Il silenzio non è mai vuoto. In televisione, il silenzio è un’arma, è un presagio, è la quiete elettrica prima che il fulmine colpisca terra e incenerisca l’albero più alto.

Nello studio televisivo, quella sera, il silenzio aveva una consistenza quasi solida, fisica. Si poteva quasi toccare con mano, denso come nebbia, interrotto solo dal ronzio impercettibile delle teste mobili dei riflettori. Occhi cibernetici, freddi e impassibili, che scrutavano i due contendenti seduti al centro della scena come in un’arena romana moderna.

Non c’era pubblico. Nessun applauso comandato, nessun brusio di sottofondo. Una scelta stilistica voluta, quasi crudele, per drammatizzare il confronto. Per spogliare la politica dal tifo da stadio e ridurla alla sua essenza brutale: due menti, due voci, zero vie di fuga. 🎥

Due vision del mondo. Due pesi massimi. Un tavolo di vetro riflettente a dividerli come una trincea trasparente, su cui si specchiavano non solo i loro volti, ma il destino di due narrazioni opposte.

Da una parte c’era lui. Massimo Cacciari.

Il filosofo non sedeva composto. Era sprofondato nella poltroncina di pelle bianca con quella sua postura inconfondibile, quasi un marchio di fabbrica, che mescolava una stanchezza esistenziale millenaria e un’insofferenza intellettuale vibrante.

Si passava una mano nervosa tra i capelli grigi, arruffandoli ancora di più, come se cercasse di mettere ordine nei pensieri attraverso il disordine fisico.

Con l’altra mano giocherellava ossessivamente con una penna. La faceva ruotare, la batteva sul tavolo, quasi volesse usarla come un pugnale per fendere l’aria densa di aspettative che lo circondava.

Non era lì come un alfiere della sinistra. Quel ruolo lo aveva abdicato da tempo, con disprezzo. Era lì come il custode deluso di una cultura occidentale che vedeva sgretolarsi sotto i colpi della volgarità moderna.

La sua espressione era quella di un profeta inascoltato, di chi aveva sperato in una destra seria, capace di fare politica vera, e si era ritrovato – secondo la sua analisi spietata – davanti al nulla cosmico. O peggio, a un dilettantismo pericoloso.

Dall’altra parte del tavolo, Giorgia Meloni.

La Presidente del Consiglio era immobile. Una statua di pragmatismo scolpita nel marmo. Indossava un tailleur scuro, taglio maschile ma dettagli femminili, che su di lei sembrava un’armatura medievale pronta per la battaglia.

Le mani erano giunte sul piano del tavolo. Le dita intrecciate con forza, ma senza mostrare il bianco delle nocche. Controllo totale.

I suoi occhi, vivaci e perennemente in movimento come radar, non lasciavano mai il viso del professore. Lo studiavano. Lo misuravano.

Sapeva che quella non era una rissa politica ordinaria. Cacciari non era Elly Schlein. Non era Giuseppe Conte. Non era un sindacalista che poteva liquidare con uno slogan efficace per i social.

Cacciari era un’autorità. Era l’uomo che spesso aveva bastonato i suoi avversari a sinistra, e proprio per questo la sua critica attuale – quella che aveva riempito le prime pagine dei giornali nei giorni precedenti – bruciava di più. 🔥

Era un attacco che veniva da un “non nemico”, e quindi potenzialmente letale.

Ma Giorgia aveva preparato la difesa. E soprattutto, aveva preparato il contrattacco. Aveva assorbito non solo i dossier tecnici dei suoi ministri, ma anche il sentiment della rete, intercettando quelle argomentazioni di buon senso popolare che spesso sfuggivano alle accademie e ai salotti veneziani.

Il conduttore, una figura quasi eterea e irrilevante in questo scontro tra titani, diede il via con un cenno impercettibile.

La miccia era accesa.

Cacciari non aspettò nemmeno che la luce rossa della telecamera si stabilizzasse su di lui. Partì subito, a freddo, con la voce roca. Quel tono baritonale che saliva di volume improvvisamente, come una mareggiata che si infrange sugli scogli.

“Il punto, Presidente, non è la vostra legittimità!” tuonò, agitando la penna. “Quella ve l’hanno data gli italiani e io sono l’ultimo a contestare i voti, a differenza dei miei ex compagni che frignano da tre anni.”

Una premessa che sembrava una carezza, ma nascondeva il pugno.

“Il punto è cosa ne state facendo di questa legittimità. Io guardo a quello che state producendo sulla sicurezza, sulla giustizia… e vedo un disastro culturale. Un disastro! Mi capisce?”

Cacciari allargò le braccia, scuotendo la testa come se stesse guardando le rovine di Roma.

“Siete ossessionati dal panpenalismo! Avete l’idea primitiva che ogni problema sociale, ogni complessità di questo dannato mondo moderno, si risolva inventando un nuovo reato o buttando via la chiave della cella.”

Si sporse in avanti, gli occhi che brillavano di indignazione intellettuale.

“Questa non è politica! Questa è la negazione della politica. È la reazione pavloviana di chi non sa governare i processi e allora reprime. La cultura giuridica dell’Occidente – e parlo dell’Occidente serio, dagli Stati Uniti fino alle democrazie liberali europee – si era evoluta. Aveva capito che la pena non è l’unica risposta.”

Il colpo finale arrivò secco: “E voi? Voi ci state riportando indietro di cinquant’anni. La vostra destra ci sta mandando tutti al diavolo, culturalmente parlando.”

Meloni ascoltò annuendo lievemente. Non per concordia. Ma per registrare il colpo.

Lasciò che l’eco dell’invettiva di Cacciari si spegnesse per qualche secondo. Un silenzio tattico, pesante, che costrinse il pubblico a guardarla.

Quando prese la parola, la sua voce era calma. Controllata. Ma con quella vibrazione metallica, quasi impercettibile, che preannunciava l’affondo mortale.

“Professore, lei sa che io la stimo,” esordì, disarmando l’aggressività dell’avversario con una cortesia gelida. “La stimo perché lei, a differenza di tanti soloni che affollano questi studi, ha l’onestà intellettuale di dire quando la sinistra è ipocrita.”

Pausa. Sorriso appena accennato.

“E proprio per questo, vederla scivolare su una buccia di banana così grossa… mi dispiace davvero.”

Meloni si sporse leggermente in avanti, invadendo lo spazio visivo del filosofo.

“Lei parla di disastro culturale. Cita la civiltà giuridica occidentale. Ma mi sembra che lei stasera sia vittima di un abbaglio, o forse di un pregiudizio che pensavo avesse superato.”

Lo sguardo della Premier divenne duro.

“Lei ci accusa di voler solo reprimere. Dice che noi rispondiamo ai problemi complessi – come i femminicidi o la microcriminalità – solo aumentando le pene. Ma mi dica, Professore… in quale libro, in quale legge della logica sta scritto che se io aumento la pena per uno stupratore, allora automaticamente smetto di fare prevenzione nelle scuole?”

Cacciari sbuffò, portandosi le mani al volto come se stesse ascoltando un’eresia insopportabile. “È l’approccio, Meloni! È la retorica! Se tutto è galera, niente è educazione!”

“No, Professore, mi lasci finire!”

Meloni incalzò, alzando leggermente il tono e bloccandolo con un gesto perentorio della mano destra. Un muro invisibile.

“Questo è il trucco retorico che usano quelli che non hanno mai dovuto camminare da soli in una stazione alle dieci di sera.” 🛑

Il riferimento colpì nel segno. La realtà contro la teoria.

“Lei crea una falsa dicotomia. Lei dice: ‘O si fa prevenzione culturale O si fa repressione’, come se fossero due rette parallele che non si incontrano mai. E invece no. Un governo serio – e noi siamo un governo serio – fa entrambe le cose.”

Meloni scandì le parole successive come colpi di martello.

“Noi investiamo nell’educazione affettiva, parliamo ai giovani, certo. Ma nel frattempo… mentre la cultura fa il suo corso e ci vogliono generazioni, professore, generazioni… io ho il dovere di garantire che chi sbaglia paghi oggi.”

“Perché se passa il messaggio che siccome è un ‘problema culturale’, allora la galera non serve… noi creiamo l’impunità. E l’impunità non è civiltà giuridica. È il Far West al contrario. Il Far West dove i banditi hanno gli avvocati e le vittime hanno solo le lacrime.”

Cacciari si agitò sulla sedia, quasi saltando. “Ma chi ha mai detto impunità?! Io parlo di efficacia! Le pene le avete aumentate, avete fatto i decreti, avete fatto le conferenze stampa con le facce feroci… e il risultato? I reati contro le donne diminuiscono? NO! La violenza diminuisce? NO!”

Il filosofo passò al contrattacco empirico.

“Quindi il vostro è un fallimento empirico, non solo filosofico. State vendendo fumo! La vostra narrazione è ‘La vita è sogno’, come Calderón de la Barca. Raccontate frottole alla gente dicendo che li proteggete, ma la realtà è che la società si sta sfilacciando e voi avete solo il manganello in mano che, peraltro, non usate nemmeno bene!”

Meloni sorrise. Un sorriso tirato, da combattimento.

Prese un foglio che aveva davanti. Non lo guardò nemmeno. Sapeva i dati a memoria. Era il momento di usare l’argomentazione che aveva cristallizzato, quella che smontava la percezione catastrofista.

“Ecco, vede… lei parla di fallimento empirico. Ma i dati, professore… i numeri hanno la testa dura. Più dura della sua filosofia.”

“Se lei guardasse le statistiche reali, quelle del Ministero e non quelle dei talk show, vedrebbe che nel 2025 i reati gravi in Italia sono diminuiti. Negli ultimi dieci anni c’è stato un calo dell’11%. L’Italia è uno dei paesi più sicuri d’Europa. Non lo dico io, lo dicono gli osservatori internazionali.”

Cacciari provò a interrompere, la voce strozzata dall’impazienza: “Ma la gente ha paura! La percezione…”

“ESATTO!” esclamò Meloni, battendo un dito sul tavolo come se avesse appena intrappolato una mosca fastidiosa. “La percezione!” ☝️

“Lei che è un filosofo dovrebbe saper distinguere tra l’essere e l’apparire. Sa perché la gente ha paura, professore? Non perché noi raccontiamo frottole.”

“La gente ha paura perché, mentre i grandi reati calano, c’è una criminalità predatoria di strada. Lo scippo. Il finestrino rotto. L’aggressione per un cellulare. Una criminalità che viaggia indisturbata.”

“E sa perché viaggia indisturbata? Proprio per quella ‘cultura giuridica’ che lei difende! Quella cultura che per anni ha detto: ‘Poverino, ha rubato perché ha un disagio sociale, diamogli una pena alternativa, un buffetto sulla guancia’. E così il giorno dopo è di nuovo in strada.”

L’affondo finale sul tema sicurezza fu brutale.

“Noi stiamo cercando di fermare questo. Lei dice che la destra vi manda a quel paese. No, professore. È la gente per bene che vi ci ha mandato anni fa, quando ha capito che per la sinistra e per gli intellettuali come lei la sicurezza era un fastidio borghese, mentre per la cassiera che torna a casa la sera è questione di vita o di morte.”

Cacciari si tolse gli occhiali, strofinandosi gli occhi con violenza. Sembrava esasperato dalla banalizzazione del suo discorso.

“Meloni, lei è bravissima a fare questo gioco,” mormorò, scuotendo la testa. “È formidabile. Prende un problema strutturale, ontologico… la violenza, la prevaricazione… e lo riduce al ladro di polli da chiudere in cella.”

“Io le sto dicendo una cosa diversa. Le sto dicendo che avete rinunciato a governare la complessità. Lei pensa davvero che aumentando le pene per i femminicidi risolverà il problema del patriarcato? È una balla! È una palla statistica! È reazionario pensare che la paura della pena fermi un uomo che ha deciso di uccidere la moglie in un raptus di possesso. Lì serve altro! Serve entrare nelle teste!”

La Presidente lo fissò gelida.

“Professore, mi ascolti bene. Lei dice che la repressione non serve. Io le dico che è vero: la repressione non entra nella testa del criminale prima che compia il reato, forse. Ma di sicuro lo toglie dalla circolazione dopo.”

“E sa qual è la differenza tra me e lei? Che lei si preoccupa dell’anima del criminale e della cultura occidentale. Io mi preoccupo che quel criminale non possa fare del male a nessun altro domani mattina.”

Poi, il colpo di scena filosofico. Meloni invase il campo dell’avversario.

“E le dirò di più, professore. E qui forse la scandalizzerò. Lei è troppo ottimista sulla natura umana.”

Cacciari inarcò un sopracciglio, sorpreso da quel rovesciamento. Lui, il filosofo del negativo, accusato di ottimismo? “Io ottimista? Ma non mi faccia ridere.”

“Sì, ottimista,” incalzò Meloni, abbassando la voce per renderla più penetrante. “Lei pensa che con la cultura, con le parole, con la ‘civiltà giuridica’ si possa debellare il male. Lei pensa che l’uomo sia perfettibile solo con l’educazione.”

“Io invece sono più realista. Forse più cinica. Io credo che la prevaricazione, la violenza, quel desiderio di sopraffare l’altro siano insiti nel DNA di una parte dell’umanità. Non c’è tecnologia aliena, non c’è ingegneria sociale che possa cancellare l’istinto criminale da ogni singolo individuo.”

“Ci sarà sempre Caino, professore. E quando Caino alza la mano, non serve un trattato di filosofia. Serve lo Stato che gli ferma il braccio e lo punisce.” ⚖️

Cacciari rimase per un istante in silenzio, colpito. Meloni aveva usato un argomento quasi hobbesiano, rubandogli il terreno del pessimismo antropologico.

Il filosofo rimise gli occhiali, sistemandoseli sul naso con un gesto stizzito. Aveva capito che sulla sicurezza Meloni aveva eretto un muro di gomma. Doveva cambiare terreno. Doveva portarla dove i numeri non erano opinabili.

“Vedo che sulla sicurezza lei ha deciso di fare la sovranista della galera,” disse Cacciari con un sorriso amaro. “Contenta lei, contenti tutti. Ma se lei è così realista, Presidente… se lei è così attenta ai numeri e alla vita vera della gente… allora mi spieghi perché raccontate frottole colossali su come sta davvero questo Paese.”

La trappola economica era scattata.

“Perché se usciamo dal commissariato ed entriamo nel supermercato o in fabbrica, la sua narrazione crolla come un castello di carte.”

Meloni raddrizzò la schiena. Il primo round era suo. Ora arrivava l’economia.

Cacciari si sistemò meglio sulla poltroncina. Sapeva di avere in mano una carta pesante. Una statistica che non ammetteva repliche.

“Parliamo di cose serie, Meloni. Parliamo di come vive la gente, non delle vostre bandierine ideologiche.” La voce grattava come carta vetrata.

“Lei va in giro per il mondo, stringe mani, si fa le foto ai vertici internazionali e torna qui a raccontarci che l’Italia corre. Che siamo la locomotiva d’Europa. Ma questa è una narrazione onirica! Lei sta recitando una parte in una commedia, mentre la platea sta crollando.”

Il professore prese un foglio dal tavolo e lo agitò con disprezzo.

“I dati, visto che le piacciono tanto i numeri, dicono un’altra cosa. Dicono che siamo in una decadenza strutturale spaventosa. Ma il dato più tragico, quello che dovrebbe toglierle il sonno se avesse un minimo di coscienza storica, è questo: i lavoratori a reddito fisso in Italia hanno un potere d’acquisto paragonabile a quello del 1990.”

“Mi capisce? 1990! Sono passati 35 anni e siamo fermi al palo!” 📉

“Mentre il mondo correva, mentre l’inflazione mangiava tutto, i salari italiani sono rimasti ibernati. E lei viene qui a parlarci del Made in Italy? Ma di quale Made in Italy parla? Se chi lo produce non arriva alla terza settimana del mese?”

Cacciari si fermò un attimo per riprendere fiato, il viso arrossato dall’indignazione.

“Voi raccontate frottole! Dite che avete tagliato il cuneo, che l’occupazione cresce. Ma che occupazione è? È precariato! È lavoretto! È sopravvivenza! La verità è che non avete una politica industriale, non avete una visione, state solo gestendo il declino. Ma la gente lo sa. La gente che fa la spesa lo sa che le vostre percentuali da prefisso telefonico non riempiono il carrello.”

Giorgia Meloni non aveva interrotto. Aveva lasciato che Cacciari sfogasse tutta la sua frustrazione, osservandolo con un’espressione indecifrabile. A metà tra la commiserazione e la pazienza di una maestra con un alunno indisciplinato.

Quando il filosofo tacque, lei incrociò le braccia sul tavolo, sporgendosi verso di lui.

“Ha finito, professore? Ha finito di dipingere l’Apocalisse?” chiese con un tono di voce basso, quasi confidenziale.

“Perché vede, c’è qualcosa di profondamente stonato nelle sue parole. Lei cita il 1990. Trentacinque anni fa.”

“Ha ragione. È un dato drammatico. I salari italiani sono fermi da trent’anni. Ma mi dica, Cacciari… CHI ha governato in questi trent’anni?” 🇮🇹

La domanda cadde sul tavolo come una ghigliottina.

“Chi ha gestito la transizione all’Euro? Chi ha smantellato l’industria di Stato per svenderla agli amici degli amici? Chi ha reso il mercato del lavoro una giungla in nome della ‘flessibilità’ chiesta dall’Europa?”

Meloni alzò un dito, puntandolo non contro Cacciari, ma verso la storia recente del Paese.

“Io governo da tre anni. TRE. E in questi tre anni mi sono trovata a dover spalare le macerie che la vostra cultura politica – quella dei governi tecnici, quella delle larghe intese, quella dell’austerità a tutti i costi – ha accumulato sulle spalle dei lavoratori.”

“Lei mi accusa di non aver risolto in 30 mesi i disastri di 30 anni. È curioso. Quando c’era la sinistra al governo o i professori della Bocconi, lei filosofeggiava sulla crisi dell’Occidente. Ora che ci sono io, improvvisamente scopre che il latte costa troppo.”

“Questa è demagogia!” sbottò Cacciari. “Il passato è passato. Lei è al governo ora!”

“No, professore, questa è REALTÀ!” ribatté Meloni, secca.

“E la realtà dice che mentre lei parla di decadenza, noi abbiamo toccato il record storico di occupati. E non sono lavoretti. Sono contratti stabili per la maggior parte.”

“Lei dice che il potere d’acquisto è fermo al ’90. È vero, ed è una vergogna. Ma noi abbiamo messo tutti i soldi che avevamo – TUTTI – per tagliare le tasse proprio a quei lavoratori. Pochi, forse. Ma sono soldi veri.”

“Voi invece, quando avevate la cassa piena, li avete spesi per i banchi a rotelle o per ristrutturare le ville ai ricchi con i bonus edilizi che hanno scassato i conti pubblici.”

La Presidente fece una pausa a effetto, guardando dritto in camera per un secondo, rompendo la quarta parete, prima di tornare su Cacciari.

“Vede, c’è una differenza sostanziale tra me e lei. Lei guarda l’economia dai libri. Io la guardo dagli scontrini. Lei vede la decadenza tecnologica. Io vede le piccole imprese che combattono ogni giorno e che finalmente hanno un governo che non le tratta come evasori a prescindere.”

“Lei dice che la gente sa. Ha ragione. La gente sa benissimo che non ho la bacchetta magica. Ma sa anche che per la prima volta c’è qualcuno che non li guarda dall’alto in basso. Che non li tratta come sudditi da educare, ma come cittadini da difendere.”

“Lei dice che siamo fermi al 1990. Forse lei è fermo al 1990, professore. Quando pensavate che bastasse un bel discorso intellettuale per riempire la pancia delle persone. Quel tempo è finito.”

Cacciari aprì la bocca per replicare, ma si rese conto che l’argomento gli stava sfuggendo di mano. Meloni aveva trasformato la sua accusa storica in un boomerang letale.

“Lei è abile a scaricare le colpe, Meloni,” mormorò Cacciari. Il tono era meno aggressivo, più amaro. Sconfitto. “Ma il futuro? Dove ci state portando? Al di là di tappare i buchi?”

“Il futuro si costruisce se smettiamo di odiare il presente, professore,” chiuse Meloni, segnando un altro punto.

Cacciari tentò l’ultimo affondo, quasi disperato. Si tolse gli occhiali, sbattendoli sul tavolo. “Lei è un tattico formidabile, glielo concedo. Ma manca l’orizzonte! La vostra destra non ha un’idea di civiltà! Siete solo gestione del potere! Manca la paideia! Per questo dico che ci mandate tutti in malora!”

Meloni non si scompose. Era il momento del colpo di grazia.

“Vede Cacciari, lei torna sempre lì. All’astrazione. Ci accusa di non avere un’idea di civiltà perché non usiamo le sue parole difficili.”

“Ma la civiltà non è un trattato polveroso. La civiltà è una donna che non ha paura di uscire la sera. La civiltà è un padre che riesce a pagare la bolletta. Lei prima ha detto che la destra vi manda a quel paese. Si sbaglia.”

La Presidente si sporse in avanti, lo sguardo fisso in quello del filosofo.

“Il vostro errore, il limite che vi ha scollegato dalla realtà, è pensare per compartimenti stagni. O cultura O sicurezza. O visione O concretezza. È la solita falsa dicotomia.”

“Noi stiamo dimostrando che si possono – anzi, si devono – tenere insieme le cose. Non bisogna scegliere tra educare e punire. Si fanno entrambe le cose.”

“Lei lo chiama incubo o populismo. Gli italiani invece lo chiamano, finalmente, buon governo. E se questo significa deludere i salotti per proteggere le piazze… me ne farò una ragione. Continui pure a filosofeggiare sul declino, professore. Noi intanto lavoriamo per evitarlo.”

“Il tempo è scaduto,” intervenne il conduttore, spezzando la tensione come un elastico tirato troppo.

Cacciari scosse la testa, affondando nella poltrona. Sconfitto non dalla logica accademica, ma dalla forza d’urto di una realtà che non ammetteva più repliche astratte.

Meloni raccolse i suoi fogli con calma. L’aria di chi aveva appena chiuso una pratica fastidiosa ma necessaria.

Le luci si abbassarono, lasciando il filosofo nell’ombra delle sue stesse parole.

E mentre il sipario calava su quel tavolo di vetro, una certezza rimaneva sospesa nell’aria elettrica dello studio: la vecchia guardia aveva sparato le sue ultime cartucce, ma il mondo là fuori aveva già smesso di ascoltare. 👀

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