Ci sono interventi che nascono come un commento e finiscono come un detonatore, perché toccano le parole più sensibili del lessico politico italiano: cittadinanza, identità, patria.
È quello che sta accadendo dopo la presa di posizione attribuita a Roberto Vannacci sul discorso di fine anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Il punto non è soltanto il merito delle opinioni espresse dal generale, oggi figura politica capace di catalizzare attenzione, ma il modo in cui quelle opinioni si sono agganciate a un rito istituzionale normalmente protetto da toni sobri.
Quando un commento “da remoto” riesce a trasformare un messaggio presidenziale in un campo di battaglia culturale, significa che il Paese è già carico di tensione e aspettava solo la scintilla.
Nella clip rilanciata e discussa online, Vannacci premette “sommo rispetto” per la più alta carica dello Stato e dichiara di concordare su alcuni passaggi, a partire dall’appello alla pace.
Subito dopo, però, inserisce una lettura alternativa, sostenendo che l’Unione Europea e i cosiddetti “volenterosi” andrebbero spinti a “volere la pace” invece di “intralciarla”.
È una frase che, al di là delle interpretazioni, sposta l’attenzione dal messaggio unitario del Quirinale a una contestazione politica precisa, perché suggerisce una responsabilità europea nelle difficoltà del percorso diplomatico.
In un contesto segnato dalla guerra in Ucraina e dalle divisioni occidentali su tempi e condizioni di un negoziato, una formula del genere diventa immediatamente una bandiera per alcuni e una provocazione per altri.
Ma è sul tema della cittadinanza che la miccia si accende davvero, perché qui Vannacci passa dall’analisi geopolitica alla definizione identitaria, cioè al terreno più polarizzante possibile.
Riprendendo l’idea dell’Italia come “storia di successo” e “nazione bellissima”, il generale lega quel successo al “sangue”, al “sacrificio” e al “lavoro di generazioni”.
Da questa premessa ricava la conclusione che “non possiamo permetterci di svendere la nostra cittadinanza al primo venuto”, associando poi l’arrivo in Italia all’idea di un approfittamento dello stato sociale.
È un passaggio che produce un terremoto perché condensa, in poche parole, due messaggi politicamente esplosivi: la cittadinanza come bene da difendere e l’immigrazione come sospetto sistemico.
Chi lo sostiene lo interpreta come un richiamo alla selettività, al merito e a un’idea “forte” di appartenenza nazionale.
Chi lo contesta lo legge come una generalizzazione che rischia di trasformare persone e percorsi molto diversi in un’unica categoria di “approfittatori”, alimentando stigma e divisione.
Il riferimento, esplicito o implicito, a ius soli e ius scholae amplifica ulteriormente lo scontro, perché quei temi, in Italia, non sono mai soltanto tecnici ma sempre simbolici.
Da una parte c’è l’argomento dell’integrazione reale di chi cresce, studia e vive nel Paese.
Dall’altra c’è l’argomento della cittadinanza come traguardo che richiede tempi, requisiti e un’idea di continuità storica.
Vannacci sceglie la seconda cornice e la rafforza con un linguaggio emotivo, perché “svendere” non è un verbo neutro: implica un atto quasi di tradimento.
Quando una proposta viene raccontata come “svendita”, l’avversario non è più qualcuno che sbaglia politica pubblica, ma qualcuno che mette in pericolo la comunità.
È così che un tabù viene infranto, non perché non se ne potesse parlare, ma perché viene rivendicato un tono di rottura dentro un perimetro che di solito impone misura.
Il discorso del Presidente della Repubblica, per sua natura, punta a rappresentare l’unità nazionale e a parlare a tutti gli italiani, anche a quelli che non si riconoscono nel governo o nell’opposizione.
Inserire quel discorso in un frame di scontro, chiedendo “più passione” e chiudendo con un “Viva l’Italia” ripetuto come un appello, è una mossa comunicativa che mira a contendere l’immaginario patriottico.
In altre parole, non è solo un commento, ma una proposta di leadership simbolica: chi pronuncia la frase vuole apparire come interprete più autentico dell’orgoglio nazionale.
La seconda parte dell’intervento, dedicata ai giovani, segue la stessa logica polarizzante.
Vannacci parla di una “società liquida”, di “categorie protette” e di “cancellazione della nostra storia”, attribuendo a una generazione adulta la responsabilità di un’educazione sbagliata.
La risposta proposta è un modello “diverso”, fondato su coraggio, forza, orgoglio e meritocrazia.
È un lessico che tende a creare un doppio binario: da una parte il mondo “liquido” e permissivo, dall’altra il mondo “solido” e disciplinato.
Anche qui, chi lo apprezza vi vede una reazione a un senso diffuso di smarrimento culturale e di perdita di riferimenti.
Chi lo critica vi vede una semplificazione che mette nello stesso calderone inclusione, diritti, pluralismo e cancellazione della storia, come se fossero la stessa cosa.
Il risultato è che la discussione si sposta in poche ore dal “cosa ha detto Mattarella” al “chi ha più titolo per definire l’Italia”.
Ed è in questo passaggio che si capisce perché l’Italia “si spacca in due”, perché la frattura non è soltanto politica ma identitaria, cioè riguarda l’idea di comunità.
Una parte del Paese sente che la cittadinanza sia un patto da proteggere con regole più dure e con un linguaggio più netto.

Un’altra parte del Paese teme che lo stesso linguaggio trasformi la cittadinanza in una clava e renda più fragile la convivenza, soprattutto nelle scuole e nei quartieri dove l’Italia è già plurale.
La polemica esplode anche perché la parola “cittadinanza” tocca la vita concreta di centinaia di migliaia di persone, non solo di chi chiede un passaporto, ma anche di famiglie, imprese e territori.
Quando si parla di ius scholae, ad esempio, si parla di ragazzi che parlano italiano, che hanno amici italiani, che spesso si percepiscono già italiani, ma che legalmente non lo sono ancora.
Quando si parla di “svendita”, invece, si parla di paura che le regole diventino troppo facili e che l’appartenenza perda valore.
Sono due sensibilità che raramente si incontrano, perché una ragiona in termini di inclusione e futuro, l’altra in termini di protezione e continuità.
In mezzo c’è un problema spesso ignorato nel dibattito urlato: la cittadinanza in Italia è già oggi un sistema complesso, con tempi lunghi, pratiche amministrative pesanti e differenze territoriali marcate.
Ridurre tutto a una frase “pro o contro” è efficace per lo scontro, ma tende a oscurare la domanda più utile: quali criteri rendono la cittadinanza giusta, applicabile e credibile.
Il caso Vannacci, però, non vive di amministrazione, vive di simboli, e qui si inserisce un’altra dinamica decisiva: il rapporto tra politica e istituzioni.
Dire “con rispetto” e poi contrapporre una visione “diametralmente opposta” è una formula che permette di superare la barriera della deferenza senza apparire apertamente irriverenti.
È un equilibrio retorico sottile, perché consente di legittimarsi come patrioti “istituzionali” e allo stesso tempo come oppositori di un presunto conformismo.
Il finale, con l’invito al Presidente a dire “Viva l’Italia” “con passione”, rafforza questa idea, quasi come se l’amor di patria dovesse essere misurato dal volume emotivo.
Eppure la cultura istituzionale del Quirinale segue un’altra grammatica, fatta di continuità, sobrietà e parole scelte per non trasformare metà del Paese nell’altra metà.
Qui nasce l’attrito, perché l’energia di parte, quando entra nel rito comune, produce inevitabilmente un contraccolpo.
Non è detto che il contraccolpo sia immediato o formale, ma si vede nella temperatura del dibattito e nel modo in cui i media e i social riconfezionano ogni frase come prova definitiva.
Gli stessi passaggi vengono montati come manifesto identitario oppure come campanello d’allarme, a seconda della tribù digitale che li rilancia.
In poche ore, la discussione perde sfumature e si riduce a una domanda binaria, “con chi stai”, che è il format preferito di una politica sempre più spettacolarizzata.
La realtà, come spesso accade, è più complicata della polarizzazione, perché esistono cittadini che chiedono regole più chiare senza demonizzare nessuno, ed esistono cittadini che vogliono riforme inclusive senza negare il tema della sostenibilità sociale.
Il problema è che le parole più forti occupano tutto lo spazio e rendono invisibili le posizioni intermedie.
Dal punto di vista degli equilibri politici, l’effetto principale di questo caso è la pressione che esercita sul campo del centrodestra, dove identità e sicurezza sono da tempo asset elettorali centrali.
Se un messaggio identitario guadagna trazione, costringe gli altri attori della coalizione a scegliere se inseguire, distinguersi o silenziare, e nessuna di queste opzioni è gratuita.
In parallelo, l’opposizione si trova davanti a un dilemma speculare, perché contrastare la retorica della “svendita” richiede di parlare di regole, controlli e doveri, non solo di diritti.
Chi non riesce a farlo rischia di apparire distante da quell’ansia sociale che, a torto o a ragione, una parte del Paese sente come prioritaria.

Il tema europeo e quello della pace, infilati nello stesso intervento, aggiungono un secondo livello di frattura: non solo “chi siamo”, ma anche “con chi stiamo”.
In un momento in cui l’Europa è chiamata a decisioni difficili su sicurezza, difesa, energia e confini, attaccare Bruxelles come ostacolo alla pace significa parlare a un sentimento di sfiducia già esistente.
È un sentimento che può essere interpretato come legittima critica politica, ma che può anche diventare, se estremizzato, un carburante per delegittimare qualsiasi vincolo comune.
Per questo la polemica è destinata a durare più di un ciclo di notizie, perché non riguarda un’uscita infelice o una battuta, ma un posizionamento che mira a occupare uno spazio.
Quello spazio è il patriottismo emotivo, l’idea che la politica debba parlare “con la pancia” e che la misura istituzionale sia fredda, distante, insufficiente.
Il punto, però, è che uno Stato non vive solo di emozioni, e una comunità nazionale non si regge solo su parole d’ordine, perché deve anche amministrare diritti, doveri, procedure e conflitti reali.
L’Italia si trova quindi davanti a un bivio comunicativo prima ancora che legislativo: continuare a discutere di cittadinanza come simbolo, oppure riportarla a criteri verificabili e a obiettivi condivisi.
Finché prevarrà la logica del “tabù infranto” e della frase definitiva, la spaccatura resterà utile per la mobilitazione ma sterile per le soluzioni.
E tuttavia, nel bene e nel male, la scossa prodotta da questo intervento ha mostrato una cosa chiara: la cittadinanza è diventata il campo in cui l’Italia misura se stessa, tra paura di perdere ciò che è e desiderio di includere ciò che sta diventando.
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