Bruxelles è abituata ai discorsi levigati, alle formule prudenti e alle frasi che non feriscono nessuno.

Per questo, quando Roberto Vannacci prende la parola con un registro frontale e polarizzante, l’effetto scenico è inevitabile: o lo si applaude come “voce che rompe il copione”, oppure lo si respinge come provocazione costruita per i titoli.

In mezzo, però, resta un dato politico che non si può ignorare: quel tipo di intervento intercetta un malessere reale, e lo traduce in un atto d’accusa totale contro la Commissione europea e contro la traiettoria degli ultimi anni.

Il passaggio che colpisce di più, nel testo del suo intervento, è l’impostazione complessiva: non un’aggiustatura, non una critica puntuale, ma una diagnosi di fallimento sistemico.

Vannacci descrive il programma della Commissione come “l’emblema” di ciò che non ha funzionato negli ultimi sei anni, e già questa cornice è una scelta comunicativa netta: se tutto è fallimento, allora qualunque proposta futura diventa sospetta per definizione.

È una retorica efficace perché ribalta l’onere della prova: non è chi critica a dover dimostrare perché cambiare, ma è l’istituzione a dover dimostrare perché non sarebbe da archiviare.

Poi arriva il primo bersaglio, quello più riconoscibile nell’immaginario politico europeo recente: il Green Deal.

Vannacci prosciolto dalle accuse di peculato e truffa: «Ho sempre  rispettato le leggi» - Il Sole 24 ORE

Nel suo racconto, il Green Deal non è una transizione complessa con costi e benefici, ma un colpo diretto all’economia, una politica “che ha distrutto” la capacità produttiva e la competitività.

È una formula estrema, pensata per essere memorizzata, ma anche per rendere moralmente inattaccabile la conclusione: se qualcosa “distrugge”, allora non si corregge, si cancella.

Il punto è che l’Europa, su energia e industria, vive davvero una tensione delicata tra obiettivi climatici, prezzi, sicurezza degli approvvigionamenti e concorrenza globale.

Ridurre tutto a una parola sola può galvanizzare, ma rischia anche di oscurare la realtà, che è fatta di differenze tra Stati, settori, mix energetici e capacità di investimento.

La seconda traiettoria dell’attacco riguarda l’immigrazione, presentata come “totalmente inadeguata” e come fattore che avrebbe “eroso lo stato sociale” e “minato l’identità” europea.

Qui la forza del discorso sta nel legare tre paure in una catena unica: welfare, sicurezza culturale, tenuta della comunità.

È un concatenamento che funziona sul piano emotivo perché suggerisce un’unica causa per problemi diversi, e quindi una soluzione semplice: “basta” a un fenomeno descritto come incontrollato.

Ma è anche un terreno scivoloso, perché quando il linguaggio diventa totalizzante e parla di “islamizzazione” come minaccia indistinta, il rischio è trasformare una discussione su politiche migratorie e integrazione in un bersaglio verso intere comunità.

Una democrazia può discutere duramente di confini, quote, rimpatri, diritto d’asilo e gestione dei flussi, senza scivolare nella delegittimazione di milioni di cittadini e residenti che non sono un blocco monolitico e non sono un problema in quanto tali.

Se il discorso vuole essere “verità sbattuta in faccia”, la verità più utile è quella che regge alla complessità, non quella che la brucia per ottenere consenso immediato.

Nel terzo colpo, Vannacci attacca il progetto di rafforzamento della difesa europea, evocato con l’etichetta “Rearm Europe”, e lo descrive come un piano che farebbe gli interessi degli Stati Uniti e della finanza internazionale.

Anche qui la costruzione è tipica del linguaggio anti-establishment: l’Europa non decide, l’Europa esegue, e i beneficiari veri non sono i cittadini europei.

È una narrazione potente perché tocca una sensibilità storica e geopolitica diffusa, quella dell’Europa come continente ricco ma “eterodiretto”, costretto tra alleanze e dipendenze industriali.

Allo stesso tempo, la difesa europea è un tema pieno di paradossi: si chiede più autonomia strategica, ma spesso la filiera industriale e la standardizzazione spingono verso acquisti esterni o verso compromessi multilaterali.

Dire che ogni incremento della spesa militare “serve altri” è una frase che accende la platea, ma non risponde alla domanda concreta che l’Europa si pone dopo anni di instabilità ai confini: come si difende un continente senza strumenti credibili e senza coordinamento.

Il quarto asse dell’intervento è il più classico e forse il più condivisibile anche da chi non ama la postura di Vannacci: l’attacco alla burocrazia e alla “dittatura di regole ottuse”.

Vannacci sfuria con la Commissaria Europea: "Ma quale zaino di  sopravvivenza, impari a scappare!"

Il termine “dittatura” è volutamente iperbolico, ma tocca un nervo reale, perché l’Unione Europea, per funzionare tra 27 sistemi politici e giuridici, produce un’enorme quantità di norme e vincoli che molti cittadini percepiscono come lontani.

La percezione di distanza istituzionale è il carburante principale di questi discorsi: se le regole sono viste come incomprensibili e punitive, allora chi promette di “liberarsene” appare come liberatore.

Eppure la stessa architettura europea si regge su regole perché senza regole comuni il mercato unico e le politiche condivise diventerebbero una somma di interessi nazionali in conflitto permanente.

Il vero punto politico, quindi, non è “regole sì o regole no”, ma quali regole servono davvero, quali sono ridondanti, e come si riduce il carico senza distruggere le garanzie.

Quando Vannacci dice “basta” in sequenza, costruisce una scaletta emotiva che culmina in un’unica promessa: salvare l’Europa da povertà, autoritarismo e burocrazia.

È una chiusura che rovescia l’accusa tipica rivolta ai sovranisti, perché qui è l’Unione a essere descritta come fonte di autoritarismo, non come argine.

Questo capovolgimento è una delle dinamiche più forti della politica europea contemporanea: l’istituzione nata per evitare i nazionalismi distruttivi viene accusata di essere essa stessa un potere opaco e coercitivo.

In aula, un intervento così non è solo contenuto, è anche gesto.

È la scelta di non cercare mediazione, di non blandire, di non usare il linguaggio diplomatico che a Bruxelles è considerato quasi una valuta.

Quando qualcuno rifiuta quella valuta, obbliga tutti a reagire su un terreno diverso: o lo si squalifica come demagogo, o lo si ascolta come sintomo di un problema che non si riesce più a gestire con le formule.

Il fatto che un discorso del genere faccia rumore non prova automaticamente che sia corretto, ma prova che è costruito per essere ascoltato fuori dall’aula.

La vera arena non è il Parlamento europeo, ma lo smartphone, dove dieci secondi possono contare più di dieci pagine.

È per questo che le parole “nessuno osava pronunciare” funzionano come slogan: suggeriscono censura, e la censura percepita moltiplica l’attenzione.

Ma c’è una differenza cruciale tra ciò che non si osa dire e ciò che non si dice perché è impreciso, incompleto o incendiario.

Un’Europa adulta dovrebbe essere in grado di discutere senza tabù di transizione energetica, immigrazione, sicurezza, sovranità e semplificazione normativa.

Allo stesso tempo dovrebbe rifiutare l’idea che ogni complessità sia un inganno, e che ogni vincolo sia una “dittatura”, perché quel lessico, se normalizzato, logora la fiducia nel terreno comune.

Il problema di Bruxelles non è che qualcuno alzi la voce, perché le istituzioni resistono alle voci.

Il problema è quando l’istituzione non riesce più a tradurre le proprie scelte in una storia comprensibile, e lascia che siano gli avversari a raccontarle come una congiura contro i popoli.

Se la Commissione risponde solo con tecnicismi, conferma la distanza che la critica denuncia.

Se risponde con slogan, perde la sua natura e si trasforma in un attore di propaganda come tutti gli altri.

E allora il discorso di Vannacci diventa, più che un attacco, uno specchio: ci mostra quanto spazio esista oggi per chi promette rottura totale, e quanto sia fragile il patto di fiducia tra centro decisionale europeo e cittadini.

Che cosa resta dopo lo “shock”.

Resta una domanda politica molto concreta: l’Unione saprà correggere ciò che non funziona senza farsi trascinare in una guerra culturale permanente.

Resta anche una domanda democratica: sapremo discutere di identità, religione e integrazione senza trasformare la diversità in un capro espiatorio, e senza consegnare il dibattito a parole che accendono ma non governano.

E resta, soprattutto, una lezione sulla comunicazione del potere: quando la gente sente che la propria vita si fa più cara, più incerta e più complicata, la frase “basta” diventa più persuasiva di qualsiasi piano in dieci punti.

Bruxelles non era pronta, forse, non perché non conoscesse le critiche, ma perché non controlla più il modo in cui quelle critiche diventano racconto di massa.

E in un continente in cui la politica si gioca sempre più sulla percezione, un racconto ben costruito può sembrare “verità” anche quando è, in parte, una semplificazione strategica.

Il confronto vero, adesso, non è tra un generale e un’aula, ma tra due modelli di Europa: uno che promette protezione attraverso regole comuni, e uno che promette salvezza attraverso rottura e ritorno di sovranità.

Finché l’Unione non riuscirà a dimostrare, nella vita quotidiana, che le sue scelte producono sicurezza energetica, crescita e controllo ordinato dei flussi, gli interventi come quello di Vannacci continueranno a trovare terreno fertile.

E quel terreno fertile, più delle singole parole, è ciò che oggi dovrebbe preoccupare davvero le istituzioni europee.

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