Guardatelo bene.
Fermatevi un istante, dimenticate il rumore di fondo della vostra giornata e fissate l’immagine mentale di questo oggetto.
È un bullone. Un semplice, banale, insignificante pezzo di ferro zincato.
Un tempo, in un’epoca che oggi ci appare lontana come la mitologia greca, quel piccolo pezzo di metallo teneva insieme il sogno industriale italiano. Teneva insieme le lamiere della 500, il telaio delle Alfa Romeo, le speranze di milioni di famiglie che dal Sud salivano al Nord in cerca di futuro.
Oggi, però, quel bullone non è più un componente meccanico. È un reperto archeologico. 🏚️
È arrugginito, sporco, abbandonato sul pavimento freddo di un capannone deserto, dove l’unico rumore rimasto non è il frastuono delle presse, ma il fischio sinistro del vento che passa tra i vetri rotti dei lucernari.
Quel bullone è l’esatta rappresentazione plastica della dignità svenduta.
È il simbolo di chi ha permesso a John Elkann di trasformare la FIAT, l’orgoglio di una nazione, in un bancomat parigino.
Siamo al 10 gennaio 2026. ❄️
Il freddo che sentite non è solo meteorologico. Non basta un cappotto per coprirsi. È un gelo industriale che risale dalle ossa di cemento armato di Mirafiori, attraversa la spina dorsale dell’Italia e si incastra, doloroso come una lama, nelle gole dei lavoratori di Taranto.
Benvenuti nell’era del declino programmato.
L’anno in cui abbiamo scoperto, troppo tardi, che il “Made in Italy” è diventato un semplice adesivo. Una etichetta da incollare su auto prodotte tra le dune del Marocco, nelle periferie della Serbia o negli stabilimenti polacchi.
Un’operazione gestita da un’azienda, la Stellantis, che ha un passaporto curioso: parla correntemente francese, risiede fiscalmente in Olanda per pagare meno tasse, ma incassa avidamente in euro italiani.
È un capolavoro di magia nera finanziaria. 🎩✨

Un gioco di prestigio dove, sotto il fazzoletto di velluto delle conferenze stampa, spariscono le fabbriche, evaporano i posti di lavoro e restano, pesanti come macigni, solo i debiti sul groppone dei contribuenti.
Vi siete mai chiesti come ci si sente a essere truffati col sorriso sulle labbra?
Come ci si sente a essere derubati del proprio futuro da un uomo che indossa maglioni di cashmere che costano quanto il vostro stipendio annuale?
Mentre voi siete imbottigliati in coda al casello della Torino-Milano, pagando pedaggi sempre più cari a società che — per una strana, inquietante coincidenza del destino — rimandano sempre alla stessa galassia finanziaria… il rampollo della dinastia Agnelli non si cura del traffico.
John Elkann sorseggia champagne d’annata nei salotti ovattati di St. Moritz. 🥂
È un’immagine quasi poetica nella sua crudeltà. Un montaggio cinematografico spietato.
Da una parte il gelo polare di Mirafiori.
Lì, gli operai in cassa integrazione si riscaldano le mani col fiato, battendo i piedi per non congelare, perché l’assegno sociale non copre nemmeno le spese per il riscaldamento domestico.
Dall’altra, il calore rassicurante, avvolgente, dei caminetti di Exor.
È la fisica del privilegio: il calore sale verso l’alto, verso le holding finanziarie, mentre il freddo scende inesorabilmente verso il basso, verso chi produce, verso chi suda.
E poi c’è lui. L’esecutore materiale.
Carlos Tavares. Il CEO da 36 milioni di euro all’anno di stipendio (più bonus, ovviamente).
Guarda l’Italia attraverso il vetro oscurato e antiproiettile di una limousine. Per lui, la nostra nazione non è un polo industriale, non è la culla del design.
È solo un vecchio set cinematografico di Serie B. Un posto pittoresco dove girare spot sulla “Dolce Vita”, ma rigorosamente senza la vita reale delle persone che disturberebbe l’inquadratura.
Per Tavares e i suoi azionisti parigini, noi siamo solo figuranti. Comparse in un film che ha già visto scorrere i titoli di coda, mentre noi aspettiamo ancora il secondo tempo.
L’odore che sentite nell’aria non è solo lo smog delle città congestionate. È l’odore acre del privilegio che non deve rendere conto a nessuno.
È l’essenza di un potere che si sente intoccabile, divino.
John Elkann ha ereditato un impero costruito con il sudore, il sangue e soprattutto le tasse dei vostri nonni.
E ora? Ora lo sta smantellando. Pezzo dopo pezzo. Bullone dopo bullone. Con la precisione clinica di un chirurgo svizzero che opera senza anestesia. 🔪
Questo è il capitalismo dei salotti nella sua forma più pura e brutale.
La regola è semplice, quasi biblica: quando le cose vanno bene, i profitti sono privati. Diventano dividendi e volano verso Amsterdam per evitare le grinfie del fisco italiano.
Quando le cose vanno male, le perdite diventano improvvisamente un affare pubblico. “Patrimonio della nazione”.
Le pagate voi. Con le accise sulla benzina. Con i tagli alla sanità. Con i sussidi che servono a foraggiare una “transizione ecologica” che assomiglia sempre di più a un funerale industriale di massa.
Vi hanno detto che dobbiamo soffrire oggi per un domani più verde. Ma vi siete accorti che il verde è solo il colore dei dollari che scappano dall’Italia? 💸
In questo teatro dell’assurdo, la spalla comica perfetta non poteva che essere la sinistra del Nazareno.
Immaginate Elly Schlein.
È una donna indaffarata, travolta dalle responsabilità. Deve decidere, con la consulenza di un esperto pagato profumatamente, quale sfumatura di verde pastello o di ocra si abbini meglio alla prossima copertina di Vogue.
Mentre lei discute di fluidità, di nuove narrazioni e di diritti civili astratti per l’élite della ZTL…
Gli operai di Pomigliano d’Arco si interrogano su una questione molto più terrena, molto più sporca: se a fine mese il loro badge aprirà ancora i cancelli della fabbrica o se troveranno un lucchetto.
Il Partito Democratico ha subito una metamorfosi kafkiana. 🐛
Non è più il partito dei lavoratori. È diventato l’ufficio stampa di lusso per le multinazionali.
Quelle stesse multinazionali che espongono la bandiera arcobaleno a giugno solo per nascondere il grigio dei licenziamenti a dicembre.
È una strategia geniale, bisogna ammetterlo con cinica ammirazione.
Se riempi il dibattito pubblico di discussioni sui diritti civili su Marte, nessuno avrà il tempo, la forza o la lucidità di accorgersi che hai smesso di difendere i diritti sociali a Taranto o a Torino.
È la sinistra del caviale che spiega all’operaio in tuta blu che deve essere “felice” di perdere il lavoro in nome della sostenibilità.
Parlano di resilienza mentre vivono in attici climatizzati. Parlano di futuro elettrico, ignorando (o fingendo di ignorare) che le batterie le produrranno in Cina e le auto le assembleranno in Francia.
Il tradimento è totale. È un abbandono di classe travestito da progresso. 🚫
Ogni volta che un esponente del PD sale in cattedra su La7 per spiegarci come gira il mondo, un pezzo di industria italiana muore in silenzio.
Sono i maggiordomi del sistema. Sono quelli che sussurrano alle élite finanziarie: “Tranquilli, al popolo ci pensiamo noi. Li terremo occupati con qualche polemica estiva sul fascismo mentre voi svuotate i forzieri.”
Credete davvero che chi frequenta gli stessi circoli nautici di Elkann possa mai alzare la voce contro di lui?
E poi c’è lei. Giorgia Meloni. 🇮🇹
La donna che siede a Palazzo Chigi e si è accorta, troppo tardi, di avere ereditato una casa con le tubature completamente marce.
Gli inquilini precedenti non si sono limitati a non pagare l’affitto. Se ne sono andati portandosi via pure i mobili, le maniglie delle porte e persino il rame dei fili elettrici.
La Premier prova a fare la faccia dura. Alza il mento. Incrocia le braccia. Urla contro i diktat di Bruxelles.
Minaccia di usare il Golden Power come se fosse la spada di Excalibur estratta dalla roccia.
Tenta di spiegare a un gelido Tavares che l’Italia non è una colonia francese da saccheggiare a piacimento.
Ma la realtà è un mostro che non si spaventa con i discorsi patriottici o con i video su Facebook.

Giorgia deve combattere contro trent’anni di contratti scritti da maggiordomi compiacenti. Contratti firmati da chi oggi siede comodamente nei consigli d’amministrazione delle banche d’affari o delle fondazioni bancarie.
Ogni volta che il governo prova a rivendicare un briciolo di sovranità industriale, scatta la ritorsione dei media di regime.
I giornali di proprietà della famiglia Elkann, a partire da La Repubblica, iniziano a suonare la grancassa del disastro imminente. 📰🥁
I titoli sono sempre gli stessi, scritti col normografo del terrore: “Il governo è isolato in Europa”, “I mercati sono nervosi”, “Lo Spread trema”.
È un metodo quasi mafioso applicato all’informazione.
“O ci date i sussidi a fondo perduto che chiediamo, o vi scateniamo contro l’opinione pubblica internazionale e le agenzie di rating.”
È un ricatto permanente. Un assedio mediatico che punta a logorare chiunque osi mettere in discussione il primato della finanza apolide sull’economia reale.
Chi comanda davvero in questo Paese? Chi viene eletto dal popolo o chi possiede la carta stampata e le linee di montaggio (ormai ferme)?
Ma per capire come siamo arrivati a questo punto, dobbiamo tornare indietro. Dobbiamo tornare sul luogo del delitto. 🕵️♂️
Dobbiamo riaprire il faldone polveroso del 2021.
La fusione tra PSA (Peugeot) e FCA (Fiat).
Ve l’hanno venduta come un “matrimonio tra pari”. Una celebrazione dell’eccellenza automobilistica europea.
È stata una bugia così colossale che avrebbe fatto arrossire persino il più incallito dei venditori di auto usate di periferia.
In realtà, è stata una resa incondizionata firmata su carta bollata.
I francesi non sono entrati come partner. Sono entrati come conquistatori. Napoleone non avrebbe saputo fare di meglio.
Hanno preso il comando operativo. Hanno requisito i brevetti. Hanno messo le mani sulla tecnologia elettrica. E hanno spostato il centro di gravità decisionale a Parigi.
E l’Italia?
L’Italia ha accettato il ruolo della vittima sacrificale. Della sposa tradita che continua a cucinare mentre il marito è già scappato con l’amante e i gioielli di famiglia.
Mentre il “governo dei migliori” di allora sorrideva alle telecamere e parlava di “grandi opportunità sinergiche”, i manager francesi stavano già mappando con precisione chirurgica quali fabbriche chiudere in Italia per potenziare quelle a nord delle Alpi.
Chi ha firmato quei documenti senza pretendere garanzie occupazionali blindate? ✍️
Chi ha permesso che il controllo di un asset strategico nazionale scivolasse via per un piatto di lenticchie finanziarie?
La risposta vi farà bollire il sangue nelle vene.
Sono gli stessi soloni che oggi, dai loro pulpiti televisivi, ci spiegano che bisogna essere “europeisti”.
Nel loro vocabolario distorto, essere europeisti significa farsi scippare l’industria nazionale in cambio di una pacca sulla spalla a Bruxelles e di una promessa di carriera in qualche organismo internazionale.
Il dato economico non è un’opinione. È una sentenza di Cassazione.
Stellantis ha ridotto la produzione in Italia del 30% in soli 3 anni.
Mentre in Francia, guarda caso, i volumi sono aumentati.
Non è una crisi di mercato dovuta alla congiuntura internazionale. È un trasferimento di ricchezza pianificato a tavolino.
Un furto con scasso, dove il ladro non ha dovuto nemmeno scassinare la porta: è entrato con le chiavi d’oro fornite gentilmente dal proprietario di casa.
E mentre a Torino si spengono le luci e si smantellano i sogni, a Taranto si recita l’ultimo, straziante atto di una tragedia greca che non accenna a finire.
L’ex Ilva. Un mostro d’acciaio che divora vite umane e sputa veleno rosso su una città intera. 🏭☠️
ArcelorMittal è arrivata anni fa con la maschera del “Salvatore Globale”. E se ne sta andando con il sacco pieno, come un saccheggiatore medievale.
Hanno usato lo stabilimento pugliese per eliminare un fastidioso concorrente dal mercato europeo.
Hanno lasciato che i macchinari marcissero per mancanza di manutenzione. E ora, con una faccia tosta senza precedenti, chiedono allo Stato miliardi di euro per non dichiarare fallimento e andarsene.
È il ricatto perfetto. Studiato nei minimi dettagli.
Se lo Stato paga, diventa complice di un disastro ambientale e finanziario. Se lo Stato non paga, migliaia di famiglie finiscono dritte in mezzo alla strada senza paracadute.
Immaginate la scena, quasi grottesca.
Un ministro come Adolfo Urso, costretto a sedersi a un tavolo negoziale con manager che guadagnano in un’ora quello che un operaio dell’altoforno guadagna in un intero anno di turni massacranti.
Questi manager non hanno un volto umano. Hanno solo un bilancio da far quadrare per i loro azionisti a Londra o New York.
Non sanno cosa significhi respirare la polvere ferrosa che ricopre i davanzali delle scuole di Taranto. Non sanno cosa significhi l’angoscia di un padre che aspetta una busta paga che non arriva mai.
Per loro l’Italia è solo una slide in una presentazione PowerPoint intitolata “Ottimizzazione dei costi”.
Una slide che può essere cancellata con un semplice click del mouse.
Mentre la Schlein parla di nuove narrazioni e resilienza verde, la narrazione di Taranto rimane tragicamente la stessa da decenni: polvere, fumo, malattie e tradimento dello Stato.
Siamo arrivati alla fine di questa macabra commedia degli errori. Ma guardatevi intorno. Non c’è nessuno che ride tra il pubblico.
Il piano dei poteri forti, di quella élite globalista che non ha radici ma solo conti correnti, è ormai evidente a chiunque abbia occhi per vedere.
Vogliono deindustrializzare l’Italia.
Vogliono trasformare la seconda manifattura d’Europa in una ridente colonia di servizi a basso costo.
Un posto dove i nostri figli, laureati con lode, siano destinati a fare i camerieri o i portieri di notte per i turisti francesi e tedeschi che vengono qui a godersi il sole.
Vogliono che le nostre menti migliori scappino all’estero, regalando il loro talento alle stesse aziende che ci hanno derubato.
Ma hanno fatto un errore di calcolo madornale. 🛑

Nella loro arroganza da salotto, non hanno considerato che gli italiani, quando vengono messi con le spalle al muro, sanno ancora tirare fuori le unghie e i denti.
Giorgia Meloni, con tutti i suoi limiti e le sue difficoltà, rappresenta oggi l’ultimo argine contro questa marea di fango finanziario.
Può piacere o meno. La si può votare o criticare. Ma è l’unica che sta provando a dire di NO ai padroni del vapore. Ai vampiri che hanno banchettato sulle macerie della nostra industria per troppo tempo.
La battaglia per Stellantis, la battaglia per l’Ilva, non è solo una questione di bulloni o di tonnellate d’acciaio.
È la battaglia per la nostra esistenza come nazione sovrana e dignitosa.
Se permettiamo che questo scempio continui nel silenzio generale, tra dieci anni non avremo più nulla da difendere.
Non avremo più una classe operaia. Non avremo più una classe media. Avremo solo un deserto industriale punteggiato da resort di lusso per stranieri.
La verità brucia come il fuoco di un altoforno. Ma è l’unica cosa che può svegliarci da questo torpore indotto dalla propaganda dei media di sistema.
Volete restare a guardare mentre svendono, pezzo dopo pezzo, il futuro dei vostri figli?
O volete iniziare a chiedere conto di ogni singolo euro di denaro pubblico che è stato regalato a chi oggi ci sputa in faccia?
Se siete stanchi di questo circo. Se volete che i segreti inconfessabili della politica vengano finalmente portati alla luce del sole.
Sapete esattamente cosa dovete fare.
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La guerra per la verità è appena iniziata. E noi non abbiamo alcuna intenzione di fare prigionieri o di abbassare la voce.
Scrivete subito nei commenti: “ELKANN RENDI I SOLDI” se volete che questo grido diventi virale e arrivi fin dentro i loro uffici dorati. 💬👇
Non ci silenzieranno con i loro giornali o con i loro algoritmi. Non finché avremo una voce per urlare lo scandalo e la forza per svelare i loro segreti.
Ci vediamo al prossimo video. Al prossimo segreto svelato.
Avranno ancora il coraggio di pensare di poterlo tenere nascosto a un popolo che sta finalmente aprendo gli occhi?
Chi vivrà, vedrà. 👀
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IN DIRETTA NAZIONALE QUALCUNO HA PROVATO A DETTARE LA VERSIONE “GIUSTA”, MA QUALCOSA È ANDATO STORTO: UNA FRASE, UN SILENZIO, UNO SGUARDO E L’ATTACCO A MELONI SI È TRASFORMATO IN UN BOOMERANG DEVASTANTE. Karima Moual entra nello studio convinta di colpire duro Giorgia Meloni, ma il copione si spezza in pochi secondi. Paolo Del Debbio non alza la voce, non interrompe subito, lascia correre. Poi arriva il momento chiave: una domanda semplice, un dettaglio ignorato, una contraddizione che nessuno si aspettava. L’atmosfera cambia. Le certezze si sgretolano in diretta, mentre lo studio percepisce che qualcosa non torna. Non è uno scontro urlato, è peggio: è l’imbarazzo pubblico, la sensazione di essere smascherati davanti a milioni di spettatori. Da lì in poi ogni parola pesa il doppio. Sui social esplode il dibattito, i frame vengono isolati, le clip girano senza contesto ma con un messaggio chiaro: chi attacca il potere deve essere pronto a reggere il contraccolpo. E quella sera, il bersaglio ha cambiato improvvisamente direzione.
Ci sono istanti, nella televisione in diretta, in cui la realtà strappa il velo della finzione. Solitamente vediamo un teatrino…
QUALCUNO HA SUPERATO UNA LINEA CHE NON SI DOVEVA TOCCARE: NON È SOLO UNA NOTIZIA, NON È SOLO PRIVACY, È UN MECCANISMO CHE PER ANNI HA FUNZIONATO NELL’OMBRA… FINO A QUANDO MELONI HA DECISO DI ROMPERE IL SILENZIO. Questa volta Giorgia Meloni non risponde con ironia né con tattica. La reazione è secca, personale, definitiva. Fanpage finisce al centro di uno scontro che va oltre il singolo articolo: si parla di confini violati, di vita privata trasformata in arma politica, di un metodo che molti conoscono ma che pochi osano denunciare apertamente. La frase “Privacy violata? Solo la mia!” non è uno sfogo, è un’accusa che ribalta i ruoli e mette tutti sotto pressione. C’è chi tace, chi minimizza, chi improvvisamente prende le distanze. Ma il danno è fatto. Dietro le quinte emergono retroscena, pressioni, contatti, e una domanda inquietante inizia a circolare: chi decide davvero fin dove si può spingere l’informazione quando il bersaglio è il potere? Da quel momento nulla è più neutrale. Non è più cronaca. È una resa dei conti.
Ci sono silenzi che pesano più di un’esplosione nucleare. Sono quegli istanti sospesi nel vuoto, in cui l’ossigeno sembra sparire…
IN DIRETTA È SCAPPATA UNA FRASE CHE NON DOVEVA USCIRE: SCANZI HA DETTO TROPPO, HA TOCCATO UN DOSSIER CHE TUTTI CONOSCONO MA NESSUNO PRONUNCIA, E IN QUEL MOMENTO RAMPELLI HA CAPITO CHE NON ERA PIÙ SOLO UN DIBATTITO. Quella sera il clima cambia in pochi secondi. Scanzi non sta più commentando, sta affondando. Un riferimento preciso, una frase ambigua ma tagliente, un’allusione che richiama vecchi accordi, rapporti mai chiariti e un confine che in TV non si oltrepassa. Rampelli resta in silenzio, ma non è debolezza: è calcolo. Chi è lì capisce subito che qualcosa di serio è successo. Non si parla più di opinioni, ma di conseguenze. Dietro le quinte iniziano le telefonate, circolano nomi, messaggi, prove mai mostrate. La parola “querela” non è uno slogan: è l’ultimo passo quando qualcuno ha esposto troppo e ha pensato di poterlo fare impunemente. Da quel momento la domanda non è più cosa ha detto Scanzi, ma cosa sa davvero… e chi rischia di finire travolto quando quella frase verrà spiegata fino in fondo.
C’è un attimo, in televisione, che vale più di mille ore di trasmissione. È quell’istante preciso, microscopico, in cui il…
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