È venerdì sera. Da una parte ci sono le luci soffuse, calde, ambrate. C’è un jazz sincopato in sottofondo, quel tipo di musica che ti fa sentire immediatamente più colto solo per il fatto di ascoltarla.

Ci sono applausi studiati, risate che scattano al millesimo di secondo, sguardi d’intesa tra persone che si riconoscono come membri della stessa tribù esclusiva.

Dall’altra parte, a qualche chilometro di distanza, c’è la luce fredda, spietata, quasi clinica di una lampada da scrivania istituzionale.

Lì non c’è musica. Non ci sono applausi. C’è solo il silenzio di chi deve prendere decisioni che pesano come macigni.

Questa è la storia di due Italie che si guardano attraverso uno schermo senza capirsi. Di chi crede di avere il monopolio della cultura e di chi, piaccia o no, governa la realtà. 🔥

È la cronaca di come un monologo televisivo, pensato, scritto e recitato per demolire l’avversario riducendolo a macchietta, si è trasformato nel più clamoroso autogol mediatico dell’anno.

Benvenuti nel ring dove l’élite intellettuale scopre, con orrore, che la realtà morde molto più forte della satira.

L’atmosfera nello studio televisivo di La7 è quella ovattata e confortevole di un club privato.

Uno di quei circoli romani riservati a chi possiede la tessera giusta. E non parlo della tessera di un partito politico, ma di qualcosa di più sottile e potente: la tessera dell’appartenenza.

Siamo nel tempio della “Rivoluzione in Camicia di Lino”.

Lo studio di quel programma che è diventato ormai il pulpito laico da cui viene dispensato, ogni settimana, il verbo del politicamente corretto e dell’analisi sociologica spiccia.

Le luci sono studiate per creare un ambiente intimo, quasi fumoso, che fa tanto intellettuale tormentato della Rive Gauche parigina, ma trapiantato nel cuore di Roma Nord, tra un aperitivo e un vernissage. 🍷

C’è quella band che suona dal vivo, quei riff di sassofono un po’ malinconici che servono a dare un ritmo alla narrazione, a sottolineare che qui non si fa becera politica da piazza.

No, per carità. Qui si fa Cultura. Qui si fa Narrazione.

Il pubblico in sala è selezionato con cura maniacale.

Ragazzi con gli occhiali dalla montatura spessa e l’aria assorta, signore eleganti che annuiscono con gravità ad ogni battuta, uomini che ridono coprendosi la bocca con la mano in un gesto di studiata compostezza.

Tutti uniti da quel senso di complicità inebriante che si prova quando si è convinti di essere dalla parte giusta della Storia, guardando il resto del mondo come uno zoo di specie inferiori da educare o deridere.

Al centro della scena, padrone indiscusso di questo microcosmo, c’è lui: il Conduttore. Diego Bianchi, in arte Zoro.

Non indossa la cravatta. Sarebbe troppo istituzionale, troppo “di destra”.

Lui porta la camicia leggermente sbottonata, le maniche arrotolate sugli avambracci con studata negligenza, come chi sta lavorando sodo in cantiere.

Anche se il suo cantiere è fatto di parole, video montati ad arte e indignazione a comando.

Ha quel modo di fare scanzonato, un po’ romanesco, strascicato, un mix letale di dialetto popolare e termini inglesi sparati a caso per ricordare a tutti che lui è cosmopolita.

Che lui legge la stampa internazionale. Che lui capisce il mondo. 🌍

Gesticola con un pennarello in mano, si appoggia al leggio, poi si siede scomposto sulla sedia da regista, incarnando perfettamente l’archetipo dell’intellettuale disorganico.

Stasera è particolarmente in forma.

Si vede da come gli brillano gli occhi dietro le lenti, da quel sorrisetto a mezza bocca che precede sempre la “spiegazione definitiva”, quella che dovrebbe illuminare le menti ottenebrate degli italiani medi.

Il monologo di stasera verte su un tema che ossessiona questi salotti da mesi.

Il successo, ai loro occhi inspiegabile, della destra.

Ma attenzione: non un successo politico. Sarebbe troppo banale, troppo doloroso ammettere di aver perso le elezioni sui temi concreti come tasse, sicurezza o lavoro.

No. Il conduttore la butta, come sempre, sull’antropologia culturale. Sulla semiotica.

Si rivolge alla telecamera, poi al suo disegnatore di fiducia seduto in un angolo – la sua spalla muta che traduce in vignetta il disprezzo comune – e inizia la sua arringa.

“Allora, parliamoci chiaro…” esordisce con quel tono confidenziale che usa per blandire il suo pubblico.

“Io guardo Trump. Guardo Giorgia Meloni nei comizi. E sapete cosa vedo? Io non vedo dei politici. No. Io vedo dei competitor.”

Fa una pausa teatrale, aspettando che il pubblico assorba l’inglesismo e la profondità del concetto.

“Sono i competitor dei nostri stand-up comedian.” 🎤

Ecco la tesi. Servita su un piatto d’argento.

Secondo lui, il Presidente degli Stati Uniti e il Presidente del Consiglio italiano non sono statisti. Non sono leader.

Sono dei comici. E nemmeno dei comici raffinati. Sono comici da avanspettacolo.

Il conduttore prosegue, infervorandosi.

“Guardate le mosse! Guardate i tempi comici! Trump che prende in giro gli atleti, che imita chi cammina male… e poi guardate lei. La nostra Premier.”

Alle sue spalle, sul grande videowall verticale, partono a raffica delle clip.

Ma non sono clip dove si parla di inflazione, di guerre, di riforme fiscali o del Piano Mattei.

Ovviamente no.

Sono clip montate ad arte, rallentate, zoomate, ripetute in loop.

Giorgia Meloni che sgrana gli occhi. Meloni che fa una smorfia di disappunto. Meloni che alza la voce. Meloni che sorride ironicamente.

Il conduttore indica lo schermo con il pennarello, quasi trionfante, come un etologo che ha appena scoperto una nuova specie di primate.

“Lo vedete? Questo è faccettismo. È un genere artistico, ragazzi! Non è politica. È puro cabaret!” 😂

Il pubblico in sala ride.

Una risata grassa, liberatoria, catartica.

“Ah, ecco cos’è!” pensano. “Non è che la Meloni vince perché ha intercettato i bisogni reali del Paese che noi abbiamo ignorato per vent’anni. No! Vince perché fa le facce buffe! Che sollievo!”

Il conduttore cavalca l’onda. Si sente forte, invincibile nel suo studio climatizzato.

“Il punto è che la comunicazione di Trump non è molto diversa da quella usata dalla Premiera italiana. Sono dei commedianti. E attenzione…”

Qui abbassa la voce. Si fa serio, grave, come se stesse rivelando il Terzo Segreto di Fatima.

“…Il problema non sono loro. Il problema è chi li va a vedere.”

È qui che l’arroganza tocca vette himalayane. 🏔️

Il conduttore inizia a psicanalizzare milioni di elettori di centrodestra senza averne mai incontrato uno al di fuori della ZTL o della redazione.

“Chi partecipa a quei comizi…” dice scandendo le parole “…non ci va per creare contenuti. Non ci va per capire. Ma figurati! Ci va per divertirsi. È come andare al cinema a vedere un film comico o allo stadio. Vogliono il sangue. Vogliono il dileggio dell’avversario.”

Dipinge l’elettore conservatore come un essere primitivo. Un troglodita che risponde solo a stimoli basici: la risata sguaiata, l’insulto, la presa in giro.

Secondo la sua narrazione, nei comizi di destra non si parla di futuro, di lavoro o di famiglia.

È tutto un grande circo dove il leader-giullare intrattiene una massa di sempliciotti incapaci di concentrazione.

“Il commediante in questione si diverte a dileggiare l’avversario per offrire agli elettori ciò che gli elettori vogliono.” Sentenzia, chiudendo il cerchio del suo ragionamento fallace.

Ma non basta. Deve aggiungere il tocco finale. Quello che serve a nobilitare se stesso e la sua categoria.

Deve spiegare perché la loro comicità – quella di sinistra, quella “impegnata”, quella colta – è superiore.

“Vedete…” dice allargando le braccia “…da noi vengono i comici veri. Quelli che fanno satira. E sapete qual è la differenza?”

“Che i nostri si preparano. Studiano. Fanno fatica.”

Lo dice quasi con sofferenza, come se scrivere un monologo contro il governo fosse un lavoro usurante in miniera.

“Il comico di professione viene qui, fa il suo pezzo, ma dietro c’è lavoro, c’è scrittura, c’è un costo umano. Invece questi…”

E indica di nuovo con disprezzo le immagini di Meloni e Trump alle sue spalle.

“…Questi sono dei comici nati. Non fanno fatica. Sono ‘al naturale’. Non si devono preparare perché a loro viene spontaneo essere così. Fare quelle faccette.”

Il sottotesto è devastante: “Noi siamo intelligenti e lavoriamo sodo anche per farvi ridere. Loro sono ridicoli per natura e il loro pubblico si accontenta di questo nulla cosmico.”

Cita persino Berlusconi, il grande Satana del passato, dicendo che non era secondo a nessuno in quest’arte.

Ripescando il vecchio adagio, comodo e rassicurante, per cui chi votava il Cavaliere era stato “ipnotizzato” dalle televisioni.

È la stessa, identica, stantia teoria che la sinistra si racconta da trent’anni per giustificare le proprie sconfitte.

“Se perdiamo non è colpa nostra che non capiamo il Paese. È colpa del Paese che è troppo stupido per capirci.”

“È difficilissimo stargli dietro…” conclude il conduttore fingendo una resa che in realtà è pura vanità.

“Loro fanno propaganda con le facce. Noi cerchiamo di fare ragionamenti. Ma questa roba, purtroppo, ha sempre funzionato.”

Si gira verso la band. Fa un cenno. Parte uno stacchetto musicale allegro, ma non troppo. 🎷

Il pubblico applaude scrosciante, convinto di aver assistito a una lezione di alta politologia.

Il conduttore si siede, beve un sorso d’acqua dalla sua tazza brandizzata, soddisfatto nel suo mondo.

Dentro quella bolla climatizzata e protetta, tutto torna.

I buoni sono intelligenti e tristi. I cattivi sono stupidi e allegri.

Non ha il minimo dubbio, nemmeno per un istante, che quella che lui chiama “faccetta” possa essere in realtà empatia.

Non lo sfiora il sospetto che quel dileggio che tanto critica sia in realtà la nuda e cruda esposizione dei fallimenti della sua parte politica.

Lui è sicuro. Ha spiegato il mondo. Ha etichettato il nemico. Ha rassicurato il gregge.

Le telecamere staccano sulla pubblicità, lasciando lo studio immerso in quella sensazione dolciastra di superiorità morale che è da sempre l’anticamera del disastro.

Ma fuori da quello studio…

Lontano da quelle luci calde e da quegli applausi a comando…

La realtà sta per presentare il conto. E non sarà una battuta. ⚡

Stacco netto.

Il calore artificiale e un po’ soffocante dello studio televisivo svanisce in un istante, inghiottito dal nero di un cambio scena radicale.

Niente più sassofoni jazz. Niente più risatine di sottofondo. Niente più quella sensazione di trovarsi in un salotto esclusivo.

Ora siamo nel silenzio.

Un silenzio denso, operoso.

La luce non è più quella ambrata dei riflettori, ma quella naturale, limpida e senza filtri che entra da una grande finestra affacciata su Piazza Colonna.

Siamo a Palazzo Chigi. O forse nello studio privato di Giorgia Meloni.

Uno spazio che trasuda sobrietà e lavoro.

Dove le carte impilate non sono oggetti di scena, ma dossier reali. Decisioni da prendere. Responsabilità che pesano tonnellate.

Sullo sfondo nessuna scenografia pop, nessun gadget ironico. Solo la bandiera italiana e quella europea, immobili, a ricordare che qui la politica non è un gioco di società. 🇮🇹🇪🇺

Giorgia Meloni è seduta alla sua scrivania.

Indossa una giacca scura, semplice. I capelli sciolti.

Non c’è traccia di quella tensione nervosa che animava il conduttore pochi istanti prima. La sua postura è rilassata, ma vigile.

Davanti a lei c’è un tablet appoggiato su un supporto.

Lo schermo è ancora illuminato sull’ultimo frame del video che abbiamo appena visto nel blocco precedente.

La faccia del conduttore è congelata in quell’espressione di trionfante superiorità mentre parla di “faccettismo”.

Meloni allunga una mano e spegne il tablet. 📴

Il gesto è lento, misurato.

Non c’è rabbia nei suoi movimenti. Non c’è l’ira funesta che la sinistra ama attribuirle nelle caricature.

C’è piuttosto quella calma olimpica di chi ha appena ascoltato una sciocchezza colossale e si appresta a rimettere le cose al loro posto con la forza inesorabile della logica.

Si sistema un attimo sulla sedia. Guarda dritta nell’obiettivo della telecamera che ha davanti – probabilmente il suo smartphone montato su un treppiede per la sua rubrica social “Gli Appunti di Giorgia”.

Accenna un sorriso. Ma non è un sorriso di scherno. Né una “faccetta” da cabaret.

È un sorriso di chi la sa lunga. Di chi conosce i suoi polli.

Preme REC. 🔴

Il led rosso si accende.

“Ciao a tutti” esordisce, con quel tono di voce che milioni di italiani riconoscono ormai come familiare. Diretto. Privo di quei barocchismi retorici che infestano i talk show.

“Ho appena finito di vedere un video molto interessante che mi hanno girato…”

“Pare che in certi salotti televisivi, quelli che contano, quelli dove si decide cosa è giusto e cosa è sbagliato pensare… ci sia una grande preoccupazione per la mia mimica facciale.”

Fa una piccola pausa, lasciando che l’assurdità dell’argomento decanti per un secondo nell’aria.

“Sì, avete capito bene. Mentre noi qui lavoriamo sulla Manovra Economica, sul Piano Mattei, sulla crisi in Medio Oriente… loro passano il tempo a fare l’analisi semiotica delle mie sopracciglia durante i comizi.”

“Dicono che sono una stand-up comedian. Un comico.”

Meloni incrocia le mani sul tavolo. Il tono si fa leggermente più serio, analitico.

Sta per smontare il castello di carte costruito dal conduttore, pezzo per pezzo, senza alzare la voce, usando la stessa arma che loro disprezzano: la realtà.

“La tesi di questi signori, di questi intellettuali con la camicia sbottonata, è che voi – gli italiani che ci sostengono – siate dei poveri sprovveduti.”

“Che veniate ai miei incontri non per ascoltare cosa abbiamo fatto o cosa vogliamo fare, ma per vedere lo show. Per vedere le faccette. Perché secondo loro i contenuti non vi interessano. O peggio: non siete in grado di capirli.”

Qui lo sguardo di Meloni si indurisce impercettibilmente. È il momento di difendere non se stessa, ma la sua gente.

“Vedi, caro conduttore…” dice rivolgendosi idealmente al presentatore, bucando lo schermo con una franchezza disarmante.

“Tu confondi la forma con la sostanza. Confondi la maschera con il volto.”

“Quello che tu chiami ‘faccettismo’ con disprezzo… nel mondo reale si chiama EMPATIA.”

“Si chiama essere umani. Si chiama non avere bisogno di un copione scritto da tre autori per sapere cosa provare davanti a un’ingiustizia o a una menzogna.”

Meloni si appoggia allo schienale, argomentando con quella fluidità di pensiero che i suoi avversari scambiano per semplicismo.

“Quando io salgo su un palco e parlo dei problemi reali delle persone… quando mi infervoro, quando sorrido, quando magari strabuzzo gli occhi perché sento un’enormità detta dalla controparte…”

“Io non sto recitando. Non sto facendo stand-up comedy. Sto VIVENDO quel momento insieme alle persone che ho davanti. Sto vibrando alla loro stessa frequenza.”

“E sai perché questo vi fa così tanta paura? Perché voi quella frequenza l’avete persa decenni fa.” 📡

È un affondo chirurgico.

Sta dicendo che l’algidità, la compostezza formale, il linguaggio forbito della sinistra non sono segni di superiorità, ma di disconnessione.

Sono diventati alieni nel loro stesso Paese. Costretti a rifugiarsi in studi televisivi ovattati perché fuori, nelle piazze vere, non sanno più che lingua parlare.

“E poi c’è questa storia della fatica…” continua, riprendendo uno dei punti cardine dell’attacco del conduttore.

“Hai detto che i vostri comici fanno fatica, studiano, si preparano. Mentre noi improvvisiamo perché siamo comici naturali.”

“Ecco, questa è forse la cosa più divertente di tutte.”

Ride, ma è una risata amara.

“Voi pensate davvero che governare una Nazione complessa come l’Italia, stare ai tavoli internazionali, trattare per il Patto di Stabilità, gestire i flussi migratori… sia una passeggiata che si fa improvvisando?”

“Voi confondete la spontaneità comunicativa con la mancanza di preparazione.”

Meloni si sporge in avanti verso l’obiettivo, come per confidare un segreto a chi la sta guardando.

“Ti svelo un segreto.” 🤫

“La fatica vera non è scrivere una battuta sagace per prendere in giro l’avversario politico alle nove di sera in TV. Quello è intrattenimento, ed è legittimo, per carità.”

“Ma la fatica vera è studiare i dossier fino alle tre di notte. La fatica vera è prendersi la responsabilità di dire dei SÌ e dei NO che cambiano la vita delle persone.”

“La fatica vera è girare l’Italia e il Mondo per difendere l’Interesse Nazionale, non per fare le faccette.”

Il ritmo del suo discorso incalza. Sta ribaltando completamente la narrazione.

Quello che il conduttore descriveva come “lavoro usurante” – fare satira in TV – diventa improvvisamente un lusso. Un privilegio di chi non ha responsabilità reali.

Mentre quella che lui descriveva come “improvvisazione cialtronesca” – la politica di destra – viene rivelata per quello che è: un lavoro massacrante che richiede una connessione emotiva costante, oltre che tecnica.

“Voi dite che io faccio propaganda. Io dico che sto facendo politica. E la politica è fatta anche di carne e sangue. Di passione.” ❤️‍🔥

“Se a voi tutto questo sembra un circo, forse è perché siete abituati a vedere la politica come un convegno di tassidermisti. Dove tutto è morto. Imbalsamato. Freddo. Dove l’emozione è bandita perché è considerata volgare.”

Meloni fa una pausa. Guarda un punto indefinito oltre la telecamera, come se stesse richiamando alla mente un ricordo preciso.

Sta preparando il terreno per l’affondo finale. Quello che porterà la discussione su un piano ancora più profondo.

Ma intanto ha già distrutto la premessa logica dell’avversario.

Ha dimostrato che quella che loro chiamano “comicità” è in realtà l’unica forma di comunicazione politica rimasta viva in Occidente.

E che se gli elettori scelgono Trump o scelgono lei, non è perché vogliono ridere. È perché vogliono sentirsi vivi.

“In fondo…” conclude questa parte del ragionamento con una punta di sarcasmo “…mi rendo conto che deve essere frustrante.”

“Voi avete i titoli accademici. Avete i giornali che vi applaudono. Avete gli artisti impegnati che vi sostengono.”

“Eppure, quando parlate, la gente cambia canale. O peggio: si addormenta.”

“Noi invece facciamo una smorfia… e il mondo ne parla per tre giorni.”

“Forse, invece di analizzare le mie facce, dovreste iniziare a guardarvi allo specchio. E chiedervi perché quel riflesso non piace più a nessuno.” 🪞

Il video non si ferma qui. Meloni prende fiato.

La parte “tecnica” della difesa è finita. Ora sta per iniziare l’attacco culturale.

Ora sta per tirare fuori l’artiglieria pesante. Quell’aneddoto che smaschererà definitivamente il classismo intellettuale della sinistra.

“Ma sapete qual è la cosa che mi fa più rabbia in tutto questo discorso?” dice Meloni, abbassando leggermente il tono di voce, rendendolo più intimo.

“Non è l’attacco a me. Io ho le spalle larghe. Ci sono abituata da quando avevo 15 anni. Mi chiamano pescivendola, borgatara, ora comica. Va bene tutto. Fa parte del gioco.”

Scuote la testa con un gesto di sincera noncuranza.

“No. Quello che non accetto… quello che mi fa bollire il sangue… è il disprezzo profondo, viscerale, che traspare da ogni vostra parola verso gli italiani che non la pensano come voi.”

Meloni si sporge di nuovo verso la telecamera.

“Voi siete convinti, nel profondo della vostra anima, di avere il monopolio dell’intelligenza.”

“Siete convinti che la Cultura sia una cosa vostra. Una tessera di partito che vi rilasciate a vicenda nei vostri circoli chiusi.”

“E di conseguenza… chiunque voti a destra deve essere per forza un ignorante. Un analfabeta funzionale. Uno che si fa abbindolare dalle faccette perché non ha gli strumenti cognitivi per capire la vostra presunta grandezza.”

Qui la Premier fa una pausa drammatica.

“Voglio raccontarvi una storia…” prosegue, e il suo viso si illumina di una luce diversa, più umana. “…Una storia piccola, ma che spiega tutto.”

“Qualche tempo fa mi hanno raccontato di una signora. Una professoressa universitaria. Una donna colta, stimata, con pubblicazioni accademiche alle spalle. Una persona che ha dedicato la vita allo studio.” 📚

“Bene. Questa signora, durante una cena con dei colleghi… colleghi ‘illuminati’… si è permessa di dire che apprezzava il lavoro del nostro Governo. Che condivideva alcune nostre scelte.”

Meloni sorride amaramente.

“Sapete qual è stata la reazione? Il gelo. Lo sconcerto.”

“Uno dei presenti, con quella tipica aria di superiorità che conosco bene, le ha detto: ‘Ma scusa… tu? Una professoressa universitaria? Ma com’è possibile che una persona del tuo livello stia con quella gente lì?’”

Quella gente lì. Capite?”

Meloni scandisce bene queste parole, marcando il disprezzo implicito nella frase.

“‘Quella gente lì’ saremmo noi. Saremmo milioni di italiani. Saremmo artigiani, imprenditori, operai… e sì, anche professori, medici, avvocati, scienziati che scelgono liberamente di sostenere il centrodestra.”

“Ecco.” dice Meloni puntando l’indice verso l’obiettivo. “Il vostro problema è tutto qui.”

“Voi non riuscite ad accettare l’idea che qualcuno possa aver letto i vostri stessi libri, aver frequentato le vostre stesse università… e aver tratto conclusioni diverse dalle vostre.”

“Per voi è inconcepibile. Se uno studia, deve per forza diventare di sinistra. Se non lo diventa, vuol dire che non ha studiato bene. O che c’è qualcosa che non va in lui. È un cortocircuito mentale che vi sta distruggendo.” 🤯

La Premier si appoggia di nuovo allo schienale.

“E sapete perché vengono ai miei comizi? Sapete perché mi ascoltano?”

“Non per le faccette.”

“Vengono perché io NON LI GIUDICO.”

“Vengono perché io non li guardo dall’alto in basso. Vengono perché io parlo la loro lingua, che è la lingua della realtà, non quella delle teorie astratte.”

“Vengono perché sanno che io rispetto la loro intelligenza. Mentre voi la insultate ogni volta che aprite bocca per spiegarci come dovremmo vivere.”

Il ritmo finale è incalzante. Un crescendo rossiniano di orgoglio.

“Continuate pure a fare le vostre analisi antropologiche da Eataly. Continuate a ridere delle mie espressioni. A fare le vignette. A sentirvi i migliori, i più bravi, i più giusti.”

“Continuate a chiudervi nei vostri studi televisivi con l’aria condizionata e il pubblico che applaude a comando. Fate pure.”

Meloni allarga le braccia in un gesto di totale apertura.

“Noi, intanto, continuiamo a stare fuori. Nelle piazze. Nelle fabbriche. Nelle università, quelle vere.”

“E sapete una cosa? Più voi ridete di noi… più gli italiani smettono di ridere con voi. Perché hanno capito che dietro quel sorriso di sufficienza non c’è cultura. C’è solo il vuoto di chi ha perso il contatto con il proprio Popolo.”

“Buon proseguimento.”

Meloni fa un’ultima, deliberata, ironica smorfia. Un occhiolino quasi impercettibile ma devastante. 😉

“Non perderti la prossima faccetta. Potrebbe essere quella della vittoria alle prossime elezioni.”

Il video si chiude di colpo. Nero.

Nello studio di La7, lo schermo del videowall diventa buio.

Per la prima volta in serata, cala un silenzio vero.

Non il silenzio attento di chi ascolta una lezione. Ma il silenzio imbarazzato di chi è stato appena messo a nudo davanti a milioni di persone.

Il conduttore è rimasto con il pennarello a mezz’aria. Il sorrisetto gli si è congelato sulla faccia come una maschera di cera che si sta sciogliendo.

Si passa una mano tra i capelli, nervoso. Cerca lo sguardo della sua spalla, ma anche lui sembra intento a fissare il foglio bianco davanti a sé, senza trovare la battuta giusta.

Il pubblico non applaude.

Qualcuno si schiarisce la voce.

L’atmosfera da club esclusivo è andata in frantumi, spazzata via da tre minuti di brutale verità.

Il conduttore prova a recuperare. Tenta una risata nervosa.

“Eh beh… insomma… ha risposto… io diciamo che…”

Balbetta qualcosa. Cerca di buttarla in caciara, di fare ironia sulla “regia occulta” di Palazzo Chigi.

Ma le parole suonano vuote. Prive di mordente.

La bolla è scoppiata. 🎈💥

Quella sensazione di superiorità che permeava lo studio fino a pochi minuti prima si è dissolta come nebbia al sole.

Hanno provato a ridurla a una macchietta. E lei li ha ridotti a comparse del loro stesso show.

La telecamera stacca su un campo lungo dello studio, mostrando un ambiente improvvisamente piccolo, artificiale, distante anni luce dal mondo reale che ha appena fatto irruzione attraverso quello schermo.

E mentre scorrono i titoli di coda, la sensazione che rimane non è quella di aver assistito a uno spettacolo comico.

Ma a una lezione di politica. Quella vera.

E forse, in regia, qualcuno sta pensando che la prossima volta, prima di ridere, sarà meglio pensarci due volte. 👀

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