Avete mai avuto la sensazione, guardando la TV, che quello che state vedendo non sia reale? Che dietro i sorrisi tirati dei conduttori, dietro le luci stroboscopiche e gli applausi a comando, ci sia un copione scritto con inchiostro invisibile?
Se la risposta è sì, preparatevi. Perché quello che stiamo per raccontarvi non è solo un retroscena. È una crepa nel Matrix. È il momento esatto in cui il velo si squarcia e l’ingranaggio nudo e crudo del potere mediatico viene esposto alla luce del sole. 🔥
Non stiamo parlando di gossip da parrucchiere. Stiamo parlando delle fondamenta stesse della nostra democrazia, che stanno tremando sotto il peso di una rivelazione che ha il sapore amaro della verità.
Immaginate la scena. Non siamo in un’aula di tribunale, ma l’aria è la stessa. Pesante, carica di elettricità statica.
C’è un uomo, Carlo Calenda. Il leader di Azione. Uno che, piaccia o no, ha fatto della “schiena dritta” il suo marchio di fabbrica. Non è uno che si piega facilmente. Non è uno che accetta di recitare la parte del comprimario in una commedia scritta da altri.
E poi c’è il sistema. Un sistema fatto di telecamere, di share, di punti percentuali di Auditel che valgono milioni di euro e carriere intere.
La rivelazione arriva come un fulmine a ciel sereno. Calenda non urla. Non sbraita. Parla con quella calma glaciale che fa più paura delle urla. Racconta un episodio, un dettaglio, che illumina a giorno le tenebre dei talk show italiani.
Il protagonista occulto di questa storia è Corrado Formigli, il volto di punta di Piazzapulita su La7. Il tempio dell’informazione “libera”, o così ci hanno sempre detto.
Ma la libertà, a quanto pare, ha un prezzo. E quel prezzo ha un nome e un cognome: Giorgia Meloni. 😱

La storia è semplice e terrificante allo stesso tempo. Calenda vuole parlare della Legge di Bilancio. Vuole parlare di numeri, di tasse, di sanità. Cose noiose, forse, ma cose che decidono la vita delle persone. Cose per cui un politico viene pagato.
Ma dall’altra parte del telefono, o nei corridoi ovattati dove si decidono le scalette, arriva la condizione. Il Patto del Diavolo.
“Vuoi venire? Vuoi il microfono acceso? Vuoi la luce puntata addosso?”
“Sì,” risponde il politico.
“Bene. Allora devi attaccare Giorgia Meloni.”
Silenzio.
Riuscite a sentire il rumore di un principio deontologico che si spezza? 💔
Non è una richiesta giornalistica. Non è: “Vieni a dirci cosa pensi”. È: “Vieni a recitare la parte che abbiamo scritto per te”.
Meloni non è più il Presidente del Consiglio. È la moneta di scambio. È il gettone che devi inserire nella macchinetta per far partire la giostra. Se non hai il gettone, se non sei disposto a colpire, la giostra per te resta chiusa.
Questa non è una semplice indiscrezione. È una bomba atomica lanciata nel cuore del dibattito pubblico.
Perché se un conduttore, un giornalista che dovrebbe essere il cane da guardia del potere, diventa invece il regista occulto di una faida politica, allora tutto crolla.
Non stiamo più guardando un telegiornale. Stiamo guardando il wrestling. Stiamo guardando uno spettacolo dove i colpi sono decisi a tavolino, dove i buoni e i cattivi sono stabiliti prima ancora che si accendano le telecamere.
La gravità di questa affermazione di Calenda è devastante. Mina la fiducia. Distrugge quel sottile filo che lega lo spettatore allo schermo: la credibilità.
La Legge di Bilancio? Chi se ne frega. I problemi degli italiani? Noiosi.
Quello che serve è il sangue. Quello che serve è la rissa. Quello che serve è l’attacco frontale alla Meloni, perché l’algoritmo dello share dice che l’attacco alla Meloni vende. Vende pubblicità, vende copie, vende indignazione. 📉
Calenda, rifiutando questo patto, o meglio, svelandolo al mondo, ha fatto saltare il banco.
Ha mostrato che il Re è nudo. Anzi, ha mostrato che il Re è un burattinaio stanco che ripete sempre lo stesso trucco.
Ma facciamo un passo indietro e guardiamo la scena dall’alto. Come in un film di spionaggio, dobbiamo capire chi sono i giocatori e qual è la posta in gioco.
La7, e in particolare programmi come Piazzapulita o Dimartedì di Floris, sono finiti nel mirino. Non solo di Calenda, ma di una fetta sempre più ampia di opinione pubblica.
L’accusa è pesante come un macigno: non perseguire l’informazione, ma l’agenda politica.
Il meccanismo descritto dai critici è perverso nella sua semplicità. Si chiama “finta imparzialità”.
Il conduttore si siede, fa la faccia seria, pone domande che sembrano neutrali. “Io sono qui per fare domande,” dicono sempre. Ma il trucco non è nelle domande. Il trucco è nella stanza.
Chi inviti? Chi metti seduto su quella poltrona?
Se inviti Landini. Se inviti Prodi. Se inviti Bersani. Sai già cosa diranno. Non hai bisogno della sfera di cristallo.
Sai che attaccheranno il governo. Sai che dipingeranno l’Italia come un paese sull’orlo del baratro fascista. Sai che ogni loro parola sarà una freccia scoccata verso Palazzo Chigi.
È una curatela editoriale che si traveste da pluralismo. È un monologo corale. Tutti cantano la stessa canzone, ma con voci diverse, per dare l’illusione del coro. 🎶
E lo spettatore a casa? La signora Maria che cucina, il signor Mario che torna dal lavoro? Loro pensano di vedere un dibattito. Pensano che quella sia “l’opinione dell’Italia”.
Invece, stanno guardando una bolla. Una bolla costruita con sapienza chirurgica per creare una narrazione specifica: “Il governo sta fallendo. La Meloni è il male.”
Attenzione: criticare il governo è sacro. È il sale della democrazia. Ma fabbricare la critica a tavolino, esigendo l’attacco come pedaggio per l’ospitata… questo è un altro sport.
Questo spiega molto. Spiega i silenzi.
Vi siete chiesti perché Giorgia Meloni non va più in certi programmi? Perché Matteo Salvini ha smesso di frequentare certi salotti?
La narrazione ufficiale dice: “Hanno paura del confronto”. “Scappano dalle domande scomode”.
Ma dopo la rivelazione di Calenda, emerge una verità diversa, più inquietante.
Forse non scappano dalle domande. Forse si rifiutano di entrare in un casinò dove i dadi sono truccati.
Se sai che per sederti al tavolo devi accettare che il mazziere baro, ti alzi e te ne vai. Non è codardia. È legittima difesa. È rifiutarsi di legittimare con la propria presenza un plotone di esecuzione mediatico. 🛡️

Calenda, in questo scenario, diventa l’eroe per caso. L’uomo che ha rotto il giocattolo.
Viene descritto come un politico pragmatico. Uno che valuta le cose nel merito. Se il governo fa una cosa buona, dice “bene”. Se fa una schifezza, dice “male”.
È questa sua indipendenza che lo rende pericoloso per il sistema dei talk show polarizzati.
Il sistema vuole i soldatini. Vuole gli ultrà. Vuole chi urla “Meloni dimettiti” a prescindere, e vuole chi urla “Meloni salvatrice della patria” a prescindere.
Calenda, che sta nel mezzo, che ragiona, che vuole parlare di bilancio e non di slogan, è un granello di sabbia nell’ingranaggio.
Il tentativo di Formigli (se confermato) di costringerlo ad attaccare, di forzarlo dentro la casella “anti-Meloni”, è il tentativo disperato di semplificare la realtà. Di ridurla a un fumetto: buoni contro cattivi.
Perché la complessità non fa ascolti. La complessità annoia. Il sangue, invece… il sangue tiene incollati allo schermo. 🩸
Ma qual è il prezzo di tutto questo?
Il prezzo siamo noi.
Il prezzo è la nostra capacità di capire il mondo. Se la televisione smette di essere una finestra sulla realtà e diventa uno specchio deformante, come possiamo prendere decisioni informate?
Come possiamo votare consapevolmente se l’informazione che riceviamo è drogata, manipolata, orientata?
Siamo di fronte alla “Truman Show-izzazione” della politica italiana.
I politici non sono più leader, sono attori. I giornalisti non sono più reporter, sono sceneggiatori. E noi non siamo cittadini, siamo audience. Pubblico pagante (con la nostra attenzione) di una recita che non finisce mai.
L’episodio di Calenda è la prova del nove. La pistola fumante.
Ci dice che l’agenda setting – ovvero il potere di decidere di cosa si parla e come se ne parla – è saldamente in mano a pochi “direttori d’orchestra” che usano i politici come strumenti.
“Suonami una melodia contro la Meloni, Carlo.”
“No, vorrei suonare una melodia sui numeri del DEF.”
“Allora non suoni stasera.”
È brutale. È cinico. Ed è incredibilmente reale.
Ma c’è una speranza. E la speranza risiede nel fatto che questa storia è uscita fuori.
Il fatto che Calenda abbia parlato, che il video sia diventato virale, che se ne stia discutendo ovunque, significa che il pubblico non è del tutto anestetizzato.
Significa che c’è ancora fame di verità. Fame di “schiena dritta”.
La gente è stanca. È stanca delle urla. È stanca delle risse costruite. È stanca di vedere sempre le stesse facce che dicono sempre le stesse cose.
Forse, e dico forse, questo è l’inizio della fine per quel modello di talk show.
Forse gli spettatori inizieranno a cambiare canale. A cercare fonti alternative. A premiare chi fa informazione e non propaganda.
O forse no. Forse domani sera saremo di nuovo lì, ipnotizzati dalla luce blu, a guardare l’ennesimo duello rusticano, dimenticando che le spade sono di gomma e il sangue è salsa di pomodoro. 🍅
Ma una cosa è certa: da oggi, quando guarderete Formigli, o Floris, o qualsiasi altro conduttore, avrete un dubbio in più.
Vi chiederete: “Quello che sta dicendo quell’ospite… lo pensa davvero? O è il prezzo che ha dovuto pagare per essere lì?”
Vi chiederete: “Chi sta scrivendo questa storia?”
E soprattutto vi chiederete: “Dov’è la verità?”
La rivelazione di Calenda ha aperto una porta che non si può più chiudere. Ha mostrato i fili che muovono le marionette.
E una volta che hai visto i fili, non puoi più far finta che le marionette siano vive.
Cosa succederà ora?
La7 risponderà? Formigli querelerà? O cadrà tutto nel silenzio, come spesso accade in Italia, coperto dal rumore della prossima polemica inutile?
Le voci di corridoio dicono che i telefoni a La7 siano roventi. Che ci sia nervosismo. Che la “macchina da guerra” anti-governo abbia subito un colpo ai fianchi inaspettato.
Dicono anche che a Palazzo Chigi qualcuno stia sorridendo. Un sorriso amaro, forse, ma di soddisfazione. “Ve l’avevamo detto,” sembrano sussurrare i muri del potere. “Il gioco era truccato.”
Ma attenzione a non cadere nella trappola opposta. Non tutto è complotto. Non tutto è manipolazione.
Esiste ancora il buon giornalismo. Esistono ancora i conduttori onesti. Esistono ancora i politici che vanno in TV per parlare ai cittadini e non per compiacere i padroni del vapore.
Sta a noi trovarli. Sta a noi difenderli.
Il telecomando è l’arma più potente che abbiamo. Usiamolo.
Spegniamo la propaganda. Accendiamo il cervello. 🧠

La storia di Calenda e Formigli non è finita qui. È solo il primo atto di una guerra mediatica che diventerà sempre più feroce man mano che ci avvicineremo alle prossime scadenze elettorali.
La posta in gioco non è lo share di una sera. È l’anima della nostra democrazia.
È la possibilità di avere un dibattito pubblico sano, dove le idee si scontrano lealmente e non in base a copioni scritti nelle segrete stanze delle redazioni.
Siamo pronti a pretendere di più? O ci accontenteremo ancora del circo?
La scelta è nostra. E il tempo per scegliere sta scadendo.
Guardatevi le spalle. Ascoltate bene. E non credete mai alla prima versione della storia.
Perché dietro ogni “buonasera e benvenuti”, c’è un mondo che non vogliono farvi vedere. Un mondo di patti, di ricatti, di scambi.
Un mondo dove Giorgia Meloni è una moneta, Carlo Calenda è un imprevisto, e noi… noi siamo solo numeri in un database.
Il sipario è strappato. Lo spettacolo è finito. O forse, il vero spettacolo, quello reale, inizia adesso. 👀
Voi da che parte state? Con il “ribelle” Calenda o con il “sistema” televisivo? Credete che sia censura o linea editoriale?
Scrivetelo. Parlatene. Non fate cadere questa storia nel dimenticatoio. Perché se dimentichiamo questo, accetteremo tutto.
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MEDIASET CONTRO GIORGIA MELONI: I FIGLI DI BERLUSCONI MUOVONO LE PEDINE, IL SILENZIO DIVENTA UN’ARMA E QUALCUNO STA PREPARANDO IL DOPO. NON È TELEVISIONE. È SOPRAVVIVENZA POLITICA. All’inizio sembrava solo un cambio di tono. Poi sono arrivati i vuoti, le assenze, le scelte che nessuno spiegava. Mediaset smette di proteggere, Giorgia Meloni smette di fidarsi. In mezzo, Pier Silvio e Marina Berlusconi, più presenti che mai, ma mai davvero visibili. Nessun attacco diretto, nessuna guerra dichiarata. Eppure l’aria è quella delle rotture che precedono i crolli. Meloni capisce che qualcosa non torna, ma sa che reagire ora significherebbe scoprire il fianco. Dall’altra parte c’è chi parla di autonomia editoriale, chi sussurra di un piano più grande, chi teme che il controllo del racconto stia sfuggendo di mano. In questa partita nessuno alza la voce, perché chi urla per primo perde. Qui non si decide solo chi comanda oggi, ma chi potrà ancora esistere domani. E quando i media cambiano bersaglio senza dirlo, il messaggio è sempre lo stesso: qualcuno è diventato sacrificabile.
Avete mai ascoltato il rumore che fa un’alleanza trentennale quando si spezza? Non è uno schianto improvviso, come un bicchiere…
NON È UN REGOLAMENTO DI CONTI, MA UNA FESSURA NELLA MEMORIA COLLETTIVA: QUANDO GIORGIA MELONI HA RIAPERTO IL DOSSIER COVID E HA PRONUNCIATO IL NOME DI GIUSEPPE CONTE, IL SILENZIO IN AULA HA DETTO PIÙ DI MILLE SMENTITE. Perché alcune decisioni tornano a galla solo ora, e perché certe scelte della pandemia continuano a pesare come un’ombra? Meloni non punta il dito apertamente, ma ricostruisce passaggi, tempistiche, responsabilità che sembravano sepolte dall’emergenza. Conte resta al centro della scena, mai attaccato frontalmente ma sempre evocato come figura chiave di un periodo che divide ancora il Paese. Non è solo politica: è memoria, paura, rabbia irrisolta. C’è chi vede finalmente una verità che emerge, chi teme una rilettura pericolosa del passato, chi si sente ancora vittima di decisioni mai davvero spiegate. Il Covid non è più solo una crisi sanitaria, ma una ferita politica che torna a sanguinare. In questo scontro senza vincitori dichiarati, l’Italia si ritrova spaccata tra chi chiede risposte e chi preferirebbe non riaprire quella pagina. E quando il passato viene richiamato così, il vero rischio è ciò che potrebbe venire alla luce dopo.
C’è un silenzio che pesa più delle urla. Un silenzio denso, quasi solido, che cala all’improvviso in un’aula solitamente abituata…
NON È UNA RIVELAZIONE QUALSIASI, MA UNA CREPA PERICOLOSA: QUANDO MARCO RIZZO HA ACCENNATO A CIÒ CHE ELLY SCHLEIN STA MUOVENDO NELL’OMBRA, IL PD NON HA RISPOSTO, HA TREMITO, PERCHÉ QUESTA VOLTA LA PARTITA È PIÙ GRANDE E POTREBBE SFUGGIRE DI MANO. Bastano poche parole per cambiare il clima, per trasformare uno studio in un campo minato e un dibattito in un segnale d’allarme. Rizzo non mostra prove, non legge documenti, ma lascia intendere collegamenti, tempistiche, silenzi che improvvisamente pesano più delle accuse. Il Partito Democratico prova a chiudere, minimizzare, ma la sensazione di panico si diffonde perché il sospetto corre più veloce della smentita. Schlein resta sullo sfondo, mai nominata direttamente come bersaglio, eppure sempre presente come figura centrale di un disegno che divide, inquieta e spacca l’opinione pubblica. Non c’è un eroe dichiarato né un colpevole ufficiale, solo una verità incompleta che accende la rabbia di chi si sente tradito e l’urgenza di chi teme che qualcosa stia per emergere. Quando il silenzio diventa la risposta, il vero shock non è ciò che è stato detto, ma ciò che potrebbe venire fuori dopo.
Torino. Quartiere Borgo Vittoria. Chiudete gli occhi e immaginate. Siamo in via Chiesa della Salute. Se ascoltate bene, se tendete…
NON È STATA UNA FRASE, MA UNA CREPA: QUANDO MARCO RIZZO HA PARLATO, NON HA ATTACCATO UN PARTITO, HA TOCCATO UN NERVO CHE ORA FA MALE A TUTTI, PERCHÉ DIETRO QUELLO SCONTRO NON C’È UNA POLEMICA MA UN GIOCO MOLTO PIÙ GRANDE CHE STA DIVIDENDO L’ITALIA. In pochi secondi l’atmosfera cambia, le certezze della Sinistra iniziano a sgretolarsi e quella che sembrava una semplice provocazione si trasforma in un boomerang che torna indietro con forza. Nessun nome viene fatto, ma tutti capiscono di chi si sta parlando; nessuna accusa diretta, ma il sospetto si insinua e resta. I lavoratori diventano il simbolo di una promessa tradita, mentre una poltrona traballa e il pubblico percepisce che il vero scontro non è in studio, ma fuori, nelle piazze, nelle fabbriche, nelle famiglie spaccate da due visioni inconciliabili. Rizzo non alza la voce, e proprio per questo il silenzio dopo le sue parole pesa come una condanna: perché quando la maschera cade, non è più chi accusa a fare paura, ma ciò che potrebbe venire fuori dopo.
C’è un momento preciso, nel cuore della diretta televisiva, in cui la tensione smette di essere un elemento scenico e…
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