Ci sono istanti, nella televisione in diretta, in cui la realtà strappa il velo della finzione.

Solitamente vediamo un teatrino ben orchestrato: ognuno ha il suo ruolo, le battute sono prevedibili, l’indignazione è calcolata al millimetro per lo share.

Ma quella sera di dicembre, nello studio romano di Rete 4, è successo qualcosa di diverso. Qualcosa che non era scritto in nessun copione. 🔥

Fuori, la Capitale era stretta in una morsa di gelo umido, un freddo che ti entra nelle ossa, specchio perfetto di un Paese nervoso, stanco, perennemente in bilico.

Dentro, invece, l’aria era rovente.

I riflettori sparavano fasci di luce bianca, quasi clinica, sul centro della scena.

Il conduttore, Paolo Del Debbio, si muoveva come un felino nel suo territorio.

Camminava avanti e indietro, le mani in tasca, saggiava il terreno come un pugile esperto che studia l’angolo prima del gong.

Non era il solito Del Debbio. C’era un’elettricità strana nel suo sguardo.

Chi lo conosce bene, chi lavora dietro le quinte di Mediaset, sussurrava che quella sera “aveva il dente avvelenato”.

Forse per le troppe critiche lette sui giornali al mattino, forse perché sentiva che la narrazione del Paese reale si stava sccollando troppo da quella dei salotti televisivi. ⚡

La sigla esplode. Ottoni, percussioni, un suono trionfale che fa vibrare le gradinate.

Il pubblico applaude, ma non è l’applauso di cortesia.

Sono facce vere, segnate. Pensionati con i cappotti pesanti tenuti sulle ginocchia, partite IVA con lo sguardo di chi fa i conti ogni fine mese, madri di famiglia.

Del Debbio li guarda uno per uno. Si sistema la giacca sulla pancia, un gesto quasi rituale.

Poi la luce rossa della telecamera si accende.

“Buonasera! Buonasera a ciascuno di voi”.

La voce è quella di sempre: graffiante, roca, una voce che sembra fatta di asfalto e tabacco, perfetta per strappare via la patina dorata della diplomazia politica.

“Siamo qui. Un’altra settimana è passata e io continuo a sentire la stessa musica. Un disco rotto”.

Inizia così, con un monologo che è già una dichiarazione di guerra.

“Dicono che è tutto finito. Che il governo è al capolinea. Che la gente è alla disperazione e pronta alla rivolta. Bene, stasera vediamo se è vero. Ma lo facciamo a modo mio”.

Pausa teatrale. Si toglie gli occhiali, li fa dondolare.

Poi, lo sguardo si sposta verso l’area ospiti. Ed è lì che inizia il vero spettacolo.

Alla sua sinistra, seduta con una compostezza glaciale, c’è Karima Moual.

Giornalista preparata, penna affilata di Repubblica e La Stampa, volto noto dei talk show progressisti.

Indossa un completo blu elettrico che stride con i colori caldi dello studio.

La sua postura è rigida, quasi una sentenza giudiziaria vivente.

Ha lo sguardo di chi sa di avere ragione a prescindere, di chi è venuto non per discutere, ma per educare.

È convinta di avere in tasca gli argomenti vincenti per chiudere la partita in cinque minuti.

Crede di essere lì per celebrare il funerale politico di Giorgia Meloni.

Non sa, povera lei, che sta per entrare in un tritacarne. 🥩

Il conduttore scende dal suo piccolo podio. Si avvicina a lei con un’andatura ciondolante, apparentemente innocua.

“Ho letto i giornali stamattina”, esordisce sornione. “Sembra che abbiate già prenotato la chiesa per le esequie del governo. È così? La luna di miele è finita? Siamo al divorzio?”

Moual non aspetta altro. Afferra il microfono come fosse uno scettro.

Si sistema una ciocca di capelli dietro l’orecchio con un gesto elegante ma nervoso.

Il suo tono è pedagogico. È il tono di chi spiega la vita a un bambino un po’ lento.

“Non sono editoriali, Paolo. È la realtà”, scandisce, separando le sillabe per essere sicura che anche il pubblico “meno colto” capisca.

“Siamo onesti per una volta. La narrazione dell’eroina solitaria è finita. Si è disintegrata contro il muro della realtà”.

Il pubblico mormora. Lei non ci bada, prosegue spedita.

“L’odore della sconfitta arriva fino a Palazzo Chigi. E sai perché? Perché hanno tradito il patto. Hanno mentito”.

Del Debbio non reagisce. Inarca un sopracciglio, fa quel mezzo sorriso scettico che fa impazzire i suoi detrattori.

“Vai avanti”, le fa cenno con la mano. “Voglio vedere dove atterri”.

Ed è qui che lei cala l’asso. O almeno, quello che crede essere un asso.

“La Sanità”, dice.

La parola cade nello studio come un macigno di granito.

“Le barelle nei corridoi. I medici che fuggono a Dubai. Le liste d’attesa infinite per una mammografia. Questo è il capolavoro della destra. Hanno smantellato il pubblico per regalare soldi ai privati, agli amici degli amici”.

Karima incalza, si sente forte.

“La gente muore aspettando un esame. E il governo cosa fa? Parla di complotti. Attacca i giudici. La verità è che noi, l’area progressista, siamo l’unica alternativa seria perché sappiamo che senza welfare non c’è civiltà”.

Silenzio.

Per un attimo, sembra che abbia segnato un punto.

Il pubblico è diviso. La sanità è un nervo scoperto per tutti, un dolore vivo.

Ma Del Debbio non ha fretta.

Si toglie gli occhiali con una lentezza esasperante. Li chiude. Li picchietta sul palmo della mano. Tic. Tic. Tic.

Si gira di spalle alla giornalista, cammina verso il centro dello studio, dando le spalle all’ospite per un istante interminabile.

Si rivolge a una signora in seconda fila, avvolta in una sciarpa colorata.

“La signora annuisce”, dice indicandola. “Perché quando si sta male non si scherza. È vero”.

Poi, si gira di scatto.

Punta gli occhiali chiusi verso Moual come fossero una pistola caricata a salve.

“Però qui bisogna intenderci sul significato delle parole, cara mia”.

La voce si abbassa di un’ottava, diventa pericolosa.

“Hai usato verbi pesanti. Smantellare. Tradire. E hai detto che voi siete la responsabilità”.

Torna al suo leggio. Ma non per nascondersi.

Prende un fascicolo di fogli. Sono evidenziati in giallo fluo, pieni di numeri, tabelle, grafici.

Li sventola in aria. Il fruscio della carta viene amplificato dai microfoni, un suono secco, brutale. 📄

“Io faccio il giornalista. Se Meloni sbaglia, lo dico. Ma se tu vieni qui a raccontare che questo governo ha tagliato i fondi mentre voi li garantivate… tu stai dicendo il falso”.

“No, i servizi sono peggiorati…”, prova a interrompere lei.

“ASPETTA!”

Il tuono di Del Debbio fa vibrare le casse.

“Fammi finire. Tu hai parlato, ora ti becchi i numeri”.

Indica il primo foglio con rabbia.

“Bilancio dello Stato. Fondo Sanitario Nazionale. Con questo governo ha raggiunto la cifra più alta della storia repubblicana. Mai, sottolineo MAI, nemmeno col Covid, c’erano così tanti miliardi in valore assoluto”.

Si avvicina di nuovo a lei, invade il suo spazio vitale.

“Certo che ci sono le liste d’attesa. Certo che c’è il caos. Ma di chi è la colpa? Di chi mette i soldi oggi o di chi per dieci anni ha chiuso i rubinetti?”

Il colpo è durissimo. Moual prova a replicare, ma lui non le dà tregua.

“Dov’era la vostra responsabilità quando dal 2011 al 2020 avete tagliato 37 MILIARDI alla sanità pubblica? Eh? Dov’eravate?”

Il pubblico inizia a scaldarsi. Qualcuno applaude.

“Avete messo il numero chiuso a Medicina e ora piangete perché dobbiamo importare medici da Cuba! È questo il doppio standard che mi fa impazzire!”

“Quando tagliate voi è ‘ce lo chiede l’Europa’. Quando investono loro ‘non basta mai’. È ipocrisia intellettuale pura”.

L’applauso esplode. È liberatorio.

Moual sorride nervosamente. È un sorriso tirato, di chi sa di essere scivolata su una buccia di banana ma cerca di mantenere la dignità.

“Sei bravo a ribaltare la frittata, Paolo”, dice con sarcasmo. “Ma i macro-numeri non riempiono il frigo. C’è la povertà. Hanno tolto il Reddito di Cittadinanza. Hanno affamato i poveri”.

Del Debbio si ferma. Sospira. Si passa una mano tra i capelli bianchi.

“Ci risiamo. Il Reddito”.

Guarda in camera, rompe la quarta parete.

“Sentite questa. Hanno affamato i poveri”.

Torna al tavolo. Si appoggia sui gomiti, la guarda dritta negli occhi.

“Hai visto i dati sull’occupazione o facevi finta di niente mentre ti truccavano?”

“Abbiamo il record di occupati. Record storico. La gente è andata a lavorare!”

La voce di Del Debbio diventa intima, confidenziale.

“Io vado al mercato. Ci parlo con la gente. E sai cosa mi dicono? Non mi dicono ‘ridammi la paghetta di Stato’. Mi dicono ‘finalmente ho un contratto’. Magari faticoso, magari non da sogno. Ma porto i soldi a casa con la mia schiena. Questa è dignità. Quella che davate voi era metadone di Stato”.

Colpito e affondato. 💥

Moual apre la bocca, sta per parlare di precariato, di salari bassi, ma parte la musica della pubblicità.

“No, no, ferma”, la blocca lui alzando la mano.

“Tieniti il colpo in canna. Tra poco parliamo di sicurezza. Di confini. E voglio vedere se anche lì è colpa di Meloni o se troviamo qualche scheletro nel vostro armadio”.

“Pubblicità. Non cambiate canale, ora ci divertiamo”.

La luce rossa si spegne.

Durante lo stacco, lo studio è un alveare impazzito.

Si dice che Moual abbia controllato freneticamente il tablet, cercando dati per contrattaccare. Era visibilmente scossa, non si aspettava un attacco così frontale sui dati storici.

Dietro le quinte, intanto, i telefoni dei responsabili comunicazione dei partiti di opposizione pare stessero vibrando.

“Sta andando male”, avrebbe scritto qualcuno in una chat riservata. “Bisogna cambiare narrazione”.

“10 secondi!” urla il direttore di studio.

Si riparte.

Del Debbio ha cambiato assetto. Ora è più cupo.

“Bentornati. Prima abbiamo parlato di soldi. Ora parliamo della paura”.

Alle sue spalle appare un enorme schermo LED. Una mappa del Mediterraneo, piena di frecce, numeri, linee rosse.

“Per anni ci avete detto: non si possono fermare. È come fermare il vento. Bisogna accogliere tutti. Poi arriva questo governo e, magia, nel 2025 gli sbarchi crollano”.

“L’accordo con l’Albania. Voi avete gridato al ‘lager’, alla deportazione. Ma i trafficanti hanno capito che l’aria è cambiata”.

Si gira verso Moual.

“Avevate torto voi o ha ragione lei?”

La giornalista scuote la testa. Qui si sente ferrata. È il suo campo.

“Questa è propaganda sulla pelle dei disperati, Paolo. Tu guardi i numeri, io guardo le persone. L’Albania è una vergogna giuridica. Costa milioni che potevamo dare alla sanità”.

La sua voce si alza, vibrante di indignazione morale.

“E la sicurezza? Guarda le nostre stazioni. Milano, Roma, Torino. Sono polveriere. E sai perché? Perché non c’è integrazione. Avete tagliato i corsi di italiano, avete smantellato l’accoglienza diffusa. Create criminali con la vostra indifferenza e poi vi lamentate se delinquono!”

Sembra un buon punto. Sposta il focus dal “quanti” al “come”.

Ma Del Debbio ha la trappola pronta.

“Mandami la cartella tre”, dice alla regia senza guardare.

Sullo schermo appaiono due colonne. Dati 2019 vs Dati 2025. Rimpatri e Reati.

“Belle parole. Integrazione, accoglienza diffusa. Libro Cuore”.

Si avvicina pericolosamente a lei.

“Ma io vado in stazione Termini. E sai chi trovo a spacciare? Sai chi trovo a molestare le ragazze sui treni regionali?”

“Trovo quelli arrivati quando governavate voi!”

Il pubblico esplode. Un boato. 🌊

“Sono ragazzi arrivati 5 o 6 anni fa. Li avete fatti entrare, li avete parcheggiati nelle cooperative per far arricchire qualcuno e poi? Ciao! Arrangiati!”

“E loro si arrangiano rubando. Non è colpa di Meloni che cerca di svuotare il mare con un cucchiaino. È colpa vostra che avete aperto la diga senza avere un piano!”

“Ma è il governo in carica!” urla lei, cercando di sovrastare gli applausi. “Sono passati tre anni!”

“I furti sono aumentati!”

Del Debbio sorride. Un sorriso da squalo.

“Ah, i furti. Vero. Ma sai cosa è aumentato davvero? Gli arresti”.

“Prima chi rubava usciva dopo due ore. ‘Tenuità del fatto’. ‘Disagio sociale’. Oggi, chi ruba sta dentro. E questo a certa sinistra dà fastidio”.

Si allontana, va verso il pubblico.

“C’è un signore laggiù”, indica un anziano con una giacca di velluto logora.

“Ha subito tre furti. I primi due: denuncia archiviata. Il terzo, mese scorso: ladro preso, processato, in attesa di espulsione. Quel signore mi ha detto: ‘Almeno ora lo Stato c’è’”.

Torna a guardare la giornalista negli occhi.

“Voi parlate di accoglienza mentre la gente ha paura a prendere la metro. Vivete su Marte, non in Italia”.

“State militarizzando le città! Vedo l’esercito ovunque! È uno stato di polizia!” grida lei, ormai rossa in viso. “La storia vi giudicherà!”

“La storia ci giudicherà tutti”, risponde lui, solenne.

“Ma intanto ci giudicano gli elettori. E l’Europa”.

Qui Del Debbio cala il carico da novanta. L’argomento che chiude la bocca a tutti.

“L’Europa che ci faceva la morale… oggi ci copia”.

“La Germania chiude le frontiere. La Francia respinge. La Svezia espelle. O sono diventati tutti fascisti improvvisamente, oppure Meloni aveva visto lungo prima degli altri”.

“Vi brucia. Vi brucia da morire che quella che chiamavate ‘il mostro’ sia diventata il modello per mezza Europa”.

Moual tenta l’ultima carta, disperata.

“I problemi si risolvono con la cooperazione! Il Piano Mattei…”

“Il Piano Mattei che avete deriso per mesi?”, la interrompe secco. “Intanto facciamo accordi energetici mentre la Francia viene cacciata dall’Africa a calci”.

Guarda l’orologio. Il tempo è finito. Ma deve lasciare l’ultimo dubbio, l’ultimo brivido.

“Apprezzo la tua tenacia, davvero. Difendi l’indifendibile con passione”.

“Ma c’è un elefante nella stanza. Il mondo è cambiato a novembre. C’è un nuovo sceriffo oltreoceano”.

Lascia la frase a metà. Un “open loop” perfetto. Trump? La nuova geopolitica?

“Chissà se la vostra narrazione reggerà al nuovo vento che soffia da Ovest”.

La luce si spegne.

Moual rimane seduta, fissa i suoi appunti. Non sorride più.

Nello studio, il pubblico è ancora in piedi.

Quella sera non è andata in onda solo una puntata di un talk show.

È andata in onda la certificazione di un cambio d’epoca.

Il tentativo di imporre la “versione giusta” della realtà si è schiantato contro i numeri, contro le storie, contro la rabbia di chi non ne può più di lezioni morali.

E mentre i tecnici smontano le luci, una domanda aleggia nell’aria viziata dello studio:

Se la narrazione della sinistra non regge più nemmeno in TV, cosa succederà quando si apriranno davvero le urne?

La sensazione è che il boomerang sia appena tornato indietro. E che abbia fatto molto, molto male. 👀

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