Ci sono testi che non nascono per informare, ma per ipnotizzare.
Il monologo che sta circolando in queste ore appartiene a quella categoria di narrazioni “a valanga” che mescolano estetica, indignazione e geopolitica per produrre una sola sensazione: urgenza.
Il titolo è già un programma, perché promette un mondo che cambia, un piano segreto, capitali in panico, e un’Italia al centro di una scacchiera più grande di lei.
Il problema, come spesso accade, è che il ritmo è più solido dei fatti, e l’immaginazione corre molto più veloce delle prove.
Capire perché questo tipo di racconto funziona è utile quanto smontarlo, perché la vera notizia non è “la strategia nascosta”, ma la domanda collettiva che rende credibile l’idea stessa che una strategia nascosta esista.
E quella domanda è semplice: chi comanda davvero, quando le regole sembrano non valere più per nessuno.
La prima cosa da chiarire è anche la più importante, perché ripulisce il campo dalle suggestioni più pericolose.

Non risulta alcun “abbattimento” di Nicolás Maduro da parte di Donald Trump, né un evento recente che corrisponda alla descrizione di un cambio di regime realizzato con un atto unilaterale americano.
Il Venezuela, nella realtà, è da anni un dossier complesso, fatto di crisi economica, sanzioni, negoziati intermittenti, pressioni internazionali e scontri politici interni, non di un singolo gesto risolutivo che “chiude la partita”.
Quando un testo parte da un presupposto clamoroso e non verificato, tutto ciò che costruisce dopo può suonare coerente, ma resta costruito su sabbia.
Questo non significa che gli Stati Uniti non abbiano usato e usino strumenti di forza, economici e politici, per influenzare altri Paesi.
Significa che il salto dal “gli USA esercitano pressione” al “Trump ha rovesciato Maduro e ora ha un piano per l’Italia” è un salto narrativo, non una conclusione documentata.
La seconda leva del racconto è l’idea che l’ONU e il diritto internazionale siano scenografia, cioè un “vestito della domenica” che i potenti indossano quando conviene e tolgono quando serve fare il lavoro sporco.
Qui c’è un nucleo di verità e un eccesso di cinismo che lo deforma.
È vero che il sistema internazionale è pieno di asimmetrie, perché non tutti gli Stati hanno lo stesso peso militare, economico e diplomatico.
È vero anche che le regole vengono applicate in modo imperfetto e che, in geopolitica, la coerenza è spesso un lusso.
Ma è altrettanto vero che trattati, tribunali, sanzioni e organismi multilaterali non sono solo fumo, perché influenzano commercio, investimenti, reputazione, accesso a mercati e possibilità di costruire coalizioni.
Il diritto internazionale non ferma la storia da solo, ma spesso ne rallenta gli impulsi più distruttivi, e soprattutto crea costi politici quando qualcuno vuole ignorarlo.
Il racconto virale ha bisogno di negare questa complessità, perché la complessità non produce rabbia immediata.
Produrre rabbia immediata è invece la funzione principale del testo, che alterna immagini di palazzi ovattati e figure “liturgiche” con la promessa di un uomo forte che “fa i fatti”.
Per farlo, la narrazione costruisce personaggi-simbolo, e li rende caricature riconoscibili in un secondo.
Sergio Mattarella viene dipinto come un custode di commi e protocolli, un uomo che vede solo firme e non vede la realtà che cambia.

È una rappresentazione letteraria efficace, ma è anche una semplificazione estrema del ruolo di un presidente della Repubblica, che per Costituzione non è un capo di governo e non può comportarsi come un capo di guerra.
Elly Schlein viene descritta come “estetica morale” e salotto, una sinistra che si commuove per la forma e ignora la sostanza.
Anche qui il testo sceglie la caricatura, perché la caricatura non deve dimostrare, deve solo far sorridere o far disprezzare.
Poi entra in scena Roberto Vannacci come “realismo cinico” e linguaggio non filtrato, con la promessa implicita che chi parla duro dica necessariamente il vero.
Questa è una trappola mentale molto comune: confondere la sicurezza del tono con la solidità del contenuto.
Il punto politico, però, esiste davvero, ed è quello che rende questa retorica attraente anche per chi non ama i toni estremi.
L’Italia e l’Europa vivono una sensazione di vulnerabilità strategica, perché dipendono da altri per energia, tecnologia, difesa e, spesso, anche per l’iniziativa diplomatica.
Quando ti senti vulnerabile, la promessa di “contare di più” diventa psicologicamente irresistibile.
Il testo usa il Venezuela come specchio, ma in realtà sta parlando d’Europa, e ancora più precisamente della frustrazione europea.
In Europa molte decisioni richiedono tempi lunghi, compromessi e mediazioni, mentre le potenze che agiscono più rapidamente sembrano ottenere risultati più visibili.
Questo contrasto alimenta il mito dell’uomo che taglia i nodi invece di scioglierli.
Ed è in quel mito che si incastra Trump, non come fatto specifico, ma come simbolo di unilateralismo.
Se il racconto volesse essere serio, distinguerebbe tra immagine e realtà, perché l’unilateralismo può produrre vantaggi di breve periodo e costi enormi di medio periodo.
Agire senza alleati può isolarti, può spingere altri a costruire contromisure, può aumentare instabilità e rischi economici.
Perfino una superpotenza, quando sceglie lo scontro, non lo fa gratis.
Il testo, invece, presenta la forza come un passe-partout che apre tutte le porte, e presenta la legalità come una gabbia che chiude tutte le porte.
È un modo comodo di raccontare il mondo, perché elimina il prezzo delle scelte e conserva solo l’adrenalina della posa.
La parte più delicata del monologo è quella economica, perché usa numeri e tragedie quotidiane per dare credibilità al quadro complessivo.
Parla di anziani che non accendono il riscaldamento, di imprese che chiudono, di bollette che diventano mostri, e sono immagini che toccano un nervo reale della società italiana.
Ma poi attribuisce quei dolori a una catena causale lineare, come se bastasse indicare un colpevole esterno per spiegare tutto.
La crisi energetica europea degli ultimi anni ha avuto molte cause intrecciate, tra cui shock geopolitici, dinamiche di mercato, struttura dei contratti, capacità infrastrutturali, scelte pregresse, e tempi lunghi di riconversione.
Ridurre tutto a “obbedienza a Washington e Bruxelles” è una semplificazione che può far applaudire, ma non aiuta a progettare politiche pubbliche migliori.
Anche l’idea che l’Italia abbia “accettato di comprare gas liquefatto a prezzi triplicati rispetto a quelli di mercato” ha bisogno di contesto, perché i prezzi dell’energia cambiano nel tempo, e il “mercato” non è un numero unico valido sempre.
Le forniture energetiche si costruiscono con contratti, logistica, rigassificazione, infrastrutture, e soprattutto con scelte fatte anni prima, non con un colpo di teatro.
Il testo parla di “follow the money” e poi lancia nomi come se bastassero a chiudere la dimostrazione.
È un’altra tecnica retorica tipica: evocare finanza e giganti globali per trasformare una sensazione di impotenza in una teoria che sembra spiegare tutto.
Il problema è che “sembra” non significa “dimostra”.
Dire che esista un “piano per l’Italia” nascosto dietro mosse americane è una tesi straordinaria che richiederebbe prove straordinarie, e nel monologo non compaiono documenti, atti, fonti verificabili o fatti specifici controllabili.
Quello che compare, invece, è un’architettura emotiva che funziona come un thriller, con corridoi, mura, stanze segrete, registri contabili e tradimenti.
È intrattenimento politico, più che analisi geopolitica.
Questo non significa che l’Italia non sia soggetta a pressioni.
Ogni Paese medio, dentro un sistema internazionale competitivo, vive pressioni su energia, industria, difesa, tecnologia, bilancio, e relazioni diplomatiche.
La differenza tra analisi e propaganda sta nel modo in cui queste pressioni vengono descritte.
L’analisi prova a misurare leve e vincoli, e accetta l’idea che alcune scelte siano compromessi inevitabili.
La propaganda trasforma i vincoli in catene imposte da qualcuno, così da rendere ogni compromesso una resa e ogni mediazione un tradimento.
Il punto in cui Bruxelles “trema”, nel racconto, è quindi soprattutto un’immagine.

Le capitali europee non tremano perché un generale italiano parla o perché un influencer politico pubblica un monologo, ma possono preoccuparsi quando cambiano equilibri reali: bilanci della difesa, scelte industriali, alleanze, orientamento sul sostegno all’Ucraina, dossier energetici, o crisi finanziarie.
Il rumore che conta, per l’Europa, non è quello delle frasi, ma quello delle decisioni.
Ed è proprio qui che si può recuperare una discussione utile, senza cadere nella fiction.
L’Italia può aumentare la propria capacità di negoziare se riduce le dipendenze più costose, se investe in infrastrutture energetiche resilienti, se rafforza industria e produttività, e se costruisce alleanze coerenti invece di oscillare tra slogan e retromarce.
L’Europa può contare di più se spende meglio in difesa, se coordina gli acquisti, se standardizza, se accelera la produzione e se smette di frammentare tutto in ventisette micro-strategie.
Questo è realismo, non cinismo.
Il cinismo del monologo, invece, dice che conta solo la forza e che la forza vince sempre, e perciò suggerisce che le regole siano una recita per sciocchi.
Ma se le regole fossero solo recita, i Paesi medi non avrebbero alcuno spazio, e il mondo diventerebbe una giungla permanente in cui l’Italia starebbe peggio, non meglio.
Per un Paese come il nostro, il diritto internazionale e l’Unione Europea non sono solo vincoli, ma anche moltiplicatori di influenza, quando li sappiamo usare bene.
Il vero scandalo, se vogliamo chiamarlo così, non è che l’ONU non sia onnipotente, perché non lo è mai stata.
Il vero scandalo è che spesso l’Italia discute di sovranità come di una posa, ma poi non costruisce le condizioni materiali della sovranità, che sono energia, industria, tecnologia, competenze, amministrazione efficiente e continuità strategica.
È qui che la retorica “contro l’ONU” diventa un diversivo, perché sostituisce la fatica della costruzione con la gratificazione della denuncia.
E così, mentre si alza la voce contro i trattati, si evitano le domande più difficili su ciò che serve davvero per rendere meno fragile la vita di “Maria, 80 anni”, la figura evocata nel monologo.
La pensione minima non la salva una frase contro Bruxelles, la salva una crescita più alta, servizi più efficienti, bollette più stabili, sanità che funziona, e un mercato del lavoro che non costringe i giovani a scappare.
Queste cose non arrivano con una sciabola, arrivano con anni di scelte coerenti.
Il monologo che circola ha una forza letteraria, perché sa dipingere scenari e sa far male dove la gente sente già dolore.
Ma proprio per questo va trattato con cautela, perché una narrazione ben scritta può sembrare vera anche quando mescola fatti, ipotesi e invenzioni nello stesso bicchiere.
Se “nulla sarà più come prima”, non lo deciderà un video e non lo deciderà una frase ad effetto.
Lo deciderà la capacità dell’Italia e dell’Europa di trasformare vulnerabilità in strategia, senza confondere l’orgoglio con l’isolamento e senza scambiare la rabbia per una politica industriale.
La vera sfida, oggi, è diventare adulti geopolitici senza recitare né la parte delle “anime belle” né quella dei “duri” per interposta persona.
Perché nel mondo reale, quello che non chiede permesso, la forza che conta non è solo militare o mediatica, ma è soprattutto la forza di un sistema che regge quando il vento cambia.
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