Ci sono momenti in televisione in cui capisci che il copione è stato stracciato.

Non succede spesso. Di solito, i talk show sono balletti ben coreografati: tu dici A, io dico B, ci sovrapponiamo un po’ per fare audience, poi pubblicità e tutti a cena insieme.

Ma stasera, nello studio di Dritto e Rovescio, quel balletto è morto. 💀

Le luci bianche e violente dello studio di Rete 4 sembrano tagliare l’aria, rendendola densa, quasi irrespirabile. È un’atmosfera da arena romana prima che liberino i leoni.

Paolo Del Debbio, il conduttore, osserva la scena con quella sua solita aria sorniona, quella di chi ne ha viste troppe per scomporsi davvero, ma stasera anche lui sembra percepire una vibrazione diversa.

Il tema è la sicurezza. La legittima difesa.

Roba che scotta. Roba che fa vincere o perdere le elezioni. Roba che divide l’Italia in due tribù che non si parlano più.

Da una parte c’è Brando Benifei.

L’eurodeputato del PD.

È perfetto. La camicia è stirata in modo impeccabile, probabilmente con un ferro a vapore importato direttamente da Strasburgo. Il nodo della cravatta è stretto, geometrico, soffocante come il protocollo di Bruxelles richiede.

Ha l’aria del primo della classe che è venuto a spiegare agli ignoranti perché sbagliano a sentire freddo quando la temperatura è oggettivamente mite secondo le statistiche dell’Eurostat. ❄️

Dall’altra parte c’è Tommaso Cerno.

E Cerno stasera non è un giornalista. È una bomba a orologeria con il timer rotto.

Occhiali dalla montatura spessa, capelli che sembrano aver combattuto contro il vento (e vinto), e quello sguardo… quello sguardo ironico, laterale, di chi ha già capito dove l’avversario andrà a parare tre mosse prima.

Ha un sorriso di traverso stampato in faccia, ma non è allegria. È una sfida. È il sorriso del predatore che vede la gazzella zoppicare.

“Brando, hai chiesto tu di rispondere? Prego, a te la parola”, dice Del Debbio, aprendo ufficialmente le ostilità.

Benifei prende un respiro profondo. Si aggiusta i polsini.

Si sente investito di una missione sacra: civilizzare i barbari.

Il suo tono è didattico, calmo, terribilmente irritante per chiunque abbia mai dovuto pagare una bolletta in ritardo. Parla come un professore che deve spiegare l’ABC della democrazia a una scolaresca turbolenta e un po’ tonta.

“Vedi Paolo!”, esordisce, guardando la telecamera con un’espressione di studiata preoccupazione. La regia stacca sul primo piano. Gli occhi sono lucidi di retorica.

“Quello a cui abbiamo assistito non è solo un momento di maleducazione televisiva. Il gesto di Tommaso Cerno non era rivolto a me, ma a decenni di giurisprudenza, di civiltà giuridica e di rispetto per la vita umana”.

Benifei scandisce le parole. Vuole che pesino.

“Noi oggi viviamo in un’Italia in cui la destra di Giorgia Meloni sta scientificamente avvelenando i pozzi del dibattito pubblico. Si soffia sul fuoco della paura, si trasformano i cittadini in sceriffi e si legittima l’idea che la morte sia un rischio del mestiere per chi sbaglia”.

Cerno, dall’altra parte del tavolo, solleva un solo sopracciglio. Non parla ancora. Resta in quel silenzio carico di presagi.

Benifei scambia quel silenzio per debolezza. Grave errore.

Prende coraggio, la sua voce sale di un’ottava, entra nella modalità comizio.

“È una deriva pericolosa, Tommaso! È la retorica di una destra che, non sapendo gestire l’ordine pubblico, non sapendo dare risposte economiche alle periferie, dice alla gente: ‘Armatevi e fate da soli’. È il modello Meloni: propaganda h24 sulla sicurezza, mentre i reati restano lì. E l’unica soluzione che sapete offrire è l’applauso al sangue”.

L’accusa è pesantissima.

Benifei sta dipingendo l’Italia come un Far West distopico governato da pistoleri assetati di vendetta, e Cerno come il loro profeta mediatico.

“Quando dici che se un ladro muore sono affari suoi, stai uscendo dal perimetro dell’Europa. Stai entrando in un territorio barbarico dove la vendetta privata sostituisce lo Stato. La sinistra che io rappresento crede ancora nello stato di diritto. Noi crediamo che la vita sia sacra, anche quella di chi commette un errore. Tu invece proponi il Far West in prima serata ed è gravissimo che un direttore di un giornale storico si presti a questo teatrino populista per compiacere Palazzo Chigi”.

Il pubblico in studio mormora. C’è qualche timido applauso dalle file (probabilmente selezionate) della sinistra, ma la maggior parte degli spettatori guarda Cerno.

Aspettano la scarica elettrica. ⚡️

Sentono l’odore dell’ozono prima del fulmine.

Benifei, però, è convinto di averlo messo all’angolo. Si sente invincibile. “Ho sferrato il colpo da KO”, pensa mentre si aggiusta nuovamente la giacca. Guarda Del Debbio come a dire: “Ho finito, puoi portar via i resti”.

Ma Cerno non è KO.

Cerno stava solo caricando l’arma.

Resta immobile per tre secondi. Uno. Due. Tre.

Un silenzio che pesa come un macigno sul petto di tutti.

Poi, lentamente, con una teatralità studiata, si toglie gli occhiali. Li appoggia sul tavolino con un “clac” secco.

Guarda Benifei.

Non con odio. Peggio. Con pietà.

Una pietà tagliente, corrosiva.

“Hai finito, Brando?”, chiede. La voce è calma, ma sotto c’è un ringhio. “No, perché ho sentito una tale quantità di parole vuote, di aria fritta spruzzata di profumo di Bruxelles, che mi è venuto quasi il dubbio di essere a un convegno sulla salvaguardia delle farfalle e non in un paese dove la gente ha paura ad andare a letto la sera”.

Boom. 🔥

La prima cannonata ha colpito la linea di galleggiamento.

Cerno non usa il fioretto. Usa la clava.

Il sarcasmo inizia a scavare sotto la pelle dell’eurodeputato, che per la prima volta perde quel sorrisetto di superiorità.

“Tu parli di stato di diritto, di civiltà giuridica, di catene di disperazione… Ma io ti chiedo: quando è stata l’ultima volta che hai camminato in una periferia romana o milanese senza la scorta? Quando è stata l’ultima volta che hai parlato con un pensionato che si è visto svaligiare casa tre volte e che ora dorme con la luce accesa perché lo Stato, quello Stato di cui tu ti riempi la bocca, non c’era?”

Cerno si sporge in avanti. Invade lo spazio visivo di Benifei. Lo costringe a guardare la realtà in faccia.

“Lo Stato di cui parli tu è uno Stato che arriva sempre un secondo dopo che il danno è fatto, ma che è rapidissimo ad arrivare con il cronometro in mano per misurare se la reazione della vittima è stata proporzionata!”

Qui l’applauso del pubblico parte spontaneo, rabbioso, liberatorio.

“Vedi, la differenza tra me e te, e tra la realtà e il PD, è tutta qui. Tu difendi l’astrazione, io difendo la carne e il sangue. Tu difendi il diritto del ladro di non farsi graffiare mentre ti svaligia il salotto. Io difendo il diritto sacrosanto di un cittadino onesto di non vedere violata la propria intimità!”

È un fiume in piena.

“E quando dico che morire è un rischio del mestiere per un criminale, non sto facendo propaganda per la Meloni, che tra l’altro non ha bisogno della mia difesa. Sto dicendo una verità lapalissiana! Se tu scegli di scavalcare un muro, di forzare una serratura e di entrare in casa d’altri, sei TU che stai rompendo il patto sociale. Non è il proprietario di casa che deve chiederti: ‘Scusi, lei è disperato o è solo cattivo?’”.

Benifei prova a interrompere: “Ma la proporzionalità, Tommaso, la legge…”

“La legge la conosco meglio di te, Brando!”, lo azzanna Cerno, alzando il volume e sovrastandolo.

“E la legge dice che la difesa è legittima! Il problema è che voi avete passato anni a convincere i magistrati che la vittima deve essere quasi felice di essere derubata per non apparire fascista o razzista!”

Cerno è inarrestabile.

“Hai parlato di odio. Ma lo sai qual è il vero odio? L’odio è quello che provate voi verso la gente comune. Voi odiate chi ha paura. Lo chiamate populismo perché non avete il coraggio di ammettere che la vostra idea di società è fallita. Avete creato città dove i centri sociali occupano palazzi e voi li chiamate ‘esperienze culturali’, dove i ladri entrano ed escono dalle questure e voi dite che è ‘garantismo’”.

Sorride, un sorriso gelido.

“Il mio gesto era un atto d’amore verso l’Italia che lavora, non un insulto verso di te. Ma capisco che per chi vive nei salotti della politica europea la realtà sia un insulto intollerabile”.

“Se questo è il tuo stato di diritto, Brando, allora il mio gesto non è stato solo meritato, è stato pure poco!” 💥

Il pubblico esplode in un boato.

Benifei arrossisce visibilmente. Cerca di balbettare una replica, ma la prima breccia nelle difese del PD è stata aperta, ed è una voragine.

L’eurodeputato si agita sulla sedia. Le dita tamburellano nervose. Cerca disperatamente di recuperare il controllo, di risalire sul piedistallo morale da cui è appena stato buttato giù a calci.

“Paolo, se permetti…”, interviene Benifei, ignorando Cerno e rivolgendosi a Del Debbio con un’aria di vittimismo istituzionale.

“Qui stiamo scivolando in una narrazione da bar che è esattamente quello che la destra vuole. Tommaso, tu parli di carne e sangue, ma la verità è che state usando la paura per coprire il vuoto pneumatico del governo Meloni”.

Cerca di spostare il tiro. Di buttarla in politica politicante.

“Parliamo di politica estera, visto che ti piace tanto la coerenza! Voi attaccate chi occupa le case, ma poi non spendete una parola di condanna netta quando si parla di violazioni dei diritti umani a livello globale. Siete quelli che criticano Khamenei solo a giorni alterni, che aspettano di vedere cosa dice Trump per capire se la democrazia è ancora di moda o no!”

Benifei alza la voce, punta il dito.

“Questa è la vostra coerenza! Forti con i disperati che entrano in una casa per fame e zerbini con i potenti che calpestano il mondo!”

Pensa di aver fatto scacco matto. Pensa che spostando il discorso dall’anziana scippata a Trump e all’Iran, Cerno si perderà.

“La sinistra che tu deridi è quella che dice che non si può rispondere alla violenza con altra violenza. Se un ragazzo di 20 anni, magari straniero, magari senza nulla, entra in una proprietà, lo Stato deve prenderlo, processarlo e rieducarlo. Non deve permettere che un cittadino lo giustizi come se fossimo nel Medioevo!”

“Siete la destra dei pippaioli della sicurezza che godono a vedere il sangue ma scappano di fronte alle responsabilità di governo!”

Benifei si ferma, ansante. Ha usato la parola “pippaioli”. Ha cercato di scendere sul terreno del nemico.

Cerno lo guarda.

Lo guarda come si guarda un insetto strano sotto il vetrino di un microscopio.

E poi, con una calma olimpica che fa paura, scoppia a ridere. 😂

Una risata fragorosa, di pancia, che gela l’ambizione di Benifei.

“Brando, ma tu ti senti quando parli?”, esordisce Cerno, mentre la risata si trasforma in un ghigno sarcastico.

“Sei fantastico. Sei il capolavoro vivente del PD. In 5 minuti sei riuscito a passare dal ladro d’appartamento a Khamenei, da Trump alla rieducazione dei rapinatori, senza mai, e dico MAI, toccare il punto centrale”.

Cerno si alza in piedi.

Inizia a camminare nello studio. Domina la scena. È un attore consumato, ma la sua rabbia è vera.

“Ma quale ragazzo straniero disperato, ma quale rieducazione? Ma lo sai che nel mondo reale, quello che tu vedi solo dai finestrini schermati delle auto blu, ci sono bande organizzate che segnano le porte delle vecchiette per andare a svuotargli la casa? Lo sai che ci sono persone che hanno lavorato 40 anni per comprarsi un bilocale e se lo vedono occupare da chi, grazie alle vostre leggi assurde, sa perfettamente che non uscirà mai più di lì?”

Cammina avanti e indietro, gesticolando.

“Hai citato Khamenei? Hai citato Trump? Ma che c’entra?! Che c’entra il destino del mondo con la signora Maria di Tor Bella Monaca che ha paura di uscire a buttare l’immondizia? Ecco il vostro trucco! Quando la realtà vi dà torto, scappate sui massimi sistemi!” 🌍

Il pubblico è ipnotizzato.

“Quando la gente vi chiede protezione, voi gli rispondete con i diritti umani dei criminali. Ma i diritti umani delle vittime dove sono finiti, Brando? In quale cassetto di Bruxelles li avete nascosti?”

Cerno si ferma davanti a Benifei, sovrastandolo fisicamente.

“Perché per te se uno entra in casa mia armato di cacciavite, il problema è se io ho la pistola regolarmente denunciata o se gli dico una parola di troppo, non il fatto che LUI sia lì per violare la mia vita!”

“Siete il sindacato dei trasgressori e la cosa più patetica è che non ve ne rendete nemmeno conto!”

Benifei prova a ribattere, paonazzo: “Stai distorcendo tutto! La sinistra difende la civiltà!”

“NO, BRANDO!”

L’urlo di Cerno zittisce tutto lo studio.

“Voi difendete la vostra ideologia malata perché non avete più un popolo! Avete sostituito l’operaio con il migrante irregolare, il pensionato con il centro sociale, la sicurezza con l’accoglienza indiscriminata. Tu vieni qui a parlarmi di Khamenei perché non hai il coraggio di guardare in faccia un uomo che è stato rapinato e dirgli: ‘Mi dispiace, ma il tuo rapinatore ha diritto a essere rieducato a spese tue’. Sei un ipocrita, Brando. Un ipocrita dal colletto inamidato che non sa cosa significa avere paura”.

Cerno torna a sedersi, ma non ha finito. Fissa Benifei negli occhi.

“Hai detto che il mio è il grido di chi non ha soluzioni? No, caro mio. È il grido di chi ha capito benissimo qual è la vostra soluzione: lasciarci morire in silenzio per non disturbare la vostra coscienza immacolata”.

“Ma il silenzio è finito”.

Benifei, alle corde, tenta l’ultima carta. L’attacco personale. Quello disperato.

“Paolo, qui il problema è la deriva di un certo giornalismo che si è fatto megafono del potere più becero! Tommaso, tu sei un direttore che ha deciso di vendere l’anima alla narrazione della destra meloniana per un pugno di copie! Ti sei trasformato nel bad boy dei talk show… Sei il simbolo di un’Italia che ha smesso di ragionare e ha iniziato a ringhiare!”

“Sei diventato il pifferaio magico di una destra che vuole un’Italia chiusa, cattiva, armata e impaurita!”

Benifei cerca di sembrare nobile mentre pronuncia queste parole, ma la sua voce trema. Sa che non sta attaccando, sta annaspando.

Cerno si stira le braccia. Si sistema la giacca. Guarda Benifei con una freddezza che fa calare il gelo.

Il silenzio che segue è quello che precede il crollo di un edificio.

“Hai finito con la lezioncina di etica professionale, Brando?”, chiede sussurrando. Ma quel sussurro arriva come un tuono.

“No, perché sentire te che parli di complessità e di esseri umani, mentre rappresenti il partito che ha ridotto l’Italia a un bancomat per le cooperative e a un deserto di speranza per i giovani, è un’esperienza mistica”.

“Mi chiami uomo piccolo? Mi dici che ho venduto l’anima? Ma guardati, Brando. Guardati allo specchio. Tu sei l’incarnazione del nulla che avanza. Sei il prodotto di un laboratorio politico dove vi hanno insegnato a parlare per ore senza dire una sola parola di verità”.

Cerno si alza di nuovo. È il momento del colpo di grazia.

“Siete troppo vigliacchi per ammettere che avete torto. Siete troppo arroganti per chiedere scusa agli italiani. E sai perché il mio gesto ti brucia così tanto? Perché non è un insulto. È una diagnosi”.

“È il rifiuto totale di una classe dirigente, la TUA, che si crede superiore perché legge i libri giusti, va alle mostre giuste e frequenta i ristoranti giusti, mentre fuori la gente affoga”.

Punta il dito contro Benifei, la voce che riempie ogni centimetro dello studio.

“Demagogia è la tua faccia quando fingi di essere preoccupato per i poveri. Demagogia è il tuo partito che ha distrutto la scuola, la sanità e la sicurezza e oggi viene a darci lezioni di civiltà”.

“Il mio era un atto di igiene mentale”. 🧼

“Era per dire a te e a tutti quelli come te che il tempo dei vostri sermoni è finito. Gli italiani si sono svegliati. Hanno capito che tra il vostro buonismo che uccide e la nostra crudeltà che protegge, non c’è paragone”.

Si ferma a pochi centimetri dal volto di Benifei. Lo fissa per lunghi, interminabili secondi di umiliazione pura. Benifei abbassa lo sguardo, incapace di sostenere lo scontro.

“Torna a Bruxelles, Brando”, conclude Cerno con un disprezzo sovrano.

“Torna tra i tuoi corridoi asettici e le tue risoluzioni inutili. Lascia l’Italia a chi la vive, a chi la ama e a chi ha il coraggio di difenderla, anche a costo di sembrare poco civile ai tuoi occhi inamidati”.

“Perché vedi, tra un ladro rieducato e un cittadino onesto vivo, io sceglierò sempre il secondo. E se questo ti fa schifo, allora il mio non era solo un saluto… era una promessa”.

“La promessa che non vi permetteremo più di calpestarci in nome della vostra ipocrisia”.

Cerno si gira e torna a sedersi.

Lo studio esplode. 💥

Un’ovazione copre quasi tutto. Applausi, grida.

Brando Benifei resta lì, muto, svuotato, una comparsa sconfitta in un dramma che non è più in grado di recitare. La destra ha vinto questo round, il senso comune (o il populismo, chiamatelo come vi pare) ha trionfato, e la sinistra è stata lasciata tra le macerie della sua stessa retorica.

Del Debbio guarda in camera, fa un mezzo sorriso complice al pubblico a casa e lancia la pubblicità. “Ci vediamo tra poco… se riusciamo a riprendere fiato”.

Ma la domanda che resta appesa nell’aria, mentre scorrono gli spot dei detersivi, è una sola:

Cosa succederà ora?

Perché questo non è stato solo uno scontro televisivo.

È stato un presagio.

Se il clima è questo, se la frattura è così profonda, cosa ci aspetta fuori da quello studio?

Le voci di corridoio dicono che dietro le quinte, a telecamere spente, siano volate parole grosse.

Che i telefoni del Nazareno (sede del PD) siano diventati incandescenti.

Che Meloni, da Palazzo Chigi, abbia sorriso.

Siamo all’inizio di una nuova era di scontro totale? O è solo l’ennesima recita?

Una cosa è certa: stasera Tommaso Cerno non ha solo vinto un dibattito. Ha dato voce a una rabbia che covava sotto la cenere da troppo tempo.

E quella rabbia, ora che è uscita, non tornerà indietro.

Rimanete sintonizzati. Perché la storia è appena iniziata e il finale è tutto da scrivere. 👀

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