Ci sono scontri politici che vivono di contenuti, e altri che vivono di simboli.

Il confronto attribuito a Giorgia Meloni e Mario Monti, rilanciato in queste ore con toni da resa dei conti, appartiene alla seconda categoria.

Non perché la politica non c’entri, ma perché il cuore della storia non è una singola battuta, bensì la frattura tra due idee di legittimità.

Da un lato la legittimità del voto, dall’altro la legittimità dell’emergenza e della competenza.

Quando queste due forme di autorità entrano nello stesso studio, la discussione smette di essere tecnica e diventa identitaria.

È qui che la narrazione “umiliazione in diretta” trova terreno fertile, perché il pubblico non ascolta solo argomenti, ma rivede anni di memoria nazionale.

Il punto, però, è separare ciò che è dimostrabile da ciò che è costruito per accendere la platea.

L'mprevedibile elogio di Mario Monti a Giorgia Meloni: "Inattesamente  brava" - Il Corriere del Giorno

Molti resoconti online descrivono una scena con lo studio congelato, i conduttori incapaci di riprendere il controllo e un Monti improvvisamente “inermi” di fronte a una Meloni “chirurgica”.

È un’immagine potente, ma resta un’immagine, e le immagini, quando diventano virali, tendono a semplificare fino a trasformare il dibattito in processo.

La struttura del racconto è sempre la stessa: il tecnocrate parla dall’alto, la leader eletta parla dal basso, e la realtà, finalmente, si vendica.

Questa struttura funziona perché Monti, nella memoria collettiva, non è soltanto un ex presidente del Consiglio.

Per molti è il simbolo del 2011, dell’austerità, dello spread come parola magica, dei sacrifici presentati come inevitabili.

Per altri è l’uomo chiamato a contenere un rischio sistemico in un momento in cui la politica tradizionale sembrava incapace di farlo.

Qualunque giudizio si dia, è innegabile che Monti incarni l’idea di una “cura” calata dall’alto, giusta o sbagliata che fosse.

Meloni, al contrario, incarna l’idea opposta: la politica come investitura popolare, come mandato, come rivendicazione di sovranità decisionale.

Quando questi due archetipi si scontrano, la discussione sui contenuti scivola inevitabilmente sul tema: chi ha davvero il diritto di decidere.

Secondo la ricostruzione più condivisa, Monti avrebbe impostato l’attacco parlando di regressione culturale e istituzionale, di rischio di isolamento internazionale e di gestione “emozionale” del potere.

È il lessico tipico di una critica tecnocratica al populismo, dove il problema non è solo la scelta, ma il metodo e il linguaggio.

In quel lessico, parole come “responsabilità”, “credibilità” e “regole” diventano la metrica con cui misurare la politica.

Ed è proprio quel lessico che la narrazione pro-Meloni dice essere stato ribaltato.

Il ribaltamento, nella versione che circola, avviene quando Meloni sposta l’asse dal merito alla legittimazione, ricordando che Monti non sarebbe passato dalle urne.

Questa mossa, sul piano retorico, è devastante perché non contesta una singola misura, ma delegittima la posizione dell’interlocutore come voce “titolarizzata” a giudicare.

È come dire: prima di spiegarmi la democrazia, spiegami da dove viene la tua autorità.

Qui bisogna essere onesti: l’argomento dell’assenza di voto diretto è politicamente efficace, ma non esaurisce la questione costituzionale dei governi.

In Italia i governi non vengono eletti direttamente dai cittadini, e la legittimità formale passa dal Parlamento e dalla fiducia.

Tuttavia la politica non vive solo di legittimità formale, vive anche di percezione, e la percezione del “governo non scelto” è rimasta una ferita aperta per una parte del Paese.

È su questa ferita che la narrazione costruisce l’idea di una “esecuzione politica” più che di un dibattito.

Il secondo passaggio chiave, sempre nella stessa ricostruzione, è la ridefinizione della parola “populismo”.

Se populismo significa ascoltare chi fatica, chi non arriva a fine mese, chi teme bollette e precarietà, allora l’etichetta perde il suo potere disciplinare.

È un’operazione comunicativa precisa: sottrarre alla controparte la capacità di squalificare l’avversario con una parola jolly.

La terza leva è la memoria del 2011, usata non come contesto ma come prova morale.

Quando si dice che “sotto il suo governo è crollato tutto”, non si sta facendo un’analisi econometrica, si sta pronunciando una sentenza emotiva.

E le sentenze emotive, in televisione, vincono spesso contro i grafici, perché offrono un colpevole riconoscibile a un dolore diffuso.

Questo non significa che siano false, significa che funzionano anche quando sono incomplete.

Il cuore del conflitto, infatti, non è stabilire se l’Italia fosse o non fosse in crisi, ma stabilire chi abbia pagato e chi abbia deciso.

È qui che l’accusa implicita diventa più grave: l’emergenza come pretesto per sospendere la volontà popolare.

Quando una leader eletta dice che “i vincoli sono diventati catene”, sta trasformando regole e trattati in un’immagine fisica di oppressione.

È un’immagine che parla a chi ha vissuto tagli, precarietà, servizi ridotti e ha percepito l’Europa come distante.

È anche un’immagine che irrita chi vede nell’Europa una rete di protezione e nell’integrazione un interesse nazionale.

In mezzo, però, c’è un fatto politico che non si può ignorare: l’UE e i mercati sono stati spesso usati come argomento definitivo per chiudere discussioni interne.

La formula “ce lo chiede l’Europa”, negli anni, ha funzionato come scorciatoia retorica, e come tutte le scorciatoie ha creato risentimento.

Se la narrazione descrive uno studio “congelato”, è perché il congelamento rappresenta il desiderio di molti di vedere, almeno una volta, la scorciatoia ribaltata.

Quando Monti risponderebbe con spread, rating, credibilità e rischio default, parla a un piano della realtà che esiste davvero.

Non sono fantasmi, perché l’Italia ha un debito alto e vive dentro vincoli e interdipendenze.

Ma quel piano della realtà, se viene comunicato come ricatto inevitabile, smette di convincere e comincia a opprimere.

È qui che la retorica di Meloni, in questo tipo di racconti, risulta più “vincente”: promette di restituire scelta, cioè aria.

Il passaggio più forte, nella versione più drammatizzata, è l’idea del “commissario”.

Dire che Monti non sarebbe stato un salvatore ma un commissario significa associare l’esperienza del governo tecnico a un’amministrazione controllata, come se il Paese fosse stato dichiarato incapace di intendere e di volere.

È una metafora pesante, perché non attacca solo una persona, attacca un’intera stagione della Repubblica.

E quando la metafora arriva a “l’Italia non è una colonia”, il discorso non è più su tasse o riforme, ma su dignità nazionale.

Qui si capisce perché i social “esplodono”, come dicono le stesse narrazioni che rilanciano lo scontro.

I social non esplodono per i dettagli, esplodono per le parole-totem.

Colonia, commissario, catene, sovranità, paura, popolo.

Sono parole che comprimono in un fotogramma anni di frustrazione e li rendono condivisibili in un click.

Proprio per questo, però, sono parole che rischiano di cancellare la complessità.

La complessità è che le crisi hanno cause molteplici, i governi sono sempre frutto di contesti, e l’austerità non è stata solo un capriccio personale, così come la critica all’austerità non è solo propaganda.

La complessità è che l’Italia ha bisogno di credibilità finanziaria e, insieme, di coesione sociale.

La complessità è che la democrazia vive di consenso, ma anche di responsabilità, e l’equilibrio tra le due cose non è mai stabile.

Il valore giornalistico di questo episodio, al netto dell’enfasi, sta quindi nel suo significato simbolico.

È il segnale di una domanda che non si è mai spenta: chi comanda davvero quando le scelte vengono presentate come inevitabili.

È anche il segnale di un altro fenomeno: il linguaggio tecnico, se non si fa carico delle conseguenze umane, perde autorità.

E il linguaggio popolare, se non si misura con i vincoli reali, rischia di promettere libertà senza dire il prezzo.

Questa è la vera faglia che attraversa il Paese, e che un confronto televisivo, reale o amplificato, rende visibile come una cicatrice illuminata da un faro.

Per chi racconta la politica come una battaglia tra élite e popolo, l’episodio è un’arma perfetta.

Per chi vuole capire davvero, invece, l’episodio è un promemoria: la legittimazione non è più sufficiente se non è accompagnata da ascolto, e la competenza non è più tollerata se appare senza empatia.

Se qualcosa “si è spezzato”, come dicono molti commenti, non è soltanto l’immagine di un uomo o di una leader.

È la pazienza verso un modello di discorso pubblico in cui una parte spiega e l’altra subisce.

E quando quella pazienza finisce, la politica torna a essere conflitto nudo, con tutte le sue ombre e le sue verità.

La fine simbolica di un’epoca, se davvero di questo si tratta, non avviene perché qualcuno resta zitto in studio.

Avviene perché milioni di persone riconoscono, in una frase, il nome che danno al proprio passato e la promessa che danno al proprio futuro.

In quel riconoscimento c’è potenza, e c’è anche pericolo, perché l’energia della rivalsa può costruire o può bruciare.

La differenza la farà ciò che viene dopo, quando le luci si spengono e restano solo i fatti.

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