C’è un momento preciso, nella vita di una democrazia, in cui il velo delle buone maniere si strappa.
Non accade spesso. Ma quando accade, il rumore è assordante. ⚡
La vicenda che ha visto Massimo Cacciari, l’intellettuale dallo sguardo di ghiaccio e dalla barba biblica, scagliarsi con una durezza inaudita contro Giorgia Meloni non può essere letta come una semplice polemica estemporanea.
Dimenticate i talk show noiosi dove tutti si urlano addosso ma nessuno dice niente. Dimenticate le scaramucce su Twitter che durano lo spazio di un mattino.
Qui siamo su un altro livello.
Siamo di fronte a un episodio sismico. Un terremoto che ha concentrato in sé, come in un buco nero, tutte le contraddizioni del nostro tempo malato. Mettendo a confronto non solo due persone, ma due concezioni opposte, inconciliabili, del Potere, del Linguaggio e del ruolo stesso della politica.
Le parole, in questo caso, non sono state solo uno strumento. Sono state il campo di battaglia. Un campo minato diventato rapidamente aspro, radicale e simbolicamente carico di tritolo. 💣
Da un lato del ring c’è lui. Massimo Cacciari.

L’ultimo dei filosofi prestati alla politica. L’uomo abituato a un linguaggio netto, privo di attenuanti. Spigoloso come una roccia delle Dolomiti. Cacciari riflette una visione della politica come “Polemos”, come conflitto alto delle idee, come luogo della profondità concettuale e della responsabilità storica. Per lui, governare non è gestire il consenso. È guidare la nave nella tempesta della Storia.
Dall’altro lato c’è lei. Giorgia Meloni.
La leader politica che ha costruito la propria ascesa, mattone dopo mattone, su un rapporto diretto, quasi carnale, con l’elettorato. Su una comunicazione immediata, identitaria. “Io sono Giorgia”. Una comunicazione fortemente orientata al consenso popolare, che trae la sua legittimità non dai libri letti, ma dalle mani strette.
Quando queste due figure entrano in collisione, il risultato non può che essere esplosivo. 💥
L’intervento di Cacciari contro Meloni si è collocato in un contesto già saturo di tensioni. L’aria era già elettrica. Il governo è da tempo sotto assedio, oggetto di critiche serrate provenienti sia dal mondo politico sia da quello culturale e accademico.
Tuttavia…
Ciò che ha colpito in questa occasione, ciò che ha fatto fermare il respiro a milioni di italiani davanti alla TV e agli smartphone, non è stata soltanto la sostanza delle accuse.
È stato il tono. L’intensità. La ferocia intellettuale.
Cacciari non ha usato mezze misure. Non ha cercato le solite formule concilianti del “sì, ma”. Non ha lasciato spazio a interpretazioni morbide.
Il suo discorso è apparso come un atto di accusa frontale. Un “J’accuse” moderno che mirava a mettere in discussione non solo le singole scelte politiche del governo (una tassa qui, un decreto là), ma l’intero impianto culturale su cui esse si fondano.
Secondo la lettura spietata di Cacciari, la leadership di Meloni sarebbe caratterizzata da una visione “semplificata” della realtà. Una visione bidimensionale, incapace di affrontare la complessità mostruosa delle sfide contemporanee.
Il filosofo ha parlato di un uso sistematico della retorica. Di una comunicazione che punta più a rafforzare l’identità di una parte – la tribù, il clan – che a costruire soluzioni condivise per la Nazione.
Nelle sue parole, il governo Meloni è apparso nudo. Prigioniero di slogan vuoti. Costretto a muoversi goffamente tra promesse ideologiche irrealizzabili e compromessi dolorosi imposti dalla realtà, soprattutto sul piano europeo e internazionale.
Ma fermiamoci un attimo.
Il modo in cui Cacciari ha articolato questa critica ha fatto discutere quanto, se non più, del contenuto stesso.
Il suo linguaggio, duro, talvolta tagliente come una lama di rasoio, è stato interpretato in due modi diametralmente opposti.
Per alcuni, è stato un segno di Lucidità Estrema. L’urlo di chi vede il Titanic puntare verso l’iceberg mentre l’orchestra continua a suonare. Per altri, è stato un Eccesso. Una perdita di controllo. Un cedimento nervoso che avrebbe finito per indebolire la forza delle sue stesse argomentazioni.
Da qui l’idea – rimbalzata ovunque – di un “Cacciari fuori controllo”.
Non nel senso di un crollo emotivo, attenzione. Cacciari non crolla. Ma come scelta consapevole, quasi suicida, di spingere lo scontro oltre i limiti consueti e rassicuranti del confronto istituzionale.
Le reazioni? Immediate. Violente. Virali. 🌪️
Il mondo mediatico, affamato di sangue e di click, ha immediatamente rilanciato le frasi più forti. Le ha isolate dal contesto. Le ha amplificate. Le ha trasformate in titoli cubitali e in clip di TikTok da quindici secondi.
L’opinione pubblica si è divisa lungo linee ormai familiari, come due eserciti schierati in trincea.
Da una parte chi ha visto nell’intervento di Cacciari una voce necessaria. Profetica. Capace di smascherare le fragilità di una politica ritenuta troppo superficiale, troppo “social”, troppo effimera. Dall’altra chi ha accusato l’intellettuale di arroganza. Di parlare dall’alto di una presunta superiorità culturale. Di guardare il popolo dall’alto in basso, come un entomologo guarda gli insetti. E soprattutto, di non rispettare il mandato democratico sacro che ha portato Meloni al governo.
In questo clima già infuocato, saturo di veleni, è arrivata la risposta.
La risposta dal fronte della Presidente del Consiglio. O meglio, dall’area che ne sostiene l’azione politica.
E qui sta il colpo di scena.
La replica non ha seguito il terreno tracciato da Cacciari. Meloni non è caduta nella trappola.
Non c’è stato un confronto filosofico. Non c’è stato un tentativo di entrare nel merito delle analisi complesse proposte dal filosofo veneziano. Nessuna citazione di Hegel o di Carl Schmitt.
La risposta è stata essenziale. Politica. Brutale nella sua semplicità.
Orientata a ribaltare completamente il quadro. 🖼️
Il messaggio implicito era chiaro, cristallino: “Il governo governa perché è stato scelto dagli italiani. Le critiche, per quanto colte e sofisticate, restano opinioni di chi non ha il consenso delle urne.”
Scacco matto.
È questo passaggio che molti osservatori hanno interpretato come una vera e propria umiliazione.
Non perché Cacciari sia stato smentito punto per punto. Ma perché è stato spostato.
È stato preso di peso e messo fuori dal campo di gioco che lui stesso aveva scelto con tanta cura.
Il suo intervento, carico di riferimenti culturali alti e di giudizi di valore pesanti, è stato neutralizzato. Disinnescato come una bomba bagnata. Attraverso un semplice richiamo alla legittimità democratica e al pragmatismo dell’azione di governo.
In questo modo, il filosofo è stato ricondotto – con una certa crudeltà politica – al ruolo di “osservatore esterno”. Di commentatore. Di “grillo parlante”. Privato della centralità politica che il suo attacco rivendicava.
Questo scontro rivela molto più di una semplice antipatia personale o di una divergenza politica.
Mette in luce una frattura profonda. Una faglia sismica che attraversa l’Occidente.
La frattura tra due modelli di Autorità.
Da un lato l’autorità del Pensiero Critico. Quella che si fonda sulla competenza, sullo studio, sulla riflessione storica, sulla capacità di leggere i processi di lungo periodo. L’autorità dei Professori. Dall’altro l’autorità del Consenso Elettorale. Quella che trae la propria forza dalla rappresentanza diretta. Dalla capacità di interpretare e mobilitare il “sentire comune”. L’autorità dei Leader.
Quando questi due modelli si fronteggiano, il dialogo diventa difficile. Se non impossibile. È come cercare di far parlare due specie aliene diverse.
Cacciari, nel corso della sua lunga attività intellettuale, ha spesso denunciato quella che considera una crisi strutturale della politica moderna. Una politica ridotta a “gestione dell’immediato”. Impoverita. Senza visione.
Nel suo attacco a Meloni, questa critica si è manifestata in forma concentrata. Radicale. Tossica.
La Presidente del Consiglio, invece, incarna un modello di leadership diverso. Rivendica l’efficacia dell’azione. La chiarezza del messaggio. Anche a costo di sacrificare la complessità. Anche a costo di semplificare troppo.
La sua risposta a Cacciari riflette questa impostazione. Evita il terreno teorico (dove perderebbe) e punta tutto sulla concretezza e sulla forza del mandato ricevuto (dove vince).
Il risultato?
Uno scontro tra linguaggi che non si incontrano mai. Due rette parallele che corrono verso l’infinito senza toccarsi.
Cacciari parla a chi ritiene indispensabile una riflessione profonda, anche scomoda, sul presente. Agli “apocalittici”. Meloni risponde a un elettorato che chiede decisioni, sicurezza, identità e risultati tangibili. Agli “integrati”.
In mezzo?

In mezzo il dibattito pubblico si trasforma in una sequenza di monologhi contrapposti. Sordi. Incapaci di dialogare davvero.
I social network hanno svolto un ruolo determinante nell’amplificare questa dinamica perversa. 📱
Le parole di Cacciari sono state estratte dal loro contesto come organi da un corpo vivo. Trasformate in slogan. Commentate con entusiasmo fanatico o con indignazione cieca.
La risposta del governo è stata celebrata da alcuni come una dimostrazione di forza (“Grande Giorgia!”). Criticata da altri come una fuga dal confronto (“Non sa rispondere!”).
In questo ambiente tossico, la polarizzazione è diventata totale. Con schieramenti sempre più rigidi, impermeabili alle ragioni dell’altro.
Molti osservatori attenti hanno colto in questo episodio un segnale inquietante. Il segnale del rapporto sempre più problematico tra Intellettuali e Potere Politico.
Un tempo, figure come Cacciari avrebbero potuto svolgere un ruolo di orientamento. Di stimolo. Di “Grillo Parlante” ascoltato dal Principe.
Oggi, invece?
Oggi il loro intervento rischia di essere percepito come distante. Elitario. “Radical Chic”. Facilmente liquidabile con un richiamo al voto popolare: “Chi ti ha eletto?”.
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Questo non significa che il pensiero critico abbia perso valore. Assolutamente no. Ma significa che fatica, dannatamente, a trovare un canale efficace per incidere sulla realtà.
D’altra parte, c’è anche il rischio opposto. Ed è un rischio mortale.
Una politica che si chiude in se stessa. Che respinge le critiche complesse come “irrilevanti” o “snobistiche”. Che si circonda di yes-men.
Questa politica rischia di impoverirsi. Rischia di perdere la capacità di affrontare problemi strutturali che non si risolvono con un tweet.
Le sfide che attendono l’Italia – dalla collocazione internazionale in un mondo in fiamme alla trasformazione economica e sociale – richiedono non solo consenso. Richiedono visione. Profondità. Studio.
Lo scontro tra Cacciari e Meloni diventa così emblematico di una crisi più ampia.
Non è soltanto una questione di toni o di caratteri spigolosi. È il sintomo di una difficoltà crescente nel tenere insieme Pensiero e Azione. Cultura e Governo. Critica e Decisione.
L’umiliazione percepita da molti nella risposta al filosofo nasce proprio da questa frattura.
Il Sapere viene messo ai margini da una Politica che non sente più il bisogno di confrontarsi sul piano teorico. Che si sente autosufficiente perché ha i voti.
Alla fine, resta una sensazione ambigua. Sospesa.
Cacciari ha certamente scosso il dibattito. Ha portato alla luce nodi che spesso vengono ignorati per comodità. Ha costretto tutti a guardare nell’abisso. Meloni ha dimostrato di saper gestire l’attacco senza farsi trascinare su un terreno che non le appartiene. Rafforzando la propria immagine di leader determinata e pragmatica.
Ma il confronto? Quello vero?
Non c’è stato.
È mancato l’incontro tra due visioni. È mancata la possibilità di uno scambio che andasse oltre la contrapposizione sterile.
Questo episodio racconta molto dell’Italia di oggi. Un Paese diviso. In cui il linguaggio politico è sempre più polarizzato e in cui il rischio, enorme, è quello di ridurre il dibattito a una lotta tra legittimità contrapposte.
Da una parte il Consenso. Dall’altra la Competenza. Da una parte l’Immediatezza. Dall’altra la Complessità.
Finché questi elementi continueranno a escludersi a vicenda, finché continueranno a guardarsi in cagnesco come nemici giurati, ogni scontro – per quanto spettacolare, per quanto virale – lascerà dietro di sé la stessa impressione di vuoto.
Come un’occasione mancata. Come un urlo nella notte che nessuno ha voluto davvero ascoltare.
Resta solo una domanda, sospesa nell’aria viziata di questo tempo: chi avrà il coraggio di ricucire lo strappo prima che sia troppo tardi?
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