapidi, e la rappresentanza si sposterà altrove, spesso verso forme più rabbiose, più instabili e meno negoziabili.

E a quel punto, a tremare non sarebbe solo Landini.

A tremare sarebbe l’intero equilibrio sociale che per decenni ha retto questo Paese, anche quando sembrava sul punto di rompersi.

⚠️IMPORTANTE – RECLAMI⚠️

Se desideri che i contenuti vengano rimossi, invia un’e-mail con il motivo a:
[email protected]

Avvertenza.
I video potrebbero contenere informazioni che non devono essere considerate fatti assoluti, ma teorie, supposizioni, voci e informazioni trovate online. Questi contenuti potrebbero includere voci, pettegolezzi, esagerazioni o informazioni inaccurate. Gli spettatori sono invitati a effettuare le proprie ricerche prima di formulare un’opinione. I contenuti potrebbero essere soggettivi.