Accomodatevi pure, signori. Spegnete i cellulari, chiudete le porte.
Quello che state per vedere non è politica. Non è un dibattito parlamentare. Non è nemmeno uno scontro ideologico.
È un’esecuzione in diretta nazionale. 🩸
E no, non stiamo esagerando. Se pensate che Montecitorio sia solo il luogo dove si votano le leggi, non avete capito nulla di come funziona il potere in Italia. È un teatro, certo, ma un teatro dove le lame sono vere e il sangue, metaforicamente parlando, macchia i tappeti rossi del Transatlantico.
Elly Schlein pensava di aver teso la trappola perfetta. Era arrivata in aula carica, con i suoi appunti colorati, i suoi grafici stampati su fogli A4 svolazzanti e quella convinzione, quasi commovente, di avere la vittoria in tasca.
Ha commesso l’errore più vecchio del mondo. L’errore del dilettante che sfida il banco al casinò senza aver contato le carte.
Ha sfidato un professionista del potere senza aver controllato i propri archivi. O forse, peggio ancora, senza sapere cosa ci fosse dentro quegli archivi.
Mentre la sinistra piange in diretta TV per le fioraie di Taurianova – storia toccante, per carità, ma politicamente debole come un castello di sabbia durante l’alta marea – Giorgia Meloni ha fatto qualcosa che nessuno si aspettava.
Non ha urlato. Non si è scomposta.
Ha semplicemente calato sul tavolo 136 miliardi di euro e un fantasma. 👻

Un fantasma del 2011 che nessuno, assolutamente nessuno tra i banchi dell’opposizione, voleva risvegliare.
Volete sapere come si distrugge un’opposizione in tre mosse? Restate seduti. Vi mostreremo noi quello che i telegiornali non hanno il coraggio di dirvi, perché troppo impegnati a copiare le veline di partito.
Benvenuti nei segreti del potere.
Il sipario di Montecitorio si alza su una farsa che farebbe impallidire i migliori sceneggiatori di Broadway. Ma qui l’odore non è di popcorn. È odore di cerone e di paura.
Al centro del palcoscenico c’è lei, la nostra eroina dell’opposizione. Stringe quel foglio A4 con la stessa foga con cui un naufrago stringerebbe un asse di legno marcio in mezzo all’oceano in tempesta.
È il suo grafico di carta. Un pezzetto di cellulosa che, nella sua testa, dovrebbe ribaltare le sorti di un impero.
Schlein ci crede. Ci crede davvero. I suoi occhi brillano della luce dei giusti.
Ma dall’altra parte del tavolo siede lei. Giorgia.
La giocatrice di scacchi che non gioca per partecipare. Lei gioca per cancellare l’avversario dalla scacchiera della storia. Non vuole vincere la partita; vuole umiliare il re avversario.
Il silenzio nell’aula è talmente denso che potresti tagliarlo con un bisturi. Uno di quei bisturi che, ironia della sorte, negli ospedali pubblici a quanto pare non si trovano più.
Avete mai visto un dilettante sfidare un professionista del bluff a poker?
Il clima è quello delle grandi occasioni o dei grandi funerali politici. Dipende da che parte dell’emiciclo siete seduti.
Schlein inizia il suo monologo. La strategia è chiara: emozionare. Punta al cuore, o alla pancia.
Parla di fioraie a Taurianova, cita incontri casuali, storie di popolo, quel sentimentalismo spicciolo che serve quasi sempre a coprire l’assenza di una strategia macroeconomica degna di questo nome.
Ci racconta che gli italiani devono scegliere se mangiare o curarsi. Un’immagine potente, devastante, non c’è che dire. Funziona sui social, funziona nelle clip di TikTok.
Peccato che in questo salotto del potere, il cinismo sia l’unica moneta che circola davvero. E le lacrime non sono quotate in borsa.
Mentre la Schlein sciorina numeri come se fosse alla tombola della parrocchia – “65.000 infermieri mancanti!”, “30.000 medici in fuga!” – la Meloni la osserva.
La osserva con quel mezzo sorriso. Lo avete visto? Quel sorriso appena accennato, quasi impercettibile.
È lo sguardo di un predatore che aspetta che la preda finisca le munizioni prima di muovere un solo muscolo. È la calma prima della tempesta perfetta.
La satira del potere ci insegna una regola fondamentale: quando un politico cita la “gente incontrata per strada”, di solito è perché non ha letto i bilanci. O perché i bilanci gli danno torto.
Ma Elly ci prova fino alla fine. Sventola quel grafico come se fosse la Sacra Sindone. Ci dice che la spesa sanitaria è al minimo storico. Parla di PIL, di percentuali, di algoritmi della disperazione.
È convinta di aver incastrato la Premier. È convinta che quel pezzetto di carta sia la pistola fumante di un delitto perfetto.
Ma nel mondo reale? Quello dei flussi finanziari e dei mercati che non dormono mai?
In quel mondo i grafici si leggono in un altro modo. E la Meloni, che di bilanci ne mastica più di quanto la Schlein ne abbia mai sognati nei suoi anni universitari, sta per spiegarle la differenza tra un’opinione e un bonifico bancario da miliardi di euro.
Mentre a sinistra si contano i capelli persi per lo stress da opposizione e si cercano slogan efficaci, a destra si contano i milioni. E non sono pochi.
Stiamo parlando di un Fondo Sanitario Nazionale portato alla cifra mostruosa di 136 miliardi e 500 milioni per il 2025. 💰
Fermatevi un attimo. Rileggete il numero.
136 miliardi.
Sono numeri che fanno girare la testa a chiunque abbia un minimo di senno contabile. Sono 10 miliardi in più rispetto a quando questo governo si è insediato.
Dieci. Miliardi.
Ma la Schlein insiste. Non molla l’osso. “Il PIL!”, grida. “In rapporto al PIL è calato!”.
È come se un naufrago si lamentasse che l’oceano è troppo grande mentre qualcuno gli sta porgendo un salvagente d’oro massiccio incastonato di diamanti.
La Meloni non si scompone. Sa che la retorica della sinistra è un castello di carte costruito su un terreno fangoso. Un terreno che lei stessa, con la sua freddezza chirurgica, sta per drenare completamente.
Sapete qual è il vero segreto che si nasconde dietro questi sorrisi di facciata?
La Premier si alza. Il movimento è teatrale, quasi regale. Aggiusta il microfono.
Non risponde alle provocazioni. Le smonta. Pezzo dopo pezzo.
Accusa l’avversaria di mentire per propaganda. È un’accusa pesante, lanciata con la grazia di un boia che verifica la tenuta della corda prima dell’esecuzione.
Rivendica i fatti. Rivendica i numeri. Spiega che non esiste un nesso logico tra la crescita economica e la qualità del sistema se non ci metti i soldi veri.
E i soldi, Giorgia ce li ha messi.
È qui che l’ironia diventa tagliente come un rasoio. Mentre il PD si crogiola nei suoi ricordi di governo, cullandosi nella memoria di tempi migliori che forse non sono mai esistiti, la Meloni sbatte in faccia alla Schlein la realtà di un bilancio che non ha precedenti.
È il vincitore che parla la lingua della verità aritmetica, lasciando al perdente solo le briciole di una narrazione emotiva che non paga le bollette delle ASL.
Ma la vera perla di questo spettacolo machiavellico deve ancora arrivare.
Meloni tocca un tasto dolente. I medici a gettone. 🩺
Quelle cooperative che affittano camici bianchi come se fossero auto a noleggio per il weekend, guadagnando cifre folli sulle spalle del contribuente.
Un sistema odioso. Una privatizzazione selvaggia nata e cresciuta sotto gli occhi distratti – o forse complici? – di chi oggi siede all’opposizione.
Il governo dice di averlo fermato. Dice di aver messo un limite all’intramoenia, quella pratica pazzesca dove un medico faceva nove visite nel pubblico e novanta nel privato usando lo stesso ospedale, la stessa stanza, le stesse macchine pagate da noi.
È la farsa della sanità a due velocità. Un teatro dell’assurdo dove il paziente è solo un figurante senza battute, costretto a pagare il biglietto due volte.
La Premier si presenta come la restauratrice dell’ordine. Colei che pulisce le stalle di Augia, lasciate sporche da dieci anni di gestione progressista.
Immaginate la scena. La tensione sale.
La Schlein che parla di ideologia, di massimi sistemi, di diritti universali. La Meloni che risponde con i rinnovi contrattuali e le indennità per il pronto soccorso. Cassa, soldi, bonifici.
È un duello impari. Da una parte la filosofia, dall’altra la ragioneria di Stato. E i soldi, si sa, non hanno tempo per le chiacchiere da bar o per le macumbe elettorali.
Già, le “Macumbe”. 🔮
La Meloni accusa apertamente l’opposizione di sperare nel disastro per risalire nei sondaggi. È un’analisi psicologica brutale. Il potere che smaschera il desiderio segreto di fallimento altrui.
“State lì a fare le macumbe”, dice la Premier.
Una frase che trasforma l’aula di Montecitorio in un antro di streghe politiche, dove la Schlein viene dipinta come una sacerdotessa della sventura che agita grafici invece di pozioni magiche.
Eppure…
Sotto questa pioggia di milioni e di accuse c’è un dettaglio. Un dettaglio che brilla per la sua assenza. Un vuoto pneumatico che la Meloni sta per riempire con una rivelazione che cambierà il senso di tutta la storia.
Siamo arrivati al cuore del labirinto.
La tensione è al massimo. La Schlein è convinta di aver dato il colpo di grazia con il suo grafico, ma non sa che sta per camminare dritta su una mina antiuomo piazzata nel 2011.
Vi siete mai chiesti chi decide davvero come devono essere spesi i vostri soldi in ospedale?
Non è il medico di base. Non è il primario.
È un documento fantasma. Un piano che non esiste. O meglio, che non veniva aggiornato da quando i social network erano ancora agli albori e l’iPhone 4 era l’ultimo grido tecnologico.
La Meloni sta per svelare l’incompetenza strutturale di un’intera classe dirigente. Sta per togliere la maschera a chi ha governato senza una bussola, lasciando che il Servizio Sanitario Nazionale andasse alla deriva come una nave senza timoniere in mezzo all’Atlantico.
Il vincitore sta per calare l’asso di briscola. E il perdente non ha nemmeno più le carte in mano per rispondere.
Ed ecco il colpo di scena. 💥

Il momento in cui la maschera cade e rivela il vuoto spaventoso della gestione precedente. Giorgia Meloni, con la calma glaciale di chi sta per recitare un’orazione funebre, lancia la sua bomba atomica politica.
“Sapevate qual è l’ultima volta che in Italia è stato scritto un Piano Sanitario Nazionale?” chiede, con voce ferma.
Il silenzio in aula diventa assordante. Qualcuno tra i banchi del PD sbianca. Forse ricordano. Forse speravano che nessuno se ne accorgesse.
“Ve lo dico io. Era il 2011.”
Un’era geologica fa.
C’era ancora il centrodestra. Berlusconi. Tremonti. Un altro mondo.
Per dieci lunghi anni, mentre la sinistra si alternava al potere tra un aperitivo a Capalbio, una scissione interna e una poltrona a Palazzo Chigi, nessuno – ripeto, NESSUNO – ha pensato di aggiornare la bussola della nostra salute.
Dieci anni di navigazione a vista. Dieci anni di macumbe, sperando che il sistema reggesse per inerzia.
La Schlein incassa il colpo. La sua espressione è un capolavoro di sconcerto. La vena sul collo sembra voler uscire dal velluto della camicia.
È il perdente che realizza di essere stato trascinato in una trappola che lui stesso ha costruito, mattone dopo mattone, con un decennio di pigrizia burocratica.
Ma vi rendete conto del livello di dilettantismo strategico necessario per governare un Paese del G7 senza un piano industriale per la vita dei cittadini?
Qui la satira diventa tragedia greca.
Mentre la Schlein sventola il suo grafico, la Meloni le ricorda che i 136 miliardi e 500 milioni di euro stanziati per il 2025 non sono bruscolini. Sono capitali che farebbero gola ai più grandi fondi di Private Equity del mondo.
Eppure, per la sinistra questi soldi non esistono perché “non sono rapportati al PIL”.
È la superiorità intellettuale dei ragionieri che hanno perso il contatto con la cassa. La Meloni ride di questo approccio. Lo schernisce. Spiega che non è che se l’economia va meglio, magicamente i letti d’ospedale si moltiplicano per partenogenesi.
Ci vogliono i soldi. E i soldi, in termini assoluti, non sono mai stati così tanti.
La Schlein però non ci sta. Prova a rialzarsi, come un pugile suonato al nono round. Cerca di restituire il colpo citando il passato remoto.
Ricorda alla Meloni che lei era al governo con Berlusconi quando fu messo il tetto alle assunzioni.
È il gioco del “Tu l’hai fatto prima!”. Una danza macabra tra le macerie di un sistema che entrambi hanno contribuito a indebolire, chi per azione, chi per omissione.
Schlein parla di “Tassa Meloni”. Dice che i cittadini hanno dovuto sborsare 4 miliardi di euro di tasca propria in un solo anno.
Quattro miliardi. Una cifra che farebbe impallidire un broker di Wall Street.
È qui che il cinismo machiavellico raggiunge l’apice. Il governo dà con una mano la riforma dell’IRPEF e toglie con l’altra la necessità di pagarsi una visita oculistica nel privato.
È il capolavoro del bilancio creativo: trasformare un risparmio fiscale in un costo sanitario obbligatorio.
Una partita di giro che premia solo le grandi compagnie di assicurazione sanitaria, che già si sfregano le mani guardando questo sfacelo programmato.
Credete davvero che sia solo incompetenza? O c’è qualcuno che sta brindando all’ombra di queste liste d’attesa infinite? 🥂
Il sipario si sposta sulle ASL.
Genova, ASL 3. Dicembre. 159 giorni per una visita oculistica. Oggi? 266 giorni. Quasi nove mesi.
Il tempo di concepire e far nascere un bambino solo per scoprire se hai bisogno di un paio di occhiali nuovi.
A Torino le colonscopie sono diventate un miraggio, un oggetto del desiderio per pochi fortunati.
La Schlein usa questi dati come proiettili, ma la Meloni risponde con la freddezza di chi ha già stanziato 870 milioni per abbattere quelle liste.
La verità? Siamo nel mezzo di una guerra di logoramento finanziario.
Il Potere Ombra – i mercati, i grandi gruppi della sanità privata, i lobbisti del farmaco – osserva questo scontro con la stessa partecipazione con cui un avvoltoio osserva un animale ferito nel deserto.
Più il pubblico arranca, più il mercato delle polizze e dei ticket esplode. È il business della paura e la politica ne è il miglior ufficio marketing.
Mentre a sinistra si contano le sconfitte elettorali, a destra si contano i dividendi del settore sanitario privato.
La farsa si conclude con la Schlein che cita “la ragazza di Terni senza voce”. È l’ultimo atto del dramma. La politica che usa il dolore umano per strappare un applauso o un voto di simpatia.
Ma la verità, quella sporca e indicibile, è che entrambi gli schieramenti sono burattini senza fili nelle mani di un’entità superiore: il Patto di Stabilità.
I burocrati di Bruxelles hanno già deciso da tempo che la sanità italiana è un costo da tagliare, non un investimento da proteggere. La Meloni esegue gli ordini con la precisione di un ufficiale di carriera. La Schlein protesta con la foga di un’attrice di metodo.
Ma il risultato non cambia.

Il bilancio dello Stato è blindato. La salute è diventata un bene di lusso e, come ogni bene di lusso, sarà riservato a chi può permettersi di pagare il prezzo del biglietto.
Il sipario cala. Le luci si spengono. L’aula di Montecitorio si svuota.
Restano solo i grafici di carta abbandonati sui banchi, stracciati e inutili. E l’odore di un potere che si autoalimenta, mentre il Paese reale aspetta mesi per un’ecografia.
Il vincitore ha vinto la battaglia comunicativa. La Meloni ne esce rafforzata, cinica, invincibile. Il perdente ha perso l’ennesima occasione per essere credibile. La Schlein ne esce ridimensionata, confusa, dilettantesca.
Ma il vero sconfitto sei tu.
Tu che guardi questo spettacolo e ti rendi conto che alla fine il conto della cena lo paghi sempre tu. E non è una cena di gala.
È una dieta forzata imposta da chi ha trasformato il tuo diritto alla vita in una voce di costo da limare per far quadrare i conti con l’Europa.
Vi sentite più sicuri ora che sapete che ci sono 136 miliardi sul tavolo? O avete già iniziato a risparmiare per la vostra prossima visita privata?
La risposta non la troverete nei talk show urlati. La troverete nel silenzio delle corsie d’ospedale a mezzanotte, dove l’unica cosa che corre veloce sono i debiti e la disperazione di chi non ha una polizza assicurativa d’oro.
E intanto, nei corridoi del Nazareno, qualcuno sussurra ancora quel numero: 2011.
Chi ha tirato fuori quel documento? Chi ha armato la mano della Meloni? C’è una talpa? O è solo l’ennesima prova che il passato non muore mai davvero?
Il gioco è finito? O sta per iniziare un nuovo livello, ancora più spietato?
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DUECENTO MILIONI, MADURO E UN SILENZIO IMBARAZZANTE: GIORGIA MELONI SMASCHERA LA SINISTRA ITALIANA, METTE SOTTO I RIFLETTORI UN LEGAME SCOMODO E COSTRINGE TUTTI A FARSI UNA DOMANDA CHE NESSUNO VOLEVA SENTIRE. Per mesi la sinistra ha parlato di diritti, democrazia e lezioni morali, ma quando il nome di Nicolás Maduro entra nel dibattito, qualcosa si incrina. Giorgia Meloni non urla, non teatralizza: espone. Cifre, contesti, connessioni che trasformano una difesa ideologica in un caso politico esplosivo. L’Aula cambia atmosfera, i volti si irrigidiscono, le risposte diventano vaghe. Perché difendere un regime mentre scorrono milioni? Chi trae vantaggio da questo silenzio selettivo? Il colpo non è solo contro un avversario, ma contro un intero racconto che vacilla sotto il peso dei numeri. È un momento che segna una frattura netta: da una parte chi accusa, dall’altra chi viene messo a nudo. E quando le luci si abbassano, resta una certezza inquietante: dopo questa rivelazione, fingere di non sapere non è più un’opzione.
Signore e signori, benvenuti all’ultimo atto della farsa. Accomodatevi pure nelle vostre poltrone preferite. Spegnete i cellulari, chiudete le finestre,…
GAD LERNER ATTACCA GIORGIA MELONI SENZA FILTRI, LA PREMIER ESPLODE E RIBALTA IL TAVOLO: UNA FRASE DIVENTA MICCIA, LO STUDIO SI CONGELA, E LO SCONTRO TRA POTERE MEDIATICO E GOVERNO FINISCE FUORI CONTROLLO. Non è una critica qualunque. È un affondo che attraversa lo schermo e colpisce dritto al cuore del potere. Gad Lerner alza il tiro, Giorgia Meloni non incassa e reagisce con una mossa che nessuno si aspettava. Le parole diventano armi, i ruoli si ribaltano, e l’equilibrio salta in diretta. In pochi secondi il dibattito si trasforma in resa dei conti, con la sinistra mediatica costretta sulla difensiva e la Premier che avanza senza arretrare di un millimetro. Sguardi tesi, silenzi pesanti, reazioni nervose: tutto segnala che non è più solo uno scontro di opinioni, ma una battaglia sul controllo del racconto, dell’autorità, della legittimità. Quando Meloni risponde, il colpo è secco. E da quel momento, nulla resta come prima.
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