Immaginate di trovarvi sull’orlo di un precipizio. Non è un precipizio di roccia e vento, ma un abisso cognitivo. Una frattura che sta squarciando l’Italia, un crepaccio invisibile che divide la realtà dalla psicosi collettiva.
Nessuno sembra avere il coraggio di guardarci dentro. Tutti camminano sul bordo, facendo finta che sotto non ci sia il vuoto.
Quello che state per leggere non è solo un retroscena di palazzo romano. È la cronaca di un collasso mentale. Un cortocircuito che ha colpito i vertici dell’opposizione e si è infiltrato, come un gas tossico e inodore, nelle case della gente comune.
Tutto inizia con un sussurro. Una frase pronunciata a mezza bocca da una donna, Silvia Salis, che dovrebbe rappresentare il futuro, l’energia nuova. E invece, senza volerlo, ha scoperchiato il Vaso di Pandora della paura più atavica, più profonda e più inconfessabile della sinistra italiana.
State per entrare nella zona d’ombra dove una semplice parola, un concetto banale come Leadership, ha scatenato il panico assoluto. Ha trasformato intellettuali raffinati in bambini spaventati che cercano mostri sotto il letto, e onesti lavoratori in inquisitori medievali pronti al rogo. 🕯️
Non chiudete gli occhi. Perché quello che scoprirete tra poco cambierà per sempre il modo in cui guardate chi vi siede accanto in metropolitana. O chi vi entra in casa per aggiustare un tubo. La follia è già tra noi. E ha un volto insospettabile.
Tutto ha inizio in un apparente clima di normalità. Roma è la solita Roma: traffico, caffè veloci, chiacchiere nei corridoi del potere. Ma sotto la superficie, le placche tettoniche della politica si stavano muovendo violentemente.
Silvia Salis lancia un segnale. Non è un comizio urlato dal palco. È un messaggio in codice, sottile, elegante e devastante. Diretto al cuore pulsante del Nazareno. Dritto nell’ufficio di Elly Schlein.
La Salis ha fatto capire, con quella crudeltà chirurgica tipica di chi sa di avere ragione ma non può dirlo apertamente, che dall’altra parte della barricata, a destra, hanno risolto un enigma che a sinistra appare irrisolvibile.
Hanno un Capo. Hanno Giorgia Meloni.

E non è solo una questione di nomi, di etichette o di ruoli. È una questione di sostanza. Di carne e sangue. Di chimica. La destra ha capito che il Leader non è solo un volto sui manifesti elettorali. È una forza gravitazionale. Un buco nero che attira, che unisce, che trascina, che comanda. 🌑
Ed è qui che scatta il cortocircuito. È qui che si sente l’odore della paura che paralizza le vene dei dirigenti democratici.
Perché nel loro mondo, nel castello di cristallo che hanno costruito su decenni di retorica “orizzontale” e “collettiva”, la parola CAPO è diventata un tabù. Un anatema. Una bestemmia laica che evoca fantasmi che non esistono più, se non nelle loro teste surriscaldate.
La verità che sta emergendo con la violenza di un’alluvione è che la sinistra italiana soffre di una patologia clinica. La chiameremo: Fobia dell’Autorità.
È una malattia psicosomatica. Impedisce loro di guardare Giorgia Meloni senza sentire un brivido di terrore irrazionale lungo la schiena. Non la temono per le sue politiche economiche. Non la temono per le sue scelte internazionali. La temono perché è un Leader.
E nella loro grammatica distorta, nel loro dizionario riscritto dalla paura, “Leader Forte” equivale automaticamente, senza passaggio logico, alla dittatura. Al Fascismo. All’Uomo Nero che viene a prenderti di notte con il manganello e l’olio di ricino.
È lo stesso meccanismo psicologico perverso che colpiva quella nota scrittrice, ormai scomparsa, che confessava candidamente in TV di sentirsi mancare il fiato alla sola vista di una divisa per strada. Un carabiniere che faceva il caffè? Un mostro. Un vigile urbano che dirigeva il traffico? Un aguzzino. 👮♂️🚫
Questa è la lente deformante con cui una parte del Paese, quella che si crede “migliore”, guarda la realtà. Hanno trasformato la democrazia in una seduta psicanalitica andata male. Un incubo freudiano dove ogni figura di comando viene sovrapposta all’immagine del Duce, in un loop temporale che ci tiene tutti prigionieri nel 1922.
Ma se pensate che questo sia un problema confinato nelle stanze ovattate del potere romano, tra divani di velluto e aria condizionata, vi sbagliate di grosso. E qui arriviamo al cuore nero della vicenda. Al momento in cui la politica smette di essere teoria e diventa un incubo quotidiano.
Dovete sapere che questa psicosi è scesa a cascata. Ha infettato il tessuto sociale. È entrata nei bar, nelle scuole, nelle case. Ha violato l’intimità del nostro intelletto.
Vi porto dentro una scena che sembra scritta da uno sceneggiatore di thriller distopici, tipo “Black Mirror”, ma che è accaduta realmente tra le quattro mura domestiche di un noto professore e studioso di storia.
Immaginate la scena. Una giornata di sole qualunque. La necessità banale di installare dei pannelli solari sul tetto. Arriva il tecnico. Un uomo comune. Un lavoratore. L’archetipo dell’italiano medio, con la tuta da lavoro e la cassetta degli attrezzi.
Entra in casa. Si guarda intorno. Valuta il lavoro. Fino a qui, tutto normale. Poi, lo sguardo dell’uomo cade su una libreria.
Non è una libreria qualsiasi. È lo studio di chi ha dedicato la vita a capire il Male per poterlo raccontare. Di chi ha scritto volumi sulla Seconda Guerra Mondiale, scavando nelle dittature per mostrarne l’orrore e impedirne il ritorno. 📚
Lì, su uno scaffale, c’è un libro scritto dal padrone di casa. Sulla copertina, inevitabilmente, l’immagine storica del Dittatore. L’uomo di Predappio. Benito Mussolini.
In quel preciso istante, il tempo nella stanza si congela. Il tecnico non vede un libro di storia. Non vede un’analisi accademica. I suoi occhi si dilatano. Il respiro si fa corto. Quasi inciampa all’indietro, come se avesse visto il Diavolo in persona materializzarsi sul parquet lucido.
Nella sua mente, devastata da anni di propaganda superficiale, di slogan facili, di “antifascismo da tastiera”, scatta l’equazione maledetta: Libro sul Dittatore = Fascista.
È un attimo di terrore puro. Non per il professore, che osserva la scena attonito. Ma per la constatazione di quanto in basso siamo caduti.
Quell’uomo lì in piedi stava giudicando. Stava emettendo una sentenza di condanna senza appello, basata su un’immagine. È come se, vedendo un libro sulle piramidi, avesse dedotto che l’autore fosse un Faraone pronto a schiavizzarlo. O vedendo un volume su Stalin, avesse temuto di essere deportato in un gulag siberiano tra un caffè e l’altro.
La logica è stata annientata. Incenerita da una reazione pavloviana. Il tecnico guarda il professore con un misto di paura e disprezzo, convinto di essere entrato nel covo di un nostalgico pericoloso. Mentre si trovava di fronte all’esatto opposto: qualcuno che le dittature le ha studiate per smontarle pezzo per pezzo.
Ma non importa. La realtà non conta più. Conta solo la percezione malata. Il riflesso condizionato che vede il Fascio ovunque, anche dove c’è solo Cultura. 🧠🚫

Questo episodio, apparentemente insignificante, è la prova regina del disastro antropologico in corso. Siamo di fronte a un analfabetismo funzionale che si traveste da coscienza civica.
Se Bruno Vespa scrive un libro su Mussolini, è un fascista. Se Antonio Scurati scrive la saga “M”, definendo i suoi libri con quella lettera scarlatta, allora anche lui – il paladino dell’antifascismo militante – diventa un camerata agli occhi di questo tribunale dell’ignoranza?
Capite la follia? Se applichiamo questo metro di giudizio, dobbiamo bruciare le biblioteche. Censurare i documentari. Bendare gli occhi agli studenti. È il trionfo della superficialità assoluta. Dove il contenitore divora il contenuto. Dove l’immagine cancella il significato.
E la cosa più spaventosa è che queste persone votano. Decidono. Influenzano l’opinione pubblica. Trascinano l’intero dibattito nazionale in una palude di idiozia.
Adesso rallentiamo. Respirate a fondo. Dobbiamo analizzare freddamente cosa significa tutto questo per il nostro futuro.
Il vero scoop, la notizia che nessuno ha il coraggio di titolare a nove colonne sui giornali, è che il livello medio dell’essere umano contemporaneo è crollato sotto la soglia di guardia. 📉
Fino a poco tempo fa, si poteva presumere che esistesse uno “zoccolo duro” di buon senso. Una capacità minima di distinguere l’autore dall’argomento trattato. La storia dall’apologia. Credevamo, forse con un’ingenuità imperdonabile, che l’istruzione di massa avesse creato degli anticorpi.
Invece scopriamo con orrore che l’ambiente in cui molti di noi sono cresciuti – quel piccolo mondo antico fatto di letture, di comprensione del testo, di sfumature – era un’eccezione. Una bolla privilegiata.
Fuori da quella bolla c’è il deserto. C’è una massa che ha sostituito il ragionamento con l’emozione. La deduzione con la superstizione politica.
Quando il professore racconta di essersi sentito quasi un Einstein rispetto alla media, non lo fa per arroganza. Lo fa con la disperazione di chi si rende conto di essere un sopravvissuto in un mondo di zombie cognitivi.
Il livello è bassissimo. È un abisso senza fondo. E la sinistra, tornando al punto di partenza, è la vittima sacrificale di questa stessa ignoranza che ha contribuito a coltivare per anni.
Hanno alimentato la bestia della paura irrazionale. Hanno insegnato che ogni uomo forte è un tiranno. Che ogni simbolo nazionale è un pericolo. Che la parola “Patriota” è una bestemmia da lavare con il sapone. E ora ne pagano il prezzo.
Elly Schlein si trova prigioniera di questa narrazione. Non può essere un Leader forte. Non può battere i pugni sul tavolo. Perché il suo stesso elettorato – quello che reagisce come il tecnico dei pannelli solari – la massacrerebbe. La accuserebbe di deriva autoritaria. Di tradimento dei valori “collettivi”.
Sono intrappolati in una gabbia ideologica di cui hanno gettato via la chiave nel Tevere.
Mentre Giorgia Meloni avanza. Forte del semplice fatto di non aver paura della propria ombra. Forte di essere un Capo. La sinistra si contorce in spasmi di terrore autoindotto.
Hanno paura di governare. Hanno paura di comandare. Hanno paura di esistere come forza decisionale. E così lasciano il campo libero. Non per incapacità politica tecnica, ma per un blocco psicologico collettivo che rasenta la patologia clinica. 🏥

La società che ci circonda non è più in grado di elaborare la complessità. O sei Bianco o sei Nero. O sei Amico o sei Nemico. Se scrivi di guerra, ami la guerra. Se studi il male, sei malvagio. È un ritorno al pensiero magico primitivo. Al Totem e Tabù.
E in questo scenario, chiunque provi a sollevare il livello, a spiegare che capire la Storia è l’unico modo per non ripeterla, viene guardato con sospetto. Come uno stregone pericoloso che evoca spiriti maligni.
Il tecnico che quasi sviene davanti alla libreria non è un caso isolato. È il prototipo del nuovo cittadino modello: spaventato, ignorante e pronto a puntare il dito.
Questa è la vera emergenza nazionale. Non lo Spread. Non le alleanze internazionali. Non il PNRR. Ma il fatto che abbiamo smesso di pensare. Abbiamo permesso che la Paura divorasse l’Intelligenza.
E mentre Silvia Salis cerca disperatamente di suonare la sveglia, dicendo che serve un Leader, il resto della truppa si copre le orecchie e gli occhi. Tremando al pensiero che qualcuno, da qualche parte, possa indossare una divisa o scrivere un libro di storia senza chiedere il permesso.
Siamo su una nave che affonda. Non perché c’è una falla nello scafo. Ma perché l’equipaggio è convinto che l’acqua sia un’invenzione dei poteri forti. 🚢🌊
E mentre loro discutono sul sesso degli angeli e sulla pericolosità delle copertine dei libri, la Storia – quella vera, quella con la S maiuscola, quella che non aspetta nessuno – passa oltre. E ci lascia indietro. Naufraghi nel mare della nostra stessa, terrorizzata mediocrità.
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