Sembra un venerdì sera come tanti altri.

Sembra un salotto tranquillo, dove la gente si rifugia per sfuggire al rumore della settimana lavorativa, cercando conforto in una risata intelligente, in un pensiero laterale.

Invece è una trappola. 🕸️

Siamo negli studi di La7. Le luci sono calde, ambrate, studiate per rilassare la retina. Il suono è morbido, equalizzato alla perfezione. La “Propaganda Orchestra” suona un jazz soffuso che copre i silenzi e riempie i vuoti, creando quella patina di familiarità che ti fa sentire a casa.

Tutto, in questo teatro, è disegnato per dare sicurezza.

È un’architettura psicologica precisa: qui dentro sei al sicuro. Qui dentro il mondo brutto, cattivo e volgare resta fuori dalla porta insonorizzata.

Diego Bianchi, “Zoro” per chi lo segue dai tempi della videocamera a mano, domina quello spazio come un direttore d’orchestra che non ha bisogno della bacchetta.

Niente cravatta. Camicia aperta, maniche tirate su fino ai gomiti, come uno che sta lavorando, uno che sta “sul pezzo”.

In mano tiene quel pennarello nero, il suo scettro. Si sposta, si appoggia al tavolo, si siede in modo sciolto, quasi scomposto, ma è una scompostezza studiata.

Fa gesti rapidi, guarda in camera con quell’aria di intesa, poi guarda di lato verso i suoi ospiti.

Ha un ritmo romanesco, un po’ strascicato, quella cadenza che fa simpatia, che abbatte le barriere. Ogni tanto inserisce parole straniere, slang americani o francesismi, per marcare una distanza sottile.

È il modo di dire, senza dirlo: “Io sto sopra. Io capisco le sfumature. Noi capiamo”.

È il suo teatro. È la sua cifra stilistica.

Accanto a lui, in un angolo, c’è Makkox. Sta lì, curvo sulla tavoletta grafica. Disegna. Parla poco o niente.

È una spalla silenziosa ma fondamentale. Il suo foglio diventa una conferma visiva. Una vignetta che rende stabile l’aria del salotto: quando arriva il disegno, il pubblico ride e si sente protetto. “Ecco, vedi? Abbiamo capito la stessa cosa”.

Questa è la regola non scritta di Propaganda Live.

Ma stasera, Diego Bianchi ha deciso di puntare il pennarello su un tema che lo ossessiona.

Non parla di tasse. Non parla di guerra in Ucraina. Non parla di riforme costituzionali.

Fa un salto laterale, un triplo salto carpiato retorico.

Porta tutto su un piano diverso: quello antropologico.

Il successo della destra, dice lui guardando fisso l’obiettivo, non va letto come politica. Va letto come spettacolo. 🎭

È una scelta precisa, chirurgica.

Così non si discute di contenuti, che sono noiosi e complessi. Si discute di persone. Si discute di maschere.

Diego Bianchi avvia il suo ragionamento mettendo sullo stesso piano Donald Trump e Giorgia Meloni.

L’idea è tagliente come un rasoio.

Secondo la sua narrazione, non sono leader politici. Sono i rivali dei comici.

Usa un inglesismo ricercato per dare forza alla tesi, per elevarla a sociologia, e poi la spiega con il corpo.

Indica lo schermo gigante alle sue spalle. Aspetta la risata. Si prende la pausa.

È una pausa da palcoscenico, da attore consumato che sa esattamente quando il pubblico è pronto a reagire.

Sul video wall compaiono le clip.

Non sono passaggi istituzionali. Non sono discorsi sul Piano Mattei, sull’inflazione, sui rapporti con Bruxelles o sulla crisi in Medio Oriente.

No.

Sono frammenti montati ad arte. Zoom improvvisi. Rallenty impietosi.

Smorfie. Occhi spalancati in un momento di enfasi. La voce che sale di tono e si spezza. Sorrisi ironici. Espressioni di stupore.

Diego Bianchi chiama tutto questo “Faccettismo“.

Lo presenta come un genere letterario, come una categoria dello spirito, e lo oppone alla “politica vera”, quella seria, quella composta, quella che piace a loro.

Il pubblico in studio ride.

Guardateli bene. Occhiali spessi, sguardi intelligenti, abbigliamento casual-chic. Annuiscono. Ridono piano, con complicità.

È un clima di circolo. È un clima di appartenenza tribale.

Quella risata libera la coscienza.

Così la sconfitta elettorale diventa facile da spiegare, quasi rassicurante.

Se Giorgia Meloni vince, nella lettura di Diego Bianchi, non è perché ha intercettato dei bisogni reali, non è perché parla a un pezzo di Paese che si sentiva escluso.

No. Vince perché “fa le facce”. Vince perché è un fenomeno da baraccone.

È un ribaltamento comodo. Assolve chi ha perso (la sinistra che non sa più parlare al popolo) e accusa chi ha votato.

Ma Diego Bianchi stasera vuole alzare ancora il tiro. Non gli basta colpire il leader. Vuole colpire la base.

Qui la temperatura in studio cambia. 🌡️

La voce si abbassa. Il gesto si fa lento. L’aria diventa quella di una rivelazione mistica.

La rivelazione è dura, è una sentenza senza appello.

Secondo lui, chi va ai comizi della destra non cerca contenuti. Cerca divertimento.

Come al cinema. Come allo stadio. Come al Colosseo.

Vuole il dileggio. Vuole il sangue. Vuole l’avversario umiliato.

In questa cornice, l’elettore conservatore viene dipinto come una figura semplice, quasi primitiva.

Uno che risponde a stimoli bassi: la risata grassa, l’insulto, la presa in giro.

I comizi diventano un circo. Il leader diventa un giullare. La massa diventa una platea incapace di reggere un ragionamento complesso.

È un giudizio pesante. Devastante.

Ed è detto senza incontrare davvero quel mondo, ma osservandolo dal telescopio, dal centro sicuro della “bolla”.

Poi Bianchi fa l’ultimo passaggio. Nobilita la sua parte.

Dice che da loro, a sinistra, arrivano i comici veri. Quelli della satira.

Dice che lì c’è studio. C’è scrittura. C’è fatica.

Lo dice come se fare satira fosse un lavoro usurante, in miniera. E contrappone questa “fatica intellettuale” alla presunta spontaneità vuota della destra.

Da una parte chi si prepara, chi studia, chi suda sui libri.

Dall’altra chi “è così”, naturale, istintivo, come se la spontaneità fosse un difetto, come se il pubblico di destra si accontentasse del nulla.

Nel ragionamento entra anche il fantasma di Silvio Berlusconi, evocato come il padre fondatore di questa arte oscura.

Torna la vecchia teoria: l’elettore è stato ipnotizzato.

Il copione è noto, rassicurante per chi ascolta: “Se perdi è colpa degli altri. Se perdi è colpa di un popolo che non capisce, che è stato ingannato dalle faccette”.

Questa idea scivola facile come un bicchiere di vino. E dentro uno studio così, scivola ancora meglio.

Bianchi chiude con un tono di finta resa, quasi malinconico.

“È difficile stare dietro a quella comunicazione… Loro fanno propaganda con le facce, noi proviamo a ragionare”.

La band riparte. Stacchetto jazz. Applausi scroscianti.

L’aria torna dolce. La bolla è intatta. Nessuno l’ha graffiata.

Tu però fermati un secondo. 🛑

Guarda la scena da fuori.

Una mano sul pennarello. Un sorriso già pronto. Un pubblico che si sente superiore.

È un meccanismo perfetto. Un orologio svizzero.

Ma quando un meccanismo è così preciso, così chiuso, così autoreferenziale… prima o poi incontra un muro.

E il muro sta per arrivare.

Il cambio di scena è netto. Brutale.

Spariscono le luci ambrate. Sparisce il jazz. Sparisce l’aria da club esclusivo.

Resta un silenzio operativo. Una finestra grande che dà sulla notte romana.

La luce è pulita, fredda, funzionale.

Siamo a Palazzo Chigi. O forse nello studio privato di Giorgia Meloni affacciato su Piazza Colonna.

Lì non c’è scenografia da salotto. Ci sono carte. Ci sono dossier impilati. Ci sono le bandiere: il Tricolore e quella dell’Europa.

Qui la politica pesa. Qui non si scherza.

Giorgia Meloni è seduta alla scrivania. Giacca scura. Capelli sciolti. Postura composta ma pronta all’azione.

La mano, con un gesto misurato, arriva al tablet.

Sullo schermo è rimasto fermo un fotogramma del video appena visto: la faccia di Diego Bianchi che ride.

Giorgia Meloni spegne lo schermo. Il gesto è lento.

Non esplode. Non sbatte i pugni sul tavolo. Non urla ai suoi collaboratori.

Si prepara. Guarda dritto davanti a sé. Lo sguardo è fermo, d’acciaio.

Davanti a lei c’è lo smartphone su un supporto. È il set della sua rubrica social, “Gli appunti di Giorgia”.

Lei preme per registrare. 🔴

Compare il led rosso.

Il tono che usa è familiare, diretto, senza fronzoli. È un ritmo diverso da quello del talk show. È il suo ritmo.

Poche curve. Frasi dritte. Colpi brevi, come jab di un pugile.

Giorgia Meloni dice di aver visto un video interessante che le hanno girato.

Dice che in certi salotti televisivi c’è “preoccupazione” per la sua mimica facciale.

Sottolinea l’assurdità del tema con un mezzo sorriso.

E mette subito accanto ciò che, a suo dire, conta davvero.

La manovra economica. Il Piano Mattei per l’Africa. La crisi in Medio Oriente. I tavoli internazionali.

Il contrasto è il messaggio stesso: da una parte i dossier che scottano, dall’altra le sopracciglia alzate.

Poi arriva l’accusa. Quella che lei dice di aver ricevuto.

Essere definita una comica. Una figura da stand up comedy.

Giorgia Meloni non si limita a difendersi. Fa una mossa di judo: usa la forza dell’avversario per ribaltarlo.

Sposta l’asse.

Dice che la tesi di “quei signori” è molto più offensiva verso gli elettori che verso di lei.

Dice che, in quella lettura snob, chi la sostiene sarebbe lì solo per lo show. Che i contenuti non interesserebbero a nessuno. O peggio, che non sarebbero capiti perché troppo difficili.

Qui Giorgia Meloni cambia micro-espressione.

Poco, quasi niente. Ma lo sguardo si indurisce.

Non sta difendendo la sua faccia. Sta difendendo la sua gente.

E allora sceglie un bersaglio preciso.

Si rivolge idealmente a Diego Bianchi. Lo chiama per nome (anche se non lo dice, lo si sente).

Gli attribuisce una confusione imperdonabile: forma contro sostanza. Maschera contro volto.

Quello che lui chiama “faccettismo”, lei lo chiama Empatia.

Lo chiama “essere umani”. Lo chiama “reazione vera” davanti a un’ingiustizia o a una menzogna.

Giorgia Meloni insiste su un punto cruciale.

Quando si scalda sul palco, quando sorride, quando alza la voce, lei non sta recitando.

Sta vivendo il momento. È sulla stessa frequenza di chi ha davanti.

E aggiunge la stoccata ferale: “Secondo me, quella frequenza, dall’altra parte l’hanno persa da anni”.

È un’accusa di distanza. Di disconnessione totale dalla realtà.

Detta così, diventa un colpo politico mortale.

Poi riprende il tema della fatica.

Dice che ha sentito l’idea per cui i comici “di là” studiano e si preparano, mentre lei improvviserebbe.

Ribalta il tavolo.

Dice che governare l’Italia non è una passeggiata di salute.

Dice che stare ai tavoli internazionali, trattare sul Patto di Stabilità, gestire i flussi migratori, non è un gioco da ragazzi.

Dice che confondono la spontaneità comunicativa con la mancanza di preparazione.

E qui Giorgia Meloni affonda con una frase che pesa come un macigno.

La fatica vera, dice lei guardando in camera, non è trovare la battuta sagace per la prima serata in TV.

Quella è intrattenimento. Legittimo, ma diverso.

La fatica vera è studiare dossier fino alle tre di notte. È scegliere dei “sì” e dei “no” che cambiano la vita delle persone.

È girare l’Italia e il mondo per difendere l’interesse nazionale, non per fare le faccette.

Il ritmo accelera. La linea è chiara.

Nel suo discorso, la satira televisiva diventa un privilegio per pochi annoiati. La politica diventa un lavoro massacrante, una missione.

E dentro questo ribaltamento, lei difende l’emozione.

Dice che la politica è anche carne e sangue. Che la passione non è volgarità.

Attacca un’idea di politica fredda, imbalsamata, grigia, morta.

A questo punto, Giorgia Meloni alza il livello dello scontro.

Dice che la cosa che la fa arrabbiare di più non è l’attacco personale. “Io ho le spalle larghe”, dice. “Certe etichette le sento da quando avevo quindici anni”.

Quello che non accetta è il disprezzo.

Il disprezzo verso gli italiani che non la pensano come quel salotto.

Qui il bersaglio non è più la clip satirica. È il tono morale.

Giorgia Meloni parla di “Monopolio dell’Intelligenza“. 🧠

Dice che in quel mondo, cultura e legittimità si distribuiscono come tessere annonarie tra pochi eletti.

E conclude il sillogismo: “Chi vota a destra, nella loro lettura, deve essere per forza ignorante o manipolato”.

Lei chiama tutto questo “classismo intellettuale”. E lo mette a nudo senza giri di parole.

Poi racconta una storia. Un aneddoto.

Dice che le hanno parlato di una professoressa universitaria. Una donna colta, stimata, con pubblicazioni accademiche.

Una donna che, durante una cena con colleghi illuminati, avrebbe osato dire di apprezzare il lavoro del governo e alcune scelte della Meloni.

La reazione? Gelo. Sconcerto. Silenzio imbarazzato.

E uno dei presenti avrebbe pronunciato la frase rivelatrice:

“Com’è possibile che una persona del tuo livello stia con quella gente lì?”

Giorgia Meloni insiste su quell’espressione. La ripete.

Quella gente lì“.

Dice che “quella gente lì” non è una nicchia di disperati.

Sono milioni di italiani. Sono artigiani, imprenditori, operai. Ma sono anche professori, medici, avvocati, scienziati.

Dice che il punto è proprio questo: l’idea che una persona istruita debba per forza essere di sinistra.

Se non lo è, allora ha “studiato male”. O ha un difetto di fabbrica.

Lei chiama questa idea un corto circuito logico e democratico.

A quel punto, Giorgia Meloni tira la riga finale.

Dice che l’Italia è piena di persone colte che non sopportano più l’arroganza.

Che non ne possono più di essere trattate da stupide da chi vive tra le redazioni dei giornali e gli studi televisivi del centro di Roma.

E torna alla domanda iniziale di Bianchi: “Perché vengono ai suoi comizi?”.

La risposta è secca, lapidaria.

“Non vengono per le facce”.

Vengono perché lei non li giudica. Vengono perché non li guarda dall’alto in basso.

Dice che parla la loro lingua, quella della realtà quotidiana.

Dice che rispetta la loro intelligenza, mentre dall’altra parte la si insulta pretendendo di spiegare come vivere, cosa dire, come parlare.

Il crescendo è netto.

Giorgia Meloni invita “gli altri” a continuare pure con le loro analisi antropologiche, con le vignette, con le risatine.

Li invita a restare nel loro pubblico che applaude a comando.

E contrappone: “Noi stiamo nelle piazze. Noi stiamo nelle fabbriche. Noi stiamo nelle università vere. Noi governiamo. Noi costruiamo”.

E chiude con una sentenza che vuole essere definitiva, incisa nella pietra:

“Più ridono di noi, più gli italiani smettono di ridere con loro.”

Alla fine, Giorgia Meloni aggiunge un saluto diretto a Diego Bianchi.

Lo condisce con un’ultima smorfia. Volutamente ironica. Un occhiolino appena accennato. 😉

E una promessa politica minacciosa: “La prossima faccia potrebbe essere quella della vittoria alle prossime elezioni”.

Il video si chiude. Schermo nero.

Il colpo torna nello studio di La7.

Lì, per un attimo, non c’è musica che copre. Non c’è jazz che salva.

C’è un vuoto.

Diego Bianchi resta col pennarello sospeso a mezz’aria.

Il sorriso si spegne lentamente sulle labbra. Si passa una mano tra i capelli, nervosamente.

Cerca con lo sguardo Makkox.

Makkox fissa il foglio bianco come se dovesse trovarci una via d’uscita d’emergenza che non c’è.

Il pubblico non applaude subito.

Qualcuno si schiarisce la voce. Qualcuno si muove sulla sedia che scricchiola.

È un silenzio diverso da quello solito.

Non è un silenzio di attesa. È un silenzio imbarazzato.

Diego Bianchi prova a riprendere il controllo. Accenna una risata nervosa.

Prova a riportarla sul gioco. Prova a farla diventare ironia sulla “regia di Palazzo Chigi”, sul montaggio, sulle luci.

Ma la frase non prende. Cade nel vuoto.

Il tono è più debole. La magia è rotta.

La “bolla”, almeno per un minuto, ha scricchiolato pericolosamente.

E quando la bolla scricchiola, si vede tutto quello che c’è fuori.

Si vede che il salotto, all’improvviso, sembra piccolo.

Si vede che le luci calde non bastano a scaldare l’ambiente.

Si vede che la superiorità morale, quando viene chiamata per nome e sfidata a duello, perde forza e resta lì, nuda, in mezzo allo studio.

La domanda che nessuno in quello studio può evitare, mentre scorrono i titoli di coda, è una sola.

Era davvero solo una faccia buffa?

O era la faccia di un Paese che non vuole più essere preso in giro da chi pensa di essere migliore?

Qualcuno, dietro le quinte, ha fatto saltare il banco. E la partita è appena iniziata. 🎬🇮🇹

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