Immaginate un’uniforme verde.

Non è il verde della speranza, né quello della natura. È un verde rigido, militare, freddo come l’inverno a Berlino Est nel 1975. È il simbolo di un mondo perduto – o forse no – dove il confine tra l’ordine pubblico e il terrore psicologico era sottile come un filo di ferro spinato arrugginito.

Quel colore apparteneva ai Vopos, la Volkspolizei. Uomini addestrati non per proteggere il cittadino, ma per sorvegliare il pensiero. Per intercettare il dubbio prima ancora che diventasse parola.

Oggi, quel fantasma torna a camminare. Non lungo il Muro di Berlino, ma tra i corridoi di marmo lucido, tra gli stucchi e le moquette consumate di Viale Mazzini, Roma. Il quartier generale della RAI. 🕯

Non indossa una divisa di panno ruvido. Non ha un manganello alla cintura. Si nasconde dietro l’eleganza burocratica dei comunicati ufficiali, dietro il linguaggio felpato delle commissioni di vigilanza, dietro la carta intestata delle interrogazioni parlamentari.

La tensione è palpabile. Se chiudete gli occhi, potete quasi sentirla.

Il ronzio dei condizionatori negli studi televisivi sembra un respiro affannoso, come quello di un animale braccato. Tommaso Cerno siede sotto le luci accecanti. Sente il calore fisico dei riflettori sulla pelle, quei migliaia di watt che dovrebbero illuminare la verità.

Ma dentro? Dentro percepisce un gelo diverso. Assoluto.

È il gelo dell’epurazione. ❄️

Il Movimento 5 Stelle ha puntato il dito. Non è una metafora. È un atto politico preciso, balistico. Vogliono la sua testa. Vogliono il suo silenzio. Vogliono che quel microfono si spenga.

Benvenuti nel cuore pulsante di Dossieropoli.

Il potere, in questi corridoi, ha un odore preciso. Non sa di lavanda. Sa di carta vecchia, di toner surriscaldato e di caffè amaro bevuto in fretta nelle pause della Commissione di Vigilanza, mentre si decide il destino di un uomo.

In questo momento, la RAI non è un’azienda culturale. Dimenticate il servizio pubblico, dimenticate l’intrattenimento. È un campo di battaglia. Una Kill Zone. Dove i proiettili sono i dossier e le trincee sono le testate giornalistiche.

Tommaso Cerno, direttore de Il Tempo, non è più solo un giornalista. È diventato il bersaglio mobile di una macchina politica che non perdona e, soprattutto, non dimentica.

I parlamentari grillini lo guardano attraverso gli schermi piatti dei loro uffici. Analizzano ogni sua parola, ogni pausa, ogni aggettivo, come se fosse un codice Enigma da decifrare per trovare la prova della colpevolezza.

Cercano l’errore. Cercano la crepa. Cercano il pretesto per abbattere l’uomo che ha osato fare l’impensabile: sfidare il dogma di Sigfrido Ranucci e del suo Report.

La democrazia italiana sta vivendo un paradosso claustrofobico, quasi ironico se non fosse tragico.

Chi predicava la trasparenza totale, chi gridava “Onestà!” nelle piazze, chi voleva aprire le istituzioni come una scatoletta di tonno… ora invoca il bavaglio preventivo. Ora usa le pareti di quella scatoletta per schiacciare il dissenso. 🥫

È una danza macabra tra il diritto di cronaca e la Ragion di Stato (o di Partito).

Per capire il presente, però, dobbiamo avere il coraggio di guardare nell’abisso del passato. La RAI è sempre stata il trofeo dei vincitori. Dai tempi democristiani di Ettore Bernabei fino all’editto bulgaro di Silvio Berlusconi.

Ma oggi la musica è cambiata. Il ritmo è diverso. È sincopato. È il ritmo di una marcia “venezuelana”.

Giuseppe Conte osserva la scena. Non urla, non si scompone. Osserva con il distacco chirurgico di chi conosce bene le leve del comando e i cavilli giuridici.

Il Movimento 5 Stelle ha imparato in fretta. La richiesta di sospendere Tommaso Cerno da Domenica In non è solo una mossa burocratica o una richiesta di opportunità.

No, signori. È un segnale. ⚠️

È una testa di cavallo nel letto. È un avvertimento mafioso – in senso metaforico, s’intende – rivolto a chiunque pensi di uscire dal seminato. “Colpirne uno per educarne cento”.

Il pluralismo sta morendo sotto i colpi di un moralismo a targhe alterne. Se attacchi la destra, sei un eroe del giornalismo d’inchiesta. Se tocchi i santuari della sinistra o del grillismo, sei un “diffamatore”, un “dossieratore”, un nemico del popolo.

Sentite il rumore delle rotative in lontananza?

È il suono dei soldi e dell’influenza. Il gruppo Angelucci, proprietario del giornale diretto da Cerno, muove pedine pesanti nello scacchiere dell’informazione. Non sono spettatori passivi.

Tommaso Cerno è il loro alfiere. Un uomo che ha attraversato tutto lo spettro politico – dalla sinistra al centrodestra – portando con sé un’aggressività intellettuale che spaventa i burocrati del pensiero unico. Cerno non è un soldatino. È una mina vagante.

La psicologia di Cerno è quella del provocatore consapevole. Sa perfettamente che ogni suo attacco a Report è una bomba a orologeria innescata sotto la poltrona dei vertici RAI. Ma sa anche un’altra cosa: che il sistema reagirà con una violenza proporzionale all’offesa.

I grillini lo accusano di delegittimazione. Lo accusano di essere il braccio armato di una “campagna d’odio”.

Ma chi stabilisce il confine tra critica e dossieraggio? Chi è il giudice supremo?

Il conflitto entra nel vivo. Da una parte abbiamo l’invulnerabilità quasi sacra di Sigfrido Ranucci, un uomo che ha costruito un impero mediatico basato sull’inchiesta d’assalto, spesso temuto, mai contraddetto.

Dall’altra c’è Cerno. Che accusa Report di essere, a sua volta, una centrale di dossieraggio senza riscontri. Di usare taglia e cuci per distruggere reputazioni.

È una guerra tra Titani dell’informazione dove la vittima sacrificale, l’unica vera vittima, è la verità. 💔

Gli uffici di Viale Mazzini sono diventati bunker. Le segretarie abbassano lo sguardo. Le telefonate sono criptate su app sicure. I corridoi sono deserti, perché nessuno, ma proprio nessuno, vuole essere visto parlare con la persona sbagliata nel momento sbagliato.

L’aria è densa di sospetto. Ogni giornalista RAI, dal conduttore famoso all’ultimo stagista, si guarda allo specchio e si chiede: “Sarò io il prossimo?“.

Il controllo del governo sulla TV pubblica è un dato di fatto legislativo, una vecchia storia italiana. Ma l’ingerenza così brutale della minoranza parlamentare, che chiede teste come se fossimo in piazza durante la Rivoluzione Francese, è un’anomalia che scuote le fondamenta del servizio pubblico.

E poi arriviamo al punto di rottura. Il Flashpoint.

La miccia che ha fatto esplodere la polveriera ha un nome e un cognome: Luca Fazzo.

Questo giornalista è il fantasma che agita le notti insonni del Movimento 5 Stelle. Fazzo è la fonte. L’uomo che ha fornito le munizioni a Cerno per colpire Ranucci al cuore.

Ma chi è davvero Luca Fazzo? 👀

I grillini scavano nel fango del passato. Non rispondono nel merito, attaccano la persona. Tirano fuori vecchie storie, archivi polverosi, parlano di Servizi Segreti, evocano lo spettro della Security Telecom Pirelli dell’era Berlusconi. Un mondo di spie, intercettazioni illegali, dossieraggi industriali.

Dicono che Fazzo sia un uomo “squalificato”. Un emissario degli “apparati deviati”.

È qui che la storia smette di essere politica e diventa uno Spy Thriller internazionale.

Se la fonte è inquinata, l’inchiesta di Cerno è un atto di guerra sporca. Ma se la fonte è reale… se quel documento esiste… allora il sistema sta tremando perché ha paura di cosa potrebbe uscire.

Siete pronti a guardare dietro la maschera del potere?

Il minuto cinque di questa storia segna il reset totale della narrazione. Non stiamo parlando di una semplice lite tra colleghi giornalisti. Stiamo parlando della pista scura dei fatti del 1992. Le stragi. Falcone. Borsellino.

Report ha toccato i fili dell’alta tensione, cercando legami tra le stragi di mafia e i poteri occulti di destra. Cerno ha risposto mettendo in dubbio l’integrità di quelle prove, suggerendo che la narrazione sia pilotata.

Il twist è inquietante. La politica sta usando la RAI per regolare i conti con la Storia d’Italia.

Il Movimento 5 Stelle non vuole solo proteggere Ranucci. Vuole proteggere la propria narrazione del mondo, la propria mitologia fondativa. Se metti in dubbio il “metodo Report”, metti in dubbio l’identità stessa del grillismo.

La sospensione di Cerno servirebbe a cancellare il dubbio dal telecomando degli italiani. Un colpo di spugna digitale. 📺

Considerate l’impatto economico di questa censura. Rimuovere un giornalista da un programma di punta come Domenica In non è gratis. È una perdita di valore per l’azienda. È un danno erariale mascherato da “Codice Etico”.

Mentre i parlamentari discutono di deontologia nei salotti climatizzati, lo spettatore paga il canone per vedere una rissa continua, una censura incrociata.

Il paradosso umano è brutale.

Ci sono famiglie italiane che faticano ad arrivare alla fine del mese, che contano gli spiccioli per la spesa. Ma la priorità assoluta della Commissione di Vigilanza è silenziare un direttore di giornale perché ha osato criticare un programma televisivo sacro.

La Casta si protegge. Si chiude a riccio. Mentre il cittadino rimane al buio, sommerso da una pioggia di fango mediatico che confonde tutto.

La psicologia dei protagonisti si rivela nel climax.

Giuseppe Conte sorride davanti alle telecamere. Parla di “dignità”, di “correttezza”, di “rispetto”. Ma dietro quel sorriso da avvocato del popolo c’è il calcolo freddo di chi vuole riprendersi la RAI un pezzo alla volta, o distruggerla se non può averla.

Dall’altra parte, Maurizio Gasparri e Roberto Rosso di Forza Italia ergono barricate verbali.

Parlano dei Vopos di Ranucci. Usano il paragone con la polizia della DDR per evocare un regime totalitario.

È una battaglia di simboli potentissima. L’uniforme verde contro la penna libera. Il Muro di Berlino contro la libertà di antenna.

La tensione raggiunge il picco quando l’interrogazione parlamentare viene depositata ufficialmente. Il timbro viene apposto. Il destino di Cerno è appeso a un filo di seta burocratica che può essere tagliato in qualsiasi istante.

L’odore della paura si sente nelle redazioni de Il Tempo. I giornalisti sanno di essere sotto assedio. Ogni articolo scritto da Cerno, ogni editoriale, viene pesato, analizzato, scansionato, pronto a essere usato come prova in un tribunale politico sommario.

Questa è Dossieropoli.

Un sistema dove non conta più cosa dici. Conta solo chi ti permette di dirlo.

Il “metodo Venezuela” denunciato da Cerno non è un’iperbole. È la trasformazione dell’informazione in propaganda di fazione. Se non sei con noi, sei contro di noi. E se sei contro di noi, devi sparire dal video. Devi essere pixelato. Cancellato.

È l’eliminazione fisica e mediatica di chi non si allinea. Il tutto, ironia della sorte, pagato con i soldi dei contribuenti che vorrebbero solo sapere la verità. 💸

Analizziamo il micro-dramma umano.

Immaginate un giovane giornalista, venticinque anni, talento da vendere, che entra oggi in RAI per il suo primo giorno. Cosa vede?

Non vede meritocrazia. Vede che la carriera non dipende dal talento o dalla capacità di trovare notizie. Vede che dipende dalla protezione politica. Vede che criticare un “intoccabile” come Ranucci significa finire nel mirino della Vigilanza, rischiare il posto, essere marchiato a vita.

Questo clima uccide la creatività. Uccide il coraggio. Uccide la Verità. È la morte lenta, per asfissia, della democrazia liberale.

Il caso Cerno-Ranucci è solo la punta dell’iceberg.

Sotto la superficie c’è un oceano nero di interessi incrociati, di vendette personali covate per anni, di dossier pronti a essere aperti al momento opportuno per ricattare o distruggere. La politica ha trasformato l’informazione in un’arma di distruzione di massa della reputazione altrui.

Ma Tommaso Cerno non indietreggia.

La sua risposta è un urlo nel silenzio ovattato: “Non ci facciamo zittire“. 🔥

È la sfida finale. Il direttore sa che la sua permanenza in RAI, anche solo per un minuto in più, è un simbolo di resistenza. Se cade lui, cade un pezzo di libertà per tutti. Se riescono a cacciare lui, domani potranno cacciare chiunque.

I grillini, d’altro canto, sono convinti di agire per il bene superiore. È questa la loro forza e la loro pericolosità. Credono sinceramente che l’onestà passi per l’eliminazione di chi infanga i loro eroi. Si sentono missionari.

Ma la Storia insegna una lezione crudele: chi inizia bruciando i libri o sospendendo i giornalisti, finisce sempre per costruire muri. Muri di silenzio. Muri di cemento. Muri sorvegliati da nuovi Vopos in giacca e cravatta Armani.

La verità è un mosaico di schegge taglienti e insanguinate.

In questa storia, nessuno è completamente innocente. Non lo è il sistema RAI, da sempre schiavo della politica e delle lottizzazioni. Non lo sono i partiti, che usano la TV pubblica come un ufficio stampa privato. E non lo sono i giornalisti, spesso trasformati in faziosi combattenti al servizio del padrone di turno.

Ma in questo caos primordiale, c’è un dato certo. Incontrovertibile.

La richiesta di sospensione di un direttore per le sue opinioni è un atto di forza che appartiene ad altre latitudini. Ad altri regimi.

Il “Tele-Maduro” evocato da Cerno non è più una metafora colorita. È una possibilità concreta, reale, che bussa alla porta delle nostre case ogni volta che accendiamo la televisione e vediamo facce terrorizzate che misurano le parole.

Siamo alla fine dei giochi. O all’inizio della fine.

La Commissione di Vigilanza dovrà decidere. Ma la vera sentenza, quella che conta, è già stata emessa dal pubblico. Gli spettatori, nel segreto delle loro case, hanno capito che la guerra per la RAI non riguarda la qualità dei programmi. Non riguarda lo share.

Riguarda il controllo delle coscienze. 🧠

Cerno rimarrà a Domenica In o l’editto venezuelano avrà la meglio? La risposta determinerà il futuro dell’informazione in Italia per i prossimi dieci anni.

Se accettiamo che un parlamentare possa decidere chi ha il diritto di parlare in TV e chi no, abbiamo già perso. Abbiamo già accettato l’uniforme verde. Abbiamo già accettato il Muro.

Il ronzio dei server continua, incessante. I dati vengono archiviati. I dossier vengono chiusi in cassaforte, pronti per la prossima puntata di questo reality show dell’orrore democratico.

Tommaso Cerno esce dallo studio. L’aria della sera romana è fredda, pungente. Ma è comunque meno fredda di quella che ha respirato là dentro, sotto i riflettori.

La battaglia per Dossieropoli è appena iniziata. Non è una questione di destra o di sinistra. È una questione di sopravvivenza della libertà individuale contro l’arroganza del potere collettivo.

Ricordatevi dei Vopos. Ricordatevi che il silenzio è il miglior amico di ogni dittatura, anche di quelle che si dicono democratiche.

Questa è l’inchiesta che nessuno voleva raccontare. Questo è il prezzo della verità in un mondo di dossier.

Se volete continuare a capire cosa succede dietro le quinte del potere, non smettete di scavare. Non smettete di dubitare. Perché la prossima testa a cadere potrebbe essere quella della vostra libertà di sapere.

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