Un pezzo di carta.
Lo senti il rumore?
Fermati un istante e ascolta. Non è il fruscio del vento, non è il suono di una pagina di giornale voltata distrattamente al bar.
È un rumore più secco, più tagliente. Come una lama che scorre sulla pelle.
È il fruscio di un diploma di maturità, di una pergamena di laurea appesa al muro con una cornice dorata, di un master conseguito in qualche università privata dove la retta costa quanto l’auto di un operaio.
Quel pezzo di carta, che un tempo doveva certificare competenze, sacrifici e notti insonni sui libri, oggi ha cambiato natura. Si è trasformato.
Non è più un titolo. È diventato un’arma.
È diventato un confine invalicabile, una trincea scavata nel cuore della società italiana, un filo spinato elettrificato che separa “Noi” da “Loro”.
Immaginate la scena.
Siamo in una stanza buia, forse a Bruxelles, forse a Roma. L’unica fonte di luce è il riflesso bluastro, freddo, quasi spettrale, di uno smartphone di ultima generazione. 📱
Un pollice scorre velocemente sul vetro.
Non è il pollice di un cittadino qualunque che controlla l’estratto conto con ansia o scorre le foto dei nipoti.
È il pollice di un europarlamentare. Di qualcuno che ha il potere di decidere le sorti di un continente.
Carolina Morace osserva lo schermo.

I suoi occhi, abituati a scrutare il campo da gioco, ora scrutano l’abisso dei social network. Vede l’odio, certo. Vede i commenti beceri contro Selena Peroli, una giovane donna del Camerun che ha avuto il coraggio di denunciare il razzismo digitale.
Ma in quel momento, qualcosa scatta nella mente dell’ex campionessa.
Non è solo solidarietà umana. Non è l’abbraccio di chi protegge una vittima.
È qualcosa di più oscuro, di più antico.
È il riflesso condizionato di una classe dirigente che ha deciso, in un momento imprecisato della storia recente, di pesare gli uomini e le donne non per le loro azioni, non per il loro cuore, ma per i loro certificati.
Il silenzio del corridoio asettico di Bruxelles è interrotto solo dal ticchettio frenetico dei tasti.
Carolina Morace scrive. E le parole che digita non sono scudi per difendere Selena. Sono pietre scagliate contro la folla.
“Poveri trogloditi, volgari e ignoranti”.
Fermatevi su questa parola: Trogloditi.
Non “razzisti”. Non “maleducati”. Trogloditi.
È un termine antropologico. Definisce una specie inferiore, uomini delle caverne, esseri non evoluti.
E poi, arriva la stoccata finale. Quella che svela il vero intento, quella che trasforma un post di difesa in un manifesto di guerra sociale e politica.
“Se vai a vedere i titoli di studio, al massimo hanno lo stesso titolo della Meloni”.
Boom. 💥
Il velo è caduto.
Il bersaglio non sono più gli haters anonimi che insultano sul web. Quelli sono solo il pretesto, la carne da cannone.
Il vero bersaglio è il Presidente del Consiglio.
Il bersaglio è chiunque non faccia parte dell’accademia.
Il bersaglio è il popolo.
In questo preciso istante, il pezzo di carta smette di essere un attestato di studio e diventa un manganello intellettuale.
La democrazia smette di essere un confronto tra idee e diventa un esame di stato permanente, dove i professori sono loro e gli alunni bocciati siamo noi.
Chi ha deciso che il tuo voto vale meno se non hai una corona d’alloro sulla testa?
Chi ha deciso che la tua opinione è spazzatura se non citi Foucault o se non hai fatto l’Erasmus a Parigi?
L’atmosfera si fa elettrica.
Siamo nel cuore del potere digitale, dove le reputazioni si costruiscono in anni di lavoro e si distruggono in pochi caratteri, digitati con la nonchalanche di chi si sente intoccabile.
Selena Peroli, povera lei, diventa il catalizzatore involontario di questa operazione.
La sua pelle, la sua storia, il suo dolore vengono usati come uno schermo su cui l’opposizione proietta il proprio disprezzo per l’elettorato.
Non è un caso isolato. Non è una “uscita infelice”.
È un pattern. Uno schema. Un metodo scientifico di delegittimazione dell’avversario che non passa più per la politica, ma per l’antropologia.
Carolina Morace, ex calciatrice leggendaria, avvocato, donna di successo che ha rotto mille soffitti di cristallo, ora guarda il mondo dall’alto in basso.
Sente ancora l’odore del cuoio dei palloni che l’hanno resa celebre, ma i suoi polmoni ora respirano l’aria rarefatta, condizionata e filtrata delle istituzioni europee.
Quell’aria che, a volte, toglie ossigeno al buon senso e alla connessione con la realtà.
Il conflitto non è più tra Destra e Sinistra. Quelle sono categorie del Novecento.
Il conflitto oggi è tra chi si sente “illuminato” e istruito, e chi viene etichettato come “troglodita”. Tra chi sta nella ZTL e chi sta nelle periferie dell’esistenza.
Cambiamo scena. 🎬
Immaginate lo studio televisivo di La7 o di Mediaset.
Le luci al neon sono così forti da far lacrimare gli occhi, studiate per non creare ombre sui volti truccati dei protagonisti.
L’aria condizionata è impostata su una temperatura polare, necessaria per non far sudare gli ospiti sotto i riflettori, ma anche per mantenere i nervi saldi.
Eppure, i nervi saltano comunque.
Vittoria Baldino, esponente di punta del Movimento 5 Stelle, siede sulla poltrona di pelle sintetica bianca.
Di fronte a lei, la conduttrice Costanza Calabrese cerca di mantenere un equilibrio precario, come un domatore che ha paura che il leone azzanni il pubblico.
La Baldino non parla di economia. Non parla di spread. Non parla dei numeri della manovra finanziaria.
Parla di stomaco.
Parla di bile.
“Mi fa schifo”.
Lo ripete. Lo scandisce.
“Mi fa schifo”. 🤮
La parola vibra nell’aria come una scarica elettrica ad alto voltaggio.
Colpisce Giorgia Meloni, certo. Ma non si ferma lì. Rimbalza e colpisce milioni di elettori.
È la retorica del disprezzo che si fa carne.
Il rancore ha un odore specifico, sapete?
Non odora di zolfo. Odora di carta vecchia e di inchiostro fresco.
È l’odore degli uffici di certi rettori universitari, come Tommaso Montanari, che hanno trasformato l’università da luogo del sapere a fortino ideologico.
“L’Italia ripudia questo governo fascista”, urlano dalle piazze e dalle colonne dei giornali, con la bava alla bocca.
Il conflitto è totale.
Da una parte un governo eletto dal voto popolare (che piaccia o no). Dall’altra un’élite che usa la cultura come una recinzione elettrificata per tenere fuori i barbari.
Il paradosso è accecante, come fissare il sole senza occhiali. ☀️
Si dicono difensori degli ultimi, dei poveri, degli emarginati.
Ma insultano chi non ha potuto studiare nelle scuole d’élite.
Si dicono inclusivi, accoglienti, aperti.
Ma escludono con ferocia chiunque non parli il loro gergo accademico, chiunque non usi le desinenze giuste, chiunque non abbia letto i libri giusti.
È una recita teatrale grottesca, dove il copione è scritto con il veleno.
Ma c’è un dato che nessuno vi dice.
Un numero.
Un numero freddo, brutale, che cambia completamente la prospettiva di questa storia e vi farà ribollire il sangue nelle vene.
Torniamo a Carolina Morace.
Siede al Parlamento Europeo.
Il suo stipendio, tra indennità parlamentare, rimborsi spese generali, diarie giornaliere e budget per i portaborse, sfiora una cifra mostruosa.
17.000 euro al mese. 💶
Diciassettemila.

Avete capito bene?
17.000 euro ogni trenta giorni.
Mentre lei digita la parola “Trogloditi” dal suo ufficio climatizzato con vista su Bruxelles, il cittadino medio che lei insulta, quello che magari ha votato Meloni o che semplicemente non ha una laurea, guadagna 1.200 euro.
Se è fortunato.
Fate il calcolo. Prendete la calcolatrice se non ci credete.
Un operaio, un commesso, un infermiere dovrebbe lavorare quattordici mesi per vedere la cifra che la Morace incassa in quattro settimane.
Quattordici mesi di sveglie all’alba, di schiena spezzata, di traffico, di capi che urlano, di scadenze impossibili.
Contro un mese di “attività parlamentare” e tweet indignati.
Eppure, secondo questa narrazione distorta, è il cittadino a essere “ignorante”.
È il cittadino a dover essere “rieducato” dai colti.
È il cittadino a dover abbassare la testa e ringraziare che ci siano persone così illuminate a guidarlo.
Cosa succede quando la politica smette di parlare ai bisogni reali (il pane, la sicurezza, la salute) e inizia a giudicare i diplomi?
Questa è la domanda che dovete porvi ogni volta che sentite un politico insultare il titolo di studio di un avversario.
Il twist narrativo è tutto qui.
Non è un attacco a Giorgia Meloni. Lei è solo il simbolo.
È un attacco preventivo a chiunque osi scalare la gerarchia sociale senza il permesso dei Dottori.
È il ritorno della Nobiltà di Toga.
Se non hai il titolo giusto, non puoi governare. Non puoi parlare. Non puoi esistere politicamente.
Se non hai la laurea giusta (e presa nell’università giusta), il tuo “schifo” non conta.
Ma il loro sì. Il loro schifo vale 17.000 euro al mese.
Vittoria Baldino usa la parola “schifo” in TV perché sa di essere protetta.
Sa di essere dentro una bolla di superiorità morale che la rende intoccabile.
È un metodo di controllo sociale mascherato da critica politica.
“State al vostro posto, ignoranti”. Questo è il sottotesto.
Il clima nelle piazze sta cambiando, e non in meglio. 🌩️
Lo sciopero generale contro la manovra non è più una protesta sindacale legittima. È diventato il palcoscenico per il disprezzo.
I leader dell’opposizione si muovono come attori consumati sotto i riflettori.
Non cercano il bene comune. Cercano l’applauso della propria tribù.
Cercano il like del collega di partito, la pacca sulla spalla del giornalista amico, l’invito al prossimo salotto televisivo.
Il sistema si sta difendendo. E lo fa usando l’arma più antica e potente del mondo: la Vergogna.
Ti dicono che sei ignorante perché così smetterai di pretendere i tuoi diritti.
Ti dicono che sei un troglodita perché così ti vergognerai delle tue opinioni.
Ti dicono che il tuo leader è inadeguato perché ha “solo” il diploma alberghiero o linguistico, perché così ti vergognerai di averlo votato.
È un’operazione di chirurgia psicologica di massa.
Guardate bene le mani di chi parla. 👀
Spesso sono mani morbide, curate. Mani che non hanno mai sollevato un peso più grande di una stilografica d’oro o di un calice di champagne.
Mani che firmano emendamenti per tagliare i fondi alla sicurezza, mentre la bocca pronuncia parole di solidarietà per le periferie che non hanno mai visitato senza scorta.
Il paradosso umano è qui, in tutta la sua ipocrisia.
Carolina Morace difende una ragazza vittima di razzismo. Un atto nobile, in teoria.
Ma lo usa come piedistallo per sputare su chi ha solo la terza media.
È una solidarietà condizionata.
“Ti difendo solo se posso usare la tua sofferenza per umiliare il mio avversario politico”.
È il cinismo della nuova sinistra che ha sostituito la lotta di classe con la lotta di laurea.
Hanno dimenticato gli operai per abbracciare i dottorandi.
La storia, però, è una maestra severa. E ci insegna che quando l’élite inizia a chiamare il popolo “troglodita”, la fine è vicina.
Accadde nella Francia del 1789, quando chi aveva le parrucche rideva di chi non aveva il pane.
Accadde nella Russia del 1917.
Ogni volta che una casta si è sentita così superiore da non dover più argomentare, ma solo insultare, il sistema è crollato.
Oggi il campo di battaglia è digitale, ma le ferite sono reali.
Quando Vittoria Baldino dice “Mi fa schifo”, sta rompendo il contratto sociale dell’educazione e del rispetto istituzionale.
Quando Costanza Calabrese interviene per richiamarla all’ordine, è già troppo tardi.
Il veleno è in circolo. ☠️
Ha già raggiunto i social, i bar, le case degli italiani, i gruppi WhatsApp.
Le cifre non mentono mai. I numeri sono testardi.
La distanza economica tra chi insulta e chi viene insultato è il vero scandalo di questa vicenda.
Un europarlamentare guadagna in un giorno quello che un pensionato percepisce in un mese di sopravvivenza.
Eppure, l’europarlamentare si sente in diritto di dare del troglodita al pensionato.
Perché?
Perché ha un pezzo di carta nel cassetto.
Un pezzo di carta che è diventato una licenza di insulto, un passaporto per l’impunità verbale.
È la mercificazione della cultura.
La cultura non serve più a elevare l’uomo, a renderlo libero, critico, empatico.
Serve a schiacciare il vicino di casa. Serve a tracciare una linea: “Io sono dentro, tu sei fuori”.
È un’inversione totale dei valori che hanno costruito l’Europa dei popoli.
Giorgia Meloni, in questo scenario, è solo il simbolo di un’anomalia che il sistema non riesce a digerire.
È il “glitch” nel Matrix.
Una donna senza il pedigree dei salotti buoni, che non viene dalle dinastie politiche, che non è stata cooptata dai poteri forti, che arriva al vertice.
Per l’opposizione, questo non è un fallimento politico. È un errore di sistema.
È un insulto alla loro idea di gerarchia naturale.
“Come ha osato?” pensano nei loro uffici da 17.000 euro al mese.
Per questo l’attacco non è mai sui fatti. Non è mai sui dati economici (lì si potrebbe discutere).
L’attacco è sempre sulla persona. Sul titolo di studio. Sulla provenienza. Sulla “coattaggine” presunta.
È il bullismo delle élite.
Un bullismo che Selena Peroli combatte giustamente sui social, ma che Carolina Morace pratica con disinvoltura istituzionale senza nemmeno rendersene conto.
Il climax di questa narrazione si raggiunge nel silenzio assordante del resto dell’opposizione.
Nessuno prende le distanze.
Nessuno dice: “Carolina, hai esagerato. Non si chiamano trogloditi milioni di italiani”.
Il silenzio è assenso. Il silenzio è complicità. 😶
Significa che l’intera area politica condivide quel disprezzo.
Significa che per loro l’Italia è divisa in due caste biologiche: i laureati illuminati e la massa informe dei trogloditi.
È una visione del mondo cupa, medievale, feudale.
Dove il destino di un uomo è segnato dal titolo che porta sulla giacca e non da quello che ha nel cuore o nelle mani.
Ma il mondo reale non è un’aula universitaria.
Il mondo reale è fatto di bollette che scadono. Di affitti che aumentano. Di fatica fisica. Di mani sporche di grasso e di terra.
Il mistero della sedia vuota della politica italiana è questo.
La sinistra ha lasciato la sedia del popolo, quella scomoda, di legno, scheggiata.
Per sedersi sulla cattedra.
E dalla cattedra non si parla. Dalla cattedra si giudica. Si boccia. Si insulta.
Ma attenzione. ⚠️

Il popolo che oggi chiamate troglodita è lo stesso che paga i vostri stipendi da 17.000 euro.
È lo stesso popolo che si sveglia alle cinque del mattino per far funzionare il Paese mentre voi dormite.
È lo stesso popolo che, prima o poi, chiederà il conto.
E quel giorno, nessun diploma, nessuna laurea cum laude, nessuna protezione istituzionale, nessun tweet indignato potrà proteggervi dalla realtà.
La realtà non ha bisogno di titoli di studio per essere compresa.
La realtà si sente sulla pelle. Brucia.
Il pezzo di carta fruscia ancora, lì nel buio.
Ma stavolta il rumore è diverso.
Non è più il rumore di un confine.
È il rumore di chi strappa il velo dell’ipocrisia.
Abbiamo visto i nomi. Abbiamo visto i numeri. Abbiamo visto il disprezzo negli occhi di chi dovrebbe rappresentarci.
Ora la palla passa a voi.
Non lasciate che vi chiamino trogloditi solo perché non fate parte del loro club esclusivo.
La dignità di un uomo non si misura in crediti formativi, ma in coerenza e rispetto.
Se credi che la politica debba tornare a rispettare i cittadini, invece di insultarli dall’alto di uno stipendio d’oro, condividi questa inchiesta.
Falla girare. Rompi il silenzio.
Non lasciare che la loro vergogna diventi la tua debolezza.
Iscriviti per non perdere i prossimi capitoli di questa analisi sul potere.
La verità non ha bisogno di una laurea. Ha bisogno solo di coraggio.
E ora dimmi, commentando qui sotto: un titolo di studio ti rende davvero migliore di qualcun altro? O ti rende solo più bravo a nascondere il tuo disprezzo?
Fine della trasmissione.
Resta sveglio. Il mondo è dei “trogloditi” che non si arrendono. 👀
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