C’è un genere di contenuti politici che non nasce per informare, ma per “vincere” la giornata sui social.
La storia che circola in queste ore, cucita attorno a Roberto Vannacci, a Donald Trump e alle presunte “sanzioni europee” mai applicate, appartiene esattamente a quel genere.
È un racconto scritto con una promessa implicita: non ti darò sfumature, ti darò un colpevole e un eroe.
E l’eroe, in questa sceneggiatura, è quello che “porta i fatti” mentre tutti gli altri “chiacchierano”.
Il punto è che spesso, quando qualcuno ripete “io porto i fatti”, la prima cosa da fare è chiedersi quali fatti, da dove arrivano e se reggono alla verifica.
Perché la realtà internazionale è complessa, e proprio per questo è un terreno perfetto per le semplificazioni aggressive.
Nel video o nel testo rimbalzato online, l’argomento centrale viene confezionato in una frase che suona definitiva: in guerra i fatti contano più del diritto e della morale, e nessuno toccherà davvero l’America.

È una frase potente perché sfrutta una sensazione diffusa, cioè l’idea che esistano Paesi “sanzionabili” e Paesi “intoccabili”.
Questa sensazione non nasce dal nulla, perché nella storia delle relazioni internazionali il peso economico e militare ha sempre influenzato le conseguenze politiche.
Ma trasformare quella sensazione in una legge assoluta, come se il diritto fosse solo decorazione e la morale solo propaganda, è un salto che merita prudenza.
Soprattutto quando, nello stesso racconto, compaiono affermazioni fattuali altamente dubbie o addirittura inverosimili, come l’idea che Trump abbia “catturato Maduro” o “ribaltato” militarmente un regime in Venezuela.
Una cosa è discutere di pressioni diplomatiche, riconoscimenti politici, sanzioni economiche e operazioni coperte.
Un’altra cosa è spacciare come avvenuto un evento di portata enorme che, se fosse reale, sarebbe sulle prime pagine di qualunque giornale del mondo e avrebbe conseguenze immediate su mercati, alleanze e sicurezza.
Quando un racconto mescola tesi geopolitiche plausibili con dettagli sensazionalistici non verificati, l’effetto è quasi sempre lo stesso: la tesi si “protegge” dietro l’adrenalina.
Lo spettatore non controlla, perché nel frattempo è già stato portato a una conclusione emotiva.
E la conclusione emotiva, qui, è che l’Europa predica principi ma non osa applicarli ai forti, e quindi è ipocrita.
Questa accusa di ipocrisia è la vera benzina del contenuto, più ancora della questione Trump.
Perché Bruxelles, nell’immaginario di molti, non è solo un’istituzione, ma un simbolo di doppio standard, burocrazia e moralismo selettivo.
Dentro questa cornice, Vannacci viene presentato come l’uomo che “non si fa incantare” dal linguaggio istituzionale e mette al centro l’interesse nazionale.
È una postura che, in politica, funziona benissimo perché parla in modo semplice a un desiderio complicato: sentirsi protetti.
Dire “prima gli italiani” in un contesto di crisi, guerre, inflazione e insicurezza è un messaggio che riduce l’ansia in una direzione chiara.
Ma la chiarezza comunicativa non coincide automaticamente con la correttezza dell’analisi.
Se l’argomento è che l’Unione Europea “recita la commedia” delle sanzioni a Trump, bisogna prima chiarire un fatto basilare: che cosa si intende per sanzioni e su quale presupposto giuridico dovrebbero essere adottate.
Le sanzioni internazionali non sono un tweet muscolare, ma atti giuridici e politici che richiedono basi, consenso, procedure e, soprattutto, un obiettivo realistico.
Sanzionare gli Stati Uniti non è impossibile in senso fisico, ma è altamente improbabile in senso politico, perché l’Europa è legata agli USA da sicurezza, commercio, intelligence, industria della difesa e architettura Nato.
Questa non è “paura”, è interdipendenza.
Chiamarla ipocrisia può essere una lettura morale, ma chiamarla soltanto ipocrisia è spesso un modo per evitare la domanda più scomoda: l’Europa ha davvero la capacità strategica di agire come potenza autonoma.
Qui si arriva al cuore del tema, che è più serio del tifo pro o contro Trump.

L’UE, per struttura, è un ibrido: è abbastanza grande da incidere sull’economia globale, ma spesso troppo divisa per muoversi come un soggetto unico in politica estera.
Questo produce un effetto ricorrente: dichiarazioni solenni e azioni più timide, oppure azioni che arrivano tardi e in modo disomogeneo.
Non serve scomodare complotti, bastano i meccanismi decisionali e gli interessi nazionali divergenti tra Stati membri.
Quello che il contenuto attribuito a Vannacci fa, invece, è trasformare la complessità in un giudizio morale istantaneo: loro fingono, noi vediamo.
È una retorica che crea appartenenza, perché divide il mondo in lucidi e ipnotizzati.
E quando un contenuto ti offre appartenenza, spesso smette di offrirti verifiche.
La frase “nessuno bloccherà i beni a Trump” è emblematica proprio per questo.
Detta così, sembra una previsione da oracolo, ma in realtà è una semplificazione di un’ovvietà politica, cioè che gli Stati Uniti hanno un peso tale da rendere poco credibile un regime sanzionatorio europeo “punitivo” contro Washington.
Il punto interessante non è se la previsione sia probabile, ma cosa implica.
Implica che il diritto internazionale sia solo un’arma dei forti contro i deboli, e che quindi l’unica morale possibile sia l’interesse nazionale nudo.
Questa è la dottrina del realismo più duro, e nella storia ha avuto molti interpreti, alcuni lucidi e altri disastrosi.
Il problema del realismo “da clip” è che prende una parte vera della realtà e la usa per giustificare qualunque cosa.
Se “in guerra contano solo i fatti”, allora anche le violazioni diventano dettagli, e le istituzioni diventano scenografia.
Ma chi vive in uno Stato di diritto dovrebbe stare attento a desiderare un mondo dove il diritto conta zero, perché in un mondo così a pagare per primi sono proprio i Paesi medi, non le superpotenze.
È qui che l’appello “facciamo solo gli interessi degli italiani” diventa più ambiguo di quanto sembri.
Fare gli interessi nazionali è legittimo e doveroso, ma la domanda adulta è come li definisci e con quali strumenti li difendi.
Un interesse nazionale può voler dire sicurezza energetica, salari, competitività, confini, stabilità finanziaria, autonomia industriale e protezione delle infrastrutture critiche.
Ma può anche voler dire alleanze credibili, reputazione, accesso ai mercati e capacità di negoziare senza farsi isolare.
Se riduci tutto a “chi se ne frega e vince”, stai insegnando che la forza è l’unica moneta, e stai preparando il terreno per accettare la forza anche quando sarà usata contro di te.
La parte più efficace del racconto, infatti, non è l’argomentazione, ma il contrasto emotivo.
Da una parte ci sono gli “intellettuali” che invocano ONU e Corti internazionali.
Dall’altra c’è l’uomo pratico che guarda al risultato e ride del moralismo.
È uno schema antico quanto la politica, e funziona perché molte persone sono stanche di linguaggi percepiti come ipocriti.
Ma c’è un problema: l’ONU non è un pulsante che premi quando ti conviene, e le Corti internazionali non sono uno strumento di tifoseria.
Sono istituzioni imperfette, spesso lente, spesso condizionate dagli equilibri, ma sono anche uno dei pochi argini contro l’arbitrio totale.
Quando un contenuto le liquida come inutili, non sta solo criticando l’ONU, sta proponendo un modello di mondo più pericoloso.
Detto questo, il tema dei doppi standard esiste eccome, e ignorarlo sarebbe ingenuo.
Le sanzioni vengono applicate più facilmente a Stati meno integrati nel sistema occidentale, e più difficilmente a grandi potenze o alleati indispensabili.
Questo non è sempre un complotto, è spesso il risultato di costi e benefici, cioè della politica così com’è.
Il punto, però, è che riconoscere i doppi standard non dovrebbe portare a buttare via ogni standard, ma a chiedere coerenza e capacità.
Se l’Europa appare incoerente, la domanda utile è come rafforzarne la credibilità e l’autonomia, non come celebrarne l’impotenza con sarcasmo.
E se l’Italia vuole “fare i propri interessi”, allora serve una strategia che vada oltre lo slogan: energia, industria, difesa, demografia, ricerca, infrastrutture e una politica estera che non sia solo reazione.
Altrimenti il sovranismo resta un manifesto emotivo senza leve reali, e finisce per dipendere comunque dalle scelte altrui, esattamente ciò che dice di voler evitare.
Nel racconto virale, invece, tutto viene ridotto a una scena: l’Europa trema, Trump agisce, Vannacci smaschera.
È televisivamente perfetto e intellettualmente incompleto.
Perché la geopolitica non è un’aula dove qualcuno “porta le prove” e l’altro tace.

È un sistema di vincoli, interessi incrociati, deterrenza, economia e propaganda, in cui perfino la verità fattuale viene spesso manipolata per produrre consenso.
E proprio per questo, quando un contenuto ti promette “la verità che nessuno osa dire”, la prima difesa dell’interesse nazionale è non farti trascinare da una storia che non regge alla verifica.
Non perché “lo dicono i salotti”, ma perché la disinformazione, in politica estera, costa cara.
Costa in credibilità, in alleanze, in investimenti e in sicurezza.
Se c’è una lezione utile da estrarre da questa ondata di clip e commenti, è che molte persone percepiscono un’Europa forte a parole e fragile nei fatti.
Quella percezione è un problema reale, perché la credibilità internazionale non si costruisce con i comunicati, ma con la capacità di sostenere le conseguenze delle proprie scelte.
Ma trasformare la frustrazione in cinismo assoluto non è realismo, è resa.
Il realismo vero non è dire che il diritto non conta, è capire quando e come il diritto può diventare potere, cioè leva negoziale, coalizione, deterrenza economica e coerenza strategica.
Se l’UE non riesce a farlo, la soluzione non è applaudire chi dichiara che tutto è inutile, ma pretendere che l’Europa, e l’Italia dentro l’Europa, si dotino degli strumenti per contare davvero.
Alla fine, la domanda più scomoda non è se Bruxelles sia ipocrita, perché qualche ipocrisia nella politica internazionale è quasi strutturale.
La domanda più scomoda è se noi, quando diciamo “interessi degli italiani”, sappiamo distinguerli dal puro sfogo, e se siamo disposti a pagarne il prezzo con scelte coerenti, non con clip rassicuranti.
Perché i “fatti” non sono solo quelli che fanno comodo a una parte.
I fatti sono anche che l’Italia è un Paese interdipendente, che vive di export, che ha bisogno di energia, che deve difendere le catene di fornitura e che non può permettersi di giocare alla potenza senza costruire potenza.
E senza questa consapevolezza, ogni invettiva contro Bruxelles è solo una scorciatoia emotiva che assomiglia all’orgoglio, ma non produce sovranità.
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