C’è un momento preciso in cui la diplomazia muore e inizia il sangue.
In politica quel momento non è segnato da spari o esplosioni, ma da parole che pesano come pietre tombali. E Carlo Calenda, con l’aria di chi ha appena deciso di dare fuoco alla casa per vedere chi scappa per primo, ha scelto esattamente quel tipo di parole.
Non è stata una critica.
Non è stata un’analisi.
È stata un’esecuzione in pubblica piazza. 🔥
Immaginate la scena: le luci dello studio televisivo che riflettono sul volto teso del leader di Azione. Non c’è il solito sorrisetto ironico, quella posa da “primo della classe” che spesso irrita gli avversari.
No.
Stavolta c’è la freddezza chirurgica di chi ha deciso di staccare la spina al paziente perché ha capito che la cura non funziona. Il paziente è la Sinistra Italiana. O meglio, quel monstrum a due teste che risponde al nome di “Campo Largo”, l’alleanza forzata e sbilenca tra il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle.
“Una sciagura”.
La parola risuona nell’aria, secca, definitiva.
Ma Calenda non si ferma qui. Affonda il coltello e lo gira nella piaga con un paragone che farà fischiare le orecchie a Elly Schlein e Giuseppe Conte per le prossime settimane: “Un collettivo studentesco”.
Boom. 💥

In due parole, Calenda ha demolito anni di tentativi di ricostruzione dell’identità progressista.
Ha ridotto la strategia dei due maggiori partiti di opposizione a una riunione di liceo occupato, tra fumo di sigarette, mozioni inutili e megafoni gracchianti che non producono nulla se non rumore.
Ma perché questo attacco? E perché proprio ora, con questa violenza inaudita?
Per capire cosa sta succedendo davvero, dobbiamo scendere nei sotterranei della politica italiana, lì dove le telecamere non arrivano e dove i coltelli vengono affilati nel buio.
Quello a cui stiamo assistendo non è una semplice polemica da talk show. È lo svelamento di una verità che molti pensano, ma che nessuno, nel campo progressista, aveva ancora osato urlare con questa brutalità.
Calenda ha rotto il vaso di Pandora.
E quello che ne sta uscendo è il ritratto impietoso di una sinistra che ha perso la bussola.
Secondo la visione dell’ex ministro, il problema non è solo politico. È esistenziale.
Il PD e il M5S vengono descritti non come forze di governo in attesa, ma come un arcipelago confuso di posizioni ideologiche contraddittorie, tenute insieme solo dalla paura di perdere e dall’odio verso la Meloni.
Ma l’odio non è un programma politico. E la paura non costruisce il futuro.
Il paragone con il “collettivo studentesco” è geniale nella sua crudeltà.
Evoca immagini precise nella mente degli italiani.
L’assemblea infinita dove tutti parlano e nessuno decide.
La mozione contrapposta alla contro-mozione.
La ricerca della purezza ideologica a scapito della realtà.
Mentre il mondo fuori brucia, mentre le fabbriche chiudono, mentre le bollette salgono e la guerra preme ai confini d’Europa, la sinistra italiana sembra chiusa in un’aula magna a discutere del sesso degli angeli o dell’ultima sfumatura semantica del “politicamente corretto”.
È questa l’accusa che brucia di più.
L’accusa di aver perso il contatto con la realtà. 📉
Il Partito Democratico, un tempo la casa del riformismo, la forza tranquilla che garantiva stabilità, viene dipinto da Calenda come un gigante dai piedi d’argilla che ha venduto l’anima.
Pur di non perdere voti a sinistra, pur di inseguire la piazza e i like sui social, il PD avrebbe rinunciato alla sua vocazione di governo per appiattirsi sulle posizioni del Movimento 5 Stelle.
E qui entra in gioco l’altro bersaglio grosso: i Grillini.
Per Calenda, il M5S non è un alleato. È un virus.
È la forza che ha trasformato la politica in un reality show, che ha elevato l’incompetenza a virtù, che ha convinto milioni di italiani che i problemi complessi si possano risolvere con un clic o con un bonus a pioggia.
Mettere insieme la cultura storica (ma decaduta) del PD con il populismo strutturale del M5S non crea una somma. Crea una sottrazione.
Crea, appunto, la “sciagura”.
Mentre Calenda parla, si può quasi sentire il panico che scorre nelle chat di WhatsApp dei dirigenti democratici.
Perché sanno che ha ragione. O almeno, temono dannatamente che ce l’abbia.
C’è una parte dell’elettorato, quella che si alza alle sei del mattino, che produce, che paga le tasse fino all’ultimo centesimo, che guarda a questo spettacolo con orrore.
Sono gli imprenditori del Nord-Est che non trovano operai.
Sono i professionisti di Milano che vedono la città ferma.
Sono le famiglie che chiedono servizi e ottengono slogan.
A loro si rivolge Calenda. A quell’Italia che si sente orfana di una rappresentanza seria.
L’immagine del “collettivo” è devastante perché colpisce il cuore della credibilità.
Chi affiderebbe i propri risparmi a un collettivo studentesco? Nessuno.
E allora, chi affiderebbe il governo della settima potenza industriale del mondo a questa sinistra?
La domanda resta sospesa nell’aria, pesante come un macigno.
Ma c’è di più. C’è il retroscena di una lotta di potere che si sta consumando sulle macerie del campo largo.
Si sussurra che dietro questa uscita di Calenda non ci sia solo esasperazione, ma un calcolo gelido.
L’idea che il PD di Elly Schlein sia ormai irrecuperabile, perso in una deriva massimalista che lo porterà a sbattere.
E che il M5S di Conte sia destinato a tornare a essere quello che è sempre stato: un partito di protesta, inutile per governare i processi reali.
Quindi, cosa resta?
Resta uno spazio enorme al centro. Una prateria.
Calenda sta picconando il muro per aprirsi un varco. Sta dicendo agli orfani del riformismo: “Guardateli. Sono dei ragazzini che giocano alla rivoluzione. Gli adulti siamo noi”.
È una scommessa rischiosa? Terribilmente.
È arrogante? Probabilmente.
Ma è l’unica carta che ha da giocare per non finire stritolato dalla polarizzazione.
Torniamo all’immagine del collettivo.
Pensate alle assemblee dove si vota per alzata di mano e vince chi urla più forte.
Ecco, secondo Calenda, questa è diventata la politica estera della sinistra.
Sull’Ucraina: “Armi sì, ma no, però la pace, però Putin…”
Su Israele e Palestina: “Due stati, ma forse uno, però il genocidio, però il terrorismo…”
Sull’economia: “Crescita, ma decrescita felice, ma sussidi, ma lavoro…”
Un pasticcio indigesto. Un minestrone riscaldato che non nutre nessuno.
La “sciagura” di cui parla Calenda è l’assenza di decisionismo.
In un mondo dove i dittatori decidono in cinque minuti e le democrazie impiegano cinque anni, l’Italia rischia di essere spazzata via.
E la sinistra, invece di attrezzarsi per la tempesta, litiga su chi deve tenere il megafono. 📢

Le reazioni non si sono fatte attendere, ma sono apparse deboli, quasi di rito.
Qualche parlamentare PD ha twittato indignato parlando di “arroganza calendiana”.
Il M5S ha risposto con le solite gif ironiche e l’accusa di essere “i servi dei poteri forti”.
Ma nessuno è entrato nel merito della critica.
Nessuno ha detto: “Non è vero, noi abbiamo un piano industriale chiaro”.
Nessuno ha detto: “Ti sbagli, sulla politica estera siamo compatti”.
Perché non possono dirlo. Perché sarebbe una bugia che verrebbe smentita cinque minuti dopo dal telegiornale.
Il silenzio sui contenuti è la conferma più clamorosa che Calenda ha colpito il bersaglio grosso.
L’umiliazione di cui parliamo nel titolo non sta nell’insulto in sé. Sta nell’impossibilità di difendersi con i fatti.
È l’umiliazione del re nudo.
La sinistra italiana si guarda allo specchio e, grazie alle parole spietate di Calenda, vede riflessa non l’immagine eroica che vorrebbe proiettare, ma quella di un’assemblea confusa, litigiosa e inconcludente.
C’è un dettaglio che rende tutto ancora più drammatico.
La concorrenza tra PD e M5S.
Invece di allearsi per vincere, sembrano allearsi per perdere meglio dell’altro.
È una gara a chi è più “puro”, a chi è più “di sinistra”, a chi intercetta meglio il malessere.
Ma mentre loro gareggiano, la destra governa.
Mentre loro si contendono la bandiera della protesta, la Meloni firma i decreti.
Calenda questo lo vede e lo usa come un’arma contundente.
“Guardatevi!”, sembra urlare. “State regalando il Paese alla destra per i prossimi vent’anni perché non siete capaci di sedervi a un tavolo e prendere una decisione impopolare ma necessaria!”
La critica si estende al linguaggio.
Una sinistra che parla una lingua esoterica, fatta di sigle, di asterischi, di rivendicazioni di nicchia.
Una sinistra che si emoziona per i diritti civili (sacrosanti, per carità) ma sbadiglia quando si parla di politica industriale o di debito pubblico.
Calenda, che piaccia o no, tocca un nervo scoperto della società italiana: la voglia di competenza.
Siamo stanchi di improvvisazione.
Siamo stanchi di ministri (o aspiranti tali) che non hanno mai lavorato un giorno in vita loro fuori dal partito.
Il “collettivo studentesco” è il trionfo dell’dilettantismo.
È il luogo dove l’esperienza viene vista con sospetto e l’incompetenza viene scambiata per onestà.
Calenda rigetta in blocco questa visione.
Per lui, governare è una professione. Seria, difficile, che richiede studio e fatica.
Non si governa con lo spirito dell’assemblea permanente.
Si governa con i file Excel, con le notti in bianco sui dossier, con il coraggio di dire “No” alla piazza quando la piazza chiede l’impossibile.
È una visione elitaria? Forse.
Ma in un momento di crisi, l’élite competente rassicura più della massa confusa.
La spaccatura è ormai totale.
Chi pensava che si potesse ricucire, che Calenda potesse rientrare in un grande “Campo Largo” contro la destra, oggi deve ricredersi.
Quel ponte è crollato.
E non è crollato per un incidente. È stato fatto saltare in aria con la dinamite. 💣
Le parole “sciagura” e “collettivo” sono i detonatori.
D’ora in poi, ogni volta che Schlein o Conte parleranno di unità, qualcuno tirerà fuori questo video.
Qualcuno ricorderà che un pezzo fondamentale dell’area liberale li considera inadatti a governare persino un condominio, figuriamoci l’Italia.
E gli elettori?
Cosa farà il famoso “ceto medio”?
Continuerà a turarsi il naso e votare PD sperando che cambi?

Si rifugerà nell’astensione, ingrossando il partito del “non voto” che è ormai il primo partito italiano?
O ascolterà le sirene di Calenda, nonostante il suo carattere spigoloso e a tratti insopportabile?
È la grande incognita dei prossimi mesi.
Ma una cosa è certa: la narrazione della sinistra come “unica alternativa morale” alla destra è finita in pezzi.
Calenda ha dimostrato che si può essere antifascisti, democratici e progressisti, e allo stesso tempo considerare l’attuale sinistra un disastro totale.
Ha sdoganato la critica feroce da “sinistra” verso la sinistra.
E questo cambia tutto.
Perché toglie al PD e al M5S l’alibi del “voto utile”.
Se votare per loro significa votare per il “collettivo studentesco”, allora forse il voto utile è altrove.
O forse non esiste più.
Siamo di fronte a un riposizionamento tettonico della politica italiana.
Le placche si stanno muovendo e il terremoto è appena iniziato.
I “rumors” dai palazzi romani parlano di dirigenti PD che, a microfoni spenti, danno ragione a Calenda.
“Ha detto quello che non potevamo dire noi”, avrebbe confessato un big dem in un ristorante vicino al Pantheon.
Se fosse vero, sarebbe la fine.
Sarebbe la certificazione che il re non solo è nudo, ma che la sua corte lo sa e continua a fargli i complimenti per il vestito nuovo.
L’umiliazione diventa autolesionismo.
E mentre il teatrino continua, mentre le dirette si susseguono e i tweet si sprecano, c’è un Paese reale che osserva.
Un Paese che ha problemi veri.
Sanità al collasso. Stipendi fermi al 1990. Giovani che scappano.
Questo Paese guarda al “collettivo studentesco” e scuote la testa.
Non con rabbia, ma con rassegnazione.
Ed è la rassegnazione il sentimento peggiore per una democrazia.
Calenda ha provato a dare una scossa elettrica a un corpo che sembra in coma.
La reazione è stata uno spasmo. Un insulto. Un moto di stizza.
Ma il paziente si sveglierà?
O continuerà a sognare la rivoluzione nel sacco a pelo mentre la casa crolla?
La sfida è lanciata.
Il guanto è a terra, sporco di fango.
Ora sta a Schlein e Conte raccoglierlo e dimostrare di non essere quello che Calenda dice che sono.
Devono dimostrare di essere adulti.
Devono dimostrare di avere una visione, non solo una collezione di “No”.
Ma a giudicare dalle prime reazioni, la strada è in salita. Ripidissima.
E Calenda, dall’alto della sua barricata solitaria, osserva la scena con lo sguardo di chi sa che il tempo gioca a suo favore.
Perché le assemblee studentesche, prima o poi, finiscono.
E quando finiscono, bisogna uscire nel mondo reale e pagare il conto.
E il conto, per la sinistra italiana, rischia di essere salatissimo.
Restate sintonizzati, perché questa non è la fine della storia.
È solo l’inizio di una resa dei conti che potrebbe cambiare per sempre il volto dell’opposizione in Italia.
Chi sopravviverà al “naufragio del collettivo”?
Chi avrà il coraggio di prendere il timone mentre la nave affonda?
La risposta non è scritta nei comunicati stampa.
È scritta nelle urne che ci aspettano.
E lì, non ci saranno megafoni che tengano. 👀
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