“La verità è come l’acqua gelida gettata su un viso addormentato. Fa male, sciocca, toglie il fiato. Ma è l’unica cosa che ti sveglia davvero.”
Il rumore che avete sentito non è quello di un vetro rotto per caso. È il suono strutturale di un tabù che crolla. Un tabù che per trent’anni ha protetto, come una cupola di cristallo, la narrazione politica della sinistra occidentale.
Quando Federico Rampini prende la parola, non lo fa per cercare il consenso facile dei talk show. Non è un urlatore. È un analista freddo, uno che ha vissuto nel cuore dell’impero americano, che ha visto le contraddizioni della globalizzazione da vicino. E proprio per questo, quando parla, le sue parole pesano come piombo.
Ma questa volta è diverso. Questa volta non ha fatto un’analisi economica. Ha lanciato una granata morale nel salotto buono del progressismo.
“Controllo sociale.” 💥

Due parole. Semplici. Devastanti.
Rampini ha affermato che una parte della sinistra – quella che governa i media, la cultura, le grandi città – utilizza il tema dei migranti non per umanità, ma come strumento di controllo.
Fermatevi un attimo. Respirate. Capite la portata di questa accusa?
Non sta dicendo che la sinistra “sbaglia”. Sta dicendo che la sinistra, consapevolmente o meno, sta usando i disperati della terra per disciplinare i poveri di casa nostra. Sta usando l’immigrazione come un’arma di distrazione di massa per coprire il vuoto cosmico delle sue politiche economiche.
L’effetto è quello di una detonazione nucleare nel dibattito pubblico.
Le sue parole non sono una provocazione estemporanea. Sono la sintesi brutale di un tradimento storico. Il tradimento di chi doveva difendere gli ultimi e ha finito per difendere le élite, usando gli ultimi come scudo umano morale.
Se vi sentite disorientati, è normale. Perché quello che Rampini sta scoperchiando è il “non detto” che ha avvelenato la politica italiana ed europea per decenni. È il segreto di Pulcinella che nessuno aveva il coraggio di urlare in prima serata.
Rampini ci invita a fare un esercizio doloroso, quasi masochista: guardare oltre la superficie patinata delle buone intenzioni. Oltre gli spot pubblicitari con la musica triste, oltre la retorica dei “porti aperti”, oltre l’indignazione a comando su Twitter.
Ci chiede di guardare cosa c’è sotto. E quello che c’è sotto è un ingranaggio di potere spietato.
L’immigrazione di massa, ci spiega con la calma di un chirurgo che incide un ascesso, non è un fenomeno neutro. Non è come la pioggia o il vento, che arrivano e basta. È un fattore economico e sociale che incide violentemente sulla carne viva della società.
Ma chi ne paga il prezzo? Qui scatta la prima fase dell’accusa, quella che brucia di più.
Non la pagano quelli che decidono. Non la pagano i politici che siedono nei salotti televisivi o negli uffici climatizzati della ZTL (Zona a Traffico Limitato). Non la pagano i giornalisti che scrivono editoriali sull’accoglienza dalle loro terrazze romane o milanesi.
Loro l’immigrazione la vivono come un concetto astratto. Un valore morale da difendere sorseggiando vino pregiato. Un segno di distinzione: “Io sono aperto, io sono cosmopolita”. 🍷
Il prezzo, quello vero, fatto di sudore, di paura, di servizi che mancano, lo pagano “gli altri”.
Lo pagano le periferie. Lo pagano i quartieri popolari dove le case popolari sono un miraggio. Lo pagano gli ospedali al collasso. Lo pagano i lavoratori precari che vedono arrivare concorrenza disperata, disposta a lavorare per la metà, senza diritti, senza orari.
Ed è qui che Rampini affonda il coltello nella piaga della metamorfosi della sinistra.
Ricordate? Un tempo la sinistra era la forza delle fabbriche. Era il sudore della tuta blu. Era il sindacato che bloccava la catena di montaggio per chiedere 100 lire in più di salario. Era il Partito che difendeva il lavoro contro il capitale.
Oggi?
Oggi quella sinistra sembra un fantasma sbiadito. Si è trasferita. Ha lasciato le fabbriche ed è entrata nelle università, nelle redazioni dei grandi giornali, nei consigli di amministrazione delle fondazioni filantropiche globali.
È diventata la sinistra dell’élite.
Un ceto politico colto, istruito, inserito nei circuiti della globalizzazione, che parla inglese meglio di come parla il dialetto dei propri nonni. Per questa nuova classe dirigente, le questioni materiali – i salari, la sicurezza sul lavoro, la pensione – sono diventate “vecchie”, noiose, volgari.
Sono state sostituite da battaglie simboliche. Battaglie identitarie. Battaglie “morali”.
In questo quadro, l’immigrato non è una persona in carne ed ossa da integrare con fatica, risorse e regole. No. Diventa un Totem. Un simbolo sacro.
L’immigrazione viene elevata a “cartina di tornasole” della bontà politica.
Se sei a favore dell’accoglienza indiscriminata, sei “buono”. Sei moderno. Sei civile. Sei dalla parte giusta della Storia. Se hai dei dubbi? Se chiedi regole? Se dici “non ce la facciamo più”? Se hai paura?
Allora sei il male. 👿
Sei razzista. Sei fascista. Sei retrogrado. Sei un ignorante “sdentato” che non capisce la complessità del mondo e che deve essere rieducato.
Ecco il “Controllo Sociale” di cui parla Rampini. Non è un complotto con uomini incappucciati in una stanza buia. È un meccanismo psicologico e culturale perverso.
Il dissenso non viene affrontato nel merito. Viene moralizzato. Viene trasformato in colpa.
Immaginate il lavoratore di cinquant’anni, che ha perso il posto o che vede il suo quartiere degradarsi, che ha paura di uscire la sera perché lo spaccio è sotto casa sua. Se prova a dire “C’è troppa gente, non c’è controllo”, non riceve una risposta politica o una soluzione.
Riceve un insulto morale dall’alto: “Stai zitto, egoista. Non capisci che loro scappano dalla guerra?”.
Questo meccanismo ha silenziato per decenni una parte consistente della popolazione. Milioni di persone che non si sono più sentite rappresentate, che si sono sentite tradite, umiliate proprio da chi doveva difenderle.
Rampini individua un problema profondo: il dissenso viene criminalizzato moralmente. E quando criminalizzi il dissenso reale, ottieni solo una cosa: la rabbia.
Il concetto di controllo sociale, così come lo intende l’analista, rimanda a un risultato sistemico di queste politiche. Consapevolmente o meno, la gestione caotica dei flussi produce frammentazione.
Crea una guerra tra poveri. ⚔️
Quando inserisci grandi flussi di persone disperate in contesti dove già mancano le risorse, dove la coperta è troppo corta, cosa succede?
Non succede la solidarietà proletaria che sognava Marx. Succede la guerra per le briciole.
L’attenzione si sposta. Non si guarda più in alto, verso chi detiene la ricchezza e il potere, verso chi decide le politiche economiche. Si guarda di lato, con sospetto, con odio, verso l’ultimo arrivato che ti “ruba” il posto all’asilo nido, che ti passa davanti al pronto soccorso, che accetta il lavoro in nero che tu rifiutavi.
È il trionfo del capitalismo deregolato: dividi et impera. Dividi e comanda.
E la sinistra, accusa Rampini con una lucidità che fa male, è diventata la guardiana di questo sistema. Ha abbandonato la lotta di classe verticale (basso contro alto) per favorire il conflitto orizzontale (povero contro poverissimo).
In una società così divisa, conflittuale, frammentata in tribù etniche e sociali, la capacità di organizzare rivendicazioni collettive per i diritti dei lavoratori si indebolisce fino a sparire.
Poi c’è il nodo del lavoro. Il tabù supremo che nessuno osa toccare.
Rampini lo dice chiaramente, sfidando l’ipocrisia dominante: l’immissione di manodopera a basso costo, priva di tutele, disposta a tutto pur di sopravvivere, esercita una pressione al ribasso su salari e diritti.
È la legge della domanda e dell’offerta. Se c’è un esercito di riserva industriale disposto a lavorare per tre euro l’ora, perché il padrone dovrebbe pagartene dieci?
Questo non è un giudizio contro i migranti. Loro sono vittime tanto quanto i locali. Sono sfruttati, usati come carne da macello economica.

Il giudizio è sul sistema che li utilizza. E sulla sinistra che ha smesso di difendere il valore del lavoro per difendere la “libera circolazione” che fa comodo solo al grande capitale.
Chi ne paga il prezzo? I lavoratori meno qualificati. Quelli che non possono competere sulla “skill”, ma competono sul prezzo.
Eppure, quando questi lavoratori provano a rialzare la testa, la sinistra “chic” li guarda con disprezzo antropologico.
Questa frattura è l’origine del terremoto politico che stiamo vivendo in tutto l’Occidente.
Rampini legge in questa dinamica la causa principale dell’ascesa dei movimenti populisti e sovranisti. Da Trump negli USA alla Le Pen in Francia, fino al centrodestra in Italia.
Non è che la gente è diventata improvvisamente “cattiva” o “fascista”. È che la gente si sente sola. Si sente abbandonata.
Questi movimenti, piacciano o no, intercettano domande che la sinistra ha smesso di porsi. Hanno raccolto la bandiera della protezione – sociale, economica, identitaria – che la sinistra ha gettato nel fango in nome della globalizzazione felice.
Il tema dell’immigrazione diventa così il campo di battaglia finale. Non è solo questione di confini geografici. È questione di confini dell’anima, di identità, di appartenenza, di sicurezza.
Rampini insiste su un punto che fa impazzire i suoi critici, ribaltando completamente la prospettiva: difendere i confini, mettere dei limiti, dire dei “no”, non è il contrario della solidarietà.
È la precondizione per la solidarietà. 🛡️
Non puoi avere uno stato sociale generoso (sanità gratis, scuola gratis, pensioni) se non sai chi deve beneficiarne e chi paga le tasse. Non puoi avere comunità coese se il cambiamento è troppo rapido, traumatico e non governato.
Una gestione caotica e ideologica dei flussi migratori finisce per danneggiare tutti.
E danneggia per primi proprio i migranti.
Li illude con il miraggio dell’Europa. Li fa arrivare per poi lasciarli ai margini delle stazioni, a dormire nei parchi, a raccogliere pomodori per due euro l’ora sotto il sole cocente, invisibili, sfruttati dalla criminalità organizzata.
L’assenza di politiche serie di integrazione, formazione e inserimento lavorativo non è una fatalità. È una scelta politica. È la scelta di chi preferisce lo slogan “Accogliamoli tutti” alla fatica di gestire la realtà.
Le reazioni alle parole di Rampini? Sono state violente. Immediate. Polarizzate.
Il mondo progressista ha reagito come un corpo che rigetta un organo trapiantato. Hanno sentito il dolore della verità e hanno reagito attaccando il messaggero.
C’è chi ha gridato allo scandalo. Chi lo ha accusato di “fare il gioco della destra”. Chi ha cercato di delegittimarlo dicendo che “è invecchiato male” o che “cerca visibilità”.
È il riflesso condizionato di chi non ha argomenti e usa l’etichetta per non discutere.
Ma c’è anche chi – e sono tantissimi, un fiume carsico di opinione pubblica – ha visto in Rampini una voce lucida. Un faro nella nebbia. Qualcuno che ha avuto il coraggio di dire finalmente che “il Re è nudo”.
Questa divisione riflette esattamente il problema che Rampini denuncia: l’incapacità di discutere serenamente di temi complessi senza scivolare in contrapposizioni morali assolute. O sei un santo o sei un mostro.
Un aspetto particolarmente critico del dibattito, che Rampini illumina a giorno, riguarda il rapporto tra élite e territori.
Le decisioni sulle politiche migratorie vengono spesso prese lontano dai luoghi in cui gli effetti si manifestano. A Bruxelles, a Roma, nei vertici internazionali.
Chi vive nei centri storici gentrificati sperimenta l’immigrazione come “arricchimento culturale”. Il ristorante etnico, la badante per i genitori anziani, il rider che porta la cena a domicilio. Per loro, l’immigrazione è comoda. È un servizio.
Chi vive fuori, nelle periferie degradate, la sperimenta come competizione, insicurezza, degrado, rumore, conflitto.
Questa asimmetria alimenta un risentimento e un senso di abbandono che non si curano con gli appelli all’antifascismo.
Rampini collega tutto ciò a una trasformazione più ampia delle democrazie occidentali. La politica, sempre più svuotata di potere decisionale reale sull’economia (perché comandano i mercati), tende a rifugiarsi in battaglie simboliche.

L’immigrazione è diventata il simbolo perfetto. Costa poco parlarne, e permette di definire subito chi sono i buoni e chi sono i cattivi.
In questo contesto, parlare di “controllo sociale” significa riconoscere che certe scelte producono effetti di disciplinamento anche senza una volontà esplicita. Significa dire che il caos non è un incidente, ma una tecnica di governo per distrarre le masse dai veri problemi: i salari bassi, la precarietà, la disuguaglianza.
Il cuore della critica di Rampini è un invito brutale alla realtà.
Governare l’immigrazione non significa negarla (sarebbe impossibile). Ma significa riconoscerne la complessità. Significa accettare che esistano limiti, costi, effetti collaterali.
Significa smettere di delegittimare chi esprime disagio. Significa restituire dignità al conflitto sociale.
In questa prospettiva, la sinistra avrebbe bisogno di un profondo ripensamento. Un esame di coscienza doloroso.
Dovrebbe tornare a parlare di lavoro, di redistribuzione, di potere economico. Dovrebbe riconnettersi con quei settori della società – operai, disoccupati, ceto medio impoverito – che oggi si sentono esclusi e che votano a destra per disperazione.
L’immigrazione, in questo quadro, dovrebbe essere uno dei temi. Un fenomeno da governare con pragmatismo, numeri alla mano, e non un totem ideologico intoccabile.
Le parole di Rampini non offrono soluzioni immediate. Non ha la bacchetta magica. Non propone muri impossibili né porti spalancati.
Offrono piuttosto una chiave di lettura. Obbligano a interrogarsi sulle conseguenze delle scelte politiche e sulle responsabilità di chi le compie.
È una posizione scomoda. Costringe a uscire dalle comfort zone ideologiche dove tutto è bianco o nero.
In definitiva, l’intervento di Rampini rappresenta uno specchio impietoso delle contraddizioni del nostro tempo. Il tema dei migranti diventa il punto in cui si incrociano economia, cultura, identità e potere.
Continuare a trattarlo come un terreno di scontro morale rischia di approfondire le divisioni, di spaccare la società in due blocchi che non si parlano più.
Affrontarlo con onestà intellettuale, riconoscendo errori e limiti, potrebbe invece aprire la strada a un dibattito più maturo. E forse, solo forse, a soluzioni più efficaci per tutti: per chi accoglie e per chi arriva.
Ma la domanda resta sospesa nell’aria, pesante come un macigno: la sinistra è pronta ad ascoltare questa critica feroce che viene dal suo interno? O preferirà chiudere gli occhi, tapparsi le orecchie e continuare a gridare al “pericolo fascista” mentre la realtà le crolla addosso?
Rampini ha acceso la miccia. L’esplosione c’è stata. Ora bisogna vedere chi sopravviverà alle macerie.
E voi? Da che parte state in questa guerra culturale? Siete pronti a guardare il “non detto” in faccia?
Perché una cosa è certa: dopo queste parole, nulla potrà più essere raccontato come prima. Il vaso di Pandora è aperto. 👀
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