Ci sono dirette televisive che passano e si dimenticano, e poi ci sono dirette che lasciano una traccia perché rivelano qualcosa che era già nell’aria, ma che nessuno aveva ancora visto prendere forma così chiaramente.

Lo scontro tra Tommaso Cerno e Brando Benifei appartiene alla seconda categoria, non tanto per la “scenata” in sé, quanto per quello che quella scena ha mostrato in controluce sullo stato emotivo del campo progressista italiano.

In studio, a un certo punto, il linguaggio si spezza.

Non si tratta più di una disputa tra opinioni, né di una classica contrapposizione tra destra e sinistra, ma di una frattura interna, di quelle che fanno più male perché arrivano da chi, fino a ieri, parlava la tua stessa lingua.

Cerno non entra in discussione come un avversario esterno, e questa è la chiave che rende l’episodio più urticante.

Il suo profilo pubblico e il suo percorso lo collocano dentro una tradizione culturale che, almeno simbolicamente, è stata per anni vicina all’area progressista.

Quando dunque esplode, l’effetto non è quello di un attacco prevedibile, ma quello di un ripudio, di una rottura che si presenta come definitiva.

Benifei, dall’altra parte, rappresenta l’istituzione.

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Rappresenta il linguaggio della politica ordinata, dei dossier, dei valori europei, del lessico dei diritti e delle cornici democratiche che il Partito Democratico usa spesso per rivendicare centralità e credibilità.

La dinamica che si crea è quasi teatrale, e per questo televisiva fino al midollo.

Da una parte c’è una rabbia che si esprime senza filtro, e dall’altra c’è una compostezza che tenta di riportare tutto su binari razionali.

Il problema è che, in quel contesto, la razionalità non riesce più a dominare la stanza.

Non perché sia sbagliata, ma perché arriva in ritardo rispetto al clima emotivo che già governa la platea e, soprattutto, il pubblico a casa.

Il momento più discusso, quello che molti hanno descritto come “la parola che gela lo studio”, non è rilevante per la sua volgarità, che resta criticabile e che non aggiunge nulla al merito.

È rilevante perché interrompe il patto implicito della televisione politica, quel patto per cui anche lo scontro più duro deve rimanere dentro un recinto di formalità.

Quando quel recinto salta, il talk show smette di essere un luogo di mediazione e diventa un’arena in cui conta soltanto chi riesce a imporre un’emozione.

E l’emozione, in quell’istante, è stata il disgusto, o la rabbia, o l’umiliazione, a seconda di chi guardava e da che parte stava.

Per qualche secondo, la regia non salva nessuno.

Non salva chi ha insultato, perché l’eccesso rimane lì, nudo, e si porta dietro l’idea di una sconfitta del linguaggio.

Non salva chi subisce, perché l’immagine della compostezza si trasforma rapidamente in un’immagine di isolamento, come se la correttezza fosse diventata improvvisamente impotenza.

Non salva lo studio nel suo insieme, perché la sospensione che si crea, fatta di pause e micro-espressioni, è l’elemento che il pubblico percepisce come più “vero”.

Il silenzio, in televisione, pesa più di una risposta.

Pesa perché non è argomentabile, e quindi viene riempito da chi guarda con la propria interpretazione.

Per alcuni quel vuoto ha avuto il sapore della paura di replicare.

Per altri è stato semplicemente imbarazzo umano davanti a un livello di aggressività che nessuno desidera legittimare.

In entrambi i casi, però, l’esito comunicativo è lo stesso: l’episodio si cristallizza come immagine e non come discussione.

È così che il contenuto scivola via, e resta la scena.

Resta l’idea di un esponente del PD che tenta di reggere l’urto con il linguaggio istituzionale, e di un interlocutore che rifiuta quel linguaggio, come se lo considerasse una maschera vuota.

Dentro questa contrapposizione c’è un tema che tormenta la sinistra italiana da anni, e che l’episodio ha reso improvvisamente visibile senza bisogno di analisi sociologiche.

La distanza tra parole “giuste” e vita quotidiana percepita.

La distanza tra battaglie considerate moralmente necessarie e un Paese che, in una parte consistente, chiede prima di tutto sicurezza economica, salari, sanità accessibile, casa, mobilità sociale.

Cerno, nel suo sfogo, ha dato voce a un’accusa che circola da tempo in diversi ambienti, anche tra elettori che non si considerano di destra.

L’accusa è che il PD abbia raffinato il vocabolario, ma abbia perso il contatto emotivo con chi dovrebbe rappresentare.

Benifei, nella replica o nel tentativo di replica, ha incarnato l’altra metà della storia.

Ha incarnato l’idea che la politica debba restare dentro un linguaggio responsabile, soprattutto quando parla di Europa, diritti, stato di diritto, regole comuni e contrasto alle derive autoritarie.

Il punto non è stabilire quale dei due registri sia “giusto” in assoluto.

Il punto è che, in quel momento, i due registri non si sono parlati.

Si sono urtati, e l’urto ha prodotto scintille che la televisione ha trasformato in materiale virale.

È qui che l’episodio smette di essere una lite tra due persone e diventa una cartina di tornasole del tempo che stiamo vivendo.

Nei talk show politici italiani, la credibilità non è più legata soltanto alla coerenza o alla competenza.

È legata alla performance di autenticità.

Il paradosso è che l’autenticità, nel formato televisivo, viene spesso confusa con l’eccesso.

Chi alza la voce appare “vero”, chi misura le parole appare “costruito”, anche quando la realtà sarebbe l’opposto.

In questo meccanismo, il PD soffre da tempo.

Soffre perché la sua natura è istituzionale, e l’istituzionalità, nell’epoca dell’indignazione continua, viene scambiata per freddezza.

Soffre perché porta addosso la responsabilità di essere, per storia e dimensione, il partito che dovrebbe guidare un campo, e dunque il bersaglio naturale di chi, dentro quel campo, vuole ribaltare i rapporti di forza.

Soffre perché il suo linguaggio tende a proteggere l’ordine del discorso, mentre una parte del pubblico vuole vedere l’ordine saltare per sentirsi rappresentata nella propria frustrazione.

L’episodio con Cerno e Benifei concentra tutto questo in pochi minuti, e proprio per questo ha un impatto che supera i singoli protagonisti.

Chi ha provato piacere nel vedere “lo schiaffo” al PD non necessariamente condivide quel metodo, ma spesso condivide il sentimento che lo alimenta.

Chi ha provato disgusto per l’insulto non necessariamente difende il PD, ma spesso difende l’idea che la politica non possa diventare una gara a chi disumanizza l’altro.

In mezzo ci sta un pubblico vasto, che non si riconosce in nessuna tifoseria e che assorbe l’episodio come un’ulteriore prova del fatto che il dibattito pubblico è in crisi.

Il risultato è un corto circuito che penalizza tutti.

Penalizza chi insulta, perché l’insulto è un vicolo cieco che brucia la possibilità di persuadere chi non è già d’accordo.

Penalizza chi incassa senza riuscire a ribaltare la scena, perché la televisione non premia la pazienza, e trasforma la pazienza in debolezza percepita.

Penalizza lo spettatore, perché viene spinto a scegliere tra emozioni invece che tra idee.

E penalizza, in ultima analisi, anche la qualità della democrazia, perché normalizza il concetto che la politica sia soprattutto un regolamento di conti morale, non un conflitto regolato tra progetti diversi.

A rendere l’episodio ancora più significativo è il fatto che il bersaglio non è un leader della destra, né un ministro, né un volto del governo.

Il bersaglio è un esponente del campo progressista stesso.

Questo dettaglio è cruciale perché racconta un’opposizione che, spesso, fatica a costruire un racconto comune e finisce per consumare energie nella lotta interna per l’identità.

Ogni volta che il campo progressista discute di se stesso in modo distruttivo, regala al governo un vantaggio doppio: meno pressione esterna e più disorientamento tra gli elettori avversari.

La televisione, però, non ragiona in termini di utilità politica.

Ragiona in termini di scena, ritmo, rottura, clip.

E una rottura così netta, con un silenzio successivo così carico, è il materiale perfetto per essere estratto, rimbalzato, commentato e semplificato in poche parole.

È in questo passaggio che l’imbarazzo diventa potere.

Cerno nói với Benifei bằng câu "Vaffa": "Ngươi phải nói những gì họ nói, ăn cắp theo cách họ nói."

Diventa potere narrativo, perché chi lo monta e lo rilancia decide quale significato attribuirgli.

Per alcuni è la prova che “hanno ragione quelli arrabbiati”.

Per altri è la prova che “la politica è finita”.

Per altri ancora è un episodio grave, ma non decisivo, dentro una macchina televisiva che incentiva lo scontro e poi finge di scandalizzarsi.

Ciò che resta, tuttavia, è la domanda che il PD non può evitare, al di là di chi l’ha posta e di come l’ha posta.

Come si parla al Paese reale senza inseguire la brutalità.

Come si tiene insieme un’agenda di diritti e un’agenda materiale senza farle competere.

Come si costruisce un linguaggio che non sia né tecnocratico né urlato, ma capace di riconoscere la fatica quotidiana senza trasformarla in risentimento.

Il talk show ha mostrato la crepa, ma la crepa non nasce in studio.

Nasce fuori, nei salari stagnanti, nei servizi che non funzionano, nella percezione che la politica parli spesso a un pubblico di addetti ai lavori e raramente a chi vive la precarietà come condizione permanente.

Se quella crepa resta aperta, continueranno a comparire figure pronte a sfruttarla con la forza dell’attacco emotivo.

E continueranno a comparire rappresentanti istituzionali pronti a rispondere con la grammatica della responsabilità, che però in tv suona come un idioma straniero.

In quel momento, davvero, basta una frase per zittire tutti, non perché sia “vera”, ma perché cade nel punto esatto in cui il discorso pubblico è più fragile.

Ed è lì, in quella fragilità, che il silenzio diventa il protagonista assoluto.

Un silenzio che non assolve nessuno, che non condanna nessuno da solo, ma che racconta benissimo una cosa: oggi la politica non perde solo quando sbaglia, ma anche quando non riesce più a farsi capire.

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