In Italia basta poco per trasformare il rito più istituzionale dell’anno in un campo di battaglia, e questa volta è successo nel modo più prevedibile e insieme più dirompente.
Il messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica, tradizionalmente pensato come un punto di tenuta collettiva, è diventato il detonatore di una polemica a cascata che ha attraversato politica, social e talk show.
Al centro del nuovo incendio mediatico c’è Roberto Vannacci, generale noto per posizioni identitarie e per una comunicazione che non cerca mediazioni, che ha scelto di commentare e contestare il discorso del Capo dello Stato.
La questione, prima ancora che politica, è culturale: quando un simbolo di unità viene “risposto” con toni da contro-discorso, cambia la temperatura del dibattito pubblico e si spostano i confini di ciò che viene considerato normale.
Nessun presidente è sottratto alla critica, ma in Italia la Presidenza della Repubblica resta un’istituzione con un peso particolare, e proprio per questo ogni attacco o scontro percepito genera reazioni sproporzionate.
È qui che nasce la parola che rimbalza ovunque, “tabù”, perché molti osservatori leggono l’intervento di Vannacci come un tentativo di sfidare non solo contenuti specifici, ma la soglia stessa della critica rivolta al Quirinale.
Chi lo difende sostiene che si tratti di libertà di parola e di un dissenso legittimo verso una visione del Paese considerata troppo astratta o troppo “ufficiale”.

Chi lo attacca ribatte che il rischio non è il dissenso, ma la trasformazione dell’istituzione arbitrale in bersaglio permanente, con effetti corrosivi sulla fiducia democratica.
Il punto di partenza è noto: nel discorso di fine anno il Presidente richiama valori condivisi, unità nazionale, coesione sociale, e spesso un appello alla pace come orizzonte etico e politico.
Proprio su quel tema, secondo la ricostruzione che circola online, Vannacci avrebbe scelto di spostare immediatamente il fuoco sull’Unione Europea, sostenendo che l’Europa non starebbe lavorando davvero per la pacificazione e anzi potrebbe ostacolarla.
È una frase che funziona come una miccia, perché “pace” è una parola unanimemente desiderata, mentre “responsabilità della guerra” è una parola che spacca, e imputarla a un attore sovranazionale significa chiamare in causa l’identità politica dell’Italia dentro l’Europa.
In un’epoca in cui l’Unione viene accusata contemporaneamente di essere troppo invadente e troppo debole, qualunque giudizio assoluto diventa virale perché offre una risposta semplice a un problema complesso.
La complessità, però, non scompare, e riemerge subito nella domanda che divide il pubblico: criticare l’Europa significa criticare scelte specifiche, oppure mettere in discussione l’architettura stessa dell’integrazione.
Dentro quella domanda si infilano tutte le frustrazioni accumulate negli ultimi anni, dalla percezione di impotenza geopolitica ai costi economici e sociali delle crisi internazionali.
Vannacci parla a un pezzo di Paese che sente l’Europa come un livello decisionale distante, e che interpreta la “linea comune” come un vincolo più che come una protezione.
Allo stesso tempo, chi difende l’impianto europeo vede in questo tipo di attacco un modo per scaricare su Bruxelles contraddizioni che sono anche nazionali, e per rafforzare una retorica di contrapposizione permanente.
Il risultato è una polarizzazione istantanea, perché il discorso non resta sul piano delle politiche, ma diventa un giudizio morale su chi “vuole la pace davvero” e chi “la ostacola”.
Il secondo fronte della polemica, ancora più infiammabile, riguarda identità e cittadinanza, perché è qui che le parole smettono di essere astratte e toccano direttamente la vita quotidiana.
Nel racconto che si è imposto sui social, Vannacci avrebbe detto che proprio perché l’Italia è “una storia di successo” non si dovrebbe “svendere la cittadinanza”.
“Svendere” è un verbo che porta con sé un’intera visione del mondo, perché presuppone che la cittadinanza sia un bene scarso, quasi una proprietà da difendere, e non soltanto uno status giuridico con diritti e doveri.
In quella parola ci sono anni di discussione su immigrazione, integrazione, welfare, sicurezza e identità, con una differenza decisiva: mentre la politica spesso parla per numeri e norme, la retorica parla per immagini.
L’immagine evocata è quella di un Paese generoso e vulnerabile, in cui qualcuno arriverebbe per approfittare di libertà e stato sociale senza condividerne responsabilità.
È una narrazione efficace perché si aggancia a paure reali, anche quando le generalizza, e perché offre un colpevole semplice a un sistema complesso di squilibri sociali.
Chi contesta questa impostazione la definisce discriminatoria, perché sposta l’attenzione dai comportamenti individuali a categorie indistinte, e perché rischia di alimentare sospetto verso chi già vive ai margini.
Chi la sostiene ribatte che non si tratta di discriminazione, ma di realismo, e che distinguere tra integrazione e opportunismo sarebbe un atto di tutela del patto sociale.
In mezzo ci sono i fatti, che sono sempre più lenti dei giudizi: le procedure di cittadinanza, i requisiti, i tempi, le differenze territoriali, e soprattutto l’enorme distanza tra percezione e realtà che alimenta discussioni interminabili.
Quando un personaggio pubblico usa parole massimaliste, la discussione non resta mai tecnica, perché la tecnica non produce appartenenza, mentre l’identità sì.
È qui che la polemica “esplode” nel senso più moderno del termine: non si concentra su un’analisi, ma si frammenta in reazioni, clip, meme e repliche, ciascuna progettata per confermare il proprio campo.
Il terzo tema attribuito all’intervento di Vannacci riguarda i giovani e l’educazione, ed è forse il più insidioso perché appare meno divisivo ma in realtà lo è profondamente.
Dire che “i giovani sono fantastici” è una premessa apparentemente conciliante, ma la critica che segue, centrata su una società “liquida” e su una presunta cancellazione della storia, sposta subito il discorso su una guerra culturale.
La guerra culturale è comoda perché spiega tutto, perché se i giovani “non hanno radici” allora la colpa è di un sistema educativo e mediatico, e la soluzione diventa un ritorno a valori definiti e riconoscibili.
In questo quadro parole come coraggio, meritocrazia e orgoglio nazionale diventano bandiere, e le bandiere hanno il vantaggio di essere chiare anche quando non dicono come si traduce tutto in politiche pubbliche.
La meritocrazia, per esempio, è un concetto condivisibile e spesso invocato, ma può significare riforme della scuola, accesso all’università, selezione nella pubblica amministrazione, mobilità sociale, e soprattutto lotta alle disuguaglianze di partenza.
Quando la meritocrazia viene usata come parola d’ordine identitaria, rischia di diventare un giudizio morale sulle persone più che un progetto di sistema.
Anche “orgoglio” è una parola ambigua, perché può essere coesione e responsabilità, ma può diventare anche esclusione e contrapposizione se viene definito contro qualcuno.
La discussione sui giovani, così impostata, non parla più di opportunità reali, salari, casa, precarietà e fuga di cervelli, ma di appartenenza simbolica e di “valori perduti”.
Eppure proprio quei temi concreti sono spesso il terreno su cui si misura la fiducia delle nuove generazioni nelle istituzioni, più di qualsiasi appello retorico.

Il finale attribuito all’intervento, l’invito al Presidente a pronunciare “Viva l’Italia”, è la parte più teatrale e per questo la più condivisa, perché una frase breve è perfetta per diventare hashtag.
Ma anche qui la teatralità non è neutra, perché suggerisce che la legittimazione patriottica sia in discussione e che qualcuno debba “dimostrarla” pubblicamente, come se fosse un test di appartenenza.
Per alcuni è un richiamo all’unità nazionale, per altri è una pressione simbolica che trasforma un’espressione di patria in uno strumento di divisione.
Il punto, in casi del genere, è capire che il bersaglio non è solo il contenuto del messaggio presidenziale, ma il suo ruolo, cioè la funzione di essere un luogo di equilibrio sopra la contesa.
Quando quella funzione viene trascinata in un duello mediatico, l’intero sistema politico ne risente, perché perde un punto di riferimento che non coincide con una maggioranza.
Va anche detto che la polemica vive di un’altra dinamica tipica dei social: la sensazione che “nessuno dica la verità” e che serva una voce “senza freni” per rompere il conformismo.
È un sentimento trasversale e potente, che spesso premia chi parla in modo assoluto e penalizza chi parla con prudenza.
Ma l’assoluto ha un prezzo, perché semplifica fino a cancellare le zone grigie, e in politica le zone grigie sono spesso proprio quelle in cui si decide la qualità della convivenza.
Il Presidente della Repubblica, per Costituzione e per prassi, non entra nel botta e risposta quotidiano, e quindi la polemica resta in gran parte a senso unico, alimentata da interpretazioni e contro-interpretazioni.
Questo sbilanciamento aumenta la spettacolarizzazione, perché chi attacca o contesta ha sempre l’ultima parola, almeno sul piano mediatico, mentre l’istituzione resta nel suo silenzio funzionale.
In questa asimmetria si inseriscono i partiti, che scelgono se cavalcare l’onda o raffreddarla, sapendo che l’onda porta consenso ma può anche produrre danni istituzionali difficili da riparare.
Il caso Vannacci-Mattarella, per come viene raccontato, non è solo una notizia, ma un laboratorio di comunicazione politica: si prende un discorso generale, lo si scompone in frasi, e si risponde con frasi ancora più nette.
È un metodo che funziona perché trasforma valori in bersagli e trasforma il commento in evento.
Il problema è che, una volta trasformato il commento in evento, la discussione si sposta dal “che cosa è giusto” al “chi è più forte”, e la forza comunicativa diventa un criterio di verità.
Se la polemica continuerà, come è probabile, non lo farà perché cambieranno gli argomenti, ma perché cambieranno le cornici, con nuovi tagli video, nuove citazioni e nuove accuse di strumentalizzazione.
E in quella spirale il rischio è che pace, cittadinanza e giovani diventino solo tre palline da giocoliere per il dibattito permanente, invece che tre priorità da affrontare con serietà.
L’Italia ha bisogno di discutere di Europa senza mitologie, né angeliche né demoniache, perché l’Europa è insieme limite e potenza, insieme protezione e frustrazione, e negarlo significa mentire.
Ha bisogno di discutere di cittadinanza senza ridurla a slogan, perché dietro ogni norma ci sono percorsi di vita, doveri concreti e la stabilità stessa del patto democratico.
Ha bisogno di discutere di giovani senza usare i giovani come schermo su cui proiettare nostalgie o paure, perché il futuro non si educa a colpi di etichette, ma con opportunità reali e istituzioni credibili.
In questo senso, la polemica non è “mai vista” per la novità degli argomenti, che sono antichi, ma per la velocità con cui l’istituzionale viene risucchiato nel vortice della comunicazione muscolare.
E quando l’istituzionale viene risucchiato così, il Paese si ritrova a discutere più del tono che del merito, più della sfida che della soluzione.
La vera misura di maturità democratica, in un momento simile, non è scegliere un vincitore, ma pretendere che le parole più incendiarie si traducano in responsabilità, dati, proposte e conseguenze verificabili.
Solo così un terremoto mediatico smette di essere rumore e diventa un’occasione per capire che cosa l’Italia vuole essere, dentro l’Europa, dentro il mondo, e dentro se stessa.
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