Avete mai avuto la sensazione, guardando la televisione, che quello che state vedendo sia solo la superficie di un oceano molto più oscuro e turbolento? Che dietro la patina lucida dell’HD, dietro il trucco perfetto e le luci studiate, ci sia una realtà che sta urlando per uscire, ma viene soffocata da un tasto premuto in regia? 📺👀
Quello che è successo in quel fine novembre 2025 non è stato solo un dibattito. È stato un glitch nel sistema. Un momento in cui la matrice si è incrinata.
L’atmosfera nello studio non è semplicemente tesa. È tossica. È l’aria pesante che si respira prima di un temporale estivo, quando l’elettricità statica ti fa rizzare i peli sulle braccia. Le luci blu elettrico dei riflettori tagliano la penombra della sala come lame laser, riflettendosi sul pavimento nero lucido dove il logo della trasmissione ruota in un loop ipnotico, quasi a voler distrarre lo spettatore da quello che sta per accadere.
Il brusio del pubblico in gradinata si spegne di colpo, come se qualcuno avesse girato un interruttore generale. Il led rosso della telecamera centrale si accende. ON AIR. Siamo in diretta. O almeno, così ci fanno credere.
Al centro della scena, seduti ai lati opposti di un tavolo semicircolare che assomiglia più a una trincea della Prima Guerra Mondiale che a un luogo di dibattito democratico, ci sono i due volti che stanno spaccando in due l’Italia.

Da una parte c’è Francesca Albanese. Relatrice speciale delle Nazioni Unite. L’espressione severa, quasi sacerdotale, incorniciata da un abbigliamento sobrio che urla competenza tecnica e superiorità morale. È lì per portare la Verità, con la V maiuscola, quella codificata nei trattati internazionali.
Dall’altra c’è Giorgia Meloni. Presidente del Consiglio. Seduta con quella postura rigida, muscolare, pronta allo scatto, che i suoi avversari hanno imparato a temere e rispettare. Le mani sono giunte sul piano del tavolo, le nocche leggermente bianche. Il suo sguardo non è difensivo. È un radar. Un sistema di puntamento che ha agganciato il bersaglio e aspetta solo il momento giusto per fare fuoco. 🔥
Il conduttore è visibilmente a disagio. Si passa una mano sulla fronte, suda sotto il trucco. Sa di avere tra le mani una bomba a orologeria e che il timer è difettoso. Apre la serata con voce grave, quasi funerea.
Sul grande ledwall alle spalle degli ospiti, iniziano a scorrere le immagini. E sono immagini che fanno male.
Torino. 24 ore prima.
Non sembra l’Italia. Sembra una zona di guerra. Fumogeni rossi che avvolgono l’ingresso di una storica testata giornalistica come una nebbia velenosa. Uomini incappucciati che si lanciano contro i cordoni di sicurezza come arieti umani. Vetri che esplodono. Slogan gridati con una rabbia ferina, primordiale.
È la cronaca dello sciopero generale del 29 novembre, degenerato in qualcosa di molto più oscuro di una rivendicazione sindacale. “Un attacco al cuore dell’informazione”, lo definisce il conduttore, cercando di mantenere un tono istituzionale.
Poi, si volta verso la Albanese. La domanda è inevitabile. Riguarda quel post, quella dichiarazione sui social che ha fatto più danni dei fumogeni stessi. L’idea che quell’assalto debba essere interpretato come un “monito”.
Francesca Albanese non indietreggia. Anzi. Ascolta la domanda con un leggero cenno del capo, socchiudendo gli occhi come una professoressa che deve spiegare un concetto complesso a una classe di studenti lenti.
Quando prende la parola, il tono è calmo, scandito, accademico. Ma sotto quella superficie di ghiaccio, vibra un fuoco di disappunto.
“Vede,” esordisce, ignorando deliberatamente la Meloni e parlando direttamente alla macchina da presa, rompendo la quarta parete, “continuare a focalizzarsi sul vetro rotto o sul fumogeno significa, ancora una volta, scegliere deliberatamente di non capire.”
Fa una pausa teatrale. Le mani si aprono.
“La condanna della violenza fisica è un atto dovuto, quasi banale. Ma se ci fermiamo lì, siamo complici. Quello che è successo a Torino non è teppismo. È l’esplosione di una pentola a pressione.”
Ed eccola, la tesi che farà tremare i palazzi romani.
“Da anni la stampa italiana ha abdicato al suo ruolo. Sono diventati cani da riporto della propaganda governativa. Hanno silenziato il genocidio. Hanno disumanizzato le vittime. Quando si chiudono i canali della verità, la rabbia monta. Quindi sì…”
Albanese alza il mento. Sfida la Meloni. Sfida il pubblico. Sfida la storia.
“Questo deve essere un monito. È un segnale d’allarme che la società civile sta lanciando ai media. Tornate a fare i giornalisti, smettete di essere uffici stampa, perché la gente non vi crede più. E quando la fiducia si rompe, il patto democratico salta.” 💥
Mentre Albanese pronuncia la parola “monito”, succede qualcosa di strano.
La regia stacca. Invece di restare sul primo piano dell’Albanese, o passare a un campo largo, va su un primo piano strettissimo di Giorgia Meloni.
Ma non è un’inquadratura normale. È… troppo vicina. Si vede la grana della pelle. Si vede il respiro.
La Premier non sta parlando. Sta scrivendo.
Ha una penna blu in mano. Scrive freneticamente su un foglio bianco. Calca così forte che la punta sembra voler bucare il tavolo.
Il suo viso è una maschera. Le labbra sono serrate in una linea sottilissima, quasi invisibile. Le sopracciglia sono un fronte temporalesco.
Poi, il gesto.
Meloni lascia cadere la penna.

Il rumore è secco. TAC. Risuona nello studio amplificato dai microfoni ambientali come un colpo di pistola.
Il conduttore le dà la parola. Meloni non inizia subito. Lascia passare due secondi di silenzio. Un silenzio che pesa tonnellate.
“Io sono basita,” sussurra. La voce è roca, bassa, costringe lo spettatore ad alzare il volume del televisore. “Sono sinceramente basita.”
E poi esplode. Il ritmo accelera improvvisamente, come una Ferrari che scala le marce in rettilineo.
“Stasera, in diretta nazionale, una rappresentante dell’ONU ha appena fornito una giustificazione sociologica allo squadrismo!”
La parola “squadrismo” cade sul tavolo come un macigno.
“Lei ha usato la parola monito. Sa chi usava la parola monito, dottoressa Albanese? I brigatisti negli anni ’70. Quando gambizzavano i giornalisti. I mafiosi quando lasciavano le teste di capretto.”
Meloni ora sta urlando, ma è un urlo controllato, freddo.
“Dire che un assalto violento è un monito utile è di una gravità inaudita. Lei sta dicendo: se scrivete quello che piace a me, vivete. Se scrivete quello che non mi piace, meritate la paura. Meritate l’assedio.”
Albanese prova a inserirsi. “Non ho detto che la meritano…”
Ma Meloni alza la mano destra. Il palmo aperto verso l’avversaria. È un muro fisico. ✋
“No. Non ci provi. Non faccia retromarcia adesso. Lei ha parlato di fiducia rotta. Ma quale fiducia? La libertà di stampa è il diritto di scrivere cose che a lei fanno venire il voltastomaco! Io sono stata bersaglio per anni. Mi attaccano ogni giorno. Ma sono qui a difendere il loro diritto di farlo senza essere presi a sprangate!”
L’applauso parte. Scrosciante. Ma viene subito coperto dai mormorii.
Albanese, abituata alle assemblee ostili delle Nazioni Unite, non si scompone. Aggiusta gli occhiali. Sorride.
È quel sorriso che fa impazzire la Meloni. Un sorriso di compatimento. Di superiorità intellettuale.
“Presidente, la sua retorica è formidabile,” ribatte l’Albanese con voce flautata. “Lei fa la vittima mentre è il carnefice. Parla di libertà? Lei che ha occupato la RAI? Lei che ha epurato gli intellettuali? I manifestanti di Torino non sono squadristi. Sono cittadini esasperati da un sistema informativo che lei ha occupato militarmente.”
Lo scontro si alza di livello. Non si parla più di vetri rotti. Si parla dell’anima della democrazia.
“Quando si tappa la bocca a chi denuncia il genocidio, si crea violenza. La violenza nasce dall’impossibilità di parlare. Non mi faccia la morale, lei è la prima affossatrice del pluralismo.”
Meloni incassa. Scuote la testa. Guarda il conduttore come a dire: “Ma è seria?”.
Poi riparte.
“Vede, è qui che lei si smaschera. Lei cita la RAI per giustificare la violenza di piazza. Lei sta dicendo ai giovani: se c’è la Meloni, vale tutto. Vale la spranga. Vale l’intimidazione.”
Meloni si sporge in avanti. I suoi occhi sono fessure.

“Lei parla di popolo. Ma guardiamolo in faccia questo popolo. Chi c’era in quelle piazze? Ho l’impressione che lei stia confondendo il sostegno alla Palestina con qualcosa di molto diverso. Qualcosa che riguarda la politica interna italiana.”
È una trappola. E l’Albanese ci cade con tutte le scarpe.
La relatrice ONU si irrigidisce. Si sente provocata sull’autenticità della piazza.
“Io non mi nascondo,” risponde con fierezza. “Io ero in quelle piazze. Ho visto giovani, operai. Ho visto la parte migliore dell’Italia.”
E poi, la frase fatale. Quella che, forse, qualcuno in regia avrebbe voluto coprire con un beep acustico.
“Lo vuole capire che tutte quelle piazze erano contro di lei? Lo vuole capire o no? Non erano lì solo per la Palestina. Erano lì per dire BASTA a lei. Basta alla sua arroganza. La bandiera palestinese è il simbolo della resistenza contro il modello che lei incarna!” 😱
Cala il gelo.
Il conduttore sgrana gli occhi. Ha capito. Tutti hanno capito.
Albanese resta con la mano a mezz’aria, convinta di aver sferrato il colpo decisivo. Ha appena detto che la causa palestinese è, di fatto, una crociata anti-Meloni.
Giorgia Meloni resta immobile per due secondi. Due secondi che sembrano ore.
Poi, fa una cosa inaspettata.
Annuisce.
Un cenno del capo lento, quasi teatrale. Un sorriso gelido le increspa le labbra.
“Guardi, Albanese… Incredibile,” esordisce con voce chirurgica.
Si passa una mano tra i capelli.
“Devo darle atto di una cosa. Stasera, involontariamente, lei ha fatto un’operazione di verità straordinaria.”
Il pubblico trattiene il fiato.
“Ha ragione. Quelle piazze erano contro di me. Gli insulti erano contro di me. Lo confermo. Ma si rende conto della gravità, dell’immoralità assoluta di quello che ha appena ammesso?”
Meloni ora domina fisicamente lo spazio.
“Lei mi sta confermando che per voi la tragedia di Gaza, i morti, le macerie, non sono un fine. Sono un MEZZO. Lei ha confessato che la bandiera della Palestina non la usate per amore di quel popolo, ma come un bastone per picchiare il governo italiano!”
È un massacro retorico.
“Mi chiedo con che stomaco prendiate l’orrore della guerra e lo riduciate a un accessorio scenografico per i vostri cortei contro la Legge di Bilancio. È di un cinismo che fa raggelare il sangue.”
Albanese cerca di parlare. “No, intendevo…”
“NO!” Meloni la sovrasta. La sua voce è un martello pneumatico. “L’ha detto lei! ‘Lo vuole capire che erano contro di lei’. L’ha detto con orgoglio! Avete trasformato un dramma umanitario in una clava per la vostra misera battaglia politica di bottega!”
Francesca Albanese è all’angolo. Il viso è rosso. Cerca di recuperare il terreno perso con concetti complessi.
“Lei distorce tutto! Io parlo di intersezionalità delle lotte! Chi bombarda Gaza è sostenuto dalle logiche imperialiste che lei difende!”
Ma è troppo tardi. La Meloni ha sentito l’odore del sangue.
“Intersezionalità… Sociologia del conflitto…” ripete la Premier con sarcasmo velenoso. “Vede, Dottoressa, lei parla una lingua che capite solo voi nei salotti radical chic di Ginevra. Lei usa paroloni per coprire una realtà banale e violenta.”
Meloni si alza leggermente.
“Lei sta intellettualizzando la violenza. Sta dando una patente di nobiltà accademica al teppista che lancia il sasso. E lo fa con il logo dell’ONU sul biglietto da visita.”
“Lei è pericolosa, Albanese. Non perché ha idee diverse. Ma perché le sue idee prevedono l’eliminazione del dissenso attraverso la paura. Lei è venuta qui a farci la predica, ma lei incarna il totalitarismo del pensiero unico. Quello che dice: o la pensi come me, o sei complice del genocidio. E se sei complice, meriti il monito. Meriti la punizione.”
E qui, succede di nuovo.
Lo sguardo di Meloni non è più sull’Albanese. È oltre. Sembra guardare qualcosa dietro le telecamere.
Forse un autore che gesticola? Forse un monitor che si è spento?
L’inquadratura stacca bruscamente sul pubblico. Un applauso confuso, forse pilotato, forse no.
Quando si torna in studio, l’energia è cambiata. Albanese sta sistemando i fogli, come se volesse andare via. Meloni ha ripreso la penna in mano, ma non scrive più. La fa ruotare tra le dita, nervosamente.
Il conduttore chiude il blocco in fretta e furia, lanciando la pubblicità con una voce strozzata. “Torniamo tra poco.”
Ma cosa è successo in quei millisecondi finali?
Perché l’impressione è che manchi un pezzo? Che ci sia stata una frase, uno sguardo, un gesto che la regia ha deciso di non farci vedere?
La sensazione, netta, disturbante, è che quella sera la politica abbia forzato la mano alla tecnica.
Che l’Albanese abbia detto troppo. O che la Meloni abbia vinto troppo.
O forse, che in quel silenzio finale, si sia consumata la vera rottura. Non tra due donne, ma tra due mondi che non possono più coesistere nello stesso spazio televisivo.
L’etica contro la sociologia. La realtà contro la narrazione. Il popolo contro l’élite.
E mentre scorrono i titoli di coda, una domanda rimane sospesa nell’aria viziata dello studio vuoto:
Chi ha deciso cosa dovevamo vedere? E soprattutto, cosa ci hanno impedito di ascoltare?
La verità, a volte, non è in quello che viene detto. È in quello che viene tagliato. ✂️🕯️
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