È iniziata così, o almeno così doveva sembrare.
Nessuno aveva previsto che una semplice intervista, un banale botta e risposta di rito, si sarebbe trasformato nell’equivalente mediatico di una deflagrazione nucleare.
Lo studio era illuminato a giorno, le luci sparate sui volti per cancellare le ombre, ma le ombre, quelle vere, erano tutte lì.
Giorgia Meloni, seduta con la postura di chi è abituata a parare colpi, e dall’altra parte il fantasma di un’inchiesta che non ne vuole sapere di morire: il caso Paragon.
Non è stato un dibattito. È stato un duello all’arma bianca combattuto con le parole, dove ogni frase non detta pesava più di un macigno. 🔥
Tutto nasce da un nome che sembra uscito da un film di spionaggio della Guerra Fredda, ma che è terribilmente attuale: Paragon Solutions.
Un software. Un codice invisibile. Un occhio digitale capace di entrare nella vostra vita, nel vostro smartphone, nelle vostre chat segrete, e trasformare la vostra privacy in coriandoli.
Quando Fanpage ha lanciato la bomba, suggerendo che questa tecnologia, nata per cacciare terroristi e narcos, potesse essere finita nelle mani sbagliate – magari per tenere d’occhio giornalisti scomodi o attivisti troppo rumorosi – a Palazzo Chigi qualcuno ha smesso di respirare.
La reazione della Premier non si è fatta attendere.
Ed è stata feroce.

Non la solita smentita burocratica, no. Meloni ha scelto la via del guerriero.
Ha guardato dritto in camera, gli occhi fissi, la voce ferma ma carica di una tensione sotterranea che faceva vibrare i microfoni.
“Non accettiamo lezioni,” sembrava dire il sottotesto.
Per lei, quell’inchiesta non è giornalismo. È fango. È un tentativo deliberato di dipingere lo Stato italiano come una dittatura sudamericana dove si spiano i dissidenti.
“Uno Stato che spia i giornalisti? Follia,” ha tuonato, respingendo al mittente ogni accusa.
Ma c’è stato un momento, un singolo istante durante lo scontro verbale con il direttore di Fanpage, in cui il tempo sembra essersi fermato. ⏱️
Avete presente quando in un film d’azione il protagonista taglia il filo rosso e per un secondo non si sa se la bomba esploderà? Ecco.
Il direttore non ha indietreggiato. Non ha abbassato lo sguardo.
Ha risposto colpo su colpo, sostenendo che il problema non è accusare il governo oggi, ma garantire che nessuno possa abusare di quel potere domani.
“Chi ci controlla?” è la domanda che è rimasta sospesa nell’aria viziata dello studio televisivo.
E qui entriamo nella zona grigia. Quella che le telecamere non mostrano.
Si mormora, nei corridoi del Transatlantico dove le voci rimbalzano più veloci della luce, che la questione Paragon sia molto più grossa di quanto ci venga raccontato.
Non è solo una questione di destra o sinistra.
C’è chi giura che esistano dossier, file criptati che girano su chiavette USB passate di mano in mano nei bar del centro di Roma, contenenti liste. 📂
Liste di chi? Di chi è stato “ascoltato”? Di chi è stato “monitorato”?
Nessuno ha le prove definitive, o chi le ha se le tiene ben strette, ma la paura è palpabile.
La reazione di Meloni, così veemente, così totale, ha fatto scattare un campanello d’allarme in molti osservatori.
Perché arrabbiarsi così tanto se non c’è nulla da nascondere?
O forse la rabbia è genuina, la frustrazione di chi si sente sotto assedio da un sistema mediatico che cerca lo scandalo a ogni costo?
Il direttore di Fanpage è diventato, suo malgrado, il simbolo di questa resistenza.
O il capro espiatorio, a seconda di chi ascoltiate.
C’è una teoria che gira nei forum del dark web e nelle chat criptate dei giornalisti d’inchiesta: e se lo scontro pubblico fosse solo una distrazione?
Mentre noi guardiamo Meloni e il direttore scannarsi in diretta, cosa sta succedendo dietro le quinte?
Magari nuovi contratti per software ancora più potenti vengono firmati nel silenzio degli uffici ministeriali?
Paragon, dicono gli esperti, è già vecchio.
C’è roba là fuori, nel mercato grigio delle armi digitali, che fa sembrare Paragon un giocattolo per bambini.
Tecnologie che non hanno bisogno nemmeno che tu clicchi su un link. Basta che il tuo telefono sia acceso. 📱💥
Ed è questo il vero terrore che aleggiava sopra le teste dei due contendenti.
La consapevolezza che la privacy, quella vera, è morta e sepolta.
Meloni ha giocato la carta della “narrazione tossica”.
Ha accusato Fanpage di costruire castelli in aria per delegittimare le istituzioni, per creare sfiducia, per far credere ai cittadini di vivere nel “Grande Fratello”.
È una mossa politica astuta. Sposta l’attenzione dal fatto (il software esiste?) all’ intenzione (perché ne parlate ora?).
Ma il direttore non ha abboccato.
Ha tenuto il punto sulla democrazia.
“Se non possiamo fare domande scomode, a che serviamo?” ha ribattuto, implicitamente accusando il potere di volere una stampa addomesticata, pronta a copiare e incollare i comunicati stampa governativi.
La frattura che si è aperta quella sera non si richiuderà presto.
È una ferita infetta nel corpo della democrazia italiana.
Da una parte il Potere Esecutivo, che chiede rispetto e fiducia cieca. Dall’altra il Quarto Potere, o quello che ne rimane, che rivendica il diritto al sospetto.
E in mezzo? In mezzo ci siamo noi.
Il pubblico. Gli spettatori. Gli utenti.
Noi che guardiamo questo scontro sui nostri smartphone, magari proprio quegli stessi smartphone che potrebbero essere “infetti”.
L’ironia è crudele.
Sui social network, la guerra è totale.
Le tifoserie si sono scatenate.
“Meloni ha asfaltato Fanpage!”, gridano i sostenitori della Premier, vedendo in lei l’unica barriera contro le “fake news” della sinistra.
“Fanpage ha smascherato il regime!”, rispondono gli altri, convinti che il governo stia nascondendo scheletri enormi nell’armadio digitale.
Ma c’è un dettaglio inquietante che pochi hanno notato. 👀
Durante lo scambio più acceso, quando le voci si sovrapponevano, lo sguardo di Meloni ha avuto un impercettibile sfarfallio.
Non di paura, ma di calcolo.
Come se stesse valutando non tanto le parole dell’interlocutore, ma le conseguenze di quello che non veniva detto.
Cosa sa Fanpage che non ha ancora pubblicato?
È questa la domanda da un milione di dollari.
L’inchiesta è finita o è solo l’antipasto?
Ci sono voci di “Parti omesse”, di registrazioni che non sono state mandate in onda per motivi legali, o forse per paura di ritorsioni.
Si parla di “cancellazione” del direttore.
Non fisica, ovviamente, ma mediatica.
L’idea che dopo questo scontro, certe porte si chiuderanno per sempre. Che certi inviti non arriveranno più. Che l’accesso alle fonti istituzionali diventerà un miraggio.
È la punizione silenziosa del potere: l’isolamento.
Meloni e i suoi fedelissimi negano tutto.
“Nessuna lista di proscrizione, solo legittima critica,” dicono.
Ma chi conosce le dinamiche di Roma sa che la vendetta è un piatto che si serve freddo, magari sotto forma di un’ispezione fiscale, o di una querela temeraria che ti tiene bloccato in tribunale per dieci anni. ⚖️
Il Caso Paragon è diventato un test di stress per l’intero sistema Italia.

Se il governo vince, e riesce a far passare l’inchiesta come spazzatura sensazionalistica, il messaggio per gli altri giornalisti sarà chiaro: “Non provateci. Non toccate i nervi scoperti della sicurezza nazionale.”
Se Fanpage resiste, e magari tira fuori nuove prove, il governo rischia di trovarsi in un pantano simile al Watergate, ma in salsa digitale.
E mentre i due giganti si scontrano, la tecnologia avanza.
Silenziosa. Inarrestabile.
Mentre leggete queste righe, un server da qualche parte nel mondo sta processando i vostri metadati.
Non perché siete criminali. Ma perché siete dati. E i dati sono il nuovo petrolio.
Meloni dice che lo Stato usa questi strumenti solo per i “cattivi”.
Ma chi decide chi è “cattivo”?
Oggi è il terrorista. Domani?
Magari domani è il giornalista che fa troppe domande. O l’attivista che blocca la strada. O il cittadino che scrive un post troppo critico su Facebook.
È questo slittamento semantico che Fanpage ha cercato di illuminare, puntando un faro nel buio.
E il buio ha risposto ringhiando.
Lo scontro in TV è stato solo la punta dell’iceberg.
Sotto il livello del mare c’è una massa enorme di interessi, contratti milionari con aziende israeliane o americane, servizi segreti che operano nell’ombra, e politici che devono garantire la sicurezza ma anche la propria sopravvivenza.
C’è chi dice che Meloni sia stata colta di sorpresa non tanto dall’argomento, ma dalla sfacciataggine.
“Come osate?”
In un paese abituato al giornalismo col cappello in mano, Fanpage ha tenuto il cappello in testa. E questo, al potere, non piace mai.
Ma attenzione alle trappole.
Non bisogna nemmeno trasformare i giornalisti in santi.
Anche l’informazione ha i suoi bias, le sue agende, la sua necessità di fare click.
Il titolo sensazionalistico, la musica drammatica nei video-inchiesta, il montaggio serrato… sono tutte tecniche per orientare l’emozione dello spettatore.
Meloni lo sa. E ha usato questa consapevolezza per contrattaccare.
“Voi non cercate la verità, cercate lo scalpo,” ha insinuato.
Ed è qui che il pubblico va in tilt. A chi credere?
Alla Premier che giura sulla Costituzione? O ai reporter che mostrano documenti tecnici incomprensibili ai più, ma che puzzano di bruciato?
La verità, come spesso accade, è probabilmente da qualche parte nel mezzo.
O forse è altrove, in un luogo che nessuno dei due vuole mostrarci.
Forse la verità è che il sistema è andato fuori controllo per tutti.
Che nemmeno Meloni sa esattamente cosa fanno tutte le agenzie di sicurezza sotto il suo comando.
Che la tecnologia è diventata così complessa e pervasiva che la politica non riesce più a governarla, ma può solo subirla o usarla goffamente.
Immaginate lo scenario: un software che impara da solo. Che decide chi sorvegliare basandosi su algoritmi predittivi.
Fantascienza? Fino a ieri lo era. Oggi è un catalogo di vendita per governi.
Il botta e risposta sul Caso Paragon ci ha lasciato con l’amaro in bocca.
Nessuna rassicurazione. Nessuna stretta di mano finale.
Solo due mondi che si allontanano alla velocità della luce.
Da una parte il Palazzo, chiuso, difeso, arroccato.
Dall’altra la Piazza digitale, caotica, sospettosa, affamata di scandali.
E una domanda che continua a rimbombare: il mio telefono è sicuro?
La risposta onesta, quella che nessuno in quello studio ha avuto il coraggio di dare, è probabilmente: “No”.
E non lo sarà mai più.
Il direttore di Fanpage è uscito da quello studio forse ammaccato, ma con la consapevolezza di aver toccato il nervo giusto.
Meloni è tornata ai suoi dossier, probabilmente furiosa per aver dovuto scendere nell’arena su un terreno così scivoloso.
Ma la storia non finisce qui.
Non può finire qui.

Gli insider dicono che Fanpage stia lavorando al “Sequel”.
Che ci siano fonti interne agli apparati che hanno iniziato a parlare. Gole profonde stanche di tacere. 🗣️
Se fosse vero, quello che abbiamo visto finora è solo il trailer.
Il film vero deve ancora iniziare.
E potrebbe essere un horror per molti potenti.
La frattura tra Meloni e una parte della stampa è ormai insanabile.
Siamo entrati in una fase di guerra di posizione.
Ogni conferenza stampa sarà un campo minato. Ogni domanda sarà un’imboscata. Ogni risposta sarà una trincea.
E il Caso Paragon rimarrà lì, come una spada di Damocle, a ricordarci che mentre noi litighiamo su chi ha ragione… qualcuno ci sta ascoltando.
Forse anche adesso.
Mentre scorrete questo articolo.
Avete notato che la batteria del vostro telefono scende un po’ troppo velocemente oggi?
O che c’è un leggero ritardo quando digitate?
Probabilmente è solo suggestione.
Probabilmente.
Ma dopo aver visto Giorgia Meloni perdere la calma e Fanpage lanciare l’allarme rosso, la parola “probabilmente” non basta più a farci dormire sonni tranquill🌙
Qualcosa si è rotto nel patto di fiducia tra cittadini e Stato.
E non basterà un sorriso in TV o un editoriale indignato per ripararlo.
Siamo nudi di fronte ai dati. E l’inverno sta arrivando.
Restate vigili. Perché la prossima rivelazione potrebbe riguardare voi.
O forse, è già troppo tardi.
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C’è un momento preciso in cui la politica smette di essere un dibattito democratico e diventa un’esecuzione pubblica in prima…
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