Quello che state per leggere non è un verbale di polizia, né una cronaca parlamentare. È la radiografia di un momento che non sarebbe mai dovuto accadere, eppure eccoci qui.

Chiudete gli occhi per un istante. Immaginate il rumore del silenzio. Non il silenzio tranquillo di una campagna all’alba, ma quel silenzio pesante, denso, carico di elettricità statica che precede l’arrivo di un uragano.

Siamo negli studi televisivi di Via Teulada. L’aria è viziata, riciclata da condizionatori che sembrano aver smesso di funzionare per la troppa tensione.

Le luci sono puntate al centro, violente, impietose. Illuminano un tavolo di cristallo a ferro di cavallo che sembra meno un elemento d’arredo e più una lastra di ghiaccio sottile su cui due pattinatori stanno per giocarsi la vita. 🔥

Da una parte, c’è l’Apocalisse gridata. Dall’altra, la Realpolitik sussurrata.

Sulle gradinate, il pubblico sembra trattenere il respiro collettivamente. Sono stati scelti con cura chirurgica: c’è lo studente universitario con la sciarpa rossa e le braccia conserte, c’è l’imprenditore del Nord-Est con la faccia segnata dalle scadenze fiscali, c’è la casalinga di Voghera che non sa se temere più la fine del mondo o la fine del mese.

Nessuno parla. Nessuno osa nemmeno tossire. Si dice che nel backstage, i produttori stessero sudando freddo, con il dito sospeso sul pulsante della pubblicità, pronti a staccare tutto in caso di rissa fisica. Perché la tensione non era politica. Era primordiale.

A sinistra: Greta Thunberg. L’icona. Il simbolo. La ragazza che ha fatto tremare le Nazioni Unite. Indossa la sua armatura moderna: felpa grigia col cappuccio, jeans consumati, scarpe da ginnastica che hanno calpestato i pavimenti dei palazzi di vetro di mezzo mondo.

Niente trucco. Le trecce sono lì, quel marchio di fabbrica che l’ha resa eterna bambina agli occhi del mondo, ma sotto le luci spietate dell’Italia, il suo viso appare diverso. Vulnerabile? Forse. O forse solo incredibilmente giovane.

Stringe tra le mani un plico di fogli stropicciati, vergati con un pennarello nero, come se fossero le tavole di una nuova legge mosaica. I suoi occhi saettano nervosi, cercando le telecamere, cercando quel contatto visivo che le serve per accendere la miccia.

A destra: Giorgia Meloni. Non è ancora seduta. Si sta accomodando con una lentezza che definire “calcolata” è un eufemismo. È una lentezza teatrale. Indossa un tailleur blu scuro, taglio sartoriale impeccabile, una corazza di tessuto che urla “Istituzione”.

Sulla giacca, la spilla tricolore brilla come un piccolo faro nella tempesta. Davanti a lei non ci sono fogli. Non ci sono appunti. Non c’è nulla. Solo un bicchiere d’acqua e una penna stilografica.

La Presidente appoggia la penna sul vetro. Click. Il rumore è impercettibile, ma in quello studio risuona come il cane di una pistola che viene armato.

Meloni non guarda la telecamera. Guarda Greta. E non la guarda con odio. Sarebbe troppo facile. La guarda con un’espressione indecifrabile, un misto di curiosità clinica e una calma quasi materna, quella pazienza infinita che si riserva ai capricci inevitabili.

Bruno Valli, il conduttore, un veterano che ne ha viste tante ma forse mai una così, dà il segnale. La sigla parte. Violini drammatici. Applauso breve, strozzato.

“Buonasera agli italiani”. La voce di Valli è grave. “Stasera non vedrete un’intervista. Vedrete lo scontro tra due mondi. L’attivismo che vuole fermare il pianeta per salvarlo, e il pragmatismo di chi deve far funzionare una nazione ogni maledetto giorno.”

Valli si gira verso Greta. “Greta, lei ha definito il nostro esecutivo fascista e complice di genocidio. Conferma queste parole davanti al Capo del Governo?”

È il momento. Greta si avvicina al microfono. Non parla italiano, ovviamente. L’inglese esce dalle sue labbra rapido, tagliente, mentre la traduzione simultanea fatica a starle dietro. Ma il tono… il tono non ha bisogno di interpreti.

“Assolutamente sì!” La voce le trema leggermente. Adrenalina pura. “Non ritiro nulla. Sono qui perché il vostro silenzio è assordante. Mentre a Gaza si consuma un genocidio, l’Italia vende armi. Stringete mani sporche di sangue!”

Il pubblico sussulta. Ma lei non si ferma. È un fiume in piena.

“Il vostro governo è fascista perché criminalizzate chi difende il pianeta! Ci trattate come terroristi! La vostra inazione è violenza! State rubando il mio futuro per proteggere i profitti delle fossili!”

Greta punta l’indice. Un gesto accusatorio, biblico. Il dito è dritto verso la faccia di Giorgia Meloni. “Siete dalla parte sbagliata della storia. E la storia vi giudicherà!” 💥

Dalle gradinate parte qualche fischio, subito soffocato. Greta si risiede, il petto che si alza e si abbassa velocemente. Pensa di aver vinto. Ha usato tutte le parole magiche: Genocidio. Fascismo. Futuro. Storia.

Di solito, a questo punto, il politico di turno balbetta. Cerca scuse. Si arrabbia. Perde le staffe. Giorgia Meloni, invece, fa la cosa più spaventosa di tutte. Sorride.

Non è un sorriso di scherno. È un sorriso stanco. Il sorriso di chi ha appena sentito un adolescente spiegare la vita dopo aver letto un post su Instagram. Prende il bicchiere. Beve un sorso d’acqua. Il tempo si dilata. Cinque secondi di silenzio televisivo sono un’eternità. Lei se li prende tutti.

Si avvicina al microfono. Voce bassa. Ghiaccio puro. “Ha finito, signorina Thunberg?”

Greta annuisce, sfidante, con il mento alto. “Bene,” dice la Meloni, intrecciando le dita sul tavolo. “Innanzitutto, benvenuta in Italia. Immagino sia arrivata con un volo privato, o una prima classe, visti i tempi. Ma non siamo qui per fare i conti in tasca alla sua impronta di carbonio. Sarebbe poco elegante.”

Boom. Primo colpo. Diretto al volto. Greta arrossisce, appena un’ombra sulle guance pallide. La Meloni non le dà tregua. Usa il suo nome di battesimo, “Greta”, spogliandola del titolo di icona globale e riducendola a ciò che è anagraficamente: una ragazza.

“Lei ha recitato un copione, Greta. E lo ha fatto con passione. Riconosco il talento. Ma vede, qui non siamo su un palco di un concerto rock. Siamo in uno studio della Repubblica Italiana. E le parole hanno un peso.”

La Meloni fa una pausa, lasciando che il concetto penetri nella stanza. “Lei ha usato la parola fascista. Lei sa cosa significa, o la usa come sinonimo di ‘cose che non mi piacciono’? Perché definire fascista un governo eletto con il più alto consenso popolare degli ultimi 15 anni è un insulto.”

La voce della Meloni si indurisce, impercettibilmente. “Non è un insulto a me. Io ho le spalle larghe. È un insulto ai milioni di italiani che hanno votato. Lei è venuta a casa nostra a dire a 60 milioni di persone che sono stupidi. Questa non è democrazia, signorina. Questa è arroganza. La tipica arroganza di chi crede di avere la verità in tasca solo perché ha i like su Instagram.”

Greta prova a interrompere: “Ma le vostre leggi…” Meloni alza una mano. Un gesto secco. Imperioso. Stop. ✋ “Non mi interrompa. Io l’ho ascoltata mentre mi insultava. Ora lei ascolta la realtà.”

La telecamera zooma sul volto della Presidente. Gli occhi brillano di una luce d’acciaio. “Lei parla di repressione. Ma in questo momento lei è in diretta sulla rete nazionale, davanti al Capo del Governo, libera di dire le peggiori atrocità sul mio conto. Nessuno l’ha fermata. Nessuno la arresterà stasera. Se fossimo nel regime che lei immagina, lei sarebbe al confino. Il fatto stesso che lei sia seduta lì, con quella felpa, a puntarmi il dito contro, è la prova vivente che lei sta mentendo.”

Greta sembra disorientata. Aveva preparato risposte sulla CO2, non sulla teoria costituzionale della libertà di parola. È andata fuori copione, e il panico inizia a serpeggiare nei suoi occhi.

“Andiamo avanti,” incalza la Meloni. Il ritmo accelera. Diventa un martello pneumatico. “Lei dice: fermiamo tutto. Blocchiamo il Paese. Lei si rende conto di cosa sta chiedendo? Lei ha mai lavorato, Greta?”

La domanda cade come un macigno. “Ha mai timbrato un cartellino alle sei del mattino? Ha mai aspettato un autobus per andare a fare una chemioterapia, pregando che arrivi in tempo? Quando lei e i suoi amici vi sedete sul Raccordo Anulare, voi non danneggiate me. Io mi muovo con la scorta. Io arrivo dove devo arrivare.”

La Meloni si sporge in avanti. “Voi danneggiate il precario che se arriva tardi perde il posto. Bloccate l’ambulanza. Rovinate la vita a quel popolo che dite di voler salvare. La sua non è giustizia climatica. È un hobby da ricchi che giocano alla rivoluzione sulla pelle dei poveri.” 💔

Dalle gradinate esplode un applauso. Spontaneo. Rabbioso. Non è l’applauso educato dell’inizio. È l’applauso della gente comune, di chi prende la metro ogni mattina. Greta si guarda intorno, smarrita. Il pubblico non è con lei. Il terreno le sta franando sotto i piedi.

“No!” grida Greta, cercando di sovrastare il rumore. “La casa sta bruciando! Cosa importa del traffico se tra vent’anni saremo sommersi?! Voi guardate il dito e non la luna!”

Meloni attende. Lascia che Greta sfoghi la frustrazione. Si gode il momento di debolezza. “Ecco la differenza,” riprende la Presidente, con un tono ancora più basso, costringendo tutti a tendere l’orecchio. “Lei vive in un film catastrofico hollywoodiano. Io devo vivere nel presente.”

“Facciamo un gioco, Greta. Io stasera firmo un decreto. Chiudiamo l’ENI. Spegniamo tutto. Sa cosa succede domani mattina? Non salviamo il pianeta. Domani mattina l’Italia fallisce. Le industrie chiudono. Le famiglie restano al gelo. Gli ospedali senza luce. Morirebbero migliaia di persone. Non tra vent’anni. Domani.”

Meloni sorride di nuovo. Un sorriso tagliente come un rasoio. “Lei è disposta a sacrificare milioni di italiani oggi per una sua teoria statistica sul domani? È facile fare i radicali con la pancia piena e il welfare svedese alle spalle. Ma la transizione ecologica si fa con la tecnologia, non con i capricci di una ventenne che non ha mai dovuto pagare una bolletta.”

Valli interviene, quasi per pietà. “Presidente, però l’accusa su Gaza è pesante…”

L’atmosfera cambia ancora. Se prima era politica interna, ora si entra nel campo minato. E la Meloni sembra pronta a far saltare tutto per aria. “Ah, già. Il genocidio.” Scande la parola con disprezzo, non per il concetto, ma per come viene usata.

“Greta, lei sa dov’è il Mar Rosso sulla cartina? Sa chi sono gli Houthi? O le sue informazioni vengono da video di 15 secondi su TikTok?” Greta apre la bocca, ma la Meloni la asfalta. “Lei mi accusa di vendere armi. Lei ignora, o finge di ignorare, la legge 185 del 1990. Noi abbiamo le leggi più severe al mondo. Ma a lei non interessa la verità. Le interessa lo slogan. Vuole il cattivo per sentirsi l’eroina.”

La Meloni incrocia le braccia. “Le dirò di più. Lei parla di diritti umani, ma sfila a braccetto con chi impicca gli omosessuali e tratta le donne come bestiame. Mi dica, Greta: nel suo mondo ideale, che fine farebbe una ragazza come lei a Teheran se scendesse in piazza senza velo? Non finirebbe in TV. Finirebbe in una fossa.” 😱

Il gelo in studio è totale. Greta è pallida, rimpicciolita sulla sedia. La narrazione “Buoni contro Cattivi” è andata in pezzi.

“Lei è una donna fortunata, Greta,” conclude la Meloni questo round, letale. “Lei è figlia di quell’Occidente capitalista che tanto disprezza. È quel sistema che le permette di essere ricca, famosa e di insultarmi in faccia. Lei è il prodotto di lusso del mondo che vuole distruggere. E questa è l’ironia più triste della serata.”

Valli cerca di rianimare il dibattito. “Greta, vuole replicare?” Greta si raddrizza. Gli occhi brillano di una luce fanatica. “Il denaro è un’invenzione! La fisica è reale! Se superiamo 1.5 gradi non ci sarà economia! Voi siete ossessionati dal PIL mentre tutto collassa! La soluzione è smettere! Adesso! Voi vivete in una fantasia dove si negozia con la fisica!”

Batte la mano sul tavolo. Un gesto che voleva essere potente, ma risulta petulante. Giorgia Meloni non batte ciglio. Aspetta due secondi. Poi si rivolge a Valli, ignorando Greta.

“Vede Valli? Loro vogliono la decrescita infelice. La povertà di Stato.” Poi torna a fissare la svedese. “Lei vuole spegnere tutto? Bene. Mi dica il fattore di capacità medio di un impianto eolico offshore nel Mediterraneo rispetto al Mare del Nord. Mi dica come garantisce il base-load senza gas e senza nucleare. Sa quanto cobalto serve per le batterie? Sa che quel cobalto lo estraggono bambini della sua età in Africa?”

Greta balbetta qualcosa sulle rinnovabili. “No, no,” incalza la Meloni. “Non mi risponda con gli slogan. Mi risponda con i numeri. Conosce la differenza tra potenza installata ed erogata?” Silenzio. Greta fissa il tavolo. Non la conosce. O non sa spiegarla lì.

“Vede,” continua la Meloni, con una cortesia disarmante, “è facile urlare ‘How dare you’. È difficile studiare come funziona una rete ad alta tensione. Lei è un simbolo. E i simboli vanno bene per le bandiere, non per scrivere le leggi di bilancio.”

Poi, l’affondo finale. Quello sull’orgoglio nazionale. “Lei ha descritto l’Italia come una Repubblica delle Banane. Pensa che siamo un popolo di camerieri pronti a farsi insultare dal turista di turno. Pensa che siccome siamo italiani, può venire qui a trattarci come una colonia culturale.”

La Meloni indica lo studio, il pubblico, le telecamere. “Questa nazione ha inventato il diritto, l’arte, l’università. Siamo il G7. Non siamo un parco giochi per rivoluzionari annoiati. Quando lei dice ‘Bloccate tutto’, insulta chi ha ricostruito questo Paese dalle macerie. Insulta le forze dell’ordine che garantiscono la sua sicurezza mentre lei le chiama fasciste.”

“Le istituzioni criminali…” prova a dire Greta. “Le istituzioni sono l’unica cosa che ci separa dalla barbarie!” tuona la Meloni. “Lei è un’anarchica curiosa. Chiede allo Stato leggi draconiane, ma poi disprezza lo Stato quando le chiede di rispettare le regole. Vuole i diritti senza i doveri.”

Meloni guarda l’orologio. “E la Cina? Non ne parla mai. L’Italia fa meno dell’1% delle emissioni. La Cina il 33%. Ma lei non va a Piazza Tienanmen a urlare contro Xi Jinping, vero? Sa perché? Perché lì non c’è Bruno Valli. Lì ci sono i campi di rieducazione. Lei attacca solo le democrazie occidentali, le uniche che la ascoltano. Lei, senza saperlo, è l’idiota utile dei peggiori regimi del pianeta.”

Greta è finita. Il fascicolo di fogli è ormai carta straccia. La Meloni abbassa la voce in un sussurro teatrale che entra in ogni casa d’Italia. “Lei crede di essere la rivoluzione. Ma lei è solo marketing. E il marketing passa di moda. La realtà resta. E gli italiani sono stanchi dei vostri sermoni. Stasera ha capito che l’Italia non porge più l’altra guancia.”

Valli: “Siamo in chiusura. Greta, ultima battuta.” Greta guarda la telecamera. Non c’è più spavalderia. C’è paura. “È legittima difesa! Violare la legge è un dovere morale quando la casa brucia! Non mi importano le vostre regole!”

Meloni chiude la penna stilografica. Click. Sentenza inappellabile.

“Vede Greta, lei confonde la libertà con l’anarchia. Lei pensava che l’Italia fosse terra di conquista. Si sbagliava.” La Meloni si sporge, invadendo lo spazio vitale dell’attivista. “Da questo momento, lei non è più l’icona intoccabile. Lei è un ospite. Se domani lei o i suoi seguaci bloccherete una sola strada, un solo autobus, le forze dell’ordine interverranno. E non per fascismo, ma per garantire la libertà degli italiani.”

La voce diventa gelida. “E se violerà la legge, ne risponderà davanti a un giudice. Come tutti. Niente sconti. Niente passerelle. Solo la legge. L’Italia non è un fondale per i vostri selfie, signorina Thunberg. È una nazione sovrana. Buon rientro in Svezia, o buona permanenza nelle nostre aule di giustizia. A lei la scelta.”

Senza aspettare replica, Giorgia Meloni si alza. Raccoglie le sue cose. Si gira ed esce dallo studio con passo marziale. Il pubblico resta un istante in sbigottimento. Poi esplode. Un’ovazione liberatoria, quasi violenta.

Greta rimane sola al tavolo di cristallo. Piccola. Silenziosa. Sotto i riflettori impietosi che sembrano interrogarla. La sigla di coda parte, sfumando l’immagine di una sconfitta totale. Schermo nero. 👀

⚠️IMPORTANTE – RECLAMI⚠️

Se desideri che i contenuti vengano rimossi, invia un’e-mail con il motivo a:[email protected] Avvertenza. I video potrebbero contenere informazioni che non devono essere considerate fatti assoluti, ma teorie, supposizioni, voci e informazioni trovate online. Questi contenuti potrebbero includere voci, pettegolezzi, esagerazioni o informazioni inaccurate. Gli spettatori sono invitati a effettuare le proprie ricerche prima di formulare un’opinione. I contenuti potrebbero essere soggettivi.