A Bruxelles basta una metafora ben piazzata per trasformare un intervento in un’arma virale.

Ed è esattamente quello che è successo con il discorso attribuito a Roberto Vannacci contro Kaja Kallas, costruito come una scena da “supermercato” in cui l’Europa, secondo lui, compra cannoni mentre i cittadini faticano a comprare pane.

Nelle clip che circolano, la promessa implicita è sempre la stessa: “qui qualcuno ha detto finalmente la verità, e l’establishment ha tremato”.

La realtà, come spesso accade, è più interessante della legenda, perché il cuore del discorso non è il presunto “KO”, ma l’uso di numeri e immagini per spingere un’idea politica molto precisa sul riarmo e sulla competitività europea.

Il passaggio più condiviso è quello in cui Vannacci racconta di essere andato a fare la spesa non in un supermercato normale, ma in un immaginario “reparto carri armati”, e di aver trovato un listino prezzi.

È un espediente retorico volutamente provocatorio, perché rende immediatamente concreto un tema che altrimenti resterebbe astratto, cioè l’aumento della spesa militare.

Quando parli di percentuali come 3,5% o 5% del PIL, molte persone non visualizzano nulla.

Quando parli di milioni per un carro armato o per un semovente, invece, l’immagine si accende e la discussione diventa emotiva.

Il discorso, però, gioca su un crinale delicatissimo, perché i “prezzi” degli armamenti non sono come i prezzi del pane.

Kaja Kallas, 'bà đầm thép' của Estonia, được chọn là nhà ngoại giao hàng  đầu của EU

Nel mercato della difesa il costo unitario dipende da configurazioni, pacchetti logistici, munizionamento, manutenzione, addestramento, ricambi, integrazione, volumi d’ordine e clausole industriali.

Per questo, una cifra presa da un contesto e messa a confronto con un’altra cifra presa altrove può essere suggestiva, ma non sempre è una comparazione rigorosa.

Eppure, sul piano comunicativo, la comparazione funziona lo stesso, perché la sua funzione non è convincere un ufficio acquisti militare, ma convincere un elettore stanco di sentir parlare di sacrifici.

Vannacci lega il tema dei costi a un’accusa più ampia: l’Europa, secondo lui, non sarebbe competitiva a livello economico ed energetico, e quindi aumentare la spesa militare “non avrebbe senso” in queste condizioni.

Qui entra in gioco un punto politico reale, che esiste anche fuori dalla polemica: l’Europa ha un problema di produttività, energia, filiere e tempi decisionali, e la difesa non fa eccezione.

Se i sistemi costano di più, se la produzione è lenta, se la standardizzazione è scarsa, allora spendere di più può significare semplicemente pagare di più per ottenere meno, o ottenere tardi.

Questa è la critica strutturale che molti, non solo Vannacci, muovono al modello europeo della difesa: frammentazione industriale e troppi “campioni nazionali” in concorrenza tra loro.

Ma nel discorso virale la critica strutturale viene confezionata in forma di colpo secco, quasi un verdetto: “non ha alcun senso”.

È qui che nasce l’effetto “lezione che l’Europa non dimenticherà”, perché la politica social premia le frasi definitive, non le frasi condizionali.

Nello stesso intervento, la polemica si allarga e diventa accusa storica, quando si attribuisce alle politiche europee degli ultimi vent’anni la responsabilità della situazione attuale.

È un altro passaggio tipico: se vuoi rendere una critica più tagliente, non contesti una scelta specifica, contesti un’epoca intera.

Il bersaglio non diventa più una misura, ma un “sistema”, e quando il bersaglio è il sistema, anche chi ascolta senza dettagli può annuire.

A quel punto arriva la citazione implicita di Maria Antonietta, con la “brioche” al posto del pane, usata come simbolo di élite scollegata dalla realtà.

È una metafora che torna ciclicamente nella politica europea, perché Bruxelles viene spesso dipinta come lontana dai prezzi, lontana dalle famiglie, lontana dalle bollette.

E Vannacci la aggiorna così: oggi non ci proporrebbero brioche al posto del pane, ma cannoni al posto del pane.

Il messaggio è chiaro e pensato per attecchire: le priorità si sarebbero capovolte, e chi governa il continente parlerebbe di riarmo mentre la gente parla di carrello della spesa.

Che questo “metta KO” Kaja Kallas è un’altra storia, perché nella sostanza il discorso è una manovra di framing, cioè un tentativo di imporre una cornice morale alla discussione.

Dentro quella cornice, chi sostiene più spesa militare rischia automaticamente di apparire come chi toglie risorse al welfare.

È una contrapposizione intuitiva, ma non sempre corretta in termini tecnici, perché la spesa pubblica non è un unico salvadanaio senza vincoli, e perché la sicurezza, in certi scenari, è la condizione per proteggere proprio il benessere.

Il nodo vero, quindi, non è “armi contro pane” come slogan, ma la domanda più scomoda: quanto costa non investire in difesa in un contesto di minacce reali e di dipendenze esterne.

Negli ultimi anni l’Europa ha imparato, spesso a caro prezzo, che dipendere da altri per energia, tecnologie critiche e capacità militari significa perdere libertà politica.

E quando perdi libertà politica, anche le scelte economiche diventano più fragili.

Questo non annulla la critica di Vannacci, ma la rende meno lineare: si può essere contro un aumento rapido e mal progettato della spesa militare, e al tempo stesso essere consapevoli che la non-scelta ha un costo.

La discussione più seria, infatti, non dovrebbe fermarsi alla percentuale del PIL, perché la percentuale è solo il titolo di giornale.

La discussione dovrebbe entrare nel “come” si spende: standardizzazione, produzione comune, scorte, manutenzione, capacità industriale, interoperabilità, e soprattutto tempi.

Se l’Europa vuole spendere di più, deve anche spendere meglio, e soprattutto deve smettere di spendere in modo frammentato come se ogni Paese fosse un’isola.

Altrimenti l’aumento di budget diventa un sussidio ai ritardi, e la sicurezza resta una promessa.

Il discorso di Vannacci, però, non è progettato per aprire un tavolo tecnico, ma per conquistare un punto politico nel conflitto interno europeo.

È un discorso che parla a un elettorato che percepisce l’inflazione e i rincari come emergenza quotidiana, e che sente l’“agenda difesa” come qualcosa imposto dall’alto.

In questo senso, la vera abilità retorica non è nei numeri, ma nella scena: l’uomo che va al supermercato e scopre che al posto dei prezzi del latte ci sono i prezzi dei cannoni.

È cinema politico, e il cinema politico oggi vince spesso sul dossier.

Vannacci chỉ trích Kaja Kallas ở Strasbourg: "Thỉnh thoảng, hãy đến siêu thị và kiểm tra giá cả."

Kaja Kallas, dall’altra parte, rappresenta per molti l’idea opposta: una linea dura verso la Russia e una difesa più robusta come assicurazione strategica dell’Europa.

Che si condivida o no quella linea, è una posizione che nasce da una lettura molto concreta della vulnerabilità europea.

Il problema è che, quando la sicurezza viene raccontata solo come dovere morale o come allarme permanente, perde contatto con la vita materiale delle famiglie, e diventa facile bersaglio di chi la descrive come capriccio delle élite.

Qui sta il punto di frizione più profondo: l’Europa ha bisogno di sicurezza e di consenso, ma spesso prova a ottenere la prima senza costruire davvero il secondo.

E senza consenso, ogni scelta impegnativa diventa benzina per i populismi e per le polarizzazioni.

La polemica “Vannacci contro Kallas” è quindi meno un duello personale e più un sintomo di un problema sistemico: l’Europa deve spiegare perché investire in difesa è necessario, e deve farlo senza sembrare indifferente al costo della vita.

Se non ci riesce, ogni intervento come quello di Vannacci diventa un accelerante, perché dà forma semplice a un malessere complesso.

C’è poi un dettaglio che spesso si perde nel rumore: parlare di “non competitività” della difesa europea significa anche parlare di industria e lavoro.

Una politica di difesa comune, se progettata bene, può creare filiere, competenze e occupazione qualificata, oltre a garantire autonomia strategica.

Se progettata male, può diventare invece una spesa inefficiente che arricchisce pochi e lascia dipendenze intatte.

Ed è su questa differenza che si giocherà la vera partita, molto più di qualsiasi clip in aula.

La domanda che resta dopo l’ovazione o dopo l’indignazione non è chi abbia “umiliato” chi.

La domanda è se l’Europa sappia costruire una difesa credibile senza trasformare la transizione strategica in un conto presentato sempre agli stessi.

Se l’aumento della spesa militare verrà percepito come sottrazione secca a sanità e salari, il progetto si sbriciolerà politicamente.

Se invece verrà percepito come investimento coordinato, trasparente e utile, con ricadute industriali e maggiore sicurezza, allora potrà reggere anche in una fase economica difficile.

Il discorso di Vannacci è efficace perché mette in imbarazzo proprio su questo terreno, cioè la percezione.

Non serve che i suoi numeri siano perfetti perché l’immagine del “carrello pieno di cannoni” faccia presa.

E oggi, nella politica europea, la percezione è già metà della realtà, perché decide se una strategia ha carburante democratico oppure no.

Per questo la polemica non finirà con un video, e non finirà con un applauso.

Finirà, semmai, quando l’Europa dimostrerà di saper conciliare sicurezza e benessere senza chiedere fiducia cieca, e senza trattare chi paga il conto come un pubblico che deve solo applaudire dalle tribune.

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