C’è un tipo di video che non informa, ma ipnotizza, e lo fa usando la stessa grammatica dell’emergenza.
Parte con un conto alla rovescia, distribuisce paura come fosse una certezza, e poi offre un’unica via d’uscita: credere.
Nelle ultime ore un testo del genere, costruito come “rivelazione” e “dossier definitivo”, sta circolando con forza nelle bolle social più sensibili ai temi di sovranità, guerra e costo della vita.
Dentro quella narrazione compaiono due nomi che, per provenienza politica e biografia pubblica, sembrano fatti apposta per trasformare un contenuto virale in un segnale di rottura: Roberto Vannacci e Marco Rizzo.
Il racconto li dipinge come due poli che smettono di respingersi e si saldano contro un nemico comune, identificato nell’Unione Europea e nelle sue “élite non elette”.

È un copione potente perché ribalta la geometria classica, destra contro sinistra, e la sostituisce con un conflitto più semplice e più emotivo: alto contro basso, palazzi contro popolo.
È anche un copione che funziona benissimo in tempi di inflazione, mutui cari e ansia geopolitica, perché quando la realtà è complessa la mente cerca spiegazioni lineari.
La parola “dossier” in questo contesto è una leva psicologica prima ancora che giornalistica.
Suggerisce che esistano prove già pronte, un fascicolo chiuso, una verità completa che qualcuno starebbe nascondendo.
Ma proprio qui si apre la prima domanda che separa informazione e propaganda: di quale dossier stiamo parlando, chi lo ha scritto, dove si può leggere integralmente, e quali parti sono verificabili.
Nel testo virale, invece, la concretezza viene sostituita da una tecnica nota: si citano istituzioni e figure reali, si aggiungono numeri grandi, e si chiude il cerchio con un’interpretazione totale.
Ursula von der Leyen e Christine Lagarde vengono evocate come simboli di un potere tecnocratico che deciderebbe “se puoi accendere il riscaldamento” o “quale auto devi guidare”.
L’energia emotiva è evidente, ma l’affermazione è così assoluta che, per essere vera, richiederebbe un livello di prova molto più alto di un montaggio retorico.
La realtà dell’Unione Europea, per quanto criticabile, è fatta di regolamenti, recepimenti nazionali, eccezioni, tempi lunghi, compromessi e votazioni, non di interruttori tenuti in mano da una singola persona.
Questo non significa che le politiche europee non possano produrre costi sociali o errori, ma significa che “il potere” raramente si presenta nella forma comoda che la propaganda desidera.
Il cuore del video spinge su tre grandi paure, tutte reali come emozioni e tutte manipolabili come strumenti: la transizione ecologica, la guerra, e la perdita di controllo economico.
Sulla transizione ecologica, la narrazione parla di “esproprio legalizzato” e di trasferimento di ricchezza “dal basso verso l’alto”, come se ogni misura climatica fosse un trucco per impoverire la classe media.
È vero che alcune politiche green possono essere regressive se scaricano i costi sui redditi più bassi, ed è vero che i dettagli di attuazione contano più degli slogan.
Ma è anche vero che ridurre tutto a un piano di élite cancella due pezzi fondamentali: il problema fisico del clima esiste, e le soluzioni possono essere progettate in modo più o meno equo.
Il video non discute come rendere equa la transizione, discute solo come renderla sospetta, e sono due operazioni diverse.
Poi c’è il tema del riarmo europeo, con cifre gigantesche e parole che evocano la coscrizione imminente e i “figli in divisa domani mattina”.
È una frase costruita per creare panico, perché tocca la paura archetipica di perdere i propri figli in una guerra decisa da altri.
Qui il giornalismo dovrebbe fare una cosa semplice: distinguere tra discussioni politiche su spese militari, ipotesi di cooperazione industriale, e l’idea specifica di un arruolamento forzato immediato, che è un salto logico enorme.
L’Unione Europea non è uno Stato unitario con leva militare unica, e gli eserciti restano in larga parte sotto catene di comando nazionali e vincoli costituzionali differenti.
Questo non rende ogni progetto di difesa comune automaticamente innocuo o desiderabile, ma rende falsa l’equazione “piano europeo uguale trincee domani”.
Il terzo elemento è la paura economica, sintetizzata in una frase che nel video torna come un martello: l’impoverimento sarebbe deliberato.
Qui la narrazione mette insieme tassi di interesse, crisi energetiche, fondi di investimento e debito comune come se fossero le parti di un’unica macchina progettata per schiacciare la piccola impresa.
È un racconto seducente perché trasforma fenomeni macroeconomici complessi, spesso frustranti e percepiti come ingiusti, in un colpevole riconoscibile.
Ma una cosa è criticare le scelte delle banche centrali e delle istituzioni, altra cosa è attribuire loro un’intenzione univoca e maligna senza prove verificabili.
Nella propaganda la “strategia deliberata” è sempre preferita all’“effetto collaterale”, perché la prima mobilita rabbia e la seconda richiede pazienza.
Dentro questa cornice, Vannacci e Rizzo vengono raccontati come i due testimoni “interni ed esterni” del sistema.

Vannacci sarebbe l’uomo che ha visto il funzionamento delle istituzioni europee dall’interno e che ora svelerebbe “termini in codice” come sovranità condivisa e debito comune.
Rizzo sarebbe la voce che porta la denuncia sociale, spostando l’attenzione da falce e martello a pane, bollette e dignità.
È una costruzione narrativa efficace perché somma due tipi di legittimità: quella dell’esperienza istituzionale e quella della rabbia popolare.
E quando due legittimità si sommano, il pubblico tende a concedere il beneficio del dubbio anche a ciò che non è dimostrato.
Ma il beneficio del dubbio non è la prova, e qui sta il rischio.
Quando un contenuto promette “verità che Bruxelles vuole seppellire”, spesso sta semplicemente chiedendo di sospendere gli strumenti di verifica.
Il trucco è sempre lo stesso: se non trovi conferme, è perché ti censurano, e se trovi smentite, è perché ti manipolano.
In un sistema così chiuso, qualunque esito conferma la tesi, e questa è la definizione di un dispositivo propagandistico.
Il passaggio più rivelatore del testo virale è quello sul “kit di sopravvivenza” e sulle “72 ore”, presentato come prova di un blackout programmato e di un test psicologico di massa.
Qui si entra nella zona in cui la paura viene confezionata come inevitabilità, e l’inevitabilità viene usata per disciplinare la mente di chi ascolta.
In realtà, i consigli di preparazione alle emergenze, quando esistono, nascono spesso da logiche di protezione civile, cioè dall’idea che eventi imprevisti possano accadere e che una popolazione preparata soffra meno.
Trasformare la preparazione in complotto è un salto interpretativo che può diventare pericoloso, perché alimenta ansia e sfiducia senza offrire strumenti concreti.
È anche un modo per rendere il pubblico dipendente dal narratore, perché se il mondo è una trappola, l’unico che “ti salva” è chi te l’ha raccontata.
A questo punto la domanda più utile non è “chi ha ragione”, ma “che cosa vuole ottenere questo contenuto”.
Vuole informare, oppure vuole mobilitare, polarizzare, monetizzare attenzione e costruire identità politica attraverso un nemico totale.
Nel testo si vede chiaramente la scelta per la seconda opzione, perché ogni elemento è spinto verso il massimo dramma: countdown, figli al fronte, case espropriate, prigione digitale, élite che banchettano.
Questa intensità ha un effetto collaterale: rende impossibile una discussione adulta sui problemi reali che pure esistono, come i costi della transizione, le disuguaglianze territoriali, la fragilità industriale e l’incertezza strategica europea.
Quando tutto è “complotto”, nulla è politica pubblica, e allora non si discute di alternative, si discute solo di fedeltà alla tribù.
Detto questo, sarebbe un errore speculare liquidare il consenso di questi contenuti come semplice stupidità.
Molte persone non condividono il video perché amano la fantasia, ma perché riconoscono un sentimento: la distanza crescente tra decisioni tecniche e vita quotidiana.
Quando una famiglia vede aumentare il mutuo, quando un artigiano teme investimenti obbligati che non può permettersi, quando un giovane percepisce la guerra come rumore di fondo permanente, è naturale cercare un racconto che dia ordine al caos.
La politica seria dovrebbe entrare proprio lì, offrendo spiegazioni, protezioni, gradualità, e soprattutto trasparenza.
Se non lo fa, lo spazio viene occupato da chi offre una cosa più semplice: un colpevole unico e una promessa di riscatto immediato.
È in questo spazio che Vannacci e Rizzo, come figure pubbliche, possono diventare catalizzatori, perché incarnano la rottura del vecchio schema e promettono una lingua nuova.
Ma una lingua nuova non basta, serve un contenuto verificabile, e qui torniamo al nodo del “dossier”.
Se esiste un dossier reale, deve poter essere consultato, criticato, smentito o confermato su singoli punti, non usato come parola magica.
Se non esiste, o se esiste solo come collage interpretativo, allora il vero prodotto non è un’inchiesta, è un’arma emotiva.
In Europa, oggi, c’è un conflitto politico legittimo su sovranità, regole fiscali, politiche energetiche e difesa comune.
È un conflitto che può essere discusso con argomenti, numeri, opzioni e compromessi, e non c’è nulla di antidemocratico nel contestare scelte europee o chiedere più autonomia nazionale.
Diventa antidemocratico, però, quando la contestazione si fonda su paure costruite e su presunte “verità sepolte” che non si lasciano verificare.
Perché a quel punto la politica non è più la ricerca di un equilibrio tra interessi, ma la produzione di panico come carburante elettorale.
Il paradosso è che chi dice di difendere la libertà, se alimenta un clima di terrore permanente, finisce per indebolirla.

Una cittadinanza impaurita non ragiona meglio, ragiona più in fretta, e chi ragiona più in fretta è più manipolabile.
Se davvero l’obiettivo è la sovranità, allora la prima sovranità da riconquistare è quella cognitiva: la capacità di distinguere un documento da una suggestione, una norma da un titolo, un rischio da una profezia.
La domanda scomoda che cresce fuori, mentre a Bruxelles “si corre ai ripari” solo nella narrazione, è in realtà più concreta e più utile: chi paga i costi delle transizioni e delle crisi, e chi si prende i benefici.
Finché questa domanda resterà senza risposta politica credibile, i video come questo continueranno a trovare terreno fertile, perché offrono almeno un’illusione di chiarezza.
E quando la chiarezza manca, anche l’illusione diventa una tentazione potente.
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