C’è un motivo se certi discorsi diventano virali più in fretta delle smentite.
Non è perché siano per forza veri.
È perché sono costruiti come un racconto totale: buoni contro cattivi, popolo contro palazzo, realtà contro propaganda.
Negli ultimi giorni, attorno a un intervento attribuito a Roberto Vannacci al Parlamento europeo, questa dinamica si è accesa come benzina su brace.
Titoli, clip, voice-over drammatici e frasi ad effetto hanno disegnato una scena da “crollo del sistema”, con Bruxelles descritta come paralizzata e Ursula von der Leyen dipinta come una figura che “si sottrae al confronto”.
Il problema è che tra “una clip che infiamma i social” e “un fatto politico accertato” esiste un territorio intermedio dove spesso si perdono i dettagli essenziali.
E, in quel territorio, la precisione vale più dell’adrenalina.
Partiamo da ciò che si può dire con prudenza senza trasformare un montaggio in un verbale.

Un intervento duro, polemico e altamente polarizzante può esistere, e può anche scuotere un’aula, senza che questo significhi che l’Unione Europea “ammetta la sconfitta” o che la Commissione “scappi”.
Il Parlamento europeo è, per sua natura, il luogo in cui le opposizioni e i gruppi più critici usano toni massimalisti per guadagnare spazio mediatico.
È una dinamica strutturale, non un colpo di teatro irripetibile.
Questo non rende irrilevanti le parole pronunciate.
Le rende semplicemente più difficili da leggere come una rivelazione improvvisa, soprattutto quando arrivano filtrate da un racconto pensato per convincere, non per informare.
Nel testo che circola online, la cornice è quella di una “grande illusione europea” durata tre anni.
L’idea centrale è che Bruxelles avrebbe venduto ai cittadini una narrativa monolitica: le sanzioni starebbero “distruggendo” la Russia, l’aggressore sarebbe al collasso, e la vittoria sarebbe solo questione di tempo.
Chi racconta questa storia contrappone a quel presunto mantra una “sequenza di dati freddi”, presentati come la prova che la realtà sarebbe l’opposto.
È un impianto narrativo potente, perché trasforma la complessità geopolitica in una sola domanda morale: ci hanno mentito oppure no.
Ma la guerra in Ucraina, le sanzioni, i risultati militari e i costi economici non si lasciano comprimere in un aut aut pulito senza perdere informazioni cruciali.
Le sanzioni possono colpire un’economia e, allo stesso tempo, produrre adattamenti, riorientamenti commerciali e riallocazioni industriali.
Le difficoltà di un Paese in guerra possono convivere con la sua capacità di sostenere un conflitto più a lungo del previsto.
E, soprattutto, “collasso” non è una categoria tecnica univoca, mentre “impatto” sì, ma richiede metriche e fonti.
Nel racconto virale, uno dei passaggi più citati riguarda un numero: 160.000 giovani ucraini “scappati nel solo 2025”.
Un dato del genere, se fosse corretto e contestualizzato, porrebbe domande serie su mobilitazione, stanchezza sociale e dinamiche migratorie.
Ma presentarlo come prova definitiva che “la vittoria è una favola” è un salto logico, perché l’esodo può dipendere da molti fattori, inclusi arruolamento, paura, condizioni economiche, ricongiungimenti familiari e politiche di frontiera.
I numeri, da soli, non parlano mai.
Parlano solo quando si sa da dove arrivano, come sono stati raccolti e a che cosa si riferiscono esattamente.
Lo stesso vale per i riferimenti a località del fronte come Kupiansk e Pokrovsk.
Citare città e snodi logistici può dare un’impressione di “mappa che non mente”, ma senza un quadro aggiornato e verificabile si rischia di trasformare la geografia in retorica.
In guerra, inoltre, la linea del fronte è mobile e le definizioni contano, perché “caduta” e “perdita di controllo” non sono sinonimi automatici.
Un altro pilastro del racconto è la critica alla comunicazione europea del passato, inclusi riferimenti a dichiarazioni celebri e spesso riprese in modo caricaturale, come l’idea dei microchip “rubati dalle lavatrici”.
Qui il tema diventa scivoloso, perché si mescolano elementi reali, semplificazioni mediatiche e frasi estrapolate per farle suonare come dogmi assoluti.
Il risultato è una ricostruzione che punta più a umiliare l’avversario che a chiarire i limiti della strategia.
Eppure, criticare la comunicazione non equivale automaticamente a demolire la strategia.
Si può sostenere che alcune affermazioni siano state eccessive, propagandistiche o mal riportate, senza concludere che “l’Europa sapeva di aver perso” e stesse solo salvando la faccia.
Questa è una tesi politica, non una dimostrazione.
Nel racconto, Vannacci viene presentato come colui che “strappa il copione” e pronuncia “l’impronunciabile”, cioè la sconfitta come realtà matematica.
È una formulazione efficace, perché la parola “matematica” dà l’illusione di una prova incontestabile.
Ma la guerra non è un’equazione con un solo risultato possibile, e la politica estera non è un teorema che si chiude con una QED.
Esistono scenari, probabilità, trade-off e soprattutto obiettivi che possono cambiare nel tempo.
Dire “stiamo perdendo” può significare molte cose, a seconda che si parli di territorio, perdite, munizioni, consenso interno, sostenibilità economica o obiettivi negoziali.
Nel testo circolato online, il cuore emotivo non è solo militare.
È economico e sociale.
Si insiste sul fatto che i cittadini europei starebbero pagando “bollette e supermercato” per una vittoria che esisterebbe solo nei titoli dei telegiornali.
Questo aggancio funziona perché collega la geopolitica al carrello della spesa, e quando lo fai hai già vinto l’attenzione.
Ma anche qui la relazione causa-effetto va trattata con cautela, perché inflazione ed energia dipendono da molte variabili, e la guerra è un accelerante, non sempre l’unica radice.
Resta però un punto legittimo, ed è forse il più serio dell’intera polemica: il costo politico di una strategia è reale, e la richiesta di trasparenza sui suoi risultati è doverosa.
Un’Unione Europea che chiede sacrifici deve spiegare in modo chiaro quali obiettivi persegue, quali risultati considera accettabili e quali rischi sta scaricando nel futuro.
Quando questa spiegazione manca, o appare contraddittoria, la sfiducia cresce e i discorsi “anti-copione” diventano magnetici.
L’altro tema ricorrente è la corruzione, evocata come un “buco nero” dove finirebbero i soldi dei contribuenti.
È un argomento delicato, perché l’Ucraina ha storicamente avuto problemi di corruzione, ma l’esistenza di un problema non autorizza a trasformare ogni aiuto in un finanziamento agli yacht.
Se si fanno accuse specifiche, servono prove specifiche.

Se si resta su un piano generale, allora il discorso diventa un richiamo alla necessità di controlli, audit, tracciabilità e condizionalità, che è un tema politico legittimo e persino utile.
Molto di ciò che viene presentato come “eresia” a Bruxelles, cioè parlare di pace e negoziato, in realtà è presente nel dibattito europeo da tempo, ma con sfumature e condizioni diverse.
La differenza non è tra chi vuole la pace e chi vuole la guerra, perché quasi nessuno “vuole la guerra” come fine.
La differenza è tra chi ritiene che un negoziato oggi produrrebbe un esito sostenibile e chi teme che produrrebbe un precedente o una sicurezza futura più fragile.
Ridurre questa differenza a “si sottraggono al confronto” è una scorciatoia che rende la storia più avvincente ma meno informativa.
Arriviamo allora al titolo più esplosivo: Bruxelles paralizzata e von der Leyen che evita lo scontro diretto.
Qui serve distinguere tra due piani che sui social vengono incollati come fossero lo stesso.
Il primo piano è l’effetto scenico di un intervento in Aula, fatto di reazioni, brusii, sguardi, applausi, e quel silenzio che una regia può amplificare con una scelta di inquadrature.
Il secondo piano è la responsabilità istituzionale della Commissione, che non risponde in tempo reale a ogni singola provocazione parlamentare come fosse un talk show.
Non rispondere subito non significa “sottrarsi”, significa spesso seguire un protocollo, una scaletta, o semplicemente i limiti del format.
Questo non esclude che possa esistere imbarazzo politico, o una difficoltà a tenere insieme una linea comune tra Paesi membri.
Ma il modo serio di dimostrarlo non è dire “si sono paralizzati”, è mostrare atti, votazioni, spaccature, dichiarazioni discordanti, o scelte contraddittorie nel tempo.
Il punto finale, quello che rende questi contenuti così contagiosi, è la promessa di essere “contro le favole” e “per i fatti”.
È una promessa che piace a tutti, perché nessuno si percepisce come fan della propaganda.
Il guaio è che spesso la propaganda più efficace è proprio quella che si presenta come antidoto alla propaganda.
Usa parole assolute, costruisce un nemico unico, suggerisce complotti di reputazione, e soprattutto offre una conclusione emotivamente soddisfacente: finalmente qualcuno “dice la verità”.
La verità, di solito, è più scomoda perché non dà un finale netto.
Dice che le sanzioni hanno avuto effetti importanti ma non risolutivi.
Dice che la guerra ha logorato tutti gli attori coinvolti, in modo asimmetrico.
Dice che l’Europa ha pagato costi, alcuni inevitabili, altri forse evitabili, e che molte scelte sono state politiche prima che tecniche.
E dice anche che chiedere chiarezza non significa automaticamente abbracciare una narrativa opposta, così come criticare la comunicazione europea non significa assolvere l’aggressione russa o negare l’autonomia ucraina.
Se l’intervento di Vannacci ha davvero “scosso” l’Aula, la sua rilevanza non sta nel trasformare tutto in una resa dei conti epocale.
Sta nel mettere pressione su un punto che Bruxelles non può più trattare con slogan: la misurazione dei risultati e la trasparenza dei costi.
È lì che la politica europea si gioca credibilità, non nell’applauso o nel gelo di una clip.
E finché i cittadini percepiranno un divario tra la vita reale e il racconto ufficiale, ogni discorso che promette di “strappare il copione” continuerà a trovare un pubblico pronto ad ascoltarlo, anche quando i fatti, quelli veri, sono molto più complessi di quanto una narrazione perfetta voglia far credere.
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