C’è un momento preciso in cui una nave capisce di stare affondando.

Non è il momento in cui l’acqua entra dallo scafo squarciato. Non è nemmeno quando il motore tossisce, sputa fumo nero e si spegne nel silenzio dell’oceano. 🚢🌊

Quel momento arriva quando i passeggeri — quelli che hanno pagato il biglietto con i sacrifici di una vita, quelli che credevano nella rotta — iniziano a cercare le scialuppe in silenzio. Con lo sguardo basso. Con la valigia pronta. E con la rabbia fredda di chi si sente tradito.

Alla CGIL, il transatlantico della rappresentanza italiana, la corazzata rossa che ha attraversato il Novecento, quel momento è arrivato. Ed è arrivato ora.

Oggi vi portiamo dentro una vicenda che non è una semplice polemica sindacale da trafiletto a pagina venti.

È un vero e proprio terremoto tellurico nel cuore pulsante della rappresentanza dei lavoratori italiani. Una faglia che si è aperta e che minaccia di inghiottire decenni di storia.

Mettetevi comodi. Spegnete le notifiche. Chiudete la porta.

Perché quello che state per leggere non è un racconto filtrato da comunicati stampa asettici, scritti in “sindacalese” stretto. Non è uno slogan di partito urlato nei talk show per prendere un applauso facile.

È il ritratto crudo, diretto, spietato di una crisi che ha colpito il sindacato più grande e simbolico d’Italia. E che rischia di lasciare una macchia indelebile, profonda come una cicatrice chirurgica, nella storia del lavoro nel nostro Paese.

Tutto parte da una serie di segnali apparentemente slegati. Piccole crepe nel muro che nessuno voleva guardare.

Ma che, uniti tra loro come i punti di un disegno criminale, raccontano una verità scomoda. Una verità che fa male allo stomaco.

Negli ultimi mesi le piattaforme social, i forum dei lavoratori, i gruppi WhatsApp delle fabbriche e degli uffici, i commenti rabbiosi sotto i post ufficiali della Confederazione hanno iniziato a raccontare un’altra storia.

Ben diversa da quella promossa con sorrisi di circostanza, bandiere rosse sventolanti e foto di rito con il pugno chiuso.

Una storia fatta di tessere strappate. Di militanti disillusi. Di intere famiglie che da generazioni aderivano al sindacato come a una religione laica e che ora se ne allontanano.

In silenzio. Senza fare scenate. Ma con un’amarezza che pesa più di mille urla.

E adesso state attenti a questo passaggio, perché è cruciale per capire la dimensione del disastro. 🔍

La CGIL ha recentemente lanciato il nuovo tesseramento per il 2026.

Ha puntato molto sulla digitalizzazione. Sull’immagine patinata. Su una comunicazione più giovane, fresca, moderna, quasi da start-up.

Ma quello che accade dietro le quinte, negli uffici polverosi delle camere del lavoro di provincia, è un film horror totalmente diverso.

Un lento esodo. Un’emorragia che non si riesce più a fermare con i cerotti della propaganda.

Persone che per 30, 40 anni hanno difeso con orgoglio la propria tessera nel portafoglio, tenendola vicino alle foto dei figli, oggi la restituiscono.

Non lo fanno per ideologia opposta. Non sono diventati improvvisamente “padroni” o capitalisti. Non lo fanno per convenienza economica.

Lo fanno perché dicono una frase che pesa come un macigno sulla coscienza dei vertici: “Il sindacato non parla più la lingua del lavoro. Parla una lingua che non capisco più.”

Ed è qui che entra in gioco un nome pesante. Un nome che fa tremare i polsi a molti nei palazzi romani. Tommaso Cerno.

Giornalista di razza. Ex direttore. Ex senatore.

Uno che la politica non solo l’ha raccontata dai banchi della stampa, ma l’ha vissuta dall’interno, respirando l’aria viziata del potere.

Uno che conosce i corridoi bui dei palazzi, gli archivi polverosi delle redazioni, i silenzi telefonici che precedono gli scandali più grossi.

Quando uno come lui decide di puntare il faro sulla CGIL, vuol dire che sotto la superficie c’è qualcosa di grosso. Qualcosa che puzza di bruciato. 🔥

Non è un commento da bar. È un’indagine vera. Costruita su documenti riservati, testimonianze anonime di chi ha paura di parlare, numeri che non tornano e, soprattutto, nervi scoperti.

E ora fate attenzione, perché questo è il punto di rottura. Il punto dove tutto cambia e la narrazione ufficiale crolla.

Il sindacato di Maurizio Landini negli anni ha progressivamente spostato l’asse della sua attività.

Una deriva lenta, impercettibile all’inizio, come la rana bollita nella pentola, ma ormai inarrestabile.

Da difensore dei contratti, dei turni massacranti, della sicurezza in fabbrica, dei diritti concreti dei lavoratori…

È diventato protagonista di battaglie ideologiche astratte. Spesso internazionali. Simboliche. Lontane anni luce dalla vita reale delle persone che dovrebbe rappresentare.

Chi oggi lascia la CGIL lo fa con una motivazione precisa: “Non è più il mio sindacato. È un megafono politico. È un partito ombra.” 📢🚫

In molti denunciano disorganizzazione cronica. Assenza nei momenti decisivi. Promesse non mantenute. Risposte che non arrivano mai.

Addirittura raccontano di telefonate ignorate per settimane. Sedi chiuse nel pomeriggio. Burocrazie kafkiane che, invece di aiutare il lavoratore in difficoltà contro l’azienda, lo respingono come un fastidio burocratico.

E attenzione a questo concetto fondamentale: quando un lavoratore si sente abbandonato dal suo sindacato, non si limita a cambiare tessera.

Cambia fiducia. E quella, una volta persa, è difficile da riconquistare. È come un vaso di cristallo rotto: puoi incollarlo, ma le crepe restano e tagliano le mani.

Scorrendo centinaia di commenti, interviste rubate e testimonianze dirette, emerge una narrazione coerente e preoccupante.

L’operaio di 50 anni che racconta di essere stato iscritto per 35 anni, fedele come un soldato, e di aver ricevuto solo silenzio nel momento più critico della sua carriera, quando l’azienda chiudeva e lui veniva messo alla porta.

L’impiegata amministrativa che denuncia il totale disinteresse della CGIL durante una vertenza sindacale interna, lasciata sola a combattere contro i mulini a vento.

E poi ancora i giovani. Spesso precari. Le partite IVA. I rider.

Che accusano il sindacato di non saper nemmeno comunicare con le nuove generazioni, rimanendo ancorato a un linguaggio e a una visione novecentesca, polverosa e inutile per chi non ha il “posto fisso”.

Ma il dato più allarmante, quello che dovrebbe far suonare le sirene d’allarme a Corso d’Italia, è l’aumento costante delle disdette. 📉

Non soltanto tra i singoli iscritti delusi.

Ma anche all’interno delle famiglie storicamente legate alla CGIL. Quelle in cui la tessera veniva trasmessa di padre in figlio quasi come un’eredità culturale, un segno di appartenenza alla classe operaia, un orgoglio di ceto.

Ora, invece, c’è chi racconta di aver strappato quattro, cinque tessere in una sola volta. Con una decisione definitiva, irrevocabile: “MAI PIÙ. Avete tradito mio padre, non tradirete anche me.”

E qui il quadro si fa inquietante. Si tinge di tinte fosche e geopolitiche.

Perché mentre i lavoratori chiedono chiarezza su stipendi da fame, turni disumani, sicurezza sul lavoro che manca e contrattazione collettiva…

La CGIL dedica energie e risorse immense a battaglie internazionali. A fare politica estera.

Come la difesa, controversa e divisiva, del regime di Nicolas Maduro in Venezuela. 🇻🇪

Non perdetevi questo dettaglio. È una bomba a orologeria scoppiata tra le mani dei vertici.

Proprio dei lavoratori venezuelani iscritti alla CGIL, fuggiti dalla dittatura per cercare libertà e lavoro in Italia, hanno annunciato pubblicamente la loro uscita dal sindacato dopo che Landini ha espresso sostegno (o ambiguità) verso Maduro.

“Pensavamo di essere difesi come lavoratori,” hanno detto con le lacrime agli occhi. “Non ci aspettavamo di vedere la nostra CGIL schierarsi con chi ci ha fatto fuggire dal nostro Paese per la fame, con chi ha distrutto le nostre vite.”

Un fatto che ha fatto esplodere la polemica non soltanto tra gli iscritti, ma anche all’interno dello stesso mondo sindacale.

Dove alcuni rappresentanti di altre sigle (CISL, UIL) parlano apertamente, a microfoni spenti nei bar vicino ai ministeri, di “ideologismo imbarazzante” e di “deriva autoreferenziale” che danneggia tutto il movimento dei lavoratori.

E ora fate molta attenzione a questo passaggio. Il paradosso supremo. Il cortocircuito logico. ⚡

Il punto più tragico di questa vicenda non è la fuga in sé.

Ma la contraddizione che emerge quando si scopre che proprio la CGIL, quella che si batte pubblicamente nelle piazze e in TV per il Salario Minimo Legale

Ha firmato negli anni, con la sua stessa penna, contratti nazionali con paghe scandalosamente basse. Contratti che condannano i lavoratori alla povertà pur lavorando 40 ore a settimana. 💸❌

Contratti da 5 o 6 euro lordi l’ora. Firmati da chi poi va in televisione a dire che servono 9 euro per legge.

Una contraddizione che nemmeno i suoi sostenitori più accaniti riescono più a giustificare senza arrossire o abbassare lo sguardo.

E inizia a prendere corpo un sospetto. Un veleno che serpeggia nei corridoi e nelle assemblee deserte.

E se tutto questo servisse ad un altro scopo? 🤔

Già. Perché in molti ambienti sindacali, politici e giornalistici, si mormora una tesi tanto velenosa quanto plausibile.

Maurizio Landini starebbe preparando il salto. Il grande salto.

Non si parla solo di politica generica. Ma di una candidatura già ipotizzata. A Bruxelles? In qualche segreteria di partito nascente? Alla guida di una coalizione di sinistra radicale?

Il sindacato usato non come fine, ma come mezzo. Come trampolino di lancio personale. Non come casa dei lavoratori, ma come palcoscenico per il leader.

Un sospetto, certo. Nessuna prova scritta.

Ma nella politica italiana, la percezione è molto più potente della realtà.

E oggi la percezione diffusa è che la CGIL non sia più la voce dei lavoratori, ma una pedina nello scacchiere politico più grande, distante e cinico. Una pedina mossa da ambizioni personali.

Nel frattempo, anche il fronte interno si spacca.

Il fallimento dei referendum contro il Jobs Act, annunciati come “la madre di tutte le battaglie”, ha lasciato ferite profonde e casse vuote.

Milioni di euro spesi in campagna referendaria. Mobilitazioni enormi. Promesse roboanti di cancellare le leggi “padronali”.

Risultato? NULLA. Un buco nell’acqua.

Stessa cosa per il salario minimo. Tante parole in TV, tante interviste sui giornali amici, tante copertine.

Ma poi nella pratica? Contratti che mortificano chi lavora, firmati proprio dalla mano che dovrebbe proteggerli.

E infine, la politicizzazione esasperata.

Mentre le crisi industriali si moltiplicano come funghi velenosi (l’automotive che crolla, l’acciaio in crisi, il tessile che soffre, l’intelligenza artificiale che minaccia i posti di lavoro)…

E i lavoratori vengono lasciati soli a gestire cassa integrazione, licenziamenti e chiusure improvvise…

La CGIL si concentra su temi geopolitici. Prende posizione su guerre lontane. Su conflitti internazionali complessi dove non ha alcun potere negoziale. Su alleanze ideologiche del passato che non esistono più.

La distanza tra rappresentati e rappresentanti diventa siderale. Un abisso incolmabile. 🌌

Il sindacato che un tempo difendeva chi timbrava il cartellino alle sei del mattino con le mani sporche di grasso, oggi viene percepito come un centro sociale ben finanziato.

Un club esclusivo che parla un linguaggio astratto, accademico, “politically correct”.

Mentre le buste paga si fanno sempre più leggere a causa dell’inflazione che morde la carne viva delle famiglie.

E adesso eccoci alla domanda finale. Quella che rimbalza nei corridoi delle sedi sindacali deserte e nei commenti sotto ogni post ignorato su Facebook.

PERCHÉ LANDINI INSISTE?

Perché guidare un sindacato glorioso, con una storia centenaria, verso l’isolamento? Verso l’abbandono massivo? Verso l’irrilevanza?

La risposta più condivisa, nei retroscena e nei sussurri, è anche la più velenosa: l’ambizione personale.

Non un errore di calcolo. Non una svista strategica. Ma una strategia lucida e cinica.

Preparare la transizione da leader sindacale a figura politica di riferimento per la sinistra radicale italiana. Costruire il proprio profilo di “tribuno del popolo” a spese del sindacato stesso.

E intanto? Intanto la base è abbandonata al suo destino.

E ora non perdetevi questa immagine che riassume tutto. Un’immagine potente, cinematografica, triste. 🎬

Un palco allestito in piazza. Luci costose. Impianto audio potente. Un comizio. Un megafono in mano.

Maurizio Landini che arringa la folla con la solita foga, vene del collo gonfie, voce roca. Parla di massimi sistemi, di pace nel mondo, di fascismo, di diritti universali.

Ma la platea è vuota. O quasi.

Ci sono i funzionari. Ci sono i pensionati fedeli. Ma i lavoratori attivi? I giovani? I precari?

Sono andati via. Hanno cambiato strada. Sono stanchi delle parole.

La CGIL è ancora lì, con le luci accese e gli slogan storici in sottofondo che gracchiano dagli altoparlanti come un disco rotto. Ma la sala è vuota.

E questo non è solo un simbolo. È una diagnosi clinica di morte apparente.

Non è una semplice sconfitta elettorale o numerica. È la fine di un’epoca.

Io penso che in un’Italia dove la rappresentanza sociale vacilla e la fiducia nelle istituzioni si sgretola ogni giorno di più…

La crisi della CGIL appaia come molto più di un semplice episodio sindacale interno.

È lo specchio fedele, impietoso, di un cambiamento profondo nel rapporto tra cittadini e corpi intermedi.

Quando un sindacato storico come la CGIL perde il contatto con la propria base, non si tratta solo di un calo di iscritti da grafico Excel da presentare al direttivo.

È una frattura culturale. Antropologica.

La distanza tra chi lavora e suda e chi dovrebbe rappresentarlo si misura ormai in silenzi imbarazzati. In slogan vuoti che non scaldano più i cuori. E in battaglie che sembrano appartenere ad altri mondi, ad altri tempi, ad altre persone.

Mentre la realtà quotidiana parla di contratti scaduti da anni, buste paga insufficienti per arrivare a fine mese, mutui impossibili e diritti non difesi…

La percezione — e forse la crudele realtà — è che il sindacato parli più volentieri di ideologia che di lavoro. Di massimi sistemi che di buoni pasto.

E allora la domanda è legittima, e va fatta ad alta voce, senza paura:

La CGIL sta ancora facendo il sindacato?

O ha smarrito la sua missione originaria, tradendo il suo mandato, in cambio di un ruolo politico da giocare altrove, sui tavoli che contano, nei salotti televisivi?

Se il lavoratore non si sente più rappresentato. Se il suo grido di aiuto resta inascoltato tra una manifestazione per la Palestina e un convegno sull’antifascismo.

Se la tessera non vale più tutela legale e contrattuale, ma solo “appartenenza ideologica” a un club che perde pezzi…

Che senso ha tenerla in tasca e pagarla ogni mese?

Forse non è la CGIL che è finita. Forse è un certo modo di fare sindacato, vecchio, politicizzato, distante e arrogante, che non funziona più nel 2026.

Il futuro non è scritto. Ma un fatto è chiaro come il sole che sorge sulle fabbriche chiuse.

Senza ascolto. Senza credibilità. E senza risultati concreti che migliorano la vita delle persone, euro su euro.

Nessuna bandiera rossa, per quanto grande, potrà più coprire il rumore assordante del vuoto.

E voi? Cosa ne pensate? 🫵

Siete tra quelli che hanno strappato la tessera con rabbia? O credete ancora nel progetto di Landini e pensate che sia l’unica barriera rimasta?

Fatecelo sapere nei commenti. Raccontateci la vostra storia. 👇

La verità spesso si nasconde proprio lì, nelle storie di chi vive il lavoro ogni giorno sulla propria pelle, e non nei comunicati stampa dei leader.

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