A volte la televisione politica sembra un acquario, illuminato e prevedibile, dove ogni pesce conosce già la traiettoria da compiere.
Poi capita una sera in cui qualcuno non recita, ma ragiona, e all’improvviso lo studio cambia temperatura.
Non servono urla, non servono accuse da tribunale popolare, non servono frasi da titoli facili.
Basta una voce ferma che entra nel merito e costringe tutti, favorevoli e contrari, a smettere di parlare per slogan.
È in questo spazio, raro e scomodo, che la figura di Nicola Gratteri viene raccontata come un detonatore.
Non perché “attacchi” nel senso classico, ma perché sposta il baricentro dal tifo alla struttura, dai sospetti alle conseguenze, dalla propaganda all’ingegneria istituzionale.
Il tema è la riforma della giustizia e, in particolare, la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante, con ciò che la accompagna in termini di governance, disciplina, valutazioni, responsabilità.
Da anni questa riforma viene presentata da una parte come la chiave per rendere il giudice davvero terzo, e dall’altra come il grimaldello per rendere il pubblico ministero più fragile, più condizionabile, più “addomesticabile”.
Due narrazioni speculari, entrambe potenti, entrambe capaci di accendere paure profonde.

La prima paura è quella del cittadino che si sente trascinato dentro procedimenti interminabili, costosi, opachi, dove la presunzione di innocenza sembra una formula e non un’esperienza reale.
La seconda paura è quella di un Paese in cui chi indaga sui forti finisce per pagare un prezzo, diretto o indiretto, e in cui l’autonomia diventa un ricordo buono per i manuali.
Quando Gratteri prende la parola, il punto non è la postura del “magistrato contro il governo”, che sarebbe una scorciatoia utile ai titoli e poco utile alla comprensione.
Il punto, almeno per come viene percepito dal pubblico, è che parla come se la riforma non fosse un vessillo, ma un meccanismo, e un meccanismo può funzionare o incepparsi, indipendentemente dalla fede politica di chi lo monta.
Nella sua critica, così come viene riportata e discussa, compare un concetto che fa male a entrambe le tifoserie: la libertà operativa del pubblico ministero.
Non la libertà come privilegio, ma la libertà come condizione di lavoro, cioè la possibilità di indagare senza guardare continuamente sopra la spalla.
Gratteri insiste su un punto che, detto in modo semplice, suona così: un PM non deve essere “forte” perché comanda, ma libero perché resiste alle pressioni, anche quando la pressione non è una telefonata minacciosa ma una carriera che dipende da valutazioni, correnti, passaggi, incarichi, reputazione.
In quel passaggio la discussione smette di essere astratta e diventa umana, perché chiunque abbia lavorato in una grande organizzazione sa che il potere non agisce solo con gli ordini, ma anche con incentivi e timori.
Il nodo allora non è soltanto separare o non separare le carriere, ma con quali contrappesi, con quale architettura disciplinare, con quali garanzie di indipendenza interna, con quale trasparenza nelle valutazioni.
È qui che la critica di Gratteri diventa, per chi lo ascolta, un “smontaggio”, perché non si limita a dire “non mi piace”, ma prova a dire “attenzione a cosa succede dopo”.
Dall’altra parte, la maggioranza che sostiene la riforma racconta una storia opposta e altrettanto intuitiva.
Se accusatore e giudice appartengono alla stessa casa, se condividono percorsi, cultura professionale, circolazione di incarichi, allora la terzietà rischia di essere percepita come parentela, e la percezione, in giustizia, è già una parte della credibilità.
Chi difende la separazione delle carriere sostiene che il cittadino debba vedere due mondi distinti, non comunicanti, non sovrapponibili, perché l’equilibrio del processo dipende anche da questa distanza.
La tesi è: se vogliamo un giudice davvero terzo, non basta chiederlo al giudice, bisogna progettarlo nell’ordinamento.
E quando questa tesi incontra la frustrazione di chi ha conosciuto processi infiniti, assoluzioni tardive, vite sospese, allora diventa politicamente esplosiva.
Il dibattito, però, si complica perché la parola “responsabilità”, nel discorso pubblico, è diventata un contenitore emotivo.
Per alcuni significa finalmente conseguenze per gli errori, per altri significa pressione indiretta su chi indaga e decide, cioè un modo elegante per dire “state attenti a chi toccate”.
La stessa parola, due immagini incompatibili, ed entrambe credibili se raccontate bene.
In diretta TV, quando Gratteri entra su questo terreno, il suo messaggio viene percepito come un avvertimento: attenzione alle riforme che promettono modernizzazione, perché la modernizzazione può essere anche un modo di cambiare i rapporti di forza.
Non è una tesi complottista per forza, è un principio di prudenza istituzionale: se tocchi gli ingranaggi, cambia la dinamica, e se cambia la dinamica cambia anche ciò che i magistrati si sentiranno “autorizzati” a fare.
Ed è qui che cala quel silenzio che in televisione conta più di qualunque replica, perché il silenzio segnala che la discussione non è più comoda.
Quando un ospite parla per immagini, lo interrompi, lo sposti, lo riduci a un titolo.
Quando un ospite parla per conseguenze, devi rispondere nel merito, e il merito è più lento, più rischioso, più verificabile.
Il momento diventa ancora più delicato quando, nel racconto che circola, Gratteri accenna a dubbi interni alla maggioranza, perfino dentro il partito della Presidente del Consiglio.
Qui occorre cautela, perché le indiscrezioni sulla “vera” opinione dei parlamentari sono materia scivolosa, e senza riscontri restano, appunto, indicazioni, percezioni, conversazioni riportate.
Ma anche solo l’idea di un dissenso sotterraneo accende un tema vero, che prescinde dal caso specifico: la disciplina di partito.
In Parlamento si vota spesso compatti non perché tutti siano convinti, ma perché la politica funziona anche come catena di comando, e la catena di comando, in una riforma identitaria, si stringe.
Il punto non è demonizzare la disciplina, che può garantire governabilità, ma chiedersi cosa accade quando la disciplina diventa l’unico linguaggio e il merito resta fuori dall’aula.
Una riforma costituzionale, o comunque una riforma di architettura giudiziaria, dovrebbe vivere di spiegazioni ripetute, di esempi concreti, di simulazioni, di “cosa cambia domani mattina” per imputati, vittime, avvocati, magistrati, personale amministrativo.
Se invece la discussione si riduce a “o stai con i cittadini o stai con la casta”, allora la complessità viene espulsa e resta solo la rabbia.
Gratteri, nel racconto della serata, prova a riportare quella complessità al centro, e questo è ciò che lo rende pericoloso per la logica del talk: perché non offre una battuta finale, offre un problema aperto.
Il governo, dal canto suo, ha un incentivo opposto e legittimo: trasformare la riforma in una promessa riconoscibile, perché un esecutivo vive anche di bandiere, e la giustizia è una delle bandiere più redditizie in termini di consenso.
La frustrazione verso la lentezza dei processi è reale, trasversale, e spesso non ideologica, perché colpisce imprenditori, lavoratori, famiglie, amministrazioni, chiunque abbia avuto a che fare con un contenzioso.
Il rischio, però, è che la risposta alla lentezza venga confusa con la risposta alla fiducia, e non sempre le due cose coincidono.
Si può rendere un procedimento più rapido senza renderlo più giusto, e si può difendere l’indipendenza senza rendere il sistema più efficiente, e il Paese finisce schiacciato tra due insoddisfazioni.
In quel silenzio televisivo che “vale più di mille smentite” c’è soprattutto questo: la sensazione che una parte del dibattito abbia venduto semplicità dove serviva precisione.
La separazione delle carriere, da sola, non costruisce automaticamente la terzietà, e non distrugge automaticamente l’indipendenza, perché tutto dipende dai dettagli: chi nomina, chi valuta, chi disciplina, con quali garanzie, con quali possibilità di difesa, con quale trasparenza.
Allo stesso modo, difendere l’assetto attuale non significa negare che esistano criticità enormi, perché la giustizia italiana soffre anche di carenze organizzative e amministrative che nessuna riforma simbolica risolve se non si investe su strutture e personale.
Il cittadino che guarda da fuori, spesso, non chiede un vincitore morale, chiede un sistema comprensibile e prevedibile.

Chiede tempi ragionevoli, chiede decisioni motivate, chiede che chi sbaglia paghi in modo proporzionato, chiede che chi subisce un reato non venga dimenticato, e chiede che chi è innocente non resti appeso per anni.
E chiede anche una cosa meno detta ma fondamentale: che nessun potere, né politico né giudiziario, possa diventare intoccabile.
Se la riforma viene percepita come un modo per rendere la magistratura più “controllabile”, allora perde legittimità prima ancora di entrare in vigore.
Se la difesa dello status quo viene percepita come chiusura corporativa, allora perde consenso prima ancora di spiegarsi.
In questo gioco di percezioni, la figura di Gratteri diventa una cartina di tornasole, perché non parla come un politico, non chiede voti, e proprio per questo le sue parole sembrano, a chi lo segue, più difficili da liquidare.
Ma proprio per questo, a chi lo critica, possono sembrare ancora più problematiche, perché un magistrato che interviene nel dibattito pubblico viene subito letto come attore politico, anche quando sostiene di parlare per allarme istituzionale.
È un equilibrio delicatissimo, e una democrazia matura dovrebbe saperlo gestire senza trasformarlo in guerra di tribù.
Il punto finale della serata, quello che resta addosso, è che la giustizia non è una bandiera, è un servizio essenziale, come la sanità, e quando un servizio essenziale diventa propaganda il conto lo pagano i cittadini.
Se davvero quel silenzio in studio ha un valore, allora il valore è un invito scomodo: smettere di chiedere chi “vince” e iniziare a chiedere cosa funziona.
Perché una giustizia più rapida senza garanzie è un rischio, ma una giustizia garantista senza efficienza è una promessa tradita.
E tra questi due estremi, l’Italia ha bisogno non di un ring, ma di un progetto che regga alla prova peggiore di tutte: la realtà quotidiana dei tribunali.
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