Le luci dello studio di La7 sembravano più fredde del solito quella sera. Non era una questione di gradi Kelvin, né di bilanciamento del bianco per le telecamere ad alta definizione. Era l’atmosfera. ❄️
L’aria era solida. Si poteva quasi toccare. Era carica di quell’elettricità statica che precede non un temporale estivo, ma un terremoto istituzionale di magnitudo incalcolabile.
Massimo Gramellini, con la sua consueta postura misurata, quasi sacerdotale, aveva appena introdotto l’ospite d’onore: Giorgia Meloni. Ma l’attenzione non era su di lui.
L’attenzione era tutta concentrata sull’uomo seduto di fronte alla Premier.
Gad Lerner. O, come lo chiamano nei corridoi del potere quando pensano di non essere ascoltati, “God Lerner”.
Era lì, con il suo taccuino fitto di appunti scritti con una calligrafia nervosa, con quell’aria di chi non è venuto per fare un’intervista, ma per impartire una lezione. Una lezione di etica civile, prima ancora che politica.
Il silenzio in studio era talmente denso che si sarebbe potuto tagliare con un bisturi. Lerner si sistemò gli occhiali sul ponte del naso. Un gesto lento, deliberato. Per chi lo conosce, quel gesto è il preludio a una tempesta dialettica.
Non guardava la Premier con l’astio viscerale di un militante di piazza. No, sarebbe stato troppo banale. La guardava con la condiscendenza del precettore ottocentesco che osserva un’alunna che ha studiato la lezione a memoria, ma senza capirne lo “spirito profondo”.
“Presidente Meloni…” esordì Lerner.

La sua voce era flautata, ritmata, quasi ipnotica. È il suo marchio di fabbrica. Una voce che sembra accarezzarti mentre ti sta scorticando vivo.
“Noi siamo qui a discutere di un’Italia che lei descrive sempre come una nazione con la N maiuscola. Fiera. Sovranista. Finalmente pronta a farsi rispettare nel mondo.”
Fece una pausa teatrale. Gramellini trattenne il respiro.
“Eppure… osservando ciò che sta accadendo nel grande Nord, nella nostra Groenlandia, o meglio nella Groenlandia che Donald Trump ha deciso di trasformare nel suo nuovo parco giochi coloniale, l’immagine che ne emerge è un’altra.”
Lerner si sporse in avanti. Lo squalo aveva fiutato il sangue. 🦈
“L’immagine è quella di un’Italia rannicchiata. Silenziosa. Quasi invisibile.”
Giorgia Meloni restò immobile. Le mani incrociate sul tavolo, le nocche leggermente bianche. Lo sguardo fisso su di lui. Un piccolo muscolo sulla mascella tremò appena, impercettibile alle telecamere ma evidente a chi era seduto a pochi metri.
Era l’unico segnale che la “Garbatella Style” stava caricando le batterie. O forse, stava togliendo la sicura alla granata.
Lerner continuò, alzando leggermente il tono, come se stesse leggendo un editoriale di fondo destinato a finire nei libri di storia.
“La Francia ha inviato uomini. La Germania ha fatto sentire la sua voce possente. Perfino la Gran Bretagna, pur con i suoi legami ombelicali con Washington, ha capito che non si può restare a guardare mentre un uomo solo riscrive i confini del mondo a colpi di tweet e minacce commerciali.”
E poi, l’affondo. Diretto. Personale.
“E lei? Lei che parla di ‘Pronti’ in ogni manifesto… sembra essere rimasta ferma al palo. Mi sono chiesto: perché non mandare almeno dieci Alpini?”
“Solo dieci?” sussurrò qualcuno nel pubblico, ma Lerner non si fermò.
“Un gesto simbolico, Presidente! Certo, un manipolo di uomini con la penna nera sul cappello. Per dire al mondo: l’Italia c’è. L’Italia non prende ordini da Mar-a-Lago. L’Italia difende l’autonomia europea.”
Lerner scosse la testa, con un’espressione di delusione studiata.
“Invece lei preferisce il silenzio. Sperando forse che il bullo della Casa Bianca non si accorga di noi e ci risparmi i dazzi del primo febbraio. Ma è questa la sovranità, Presidente? Nascondersi sotto il letto, sperando che il gigante non ci veda?”
Nello studio cadde un gelo che nemmeno i ghiacci eterni di Nuuk avrebbero potuto eguagliare. 🥶
Lerner non aveva solo mosso una critica politica. Aveva fatto molto di più. Aveva toccato il tasto dell’orgoglio. Aveva toccato la coerenza che Meloni aveva sempre rivendicato come sua cifra stilistica.
Aveva dipinto la Premier come una leader pavida. Una che sacrifica il prestigio nazionale sull’altare di un calcolo economico spicciolo. Una “forte con i deboli e debole con i forti”.
“Vede,” riprese Lerner, notando che lei non rispondeva subito, interpretando quel silenzio come difficoltà. “Il problema è la sua natura. Lei è ferocissima quando si tratta di bloccare una nave di disperati nel Mediterraneo. Lì sì che mostra i muscoli! Ma quando si tratta di alzare la testa davanti al potere vero, quello che parla inglese e minaccia l’economia globale, allora la sua fiamma diventa un lumicino tremolante.”
Era un’esecuzione pubblica.
“Mandare quegli Alpini sarebbe stato un atto di coraggio civile. Ma lei ha scelto la via della subalternità. Ha scelto di essere la comparsa silente nel film di Donald Trump.”
Il pubblico in studio sembrava in apnea. Gramellini lanciò un’occhiata disperata alla regia. Gli ascolti stavano volando, le curve dello share si impennavano verticalmente.
La narrazione di Lerner era perfetta. Era il sogno bagnato dell’elettorato di sinistra: colta, sprezzante, costruita su una superiorità morale incrollabile.
Ma Lerner aveva commesso un errore.
Aveva scambiato il silenzio di Giorgia Meloni per debolezza. Invece, era il silenzio del predatore che prende la mira.
Giorgia Meloni finalmente sciolse le mani. Si sporse leggermente in avanti, invadendo lo spazio vitale tra lei e il suo interlocutore.
Il sorriso che apparve sul suo volto non era di cortesia. Era il sorriso di chi ha appena visto l’avversario fare una mossa scoperta sulla scacchiera e sa già come dare scacco matto in tre mosse. ♟️
“Dottore Lerner…” iniziò lei.
La voce non era flautata. Non c’era nulla di ipnotico. Era graffiante. Diretta. Carica di quella concretezza romana che l’aveva portata da un quartiere popolare alla Presidenza del Consiglio.
“Io la ringrazio, davvero. La ringrazio perché lei, in tre minuti netti, è riuscito a riassumere perfettamente perché la sinistra in questo Paese non tocca palla da anni. E continuerà a non toccarla finché penserà che la politica sia un gioco di ruolo per intellettuali annoiati nei salotti di via Montenapoleone.”
Lerner provò a sorridere, un mezzo sorriso sghembo, nervoso. Ma Meloni lo investì con la prima ondata.
“Lei parla di dieci Alpini. Dieci. Mi faccia capire bene. Lei vorrebbe che io prendessi dieci ragazzi, padri di famiglia, militari d’élite, e li spedissi tra i ghiacci della Groenlandia… come se fossero dei figuranti di una recita parrocchiale?”
Meloni alzò un sopracciglio.
“E per cosa? Per dare un ‘segnale’? Per fare una bella fotografia da mandare ai suoi amici di Repubblica per farli sospirare di piacere intellettuale davanti al caffè e cornetto?”
Il tono si fece durissimo.
“Lei mi accusa di essere invisibile. Ma la verità, Gad, è che lei non ha la minima idea di cosa significhi governare una nazione reale. Fatta di persone reali. Che mangiano pane reale, non aria fritta e metafore.”
Meloni fece una pausa. Lasciò che le sue parole pesassero come piombo fuso sul tavolo di cristallo.
“Lei vuole il gesto simbolico. Lei vuole che io faccia la faccia feroce contro Trump per farle piacere. Ma lei lo sa, Gad – e mi permetta di chiamarla per nome visto che siamo in confidenza – lei lo sa cosa succede il giorno dopo che io ho mandato dieci Alpini a fare le statuine in Groenlandia?”
Lerner aprì la bocca per rispondere, ma lei lo zittì con un gesto della mano.
“Glielo dico io cosa succede. Succede che Trump, che non è un intellettuale da salotto ma un uomo che gioca duro, firma un decreto. E i dazzi del 10% sulle nostre esportazioni diventano realtà il secondo dopo.”
Bum. 💥
“Succede che le aziende dell’automotive. Della moda. Dell’agroalimentare. Quelle che portano i soldi a casa per milioni di operai italiani, si ritrovano con il mercato americano sbarrato. E tutto questo perché? Per i suoi dieci Alpini? Per il suo ‘segnale di autonomia’?”
“Ma la dignità di un Paese…” tentò di inserirsi Lerner, la voce incrinata.
Ma Meloni era un treno in corsa senza freni.
“La dignità di un Paese, Gad, si difende portando a casa i risultati! Non portando a casa i dazzi! Lei propone di fare un danno incalcolabile all’economia italiana per un capriccio estetico. Lei è pronto a sacrificare il lavoro degli italiani sull’altare della sua antipatia personale per Donald Trump.”
Si avvicinò ancora di più al microfono.
“Ma io no. Io ho una responsabilità diversa dalla sua. Lei deve riempire una colonna di giornale. Io devo riempire i piatti di chi mi ha votato. E se per difendere l’export italiano devo subire le sue lezioncine di coraggio da prima serata… beh, me ne faccio una ragione. Perché il mio coraggio consiste nel proteggere l’Italia, non nel mandarla al massacro per farle fare un bell’articolo di fondo.”
Lerner scosse la testa, con quel fare di chi trova l’interlocutore troppo volgare per comprendere le “alte vette” del pensiero geopolitico.
“Lei riduce tutto a una questione di bottega, Presidente. C’è una visione del mondo… C’è un’Europa che si sgretola…”
“NO, GAD!” Lo incalzò Meloni.
Gli occhi ora erano due fessure lucide.

“Io riduco tutto a una questione di REALTÀ! Quella realtà che voi avete perso di vista da decenni! Lei parla di Groenlandia come se fossimo in una partita di Risiko. Ma la vita vera non è un tabellone di cartone con i dadi colorati.”
“Se la Francia e la Germania vogliono mandare truppe per farsi i titoli dei giornali, facciano pure. Io guardo cosa serve all’Italia. E all’Italia, in questo momento, non serve una guerra diplomatica suicida per una questione territoriale che si sta giocando su tavoli molto più grandi della sua immaginazione.”
Meloni si schiarì la voce. Preparava l’affondo finale di questa prima ripresa.
“E mi lasci dire un’altra cosa sulle sue lezioni di coraggio. Lei dice che sono forte con i deboli. No, Gad. Io sono coerente con le regole. Ma sa cos’è veramente da vigliacchi?”
Il silenzio in studio era assoluto.
“È proporre soluzioni assurde, impraticabili e dannose, sapendo che tanto le conseguenze non le pagherà lei. Lei propone di mandare gli Alpini al freddo e gli operai in cassa integrazione. Ma lo fa dal caldo di questo studio televisivo. Questo non è coraggio, Gad. Questa è ipocrisia cosmica.”
Il pubblico non osava applaudire, ma l’elettricità era cambiata. Non era più tensione. Era shock.
Gad Lerner incassò il colpo. Ma il suo mestiere è quello di non darlo a vedere. Si schiarì la voce, picchiettando la penna sul taccuino con un ritmo nervoso che tradiva la sua irritazione.
Non era abituato a essere trattato come un “intellettuale da salotto” con tale ferocia.
“Presidente,” replicò Lerner, cercando di recuperare il suo tono serafico, “la sua abilità nel trasformare ogni critica in una lotta di classe al contrario è quasi ammirevole. Ma lei commette un errore di fondo.”
Si tolse gli occhiali e li posò sul tavolo.
“Quando parlo di dieci Alpini, lei si attacca al numero, alla logistica, alla bolletta. Tipico. È la riduzione della politica a ragioneria di bassa lega. La mia era una metafora! Un simbolo!”
“Capisco che per chi ha una visione del mondo così materiale, il simbolo sia un concetto difficile. Ma l’Italia che lei sta costruendo è un’Italia senza anima. Un Paese che ha barattato il suo ruolo di guida morale per un piatto di lenticchie. O meglio, per la speranza che Trump le faccia una carezza sulla testa anziché un dazio.”
Lerner si giocò il tutto per tutto.
“Parliamo di cose serie. La Groenlandia non è solo geopolitica. È l’epicentro del collasso climatico. È il simbolo di una terra che muore sotto i colpi dell’estrattivismo selvaggio che Trump vuole accelerare. Mandare quegli Alpini significava dire che l’Italia sta dalla parte del Pianeta, non della sua svendita.”
Era l’attacco perfetto. Spostare il piano dalla realtà economica a quella etica e ambientale. Chi oserebbe contraddire il salvataggio del pianeta?
Giorgia Meloni non batté ciglio. Anzi, stavolta lasciò partire una risata breve. Amara. Che risuonò nello studio come uno schiaffo in faccia. 😂
“Ecco che arriva la cavalleria!” esclamò lei, scuotendo la testa.
“Quando non sapete più come giustificare una proposta strampalata… tirate fuori il Clima. È meraviglioso.”
“Gad, mi segua bene, perché qui il corto circuito è totale. Lei vorrebbe che io mandassi degli Alpini, dei militari addestrati alla guerra, a fare cosa? A fermare lo scioglimento dei ghiacciai con le mani nude? A fare da scudo umano contro le trivelle americane?”
Meloni divenne improvvisamente serissima. La voce una lama.
“Vede, il suo è il tipico narcisismo della sinistra. Usare le crisi del secolo per giustificare delle sciocchezze tattiche nel presente. Lei parla di anima e di pianeta, ma la verità è che lei odia Donald Trump talmente tanto da essere disposto a tutto. Persino a usare l’ecologia come paravento per una provocazione militare che non ha né capo né coda.”
“Mi dice che sono cinica perché difendo il lavoro degli italiani? Beh, allora sono orgogliosamente cinica. Perché sa chi paga il prezzo delle sue ‘visioni d’alto bordo’?”
Puntò l’indice verso di lui.
“Non sono quelli che frequentano le sue stesse librerie nel centro di Milano. Sono le persone che, se i dazzi di Trump diventano realtà, perdono il turno di notte in fabbrica. Per quelle persone, il collasso del bilancio familiare è molto più immediato e doloroso del suo collasso morale.”
“Ma l’isolamento internazionale…” provò a ribattere Lerner, ormai visibilmente rosso in volto.
“Ma quale isolamento, Gad?!” Lo sovrastò lei. 🌊
“L’isolamento è quello in cui vivete voi! Lei pensa che Macron ci rispetti di più se mandiamo dieci Alpini a congelarsi? No, Gad. Macron ci rispetta se siamo un partner affidabile. Serio. Che sa quando trattare e quando tacere.”
“Il suo è un concetto di politica estera da asilo nido. Vado lì, metto la bandierina e faccio la linguaccia al bullo. Ma la politica delle grandi nazioni è una cosa seria.”
Meloni si alzò leggermente sulla sedia. Era il momento del colpo di grazia.
“Lei mi chiede che nazione lascerò ai miei figli? Glielo dico io.”

“Lascerò una nazione che ha smesso di farsi prendere in giro da chi, come lei, pensa che la dignità si compri con le comparsate in TV. Lascerò una nazione che sa stare al mondo. Che difende i suoi confini e i suoi portafogli.”
“E soprattutto… lascerò una nazione dove i soldati vengono trattati con rispetto. Non come pedine da mandare in Groenlandia per farle scrivere un editoriale accorato su Vanity Fair.”
Lerner cercò di recuperare l’ultima parola, la voce tremante per l’indignazione.
“Lei ha una visione piccina, Presidente. I grandi sognano e agiscono!”
“I grandi agiscono,” concluse Meloni con un sorriso letale, “mentre i piccoli sognano di mandare gli altri a morire di freddo per un’idea sbagliata.”
“Lei agiti pure i suoi sogni, Gad. Io continuo a occuparmi del sonno dei miei cittadini. Se vuole la Groenlandia, le compro un biglietto di sola andata. Ci sono un sacco di ghiacciai da osservare. Ma lasci stare gli Alpini. Loro hanno cose molto più serie di cui occuparsi che non soddisfare i suoi capricci da salotto.” 🎫❄️
Nello studio esplose un applauso che Massimo Gramellini fece fatica a contenere.
Gad Lerner rimase a bocca aperta per un istante, cercando una replica che non arrivò mai. Si limitò a scarabocchiare qualcosa sul suo taccuino, ma la penna sembrava pesantissima.
Giorgia Meloni si sistemò la giacca con un gesto rapido. Deciso.
La fiammella non era affatto spenta. Quella sera, tra i ghiacci immaginari della Groenlandia, aveva bruciato ogni residua pretesa di superiorità morale del suo interlocutore.
“Credo che per stasera abbiamo detto tutto,” disse Gramellini con un filo di voce.
Le telecamere staccarono mentre Meloni, con un cenno del capo appena accennato a Lerner, si alzava per lasciare lo studio. Camminava con il passo di chi sa che fuori da quelle luci c’è un Paese reale che non aspetta altro che concretezza.
E Lerner? Lerner restò lì. Solo, con i suoi appunti e il suo biglietto immaginario per la Groenlandia.
Sipario. 🎬
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