C’è un momento preciso in cui lo spettacolo smette di essere intrattenimento e diventa un campo di battaglia. Non succede quasi mai mentre la musica suona. Succede quando la musica finisce e resta solo la voce nuda, priva di riverbero, priva di base, priva di protezione.
Immaginate di essere lì. Le luci dell’Ariston vi bruciano gli occhi. Quel palco, sacro e profano insieme, dove l’Italia si guarda allo specchio una volta l’anno, fingendo di essere unita mentre cova le sue divisioni più profonde. L’aria è elettrica. Profuma di lacca per capelli, fiori costosi e sudore freddo. Elodie è al centro della scena. Non è solo una cantante in quel momento. È un simbolo. È l’incarnazione di una certa idea di modernità, di fluidità, di diritti urlati in faccia a un Paese che cambia lentamente.
E poi, accade. Non è una nota stonata. È una frase. Una frase che taglia l’aria condizionata del teatro come un rasoio su una tela di Caravaggio. Si parla di politica. Si parla di Giorgia Meloni. In un contesto che dovrebbe essere “neutro”, o almeno così ci hanno raccontato per decenni, Elodie decide di rompere il vetro di emergenza.

“Non la voterei mai.” Fin qui, è democrazia. È opinione. È legittimo dissenso. Ma poi aggiunge il carico da undici. Quello che trasforma un’opinione in un anatema biblico. “Nemmeno se mi tagliassero una mano cambierei idea.” ✋🩸
Fermatevi un istante. Riavvolgete il nastro mentale. “Nemmeno se mi tagliassero una mano.” È un’immagine violenta, viscerale, quasi medievale. Evoca il martirio. Evoca una resistenza fisica, carnale, contro il “male” assoluto rappresentato dall’avversario politico. In quel preciso istante, il Festival di Sanremo muore. O meglio: muore l’idea romantica del Festival come zona franca, come limbo dorato dove le uniche guerre sono quelle tra le case discografiche.
Il pubblico applaude? Forse. I social esplodono? Sicuramente. Ma il vero rumore, quello che fa tremare le fondamenta, arriva dopo. Arriva quando il sipario cala e si accende la luce dello studio di un uomo che non ha mai avuto paura del buio. Vittorio Feltri.
Feltri non è un giornalista. In questa storia, è un cecchino. Non ha bisogno di urlare. Non ha bisogno di agitarsi. Gli basta la penna. O la tastiera. E quando decide di rispondere a Elodie, non lo fa per difendere Giorgia Meloni. Sarebbe troppo banale. Sarebbe “politico”. Lui lo fa per difendere qualcos’altro. Forse l’arte. Forse il buon senso. O forse, semplicemente, il diritto di dire che il Re è nudo e che la Regina del Pop, forse, sta cantando fuori tempo.
La reazione di Feltri è un capolavoro di demolizione controllata. 💥 Non attacca frontalmente l’idea politica. Attacca la legittimità di quel messaggio in quel luogo. E lo fa con una ferocia che lascia senza fiato.
“Il Festival dovrebbe rimanere un luogo dedicato esclusivamente alla musica,” scrive, o lascia intendere tra le righe del suo editoriale di fuoco. L’arte come rifugio. L’arte come sospensione del conflitto. Quando porti la politica sul palco, dice Feltri, non stai arricchendo l’arte. La stai inquinando. La stai trasformando in propaganda. Stai usando il microfono non per emozionare, ma per indottrinare.
Ma Feltri, come un predatore esperto, sa che attaccare l’idea non basta. Bisogna colpire l’orgoglio. E qui l’attacco diventa personale. Diventa chirurgico. Diventa “scorretto” nel senso più puro del termine. Non si limita a dire che Elodie ha sbagliato tempi e modi. Va dritto al cuore della sua carriera. Attacca la musica.
Definisce le sue canzoni “prive di valore”. Immaginate l’impatto. Una star che riempie i palazzetti, ridotta a produttrice di rumore di fondo. Ma non basta ancora. Feltri guarda il pubblico. Guarda voi. Guarda quelli che si commuovono per le lacrime di Elodie. E li chiama “fessacchiotti”. Un termine desueto, quasi affettuoso nella sua crudeltà, che riduce milioni di fan a bambini ingenui che si fanno abbindolare dalla luccicanza senza vedere il vuoto che c’è dietro.
E poi, l’affondo finale. Quello che fa male davvero. Quello sulla città. Roma. La periferia. Le radici di Elodie, che lei porta come una bandiera di riscatto. Feltri le liquida con una frase che è uno schiaffo a mano aperta: “Trovo la città più interessante della cantante stessa.” Boom. 💣 Sei meno interessante del traffico del Raccordo Anulare. Sei meno profonda dei sanpietrini su cui cammini.

È un massacro dialettico. Ma perché Feltri fa questo? È solo un vecchio burbero che odia la modernità? O c’è qualcosa di più? C’è la volontà di smascherare un “Sistema”. Il sistema dell’artista impegnato a tutti i costi. Il sistema che impone a chiunque abbia un microfono di trasformarsi in un opinionista, in un filosofo, in un leader morale.
Feltri ci sta dicendo una cosa scomoda: perché ci interessa l’opinione politica di chi canta? Perché diamo a queste dichiarazioni il peso di un trattato sociologico? “Nemmeno se mi tagliassero una mano.” Feltri prende questa frase e la mette sotto la lente d’ingrandimento, mostrandone il ridicolo, l’eccesso, la teatralità vuota.
E qui lo scontro diventa epocale. Non è Elodie contro Feltri. È l’Arte Impegnata contro l’Arte Pura. È la Modernità Woke contro la Tradizione Scorretta. È il diritto di parola contro il dovere del silenzio (o dell’opportunità).
Il dibattito si infiamma. L’Italia si spacca in due, come una mela colpita da un’accetta. Da una parte i difensori della libertà assoluta: “L’artista è cittadino! Deve parlare! Il palco è una cassa di risonanza per il bene!” Dall’altra i puristi (e i detrattori): “Basta comizi! Vogliamo canzoni! Se voglio la politica accendo il telegiornale, non Spotify!”
Ma c’è un dettaglio che sfugge a molti. Un dettaglio inquietante. La violenza verbale. Da entrambe le parti. Elodie usa un’immagine di mutilazione fisica (“tagliarsi la mano”) per esprimere un dissenso politico. Feltri usa la mutilazione artistica (demolire il talento) per esprimere un dissenso critico. Siamo entrati in un’epoca in cui non si discute più. Si cerca di annientare l’altro.
E in tutto questo, Giorgia Meloni? Lei, l’oggetto del contendere, la pietra dello scandalo? Osserva. Probabilmente in silenzio. Perché sa che in questo scontro, lei non deve fare nulla. Elodie e Feltri stanno combattendo una guerra per procura che, alla fine, rafforza solo chi rimane a guardare senza sporcarsi le mani.
Ma torniamo al palco. Torniamo a quel momento di rottura. Perché Elodie ha sentito il bisogno di dire quella frase? È stata una scelta spontanea? Un grido del cuore? O fa parte di un posizionamento di mercato? Oggi, essere “contro” è un brand. Essere “resistenza” vende biglietti. Feltri, con il suo cinismo corrosivo, suggerisce proprio questo: non è coraggio, è marketing. È il posizionamento del prodotto “Elodie” nel segmento di mercato “giovani progressisti urbani”.
Se fosse vero, sarebbe la fine dell’innocenza. Significherebbe che anche la rabbia, anche l’indignazione, anche la paura di “tagliarsi una mano” sono solo voci in un bilancio aziendale. Ed è questo dubbio, insinuato con maestria dal giornalista, che fa più male degli insulti sulla voce o sulle canzoni.
Il pubblico si trova smarrito. Chi ha ragione? La cantante che difende i suoi ideali con passione viscerale? O il vecchio giornalista che ci avverte che stiamo guardando una recita, non la realtà?

La discussione si allarga a macchia d’olio. Invade i bar, gli uffici, le cene di famiglia. “Hai sentito cosa ha detto?” “Sì, ma lui ha esagerato.” “No, ha ragione lui, basta politica a Sanremo.” “Ma lei è libera!” “Ma è pagata con il canone!”
È il cortocircuito perfetto. E mentre tutti urlano, mentre i social diventano un tribunale a cielo aperto, la musica… la musica svanisce. Nessuno parla più della canzone di Elodie. Nessuno parla dell’arrangiamento, del testo, dell’emozione. Tutti parlano della Mano Tagliata e del Fessacchiotto. L’arte è stata cannibalizzata dalla polemica. E forse, in questo, Feltri ha dimostrato la sua tesi nel modo più crudele possibile: portando la politica (o la reazione alla politica) al centro, l’arte è scomparsa. È evaporata.
Ma c’è un’altra chiave di lettura. Forse Feltri ha paura. Paura che la cultura popolare, quella che arriva a tutti, quella che entra nelle case senza bussare, stia cambiando pelle. Che non sia più controllabile. Che figure come Elodie, con milioni di follower, abbiano un potere di influenza che nessun editoriale di giornale avrà mai più. E allora l’attacco diventa un tentativo disperato di ristabilire le gerarchie. “Tu canti, io penso. Tu intrattieni, io analizzo. Stai al tuo posto.”
Ma i posti sono saltati. Il tavolo è rovesciato. Oggi la cantante fa l’editoriale e il giornalista fa lo show. I ruoli si sono invertiti in un gioco di specchi deformanti dove nessuno è più chi dice di essere.
Il silenzio che segue questa tempesta mediatica è assordante. Non è pace. È tregua armata. È il silenzio di chi sta ricaricando le armi per la prossima battaglia. Perché Sanremo tornerà. E torneranno le polemiche. E torneranno le mani metaforicamente tagliate e gli insulti metaforicamente sputati.
Ma cosa resta a noi? A noi “fessacchiotti” che paghiamo il biglietto o guardiamo la pubblicità? Resta il dubbio. Il dubbio che ci abbiano rubato qualcosa. Ci hanno rubato la leggerezza. Ci hanno rubato quel momento sacro in cui una canzone è solo una canzone, e non un manifesto elettorale o un bersaglio mobile.
Siamo pronti ad accettare che ogni nota sia un voto? Che ogni ritornello sia una presa di posizione? Se la risposta è sì, allora benvenuti nel nuovo mondo. Un mondo dove l’arte è ancella della politica e la critica è un’esecuzione in piazza.
Ma se la risposta è no… se sentite, in fondo allo stomaco, che qualcosa non va… Allora forse le parole di Feltri, pur nella loro brutalità, hanno toccato un nervo scoperto. Forse abbiamo bisogno di proteggere l’arte da noi stessi. Dalle nostre ossessioni. Dalle nostre divisioni.
La prossima volta che vedrete un artista salire su quel palco, guardatelo bene. Non guardate solo il vestito o il trucco. Guardate se ha le mani libere. O se sta stringendo un’arma invisibile. Perché la guerra culturale è appena iniziata. E il prossimo colpo potrebbe non essere una metafora.
Chi ha davvero perso il controllo in questa storia? Elodie, con la sua iperbole sanguinolenta? Feltri, con il suo disprezzo aristocratico? O noi, che abbiamo permesso che tutto questo diventasse lo spettacolo principale, dimenticandoci della musica?
Il sipario cala, ma nessuno applaude. Tutti controllano le proprie mani. Per assicurarsi che siano ancora lì. 👀
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