Signore e signori, benvenuti all’ultimo atto della farsa.
Accomodatevi pure nelle vostre poltrone preferite. Spegnete i cellulari, chiudete le finestre, alzate il volume. Quello che state per leggere non è un resoconto parlamentare. Non è la cronaca di un dibattito.
È l’autopsia di un’ideologia, eseguita dal vivo, senza anestesia. 🩸
Le luci si abbassano. Il sipario si alza su uno studio televisivo che puzza di lacca, polvere di palcoscenico e una disperazione politica che non si vedeva dagli anni Settanta. L’aria è ferma, satura di quella tensione elettrica che precede l’esplosione.
Osservate bene Laura Boldrini.
Siede lì, immobile, avvolta in una giacca di taglio sartoriale che stride con la retorica barricadera che sta per pronunciare. È convinta di essere la protagonista di una tragedia greca, una moderna Antigone pronta a sfidare il tiranno in nome di leggi superiori.
Invece, povera cara, non si è accorta di essere finita dritta dentro un documentario sulla selezione naturale del potere. E in questo documentario, lei non è il leone. 🦁

Stringe tra le mani un faldone di documenti. Un volume massiccio, centinaia di pagine piene di glosse rosse, post-it gialli, citazioni colte di giuristi morti cinquant’anni fa e sogni infranti sul muro del socialismo reale.
Boldrini crede che la realtà si pieghi ai suoi aggettivi. Crede che un “vituperio” ben piazzato, pronunciato con la giusta indignazione tremula, possa fermare i proiettili della Delta Force o congelare i conti correnti alle Cayman.
Ma la politica, quella vera, quella che decide se domani la benzina costa due euro o tre, non si fa con i sentimenti. Si fa con i bilanci.
E i bilanci di Nicolás Maduro a Caracas non profumano di rivoluzione bolivariana. Puzzano di polvere bianca e sangue rappreso.
Dall’altra parte del tavolo, siede la predatrice.
Giorgia Meloni non è lì per discutere. Non è lì per partecipare al talk show. È lì per riscuotere il conto. 🧾
La osservate? Guardatela bene. Non è un politico in campagna elettorale. È un computer quantistico che processa dati mentre l’avversaria processa emozioni inutili.
Non batte ciglio. Non interrompe. È il silenzio del giocatore di scacchi che ha già visto il matto in dieci mosse e sta solo aspettando che l’avversario muova il pedone sbagliato.
Mentre la Boldrini prepara la sua omelia laica, ripassando mentalmente parole come “diritto internazionale” e “autodeterminazione”, la Premier sta già calcolando il ritorno d’immagine di un’operazione che ha il sapore del petrolio e della legalità ritrovata.
È la differenza abissale tra chi legge i libri di storia nel salotto di casa e chi la storia la scrive col sangue degli altri. Tra chi parla di ideologia pura e chi parla di 200 milioni di euro di interessi nazionali.
E i soldi, come sappiamo bene nei salotti che contano davvero (quelli dove non si entra con la tessera del partito ma con il codice di sicurezza biometrico), non hanno tempo per le chiacchiere da bar dell’opposizione. 💰
Laura Boldrini prende la parola.
La sua voce ha quella vibrazione sacerdotale, quel tono da maestra elementare delusa dai suoi alunni, che fa venire l’orticaria a chiunque abbia mai dovuto pagare una bolletta o un F24 nella vita reale.
Inizia a scagliarsi contro il “pirata globale”.
Accusa Washington. Accusa la Casa Bianca di aver violato la sovranità del Venezuela. Parla di Maduro come se fosse un povero pensionato sfrattato da una banca cattiva, e non un manager del terrore in divisa militare che ha affamato il suo popolo per ingrassare i suoi generali.
Usa termini come “legalità internazionale” con la stessa leggerezza con cui si ordina un caffè al bar del Senato.
Ma la legalità di cui parla è un guscio vuoto. Un paracadute dialettico bucato, usato per proteggere un regime che ha trasformato una nazione ricchissima in un bancomat per il narcotraffico mondiale. 🏧
È la solita, vecchia, stantia solfa. La sinistra che difende i codici e le virgole dei trattati mentre il popolo muore di fame e viene torturato negli scantinati dell’intelligence militare.
Sapete qual è il vero paradosso di questa scena teatrale?
Mentre la Boldrini si indigna per la “forma” dell’arresto, per il fatto che non abbiano bussato prima di entrare, ignora la “sostanza”.
Ignora miliardi di dollari. Ignora i fiumi di denaro che fluiscono dal Cartel de los Soles (il Cartello dei Soli, gestito dai generali venezuelani) verso le tasche dei tiranni e dei loro complici in Occidente.
È un gioco di specchi deformanti.
Lei cita Noriega. Evoca fantasmi del passato, l’imperialismo degli anni ’80, perché non ha il coraggio di guardare il presente.
Il presente è un uomo che ha espropriato migliaia di nostri connazionali italo-venezuelani, lasciandoli senza nulla, rubando le loro imprese, le loro terre, i loro risparmi, mentre lui brindava con lo champagne di Stato pagato con i proventi della coca. 🍾
Ma per la Boldrini, tutto questo è secondario. È un dettaglio fastidioso.
L’importante, per lei, è che la Delta Force non abbia chiesto il permesso in carta bollata al protocollo delle Nazioni Unite.
È la patologia della burocrazia. La burocrazia del risentimento che cerca di mettere le manette a chi le manette le ha messe davvero… ma ai criminali.
Il pubblico in sala osserva in un silenzio che si potrebbe tagliare con un bisturi.
Non vola una mosca. Si percepisce solo il ronzio sommesso dei condizionatori che lottano contro il calore dei riflettori da 10.000 Watt. Ma il vero calore, quello che brucia la pelle, è quello che emana la Premier.
Giorgia Meloni prende appunti.
Segni secchi su un cartoncino bianco. Zac. Zac. Zac.
Ogni segno è un chiodo nella bara politica della sua interlocutrice. Non sta scrivendo frasi. Sta segnando le coordinate per il bombardamento finale. 🎯
La Boldrini scuote i suoi fogli. Il fruscio viene amplificato dai microfoni, rimbomba nello studio come un tuono in lontananza che annuncia tempesta. È il suono di un’opposizione che non ha più argomenti. Solo rumore di carta.
Chiede con sarcasmo se gli Stati Uniti vogliano ora invadere la Cina o l’Olanda. Ride della lotta al narcotraffico. Ridicolizza l’azione militare come se fosse un capriccio imperiale di un cowboy impazzito.
Ma ditemi, cari amici del salotto buono: quanto vale la sovranità di un narcostato?
A questa domanda, Laura Boldrini non risponde. Non può.
Il suo copione non lo prevede. Il suo software ideologico va in crash di fronte a questo quesito. Lei è ferma alla teoria del “buon selvaggio” in salsa bolivariana.
Mentre lei cita i commi e gli articoli, la Meloni sta già visualizzando le rotte della cocaina che Maduro spediva verso le nostre coste. Le navi, i container, i sottomarini artigianali.
È qui che casca l’asino. È qui che la farsa diventa tragedia per la sinistra italiana.
La Meloni aspetta. Lascia che l’avversaria si esponga. Lascia che si arrampichi sugli specchi della retorica anti-americana più beccera e datata.
È una trappola. Una trappola che la Boldrini ha costruito con le sue stesse mani, mattone dopo mattone, citazione dopo citazione, indignazione dopo indignazione.
La leader dell’opposizione chiude il suo intervento con un colpo di teatro. O almeno, quello che lei crede sia un colpo di teatro.
“Dov’è la dignità dell’Italia?” urla, quasi cercando lo sguardo delle telecamere, con gli occhi lucidi di passione recitata.
È un momento di silenzio assoluto. Un vuoto pneumatico dove l’aria sembra mancare.
La Premier solleva lo sguardo. Posa la penna.
Clack.
Quel rumore metallico sul vetro del tavolo è il segnale.
Il primo atto è finito. La sinistra ha esaurito le cartucce, e si è scoperto che erano tutte a salve.
Ora tocca a chi il potere lo esercita davvero.
Meloni inclina il capo. Un mezzo sorriso, appena accennato, le illumina il volto. Non è un sorriso allegro. È il sorriso di chi sta per rivelare un segreto che cambierà per sempre la narrazione di questa serata e forse degli ultimi dieci anni di politica estera.
Il clima nello studio è ribaltato. Non c’è più un confronto tra pari.
C’è una preda che barcolla, ferita dalla sua stessa vacuità, e un predatore che si prepara al balzo finale alla giugulare.
La Boldrini tormenta un lembo della sua giacca di marca. Un tic nervoso all’angolo dell’occhio – lo vedete? – tradisce la sua insicurezza.
Ha capito. Ha capito che qualcosa non torna. Ha capito che la Meloni non è irritata dalle sue accuse. È soddisfatta.
E in politica, quando il tuo avversario è soddisfatto dopo che lo hai insultato per mezz’ora, significa solo una cosa: sei finito in un’imboscata mortale. ☠️
Significa che i tuoi ideali di cartapesta stanno per scontrarsi contro un muro di realtà di cemento armato che non avevi previsto.
La Premier apre bocca. La sua voce non è alta. È bassa, controllata, ma ha la consistenza del granito.
Inizia a smontare, pezzo dopo pezzo, l’impalcatura ideologica della Boldrini.
Parla di fatti. Parla di dati. Cita i nomi dei generali venezuelani coinvolti nel traffico di morte. Spiega che l’operazione della Delta Force non è stata un atto di pirateria dei Caraibi, ma l’esecuzione di un mandato internazionale di cattura contro un’organizzazione criminale.
Ma il bello deve ancora venire.
Il vero colpo di grazia, economico e strategico, è nascosto dietro quel foglio che la Meloni tiene ancora coperto con la mano.
È il momento in cui la narrazione della “sovranità violata” sta per essere incenerita da un’unica, brutale rivelazione.
“Pensate davvero che l’Italia sia rimasta a guardare mentre il mondo cambiava?”
La Meloni fa una pausa. Guarda la Boldrini dritto negli occhi. Uno sguardo che trapassa le lenti e l’ipocrisia.
La tensione è insostenibile. È il momento del twist. È il colpo di scena di un film di Hollywood.
È il momento in cui la maschera della sinistra cade definitivamente, rivelando il vuoto pneumatico che c’è dietro.
Ma prima di svelarvi cosa c’era scritto in quel documento, dobbiamo capire una cosa fondamentale.
In questo gioco, chi non siede al tavolo dei vincitori è destinato a finire nel menù. E Laura Boldrini, stasera, sembra essere la portata principale. 🍽️
Ed ecco che la predatrice cala l’asso.
Giorgia Meloni non sposta solo un foglio. Sposta l’intero asse terrestre della discussione.
Con una lentezza che definirei quasi sadica, rivela il segreto che i nostri maestri del pensiero a sinistra non avevano minimamente previsto, troppo impegnati a guardarsi l’ombelico.

L’intelligence italiana non era solo informata. L’intelligence italiana ha fornito il supporto logistico.
Avete capito bene? 💥
Mentre la Boldrini si esercitava allo specchio per sembrare la reincarnazione di Antigone, i nostri servizi segreti – quelli veri, quelli che lavorano nell’ombra – stavano coordinando le coordinate GPS con la Delta Force.
L’Italia non ha guardato dal buco della serratura, tremando di paura. L’Italia ha tenuto la porta aperta mentre i professionisti entravano a fare pulizia.
E qui, il castello di carte della sovranità violata non crolla. Implode. Implode con il rumore di una discarica abusiva che viene finalmente bonificata con la dinamite.
Osservate la reazione di Laura Boldrini.
Se fosse un cartone animato, vedremmo il fumo uscirle dalle orecchie. Le labbra tremano. Quel tic all’angolo dell’occhio che prima era un dettaglio, ora è un segnale Morse che urla disperatamente: “S.O.S. RITIRATA IMMEDIATA”. 🏳️
Cerca di balbettare qualcosa. Qualcosa sulle violazioni procedurali. Parla di “precedenti pericolosi”.
È patetico. È come vedere un notaio che cerca di contestare la multa per divieto di sosta a un’autocisterna che sta per esplodere.
La sua voce ha perso quella vibrazione sacerdotale. Ora è un lamento fioco. La protesta sterile di chi ha puntato tutto sulla carta della vittima e si ritrova davanti a un carnefice che sorride con la consapevolezza di chi ha già vinto la guerra prima ancora di combatterla.
La sinistra italiana, signore e signori, è rimasta nuda. E lo spettacolo, ve lo assicuro, non è affatto piacevole.
Ma passiamo ai numeri. Perché è qui che il cinismo diventa arte pura.
Loro, i sognatori, parlano di pace, mediazione, dialogo. Noi, che abbiamo il “vizio” di guardare i conti correnti, parliamo di miliardi.
Il Cartel de los Soles non è un’associazione di beneficenza. È una multinazionale della morte che fattura cifre che farebbero impallidire una banca d’investimento di Wall Street.
Parliamo di flussi finanziari che inquinano l’economia legale. Che comprano porti. Che corrompono dogane. Che si infiltrano nelle nostre città.
Quando la Premier parla di “interesse nazionale”, non si riferisce solo all’orgoglio della bandiera. Si riferisce alla protezione di un mercato e al recupero di asset che valgono centinaia di milioni di euro. Duecento milioni, per essere precisi.
L’Italia ha finalmente capito che la legalità non è un concetto astratto da discutere davanti a un tè bio con i biscotti vegani. È un asset strategico per la sicurezza dei nostri capitali e dei nostri cittadini.
Quante volte abbiamo sentito parlare di diritti umani mentre i conti correnti del regime di Caracas venivano rimpinguati con il sangue dei dissidenti?
La risposta è: troppe.
Ma Giorgia Meloni non ha tempo per i sensi di colpa post-coloniali.
Lei parla la lingua del potere reale. Descrive il Venezuela di Maduro non come uno stato sovrano, ma come un’entità criminale che esporta morte nelle nostre strade. E lo fa con una precisione chirurgica che annichilisce ogni velleità di replica.
Mentre a sinistra si contano i capelli persi per lo stress da talk show, a destra si contano i vantaggi di essere tornati nel salotto buono delle potenze che decidono il destino del mondo.
È la fine dell’Italia “ventre molle”. È la fine della diplomazia del “forse”, del “ma”, del “vediamo”.
Qui si parla di cybersecurity. Di difesa dei confini. Di controllo dei flussi finanziari internazionali.
È roba per adulti, Laura. Non per chi crede ancora che la politica estera si faccia con le petizioni online su Change.org.
E poi c’è il coro. Quell’orchestrina sgangherata composta da Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni.
La Meloni li cita con un sorriso che taglia l’aria come un bisturi laser. Li definisce il manifesto politico di una sinistra che ha smarrito la bussola.
E ha ragione. Dio, se ha ragione.
È gente che vede “pirati” ovunque ci sia un’azione decisa dell’Occidente, ma che chiude entrambi gli occhi – e si tappa pure le orecchie – di fronte alle montagne di cocaina che finanziano la repressione in Venezuela.
È il club dei sognatori fuori tempo massimo. Gente che vive in un mondo di carta, mentre il mondo reale è fatto di acciaio, petrolio e decisioni prese al buio.
Mentre loro parlano di clima e di emissioni, la Delta Force cambia il clima geopolitico del Sud America. Mentre loro parlano di inclusione, Maduro includeva i dissidenti nelle celle dell’Helicoide per torturarli.
Il sarcasmo della Premier raggiunge vette altissime quando chiede: “Ma la forma di un arresto vale più della vita di un torturato?”
Ma non dimentichiamoci di Giuseppe Conte. Il re delle capriole logiche. L’acrobata del nulla. Il trasformista che ha flirtato con ogni regime possibile pur di restare a galla.
La Meloni demolisce anche lui. Descrive le sue posizioni come salti in banco degni di un circo di periferia. “Oggi con Trump, domani con la Cina, dopodomani con Maduro, basta che ci sia una poltrona”.
È una demolizione a 360 gradi. Non resta nessuno in piedi. Lo studio televisivo è diventato un cimitero delle carriere politiche dell’opposizione. 🪦
Il pubblico è ipnotizzato.
Non c’è più spazio per i mormorii di disapprovazione. Non c’è spazio per i dubbi. C’è solo la forza di una verità che si impone perché è l’unica rimasta sul tavolo.
La Premier si alza leggermente. Domina fisicamente lo spazio. È l’immagine plastica del potere che ha ritrovato la sua postura eretta.
“Se difendere la libertà significa essere complici, allora, onorevole Boldrini… NOI SIAMO COLPEVOLI.”
È il colpo di grazia. 🗡️

È la frase che verrà citata per i prossimi dieci anni nei manuali di comunicazione politica. È il ribaltamento totale del paradigma morale.
La complicità non è più un marchio di infamia. È una medaglia d’oro al valore civile.
Essere complici della rimozione di un narcodittatore è un vanto. Essere complici della speranza di milioni di persone è un dovere.
La Boldrini abbassa definitivamente la testa. Tormenta quel lembo della giacca che ormai è stropicciato come la sua credibilità.
È l’immagine della disfatta totale. Una donna ridotta al silenzio da un’altra donna che ha smesso di giocare con le bambole della retorica per maneggiare gli strumenti pesanti del comando.
“Quanto costa davvero la vostra coerenza, se per mantenerla dovete ignorare il dolore di un intero popolo?”
Questa domanda rimane sospesa nell’aria viziata dello studio. Non riceverà risposta stasera. Non da questa opposizione.
La serata si chiude con un’immagine che è un manifesto politico.
Giorgia Meloni che raccoglie i suoi appunti, precisi, ordinati, chiude la penna con uno scatto secco. Laura Boldrini che resta immobile, quasi pietrificata, come un monumento a un’epoca che la Storia ha deciso di archiviare senza troppi complimenti e senza cerimonie.
La destra esce da questo studio non solo vincitrice. Esce come l’unica forza capace di interpretare un mondo brutale, cinico e terribilmente veloce.
Un mondo dove i soldi non dormono mai. E dove la libertà ha un prezzo che bisogna essere pronti a pagare. Cash. 💵
In conclusione, signori miei, stasera abbiamo assistito a una lezione magistrale di machiavellismo applicato.
Abbiamo visto come si distrugge una narrazione ideologica usando la forza dei fatti e il peso specifico dei miliardi.
Se siete tra quelli che preferiscono la luce cruda della legalità alla benda rassicurante del dittatore “compagno”, sapete chi ringraziare.
Se invece preferite continuare a leggere i faldoni di glosse rosse della Boldrini, accomodatevi pure. Ma fatelo in silenzio.
Perché il rumore della Storia che cambia sta diventando assordante. E non aspetta nessuno.
Iscrivetevi al canale se avete il coraggio di guardare dietro le quinte del potere senza filtri. Qui non facciamo sconti. Qui raccontiamo come i soldi e la strategia stanno riscrivendo il vostro futuro, mentre voi dormite.
Il sipario è calato. La farsa è finita.
Buonanotte ai sognatori. E benvenuti nel mondo reale. 🔥
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MELONI CONTRO BOLDRINI, POTERE CONTRO POTERE: UNO SCONTRO FRONTALE CHE FA TREMARE IL PARLAMENTO, ROMPE GLI EQUILIBRI E METTE A NUDO UNA GUERRA SILENZIOSA CHE NESSUNO AVEVA OSATO NOMINARE. Non è stato un semplice botta e risposta. È stato un momento in cui il Parlamento ha smesso di recitare e ha mostrato il volto crudo del potere. Giorgia Meloni avanza senza arretrare di un millimetro, mentre Laura Boldrini tenta di ribaltare la narrazione con accuse che accendono l’Aula. Le parole diventano lame, i gesti pesano più dei discorsi, il silenzio tra un intervento e l’altro è più rumoroso di qualsiasi applauso. Dietro lo scontro pubblico si muove qualcosa di più grande: controllo, legittimità, egemonia morale. Chi decide davvero? Chi parla a nome di chi? In pochi minuti crollano certezze, si incrinano alleanze e il dibattito si trasforma in una resa dei conti. Non è solo Meloni contro Boldrini. È due visioni di potere che collidono davanti a tutti. E dopo questo faccia a faccia, nulla a Montecitorio sembra più stabile come prima.
C’è un momento preciso, quasi impercettibile, in cui la storia smette di sussurrare e inizia a urlare. È una frattura…
GAD LERNER ATTACCA GIORGIA MELONI SENZA FILTRI, LA PREMIER ESPLODE E RIBALTA IL TAVOLO: UNA FRASE DIVENTA MICCIA, LO STUDIO SI CONGELA, E LO SCONTRO TRA POTERE MEDIATICO E GOVERNO FINISCE FUORI CONTROLLO. Non è una critica qualunque. È un affondo che attraversa lo schermo e colpisce dritto al cuore del potere. Gad Lerner alza il tiro, Giorgia Meloni non incassa e reagisce con una mossa che nessuno si aspettava. Le parole diventano armi, i ruoli si ribaltano, e l’equilibrio salta in diretta. In pochi secondi il dibattito si trasforma in resa dei conti, con la sinistra mediatica costretta sulla difensiva e la Premier che avanza senza arretrare di un millimetro. Sguardi tesi, silenzi pesanti, reazioni nervose: tutto segnala che non è più solo uno scontro di opinioni, ma una battaglia sul controllo del racconto, dell’autorità, della legittimità. Quando Meloni risponde, il colpo è secco. E da quel momento, nulla resta come prima.
Le luci dello studio di La7 sembravano più fredde del solito quella sera. Non era una questione di gradi Kelvin,…
FELTRI COLPISCE ILARIA SALIS SENZA FRENI, IL PD TRATTIENTE IL RESPIRO: UNA FRASE TAGLIA LA DIRETTA, UN SILENZIO IMBARAZZANTE ESPLODE, E IL POTERE ROSSO FINISCE SOTTO ACCUSA DAVANTI A TUTTI. Non è una semplice provocazione mediatica. È uno scontro frontale che scoperchia un nervo scoperto della sinistra italiana. Vittorio Feltri affonda, Ilaria Salis diventa il centro di una tempesta politica, e il Partito Democratico si ritrova improvvisamente senza copione. Le parole rimbalzano come colpi secchi. Nessun passo indietro, nessuna cautela. Solo un’accusa che pesa, mentre in studio cala un silenzio che dice più di mille smentite. I volti irrigiditi, le reazioni tardive, le giustificazioni che non convincono nessuno. Il caso Salis diventa simbolo, detonatore, linea di frattura. Da un lato chi parla di potere e doppi standard. Dall’altro chi tenta di trasformare l’attacco in vittimismo. Ma qualcosa si è rotto. Quando Feltri pronuncia quel nome, il PD vacilla. E il pubblico capisce che non è solo uno scontro di parole. È una resa dei conti.
In quella stanza di Milano l’aria non si muoveva. Sembrava quasi solida, densa come il fumo di una sigaretta lasciata…
GIOCO FINITO DAVVERO? UN DOCUMENTO DEL 2011 RIEMERGE DAL PASSATO, UN NOME VIENE SUSSURRATO NEI CORRIDOI E ALL’IMPROVVISO ELLY SCHLEIN SI RITROVA AL CENTRO DI UNA STORIA CHE QUALCUNO AVEVA GIURATO DI AVER SEPOLTO PER SEMPRE C’è un prima e un dopo quel foglio dimenticato. Un documento che non doveva tornare a circolare, una data che brucia ancora, e una leader che ora deve fare i conti con domande sempre più insistenti. Il 2011 non è solo un anno: diventa una trappola narrativa, un punto cieco che oggi viene illuminato senza pietà. Mentre i fedelissimi parlano di strumentalizzazione e i critici annusano sangue politico, il clima si fa elettrico. Telefonate concitate, dichiarazioni calibrate al millimetro, silenzi che pesano più delle parole. Chi ha fatto riemergere quel documento? Perché proprio adesso? E soprattutto: cosa dimostra davvero? Nel gioco spietato del potere, basta una carta giusta al momento giusto per ribaltare i ruoli. E quando il passato bussa così forte, non è mai per caso.
Accomodatevi pure, signori. Spegnete i cellulari, chiudete le porte. Quello che state per vedere non è politica. Non è un…
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