Avete mai sentito il rumore che fa un sistema quando si rompe?
Non è un boato, non è un’esplosione. È un sussurro amplificato che gela il sangue. È il momento esatto in cui la finzione scenica cade e la realtà, nuda e brutale, fa irruzione nel salotto buono della televisione.
“Ci vediamo in tribunale.” ⚖️
Cinque sillabe. Semplici. Definitive. Carlo Calenda ha appena lanciato il guanto di sfida definitivo. E non lo ha fatto nel chiuso di una stanza, protetto dai velluti del Parlamento. Lo ha fatto sotto i riflettori spietati della diretta, davanti a milioni di occhi increduli.
Non è un gioco di parole. Non è il solito tweet al veleno destinato a sparire nel flusso dell’algoritmo. È una guerra aperta, dichiarata, contro il cuore pulsante dell’informazione italiana. Le parole pesano come pietre in un’aula di giustizia, e stavolta, il bersaglio non è un politico avversario. Il bersaglio è il sistema stesso.
Il leader di Azione ha deciso di fare l’impensabile: spogliarsi del suo scudo legale. Vuole affrontare Corrado Formigli faccia a faccia. Senza filtri. Senza protezioni. Senza quel paracadute dorato dell’immunità parlamentare che solitamente salva i politici dalle querele dei comuni mortali.
Vi siete mai chiesti cosa succede quando un leader decide di rischiare la propria carriera, il proprio futuro, tutto, pur di smascherare un trucco?
Perché di questo si tratta. Il segreto dietro le quinte dei talk show, quel “non detto” che tutti sospettano ma nessuno osa pronunciare, è stato violato. Qualcuno ha parlato troppo nelle stanze che contano. Qualcuno ha svelato l’ingranaggio segreto di come vengono fabbricate le opinioni che consumate ogni sera a cena, tra un boccone e l’altro. 🍽️
Calenda sostiene di aver ricevuto un ordine preciso. Un copione. Un dictat.
“Se vuoi venire, devi attaccare.”
La condizione per avere accesso alle telecamere di La7, secondo l’accusa shock del senatore, non era la competenza. Non era l’analisi. Era la ferocia.
Se non attacchi, non esisti. Se non insulti, non vendi. È il tramonto del giornalismo d’inchiesta e l’alba di un casting cinematografico permanente, dove i politici sono solo comparse pagate con la moneta della visibilità.
Il silenzio del Nazareno, la sede del PD, è assordante. Le stanze del potere romano tremano. Perché se Calenda ha ragione, se davvero esiste un “sistema”, allora siamo tutti in pericolo.
Calenda non accetta di essere una pedina nelle mani di un autore televisivo affamato di share. Accusa Piazzapulita, il tempio dell’informazione “impegnata”, di aver tentato di manipolare il suo intervento politico alla radice.

La posta in gioco non è solo una querela. È la democrazia stessa.
Se un conduttore, o peggio, un autore anonimo, può dettare la linea editoriale a un capo politico, se può decidere cosa deve dire e contro chi deve dirlo, allora la libertà di stampa è morta e sepolta. Siamo di fronte a un teatrino di marionette, non a un dibattito pubblico.
Corrado Formigli, dall’altra parte della barricata, nega tutto con sdegno. Parla di diffamazione aggravata. Si erge a difensore della purezza giornalistica. Ma Calenda non arretra di un millimetro. Conferma parola per parola. Rilancia. E rinuncia all’immunità.
Per capire la gravità di questo momento, dobbiamo fare un passo indietro. Dobbiamo entrare negli uffici asettici di La7 a Roma, dove tutto ha avuto inizio. 🏢
La redazione di Piazzapulita solleva il telefono. È una chiamata di routine, o almeno così sembra. Chiamano lo staff di Carlo Calenda. L’invito è istituzionale, quasi formale.
“Si deve parlare della manovra finanziaria di Giorgia Meloni.”
Un tema caldo. Un tema che scotta nelle tasche degli italiani. Un tema serio.
Ma c’è una condizione. Una clausola non scritta, sussurrata forse, o detta con quella naturalezza cinica di chi è abituato a gestire il potere mediatico. Una condizione che cambia radicalmente le regole del gioco.
Calenda sostiene di essere stato reclutato come un attore di Serie B in un film d’azione di quart’ordine.
Il retroscena è inquietante: Calenda doveva essere il villain, il cattivo della serata. Doveva entrare in studio con il coltello tra i denti. Il suo ruolo? Demolire la Premier. Senza se e senza ma.
Alla redazione, secondo la ricostruzione del leader di Azione, non interessava la sua analisi tecnica sulla manovra. Non interessavano i numeri, le tabelle, le proposte alternative. Quelle sono cose noiose. Quelle fanno cambiare canale.
Serviva il sangue mediatico. 🩸
Serviva la rissa programmata. Serviva lo scontro fisico, verbale, emotivo, per tenere incollati i telespettatori tra un blocco pubblicitario di auto ibride e uno di poltrone per anziani.
È questa la qualità dell’informazione che un cittadino consapevole dovrebbe accettare nel 2026?
La contrapposizione è netta e brutale.
Da una parte abbiamo l’élite dell’informazione “impegnata” che si sente intoccabile, che si autoproclama custode della verità contro il potere becero. Corrado Formigli si pone come l’ultimo baluardo.
Dall’altra c’è il leader di un partito che, per una volta, rifiuta di leggere un copione scritto da altri.
Calenda descrive una realtà deformata e tossica. Un mondo specchio, dove i politici vengono invitati solo se sono “funzionali” a un racconto preimpostato dai vertici della rete. Non sei un ospite. Sei un ingrediente. E se l’ingrediente non è abbastanza piccante, viene scartato.
Il nemico non è più la destra o la sinistra. Il nemico è il sistema mediatico che si autoalimenta come un mostro insaziabile.
Credete ancora che i dibattiti che vedete in TV ogni martedì o giovedì siano frutto di un confronto spontaneo? O iniziate a sospettare che sia tutto wrestling?
Entriamo nel cuore pulsante dello scontro. 🔥
Formigli risponde al fuoco. Dice che è tutto falso. Una menzogna costruita da Calenda per attirare l’attenzione su un partito in crisi di consensi. Sostiene che Calenda sia stato chiamato per parlare di manovra in modo assolutamente neutro.
Ma nel difendersi, Formigli ammette un dettaglio. Un piccolo, insignificante dettaglio che però conferma i sospetti più atroci.
Dice che in studio c’era già Italo Bocchino.
E Bocchino, come sappiamo tutti, avrebbe parlato bene del governo Meloni. È il suo ruolo. È la sua parte nella commedia.
Quindi? Quindi serviva qualcuno che parlasse male. Serviva il contraltare. Serviva il Nero da opporre al Bianco.
Ecco svelato il trucco del casting. Il giornalismo si trasforma in una recita a soggetto. Non si cerca la verità. Si cerca l’equilibrio scenico.
La verità grigia, quella dei numeri, dei fatti complessi, delle sfumature, non interessa a nessuno. Interessa solo il conflitto primordiale. Interessa solo che lo spettatore rimanga ipnotizzato davanti allo schermo per vedere due persone che si urlano contro senza ascoltarsi. È il trionfo dello share sulla sostanza. È la morte del pensiero critico.
Mentre Elly Schlein tace, forse per paura di essere la prossima vittima, e Giuseppe Conte osserva sornione, Calenda decide di far saltare il banco della convenienza politica.
Siamo sicuri che questa polarizzazione forzata non stia distruggendo il tessuto sociale del paese?
Facciamo i conti in tasca a questo modello di business spietato. 💰
Un talk show di prima serata vive esclusivamente di ascolti. E lo share, in Italia, si fa con la rabbia. Si fa con l’indignazione.
Se Calenda va in TV e ammette, Dio non voglia, che alcuni punti della manovra Meloni sono condivisibili… lo share crolla istantaneamente. La curva dell’Auditel precipita. La gente cambia canale e va a vedere un film d’azione o un reality sui fidanzati che si tradiscono.
La produzione ha bisogno di quel sangue metaforico per vendere gli spazi pubblicitari a peso d’oro.
Le trasmissioni, come quelle di Lilli Gruber o Giovanni Floris, seguono spesso lo stesso identico schema narrativo. Gli ospiti sono quasi sempre gli stessi. Le stesse facce. I soliti noti. Scelti non per la loro competenza, ma per la loro capacità di recitare il ruolo assegnato.
C’è il difensore del popolo. Il professore distaccato. Il politico d’opposizione sempre pronto all’attacco frontale.
È un club privato. Un circolo vizioso dove l’ingresso è riservato a chi accetta le regole della messa in scena.
Calenda ha rotto il patto di omertà. Ha mostrato i fili che muovono i burattini della politica televisiva.

Ma attenzione. Perché se pensate che sia solo una questione di pareri discordanti, vi sbagliate di grosso. Calenda ha appena svelato un dato nascosto che è una vera bomba atomica per la credibilità di La7.
Ha citato esplicitamente l’invito sistematico di propagandisti russi e sostenitori di Putin. 🇷🇺
Ha accusato i talk show di invitare consapevolmente persone che mentono in modo seriale. Gente che porta avanti la narrazione di regimi stranieri ostili, solo per creare scompiglio. Solo per fare spettacolo.
Cosa c’è di più grave del tradire la fiducia dei cittadini per un punto di share in più?
Questo è il punto di rottura definitivo. Non si tratta più solo di parlar male della Meloni o di difendere la Schlein. Si tratta di avvelenare consapevolmente il pozzo dell’opinione pubblica nazionale.
Calenda suggerisce che la ricerca dell’effetto shock abbia superato ogni limite etico. Invitare chi nega la realtà dei fatti, chi nega i crimini di guerra, solo per scatenare la reazione indignata dell’altro ospite, è una forma di sciacallaggio informativo.
Il twist è inquietante. Il giornalismo d’inchiesta è diventato il palcoscenico della disinformazione pagata dai contribuenti e dagli sponsor.
Ma c’è un altro dettaglio che emerge dalle ombre. Esiste una sorta di “lista nera” invisibile che condiziona la politica italiana. 📜
Calenda suggerisce che i vertici del centrodestra abbiano dato ordini tassativi. Molti parlamentari di Fratelli d’Italia o della Lega avrebbero il divieto assoluto di mettere piede negli studi di Formigli o della Gruber.
Dicono che quegli studi siano trappole medievali. Luoghi dove l’ospite non viene intervistato, ma processato. Un tribunale inquisitorio travestito da Talk Show, dove la sentenza è già scritta prima che si accenda la luce rossa della telecamera.
Vi sembra questa la democrazia del confronto che ci hanno promesso i padri costituenti?
Siamo di fronte a una nazione divisa in compartimenti stagni. Una parte del paese non parla più con l’altra perché non si fida del mezzo di comunicazione. L’informazione diventa un’arma contundente usata per abbattere l’avversario, non per illuminare i problemi.
Il conduttore non è più un arbitro terzo che garantisce il rispetto delle regole. È un giocatore aggiunto. Indossa la maglia della propria ideologia e calcia verso la porta dell’ospite sgradito, approfittando del fatto che lui ha il microfono sempre aperto e l’ospite no.
Le conseguenze sulla società sono già sotto gli occhi di tutti e sono devastanti.
Quando l’informazione smette di essere analisi e diventa puro tifo da stadio, il cittadino perde la bussola della realtà.
Non riusciamo più a capire se la manovra economica di Giorgia Meloni ci aiuterà a pagare le bollette o se ci affosserà definitivamente. Vediamo solo schermi divisi a metà, urla, sovrapposizioni e grafici manipolati che dicono tutto e il contrario di tutto.
Calenda ha deciso di rompere questo meccanismo infernale rischiando la propria reputazione.
Il rischio reale è che questa denuncia coraggiosa cada nel vuoto del rumore mediatico. Il sistema tende a proteggere se stesso con le unghie e con i denti. Formigli usa l’arma della querela per intimidire e mettere a tacere chi osa svelare i retroscena della sua redazione.
Ma se Calenda dovesse vincere in tribunale… crollerebbe l’intero castello di carte dei talk show italiani. 🏛️
Sarebbe la prova legale, certificata da un giudice, che la TV che guardate ogni sera è un prodotto contraffatto. Privo di genuinità. Un falso d’autore.
L’impatto reale finisce dritto sul vostro portafoglio e sui vostri diritti fondamentali.

Mentre in TV si litiga per finta sulla manovra, i problemi strutturali dell’Italia restano chiusi nel cassetto. La riforma della giustizia, il costo della vita, il futuro dei giovani, la sanità che cade a pezzi… tutto diventa solo un pretesto per fare rissa e vendere pubblicità.
Il mini-villain di questa storia è l’ipocrisia. L’ipocrisia di chi si professa libero, ma risponde a logiche di casting commerciale degne di un reality show.
Calenda ha mostrato che si può dire di NO a questo scempio.
Rifiutare di essere un attore di serie B in un programma di serie A ha un prezzo altissimo. Significa l’esclusione dai circuiti mediatici che contano. Significa essere oscurati dalle grandi reti nazionali che non perdonano chi rompe il patto di omertà. Significa diventare invisibili.
Calenda ha scelto la via più difficile: quella del tribunale e della verità nuda. Molti altri politici, più furbi o più codardi, preferiscono chinare il capo e recitare la parte, pur di avere quei 10 minuti di celebrità che garantiscono la rielezione.
La battaglia si sposterà ora dalle luci della ribalta alle aule fredde dei tribunali della Repubblica.
Sarà un processo storico per il giornalismo italiano. Vedremo se un leader politico può essere condannato per aver svelato come vengono cucinati gli inviti televisivi. Sarà la parola di Carlo Calenda contro quella di Corrado Formigli.
Ma al di là della sentenza tecnica, il danno d’immagine per il sistema dei talk show è già immenso. E forse irreparabile.
Il Re è nudo. E la corona è di plastica. 👑
Ora sappiamo. Sappiamo come vengono scelti gli ospiti per far quadrare i conti dello share. Sappiamo che il contraddittorio è spesso una messa in scena orchestrata per far vincere una tesi prestabilita dalla redazione.
Calenda ha aperto un varco nella diga. E ora l’acqua sta travolgendo tutto. La fiducia nel mezzo televisivo è ai minimi storici e vicende come questa non fanno che accelerare il declino dei vecchi giganti dell’informazione.
Credete che la TV tradizionale possa ancora essere salvata o è ormai un mezzo obsoleto e corrotto?
La domanda finale che divide la nostra community è brutale:
Calenda ha fatto bene a denunciare tutto rinunciando alla sua immunità parlamentare? O è solo l’ennesima mossa elettorale disperata per non finire nel dimenticatoio dei sondaggi?
La trasparenza è un valore assoluto per cui vale la pena lottare, o è un lusso che la politica moderna non può più permettersi?
Scrivetemi nei commenti se vi fidate ancora dei talk show di La7 o se avete già spento la televisione per cercare risposte altrove. Il vostro parere è l’unico verdetto che conta veramente in questa guerra tra giganti.
Non lasciate che altri decidano per voi cosa è giusto e cosa è sbagliato.
La libertà di pensiero inizia dove finisce il copione di un autore televisivo.
Calenda ha lanciato la sfida. Formigli ha raccolto il guanto. Ma i giudici finali sarete solo voi, con il vostro telecomando e la vostra coscienza.
Scrivetemi qui sotto: avete mai percepito questa sensazione di “recita” guardando Piazzapulita o Otto e Mezzo? La discussione è aperta, e qui nessuno vi darà un copione da seguire.
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