Non è uno sfogo, è una resa dei conti.
Tommaso Cerno, giornalista e direttore, torna a raccontarsi in televisione con un tono che non cerca applausi, ma chiarezza.
Nel salotto di “Ciao Maschio” condotto da Nunzia De Girolamo, la sua storia prende una direzione netta: l’infanzia difficile, la scoperta di sé, e soprattutto una frase che resta addosso come una pietra, “entrare in politica è stato l’errore più grande della mia vita”.
È una dichiarazione che suona come una confessione tardiva, e proprio per questo potente.
Perché nella cultura pubblica italiana la politica viene spesso venduta come riscatto, trampolino, consacrazione.
Cerno invece la descrive come una parentesi che, potendo, cancellerebbe.

E quando un uomo abituato alle parole sceglie una formula così drastica, non sta solo raccontando sé stesso, sta raccontando l’idea di un sistema che logora e poi finge di non averlo fatto.
La parte più spiazzante del suo racconto non è l’attacco a qualcuno, perché non è quello il punto.
È la ricostruzione di un percorso in cui la povertà non è un dettaglio folkloristico, ma il tessuto di base di tutto.
Cerno parla di Udine come di una città “piccola e dimenticata”, e usa quell’immagine per spiegare un’infanzia fatta di confini sociali prima ancora che geografici.
Il simbolo più concreto è la bicicletta che non c’era.
Non perché una bicicletta sia essenziale in senso assoluto, ma perché nell’immaginario di un ragazzo diventa la misura immediata di ciò che puoi e ciò che ti manca.
Lui racconta un quartiere come recinto, l’oratorio come unico corridoio verso qualcosa di più grande, e in questa scelta narrativa c’è già un messaggio.
Quando il mondo è stretto, ogni luogo che apre uno spiraglio diventa destino.
È all’oratorio, dice, che incontra la possibilità dello studio come porta alternativa.
E qui arriva la figura che nelle biografie italiane torna spesso, il prete che non fa solo catechismo, ma orientamento esistenziale.
Non il moralista, ma l’adulto che ti dice che la partita non si gioca solo dove ti hanno messo.
Cerno racconta l’idea con una frase semplice: puoi essere l’ultimo sul campo di calcetto, ma puoi studiare Aristotele e capire cos’è l’etica.
È un’immagine quasi cinematografica, perché mette insieme umiliazione e riscatto senza bisogno di retorica.
Da una parte la gerarchia immediata della giovinezza, chi corre più veloce e chi resta indietro.
Dall’altra una gerarchia diversa, più lenta e più personale, quella del pensiero.
In quel passaggio, la cultura non appare come ornamento, ma come via di fuga.
E se si vuole capire perché certe persone finiscono poi nei luoghi del potere o dell’opinione, spesso la risposta è qui: nel bisogno di non restare intrappolati nell’etichetta che ti hanno incollato da bambino.
Cerno però non vende un’infanzia romantica.
Accanto al lato “salvifico” dello studio, parla anche del “lato brutto” della periferia degli anni Settanta e Ottanta, con la durezza tipica di chi non ha bisogno di inventarsi drammi.
E in questo quadro emerge un altro pilastro, la madre assistente sociale.
Non viene dipinta come figura da santino, ma come persona con uno sguardo diverso sul mondo, temprato dal contatto quotidiano con chi stava davvero male.
Cerno suggerisce una conseguenza psicologica precisa: per chi vive immerso nei casi disperati, le “esagerazioni” di un figlio possono apparire quasi normali.
Non è giustificazione, è prospettiva.

E la prospettiva, spesso, è la differenza tra un giudizio che ferisce e un giudizio che lascia respirare.
Poi arriva uno dei momenti più intimi e sorprendenti del racconto, quello in cui Cerno parla del suo orientamento.
Racconta di una notte in cui, da adolescente, mette i libri sul tavolo e sveglia la madre alle tre per dire: “mi piacciono i ragazzi”.
La risposta della madre, per come lui la riferisce, è disarmante nella sua normalità: “mi hai svegliato per questo?”.
È una scena che sposta il tono dell’intervista, perché spegne il melodramma e accende un’altra cosa, la possibilità che la vita, a volte, sia meno tragica di come la immaginiamo.
La frase attribuita al pediatra, riferita dalla madre con ironia o pragmatismo, resta un dettaglio che ognuno interpreterà a modo suo.
Ma ciò che conta, nella narrazione di Cerno, è il rovesciamento emotivo: scoprire che gli altri lo “sapevano” e che lui era l’ultimo ad accorgersene.
È un passaggio che racconta bene una sensazione comune a molte persone, quella di arrivare in ritardo a sé stessi.
Fin qui, la storia avrebbe potuto restare in un perimetro biografico, intenso ma personale.
Invece, il fulcro arriva dopo, quando Cerno sposta l’asse sulla politica.
La chiama senza esitazione “la scelta più sbagliata”.
Spiega che in quel periodo temeva di non amare abbastanza il giornalismo, e che la politica gli sembrava una strada diversa, forse più stabile, forse più “grande”.
È un meccanismo umano, perché chi fa un mestiere difficile spesso dubita di meritarselo.
E quando dubiti, cerchi altrove un’investitura che ti tranquillizzi.
Cerno però racconta l’esito con una sincerità tagliente: invece di guadagnare protezione, ha perso terreno.
Non entra nei dettagli come in un dossier giudiziario, e non serve.
Perché la sensazione che restituisce è quella del disincanto: la politica come luogo che promette senso, ma spesso chiede adattamento.
E l’adattamento, per chi viene dal giornalismo, può diventare una gabbia.
C’è un passaggio in cui collega quell’esperienza a un conflitto vissuto in epoca renziana, che lui descrive come duro sul piano professionale e personale.
Non è tanto importante il nome, quanto la dinamica.
Quando entri in un sistema di potere, scopri che la tua voce non vale per ciò che pensa, ma per quanto è utile.
E scoprire di essere “utile” invece che “libero” è un trauma per chi ha fatto della parola una professione.
Qui si sente la differenza tra raccontare il potere e doverlo abitare.
Da fuori puoi osservare, scegliere l’angolo, cambiare lente, perfino sbagliare e correggerti.
Da dentro devi negoziare, allinearti, aspettare, tacere, e soprattutto devi accettare che la tua identità venga letta come appartenenza.
Cerno dice che oggi è tornato a fare il suo lavoro, il giornalismo.

E aggiunge una frase ambigua e adulta allo stesso tempo: in fondo, a quella scelta è persino grato, perché lo ha fatto crescere e lo ha spinto a dire finalmente ciò che pensa davvero.
È il classico paradosso delle esperienze negative: ti rovinano, ma ti cambiano.
Ti tolgono qualcosa, ma ti restituiscono lucidità.
Eppure, nonostante questa gratitudine “a posteriori”, il giudizio resta durissimo: potendo cancellerebbe completamente quel capitolo.
Qui sta la parte più amara, perché la cancellazione è un desiderio radicale, non un semplice “ho sbagliato”.
È come dire che il prezzo pagato non è stato proporzionato a nessun beneficio.
In filigrana, sembra emergere un’accusa indiretta al sistema, più che alle singole persone.
Un sistema che spesso trasforma la complessità in disciplina, la spontaneità in prudenza, la passione in protocollo.
E quando qualcuno ne esce, si porta via addosso la sensazione di aver barattato tempo e energia per un ruolo che non gli apparteneva.
La confessione di Cerno funziona mediaticamente perché tocca una domanda che molti evitano.
Che cosa succede a chi entra in politica senza avere la pelle adatta a sopportare compromessi continui.
Che cosa succede a chi crede che basti la competenza, la buona fede o la forza del carattere.
Spesso succede che si scopre, troppo tardi, che la politica non è solo decisione, ma macchina, e la macchina non ama chi frena.
Il suo racconto, in questo senso, parla anche a chi non ha mai messo piede in Parlamento.
Parla a chi ha lavorato in ambienti tossici, a chi ha inseguito ruoli prestigiosi per scoprire che il prestigio è una gabbia dorata.
Parla a chi ha accettato benefit e status, e poi si è accorto che il costo vero era la vita privata, il tempo, il respiro.
Perché in fondo la frase “cancellerei quella parentesi” non riguarda solo la politica.
Riguarda tutte le scelte fatte per paura di perdere qualcosa e finite per far perdere di più.
Riguarda il momento in cui capisci che l’ambizione non ti ha reso più libero, ti ha reso più controllabile.
Riguarda quel tipo di stanchezza che non è fisica, ma morale.
Cerno, nel modo in cui si racconta, non chiede pietà.
Non chiede assoluzioni.
Offre una fotografia spoglia: l’infanzia che stringe, lo studio che apre, l’identità che si chiarisce, e poi l’errore che lascia cicatrice.
E dentro quella fotografia c’è un’avvertenza implicita, quasi educativa, che vale più di qualunque polemica del giorno.
La politica può essere vocazione, ma può anche essere trappola.
Può essere servizio, ma può anche essere consumo di persone.
Può essere riscatto, ma può anche essere un luogo che prende molto più di quanto dia, soprattutto a chi entra pensando di restare sé stesso.
Alla fine, la confessione di Tommaso Cerno non rivela un segreto nascosto, rivela qualcosa di più semplice e più raro: la libertà di dire “ho sbagliato” senza trasformarlo in spettacolo.
E in un Paese dove spesso tutti hanno sempre avuto ragione, anche quando hanno cambiato idea tre volte, questa ammissione resta una notizia.
Non perché chiude un processo, ma perché apre una domanda.
Quanto costa, davvero, confondere il potere con il senso.
E quante vite, ogni anno, pagano quel costo senza neppure la possibilità di dirlo in una frase così netta.
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