C’è un momento preciso, in televisione, in cui capisci che il copione è stato stracciato. 📄
Solitamente accade quando le urla cessano. Quando il rumore di fondo dei talk show, quella caciara indistinta fatta di sovrapposizioni e slogan, si spegne di colpo.
Lasciando spazio a una sola voce. Una voce calma. Troppo calma.
Signore e signori, quel momento è arrivato. E ha il volto imperturbabile di Marco Travaglio.
Quello che è successo non è stata una polemica. È stata un’esplosione controllata. 💥
Niente più mezzi toni. Niente più quella prudenza diplomatica che spesso avvolge i commentatori quando devono parlare di ministri in carica.
Questa volta, il direttore del Fatto Quotidiano ha deciso di non fare prigionieri.
Ha alzato il tiro come non mai, demolendo, pezzo dopo pezzo, bullone dopo bullone, la figura politica di Matteo Salvini.
È stato un attacco frontale, sferrato non con la rabbia del militante, ma con la freddezza del patologo che esegue un’autopsia su un corpo che respira ancora, ma forse non lo sa.

Una frase sola. Una singola, devastante definizione è bastata per fare tremare le fondamenta della Lega, per mettere in imbarazzo palpabile Giorgia Meloni e per aprire un fronte di polemica che non si chiuderà domani mattina.
“Se fossi Giorgia Meloni, gli farei fare il Ministro del Nulla.”
Boom. 🔥
Sentite il peso di queste parole?
Non “Ministro incapace”. Non “Ministro che sbaglia”.
Ministro del Nulla.
Una battuta secca. Chirurgica. Letale. Una frase che è diventata virale nel tempo che ci vuole a fare un clic, rimbalzando da uno smartphone all’altro, da una chat di WhatsApp ai corridoi di Palazzo Chigi.
In quelle tre parole, Travaglio ha riassunto anni di storia.
Anni di proclami inconcludenti. Anni di slogan vuoti urlati nelle piazze. Anni di promesse mai mantenute, scritte sulla sabbia e cancellate dalla prima onda di realtà.
E Salvini?
Nel frattempo, il Capitano, l’uomo che un tempo dominava la scena mediatica come un colosso, è rimasto in silenzio.
Quasi paralizzato. Come un pugile suonato che non ha visto arrivare il gancio destro e ora cerca di capire perché le luci si sono spente.
E ora, mentre la polvere si posa su questo scontro, la domanda inevitabile, quella che nessuno osa fare ad alta voce ma che tutti pensano, emerge con prepotenza:
Giorgia Meloni avrà il coraggio?
Avrà il coraggio di lasciarlo indietro, come una zavorra inutile che rallenta la nave?
O continuerà a trascinarlo con sé, nonostante sia diventato un peso politico quasi insostenibile, un’ancora arrugginita che rischia di far affondare tutto il governo? ⚓
Ma prima di addentrarci in questo labirinto di tradimenti e strategie, fermatevi un secondo.
Se anche tu sei stanco delle bugie istituzionali. Se sei stufo di sentire sempre la stessa musica, la stessa narrazione edulcorata.
Se vuoi finalmente ascoltare qualcuno che dica le cose come stanno, senza filtri e senza paura dei potenti… allora sei nel posto giusto.
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Torniamo in studio.
Travaglio non gira intorno al bersaglio. Non usa metafore complesse. Va dritto.
Affronta il mito di Salvini in diretta nazionale e lo smonta non con le opinioni, ma con i fatti. Con la memoria.
Ricorda il suo mandato da Ministro dell’Interno durante il primo governo Conte. Ve lo ricordate?
Le dirette Facebook. Le felpe. I porti chiusi (a parole).
Secondo Travaglio, quel ruolo fu una pura facciata. Una scenografia di cartapesta costruita per i social media.
E qui, il direttore tira fuori un episodio grottesco. Un aneddoto che sembra uscito da una commedia dell’assurdo, ma che è tragicamente vero.
Racconta di quando Salvini, in preda alla sua ossessione comunicativa, faceva le dirette dal balcone del Viminale.
Solo. Senza nessuno sotto ad ascoltarlo.
Venne assalito dai piccioni. 🐦
Perché? Perché nemmeno loro, i volatili di Roma, l’avevano mai visto lì.
“Nemmeno i piccioni sapevano chi fosse”, suggerisce Travaglio con un sarcasmo che taglia la pelle.
Un aneddoto surreale, certo. Ma che racchiude simbolicamente la sua lontananza abissale dalla realtà operativa del ministero.
Mentre lui parlava al telefono con i suoi follower, negli uffici del Viminale la macchina dello Stato andava avanti da sola, o si fermava.
Per Travaglio, Salvini non è mai stato un vero ministro.
È stato, ed è tuttora, un “politico da social media”. Un influencer prestato alle istituzioni.
Abile, abilissimo nel creare slogan che acchiappano like. Geniale nel cavalcare l’onda dell’indignazione del momento.
Ma del tutto incapace, strutturalmente inadatto, ad affrontare questioni concrete.

Emergenze vere. Dossier complessi. Scartoffie noiose che non portano applausi ma che fanno funzionare un Paese.
E la critica non si ferma al passato. Sarebbe troppo facile sparare sulla Croce Rossa.
Travaglio fa un passo avanti e ripercorre la fulminea ascesa di Salvini nella Lega.
Da un modesto, quasi irrilevante 3%, a un clamoroso, onnipotente 34% alle Europee.
Sembrava un Dio. Sembrava invincibile.
Ma Travaglio sottolinea, con la freddezza dei numeri, che quella fu una crescita drogata.
Una crescita costruita sull’immagine. Sulle felpe con i nomi delle città. Sulle ruspe evocate nei campi rom. Sui tweet compulsivi.
Una bolla mediatica. 🎈
E come tutte le bolle, dalla finanza alla politica, il destino è uno solo: scoppiare.
Oggi, dice Travaglio guardando dritto in camera, Salvini fatica a raggiungere il 10%.
Ma il vero dramma non è nei sondaggi esterni. È dentro casa sua.
È contestato internamente. E non da figure di secondo piano.
Governatori potenti, uomini che gestiscono budget miliardari e che hanno il consenso vero del territorio, lo guardano con insofferenza.
Luca Zaia dal Veneto. Massimiliano Fedriga dal Friuli. Attilio Fontana dalla Lombardia.
E persino il suo capogruppo, Massimiliano Romeo.
Si mormora nei corridoi di Via Bellerio che vorrebbero la sua testa.
Si parla persino della possibilità, umiliante, che il suo nome venga rimosso dal simbolo della Lega.
“Lega per Salvini Premier”? Forse presto sarà solo “Lega”.
Il paradosso è evidente, crudele: un leader che deve nascondere il proprio nome per non far perdere voti al partito.
E Giorgia Meloni?
La Premier, la “Underdog” diventata Regina, per ora lo tiene al suo posto.
Perché? Per timore di far cadere il governo? Per convenienza politica? Per tenerlo vicino e controllarlo meglio?
Ma a quale costo?
Travaglio attacca anche questo aspetto, il più doloroso per i cittadini.
Salvini, oggi, non è un politico in pensione. È il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti.
Un ministero chiave. Un ministero che muove l’Italia.
Eppure, secondo l’analisi spietata del direttore, è “il peggiore mai visto”.
Guardatevi intorno.
Il Paese è flagellato. Treni in panne che lasciano pendolari al gelo per ore. Ritardi cronici che sono diventati la norma. Scioperi che paralizzano le città. Servizi fatiscenti. 🚆💔

E mentre tutto questo accade, mentre la gente impreca sulle banchine delle stazioni… Salvini cosa fa?
Parla di TikTok. Fa meme. Si dedica alla propaganda. Commenta il Grande Fratello o l’ultimo fatto di cronaca nera.
È una dissonanza cognitiva che fa male.
I suoi sostenitori, quei pochi rimasti fedeli alla linea, cercano disperatamente di attribuire le colpe ad altro.
“È colpa del PNRR”, dicono. “È colpa della rete ferroviaria vecchia”. “È colpa dei cantieri aperti”.
Ma Travaglio ha la risposta pronta, come un pugnale nascosto nella manica:
“Quei cantieri esistono solo perché Giuseppe Conte, tanto odiato dalla destra, ha sbloccato i fondi per renderli possibili.”
Scacco matto.
Travaglio ribalta la narrazione: Salvini si lamenta dei disagi causati dai soldi che qualcun altro ha portato a casa.
A questo punto, la parola passa a chi guarda. Passa a te.
Tu che stai leggendo queste righe, da che parte stai?
Pensi davvero che Matteo Salvini sia ancora un leader, un Capitano capace di invertire la rotta?
O è ormai soltanto un fardello ingombrante? Un peso morto per un governo che appare sempre più fragile, tenuto insieme con lo scotch della necessità?
Commenta. Dillo senza filtri. Urla la tua verità. Questo è il tuo spazio, non quello dei telegiornali allineati.
In realtà, se analizziamo a fondo, la frase di Travaglio non è solo una stoccata da talk show.
Non è una battuta per strappare l’applauso del pubblico in studio.
È una sentenza. ⚖️
È una condanna politica travestita da consiglio ironico.
Chiamare qualcuno “Ministro del Nulla” è peggio che chiamarlo ladro. È peggio che chiamarlo corrotto.
Perché il “Nulla” è l’irrilevanza. È l’oblio.
È firmare l’atto di morte politica di un leader che ha perso peso, influenza, credibilità e, forse, anche la dignità del ruolo.
È un epitaffio in piena regola, inciso sulla pietra mentre il soggetto è ancora in vita.
Ora la palla scotta. Ed è tutta nelle mani di Giorgia Meloni.
Cosa farà la Premier?
Troverà il coraggio, quel coraggio che dice di avere, di liberarsene?
Lo allontanerà con un rimpasto elegante, magari spedendolo in Europa o inventando un incarico di facciata?
Oppure continuerà a esporre il governo, e se stessa, al logoramento lento e inesorabile?
Continuerà a tenere in piedi questa fragile alleanza per paura che, togliendo un mattone, crolli tutta la casa?
Ma attenzione: il tempo non è una variabile indipendente.
Più passa il tempo, più il governo si indebolisce.
Più Salvini resta al suo posto a fare TikTok mentre i treni deragliano, più Meloni appare complice.
Complice di un fallimento evidente. Complice di un immobilismo che gli italiani pagano di tasca propria.
E voi, italiani, non potete dire di non averlo visto.
Le dirette fasulle con i piccioni che volano via annoiati.
I cantieri abbandonati dove cresce l’erba.
I treni fermi in mezzo alla campagna.
Le parole, fiumi di parole, al posto dei fatti.
Il “Nulla” adesso ha un volto e un nome. E quel volto è su tutti i manifesti della Lega.
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Qui nessuno fa prigionieri. Solo verità.
Il sipario sta per calare sul Capitano? O ci sarà un ultimo, disperato colpo di coda?
Lo scopriremo solo vivendo. O forse, lo stiamo già vedendo. 👀
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NON È UNA POLEMICA, È UNA GUERRA APERTA: CARLO NORDIO FINISCE SOTTO ASSEDIO, TRA ACCUSE PESANTISSIME, DOSSIER NON DETTI E UNA BATTAGLIA SOTTERRANEA PER IL CONTROLLO DELLA GIUSTIZIA ITALIANA. Il ministro non parla, ma intorno a lui il rumore è assordante. Accuse che rimbalzano tra corridoi istituzionali e talk show, ricostruzioni che cambiano versione, alleanze che si spezzano nel silenzio. Nordio diventa il bersaglio perfetto di uno scontro che va ben oltre la sua persona. In gioco non c’è solo una riforma, ma il potere di decidere chi comanda davvero nei tribunali. Ogni parola pesa, ogni omissione brucia, ogni attacco sembra studiato per logorare, isolare, delegittimare. La giustizia diventa il campo di battaglia finale, mentre il Paese osserva senza conoscere i retroscena. È una resa dei conti che nessuno vuole chiamare col suo nome, ma che sta ridisegnando gli equilibri del potere. E quando la polvere si poserà, qualcuno scoprirà di aver perso molto più di una battaglia politica.
Quello che sta accadendo nelle ultime 72 ore nei corridoi del potere romano non è una semplice scaramuccia parlamentare. Dimenticate…
NON È UN COMMENTO, È UN’ESecuzione IN DIRETTA: FEDERICO RAMPINI STRAPPA IL COPIONE DI LA7 E FA CROLLARE LA NARRAZIONE DEL “PERICOLO FASCISTA” DAVANTI AL PUBBLICO, AI CONDUTTORI E AI RETROSCENA DEL POTERE MEDIATICO. Le luci dello studio sono accese, ma l’atmosfera cambia improvvisamente. Rampini entra, osserva, e smonta pezzo per pezzo una narrazione che per anni ha dominato i talk show di La7. Non urla, non provoca: espone. E proprio questo manda in tilt il sistema. Volti tesi, silenzi pesanti, sguardi che cercano una via di fuga. La “commedia” continua a scorrere, ma il pubblico capisce che qualcosa si è rotto. Il racconto del pericolo imminente perde forza, il copione scricchiola, e la regia non riesce più a coprire le crepe. È l’ultima recita di un teatro politico-mediatico che viveva di slogan, non di fatti. Quando la finzione cade, resta una domanda inquietante: chi ha scritto davvero questa storia, e perché ora non funziona più?
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NON È UNA GAFFE, NON È UN ATTACCO QUALSIASI: MARIA LUISA ROSSI HAWKINS PUNTA IL DITO CONTRO ELLY SCHLEIN E FA ESPLODERE UNO SCANDALO CHE METTE L’ITALIA ALLA BERLINA DAVANTI A TUTTI. Le immagini fanno il giro dei social, le parole rimbalzano nei palazzi del potere. Maria Luisa Rossi Hawkins entra a gamba tesa e trascina Elly Schlein in uno scontro che va ben oltre la politica quotidiana. Accuse, silenzi imbarazzanti, retromarce improvvise: ogni dettaglio alimenta la sensazione che qualcosa di grosso stia venendo a galla. La leader del PD finisce al centro di una tempesta che divide, polarizza e umilia l’immagine del Paese proprio mentre l’Europa osserva. C’è chi parla di scivolone irreparabile, chi di strategia fallita, chi di un cortocircuito che smaschera un sistema fragile. Una cosa è certa: quando certi nomi vengono messi sul tavolo, il danno non resta confinato a un partito. Qui si gioca la credibilità dell’Italia, sotto gli occhi di tutti.
Ci sono silenzi che fanno più rumore delle bombe. Ma ci sono parole, pronunciate con leggerezza nel posto sbagliato e…
NON È UN SEMPLICE ATTACCO, È UNA DICHIARAZIONE DI GUERRA POLITICA: MARCO RIZZO PUNTA IL DITO CONTRO GIUSEPPE CONTE, SMASCHERA I 5 STELLE E APRE UNA FRATTURA CHE RISCHIA DI DIVENTARE IRREVERSIBILE. Le parole arrivano come un colpo secco, senza filtri né mediazioni. Marco Rizzo rompe il silenzio e trasforma un malcontento latente in uno scontro frontale che mette in difficoltà Giuseppe Conte e l’intero Movimento 5 Stelle. Non è solo una critica, è una sfida aperta sul terreno dell’identità, della coerenza e del potere reale. Mentre i vertici cercano di ricompattare il fronte, il web esplode, le basi si dividono e le vecchie certezze iniziano a scricchiolare. Questo attacco riporta a galla contraddizioni mai risolte, promesse dimenticate e scelte che oggi pesano come macigni. In gioco non c’è solo una polemica, ma la credibilità di un progetto politico che rischia di perdere il controllo della propria narrazione.
C’è un momento preciso in cui il vetro si rompe. Un istante in cui la facciata impeccabile, lucidata a specchio…
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