Avete presente l’odore dell’ozono subito prima che un fulmine spacchi il cielo in due?
È un profumo metallico, elettrico, che ti fa rizzare i peli sulle braccia. Ecco, quell’odore, quel pomeriggio a Montecitorio, si poteva quasi tagliare con il coltello. Non era una seduta qualunque. Non era il solito rito stanco di votazioni elettroniche e sbadigli nascosti dietro le mani.
L’aria era viziata, pesante, carica di una tensione che faceva tremare i banchi di mogano e velluto. Tutti, dai commessi in livrea che cercavano di rendersi invisibili, ai giornalisti appollaiati nella tribuna stampa come avvoltoi affamati in attesa della carcassa, sapevano che stava per succedere qualcosa.
Il calendario diceva “discussione sulle linee guida sicurezza e immigrazione”. La realtà diceva “resa dei conti”. ⚡
Al centro della scena, lei. Giorgia Meloni.
Seduta ai banchi del governo con la postura di chi ha imparato a trasformare la stanchezza cronica in una concentrazione laser. Indossava un tailleur scuro, un’armatura moderna, spezzata solo da una sciarpa chiara lasciata scivolare con noncuranza sulle spalle. Davanti a sé, una fortezza di dossier, una penna che ruotava nervosamente tra le dita come un tic incontrollabile, e un bicchiere d’acqua intatto.
Non guardava nessuno.

Teneva gli occhi bassi, fissi sugli appunti, impermeabile al brusio che montava nell’emiciclo come una marea nera. A destra, i suoi pretoriani ridevano, ostentavano sicurezza. A sinistra, il fronte progressista ribolliva, cercava lo sguardo del nemico, invocava attenzione come un bambino che grida nel buio.
“Ha facoltà di parlare l’onorevole Magi.”
La voce metallica del Presidente della Camera, Lorenzo Fontana, tagliò il vociare confuso. Ma il silenzio non calò subito. Si fece strada a fatica, sgomitando, come un ospite indesiderato a una festa che sta per finire male.
Riccardo Magi si alzò dal suo scranno nel Gruppo Misto.
La sua figura era tesa, vibrante come una corda di violino pronta a spezzarsi. Si sistemò la giacca con un gesto stizzito, quasi a volersi scrollare di dosso la polvere di un Parlamento che considerava ostaggio di una maggioranza reazionaria. Camminò verso il microfono centrale non con passo marziale, ma con l’urgenza nervosa dell’intellettuale che sente di dover impartire una lezione morale prima che l’apocalisse arrivi.
Arrivato al leggio, Magi guardò verso i banchi del governo.
Meloni non alzò la testa. Continuava a scrivere.
Quello fu l’errore. O forse, la trappola. Quella studiata indifferenza fu la scintilla che accese la miccia corta dell’onorevole di +Europa. 🔥
“Signor Presidente, onorevoli colleghi…” esordì Magi, la voce che tremava leggermente. Non per paura, ma per l’indignazione accumulata in mesi di opposizione frustrata. “…e mi rivolgo soprattutto a lei, Presidente Meloni, che vedo troppo impegnata a non ascoltare l’aula, come ormai è sua consuetudine fare quando la democrazia bussa alla sua porta.”
Boom. Il primo colpo era partito.
Dai banchi di Fratelli d’Italia si levò un coro di “Buuu” e qualche insulto soffocato. Meloni fermò la penna.
Alzò lentamente lo sguardo.
I suoi occhi grandi, espressivi, solitamente mobili, si posarono su Magi con una freddezza glaciale, assoluta. Non rispose. Accennò un sorriso sardonico, quasi impercettibile, e incrociò le braccia sul petto.
Era l’invito a procedere. Un invito silenzioso che diceva: “Fammi vedere cosa sai fare”.
“La vedo sorridere, Presidente!” incalzò Magi, afferrando il leggio con entrambe le mani fin quasi a far sbiancare le nocche. “Ride, ma c’è ben poco da ridere nell’Italia che state costruendo. Un’Italia piccola, meschina, chiusa nelle sue paure ancestrali, circondata da filo spinato reale e ideologico!”
Magi prese fiato. I polmoni si riempivano dell’aria stagnante dell’aula, ma lui si sentiva leggero, galvanizzato. Sentiva di avere gli occhi delle telecamere addosso, sentiva che quello era il suo momento. Doveva essere incisivo. Doveva ferire.
“Oggi siamo qui a discutere di sicurezza, ma la verità è che l’unica cosa che state mettendo in sicurezza è il vostro potere, a scapito dei diritti fondamentali delle persone!”
L’onorevole alzò un dito accusatorio, puntandolo dritto verso la Premier, come una spada.
“Lei parla di Nazione, Presidente Meloni. Si riempie la bocca di parole come Patria e Sovranità. Ma quale sovranità? Quella di trasformare il Mediterraneo in un cimitero a cielo aperto? O quella di svendere la dignità del nostro Paese appaltando i diritti umani a dittatori e autocrati in giro per il mondo?” 🌊☠️
Il brusio a sinistra si trasformò in applausi scroscianti. Elly Schlein annuiva convinta, Giuseppe Conte prendeva appunti freneticamente. Magi sentì l’adrenalina pompare nelle vene.
“Il vostro accordo con l’Albania non è politica estera…” tuonò, la voce che si rompeva per l’enfasi “…è un abominio giuridico! È la creazione di una Guantanamo italiana! Un buco nero dei diritti dove la legge italiana ed europea viene sospesa per compiacere la vostra propaganda elettorale!”
“Volete nascondere i poveri sotto il tappeto, lontano dagli occhi degli italiani, perché la vista della disperazione disturba la narrazione patinata del Made in Italy vincente! Ma quei centri di detenzione sono il monumento alla vostra disumanità!”
Magi stava volando alto. Ma non aveva ancora giocato la carta più pesante. Quella ideologica.
“Ma non è solo l’immigrazione, Presidente. È il vostro intero impianto ideologico a puzzare di stantio, di un passato che l’Europa ha sepolto e che voi cercate disperatamente di riesumare!”
Giorgia Meloni, seduta al suo posto, scosse la testa. Si avvicinò all’orecchio del Ministro Fitto, sussurrò qualcosa e poi tornò a guardare Magi. La sua espressione era mutata. Non più indifferenza, ma una sorta di commiserazione divertita. Come si guarda un bambino che fa i capricci al supermercato perché vuole le caramelle prima di cena.
Questo mandò Magi su tutte le furie.
“Lei mi guarda con quella sufficienza, Presidente Meloni!” gridò, ormai rosso in viso. “Quella stessa sufficienza con cui ha guardato le madri di Cutro! Quella stessa arroganza con cui va in Europa a battere i pugni sul tavolo per poi tornare a casa con un pugno di mosche, isolata, derisa dai suoi stessi alleati sovranisti!”
“Lei è forte con i deboli e debole con i forti! Si fa chiamare ‘IL’ Presidente al maschile, in un disperato tentativo di cancellare la sua stessa identità femminile, per compiacere un patriarcato che la usa come volto presentabile!”
“Onorevole, si avvia alla conclusione…” intimò Fontana guardando l’orologio.
Magi ignorò l’avvertimento. Aveva ancora le cartucce più pesanti.
“Voi odiate la libertà, Presidente! Odiate la libertà di chi vuole decidere sul proprio fine vita, condannando malati terminali a torture inutili in nome di una vostra etica di Stato! Odiate la libertà di chi vuole fumare cannabis legale, preferendo regalare miliardi alle mafie pur di mantenere il vostro moralismo ipocrita!”
Si sporse in avanti, quasi a voler entrare fisicamente nello spazio vitale della Premier.
“Lei, Giorgia Meloni, è il simbolo di un’Italia che ha paura. La sua leadership è fondata sulla paura! Paura del diverso, paura del futuro, paura dell’Europa, paura dei diritti! Ma la storia non si ferma con i decreti legge! I diritti civili sono un fiume in piena e voi siete solo un argine di cartapesta!”
“Potete rallentarci, potete insultarci, potete usare le vostre maggioranze bulgare per approvare leggi vergogna… ma non ci piegherete! Non trasformerete l’Italia in una piccola Ungheria del Mediterraneo!”
L’ala sinistra del Parlamento era in piedi. Un’ovazione.
Magi ansimava, il cuore che batteva all’impazzata. Aveva toccato i nervi scoperti. Aveva evocato tutti i fantasmi: il Fascismo, Orban, il Patriarcato, l’incapacità internazionale. Aveva dipinto Meloni non come una statista, ma come una leader meschina, provinciale e pericolosa.
“Concludo, Presidente!” urlò per farsi sentire sopra il tumulto.
“Lei oggi può anche vincere il voto, blindata dai suoi numeri. Ma ha già perso la battaglia con la Storia. Lei passerà come una parentesi buia, un incidente di percorso, un momento di smarrimento collettivo. E quando questa ubriacatura sovranista sarà passata, rimarranno le macerie sociali che state creando!”
“Si vergogni, Presidente Meloni! Si vergogni per ogni diritto negato, per ogni migrante respinto, per ogni libertà calpestata! L’Italia merita di meglio della sua rabbia e del suo vittimismo!”
Magi chiuse il dossier con un colpo secco sul leggio. Un suono che risuonò come uno sparo. Rimase lì per un secondo, il petto che si alzava e abbassava ritmicamente, fissando Meloni.
Voleva una reazione. Voleva vederla perdere le staffe. Voleva vederla urlare, trasformarsi in quella caricatura urlante che la sinistra amava dipingere.
Ma Giorgia Meloni non urlò. 🤐

Mentre l’aula era una bolgia dantesca, con deputati della Lega che inveivano contro Magi e quelli del PD che lo acclamavano come un eroe della Resistenza, la Premier si alzò lentamente.
Non aveva fretta.
Si abbottonò la giacca. Prese un sorso d’acqua. Si passò una mano tra i capelli biondi, spostandoli indietro con un gesto misurato, quasi cinematografico. Poi si voltò verso il Presidente della Camera e fece un cenno col capo.
Chiedeva la parola.
Fontana, sudato per lo sforzo di mantenere l’ordine, scampanellò furiosamente.
“Silenzio! Silenzio in aula! Rispettiamo chi deve intervenire! Onorevoli seduti! Onorevole Donzelli, si sieda! Onorevole Fratoianni, basta!”
Ci vollero quasi due minuti perché il rumore scemasse a un livello accettabile. L’aria era satura di ostilità. Magi era tornato al suo posto, accolto dalle pacche sulle spalle dei colleghi, convinto di aver sferrato un colpo mortale. Aveva detto tutto ciò che c’era da dire. Aveva smascherato il Re Nudo.
Giorgia Meloni attivò il microfono. Il LED rosso si accese. 🔴
La sua voce, quando parlò, era bassa, roca ma controllata. Non c’era traccia di isteria. C’era, invece, una calma minacciosa. Quella del predatore che ha appena visto la preda infilarsi da sola in un vicolo cieco.
“Signor Presidente…” esordì Meloni, ignorando completamente Magi per i primi secondi, rivolgendo lo sguardo solo allo scranno più alto. “…confesso che oggi ero venuta qui con l’intenzione di parlare di numeri. Di strategie. Di piani di sviluppo per la nostra Nazione. Avevo preparato un intervento tecnico.”
Fece una pausa teatrale. Prese i fogli che aveva davanti, quelli su cui aveva scritto per tutto il tempo.
“Ma ascoltando l’intervento dell’onorevole Magi…”
Meloni si girò verso di lui. E il suo viso si aprì in un sorriso che non prometteva nulla di buono. Era il sorriso dello squalo.
“…ascoltando questo concentrato di livore, di falsità, di luoghi comuni triti e ritriti, mi rendo conto che i numeri sarebbero sprecati. Perché l’onorevole Magi non cerca risposte. Cerca un palcoscenico per il suo monologo interiore.”
La Premier appoggiò i gomiti sul banco del governo.
“Lei ha parlato per venti minuti, onorevole. Ha usato parole gravissime. Ha parlato di regime, di disumanità, di fascismo, di odio. Ha dipinto un’Italia che esiste solo nella vostra bolla radical chic. Quella bolla che vi impedisce di vedere cosa succede fuori dalle ZTL delle grandi città.”
La Premier alzò il tono solo di una tacca.
“Lei crede di avermi ferito, Magi? Crede davvero che le sue lezioncine morali, recitate con quel tono da primo della classe che guarda il mondo dall’alto in basso, possano scalfire chi ha il consenso del popolo italiano?”
“Lei mi ha accusato di tutto. Mi ha detto che sono una madre snaturata, una politica incapace, una dittatrice in erba. Bene.”
Meloni si raddrizzò, diventando una statua di autorità.
“Adesso però tocca a me. E le consiglio di ascoltare bene, onorevole. Perché a differenza sua, io non ho bisogno di urlare per avere ragione. E non ho bisogno di inventare mostri per giustificare la mia esistenza politica.”
L’aula trattenne il fiato. Magi, dal suo posto, incrociò le braccia ostentando sicurezza, ma sentì un brivido freddo lungo la schiena. La trappola era scattata, ma lui non sapeva ancora di esserci dentro fino al collo.
Giorgia Meloni lasciò cadere il foglio che teneva in mano sul banco. Un gesto lento, quasi annoiato, che fece più rumore di un urlo nel silenzio carico di aspettativa dell’emiciclo. Si sistemò il microfono, inclinandolo leggermente verso destra.
“Sa qual è il vostro problema, onorevole Magi?” esordì, la voce ferma, priva di quelle increspature emotive che avevano caratterizzato l’invettiva del suo avversario.
“Il vostro problema è che voi vivete in un mondo che non esiste. Un mondo fatto di hashtag, di slogan in inglese, di dirette social fatte dai salotti bene di Roma Centro. E da quella torre d’avorio, guardate giù e giudicate. Giudicate me, giudicate questo governo… ma soprattutto giudicate gli italiani. Perché è questo che non le perdono, onorevole: il disprezzo. Quel sottile, viscido disprezzo verso chi non la pensa come voi.”
Meloni fece una pausa, scrutando i banchi dell’opposizione come un radar.
“Lei ha parlato di Fascismo. Ha evocato le Camicie Nere. Ancora? Siamo nel 2024, onorevole, e voi siete ancora lì, aggrappati ai fantasmi del 1922, perché non avete uno straccio di proposta per il 2030! Ogni volta che non sapete come ribattere nel merito, tirate fuori il ‘Pericolo Nero’. È il vostro riflesso pavloviano. Ma le svelo un segreto: gli italiani non ci credono più. Hanno smesso di credervi quando hanno capito che per voi ‘Democrazia’ significa governare anche quando si perdono le elezioni!”
Un boato di approvazione si levò dai banchi della maggioranza. I deputati di Fratelli d’Italia scattarono in piedi, battendo le mani ritmicamente. Meloni alzò una mano per chiedere calma, ma il sorriso beffardo sulle labbra tradiva la soddisfazione.
“Lei mi accusa di essere autoritaria perché applico il mandato che mi hanno dato gli elettori? Strano concetto di libertà il vostro!” riprese Meloni, facendosi più tagliente. “Quando governava la sinistra, senza aver vinto le elezioni, a colpi di giochi di palazzo, andava tutto bene. Quella era ‘democrazia superiore’. Ora che c’è un governo votato dal popolo, che fa esattamente quello che aveva promesso in campagna elettorale, gridate al regime? Onorevole Magi, si rassegni: governare rispettando il programma non è eversione. Si chiama coerenza. Una parola che forse nel vostro vocabolario radicale è stata cancellata.”
Meloni prese il dossier Albania, quello che Magi aveva tanto criticato, e lo sventolò in aria.
“Veniamo al dunque. Lei ha definito l’accordo con l’Albania una Guantanamo. Ha usato parole vergognose come ‘deportazione’. Lei dovrebbe chiedere scusa non a me, ma agli uomini e alle donne in divisa che lavorano ogni giorno per salvare vite e garantire la sicurezza!”
“Lei paragona un centro di accoglienza e rimpatrio gestito secondo le norme internazionali a un campo di tortura? Ma si rende conto della gravità di ciò che dice? O le parole le escono di bocca solo per finire in un titolo di Repubblica?”
Si sporse verso il microfono, indurendo i tratti del viso.

“La verità, onorevole, è che a voi l’immigrazione serve. Vi serve il caos. Vi servono gli scafisti che ingrassano sulla pelle dei disperati. Perché finché c’è l’emergenza, voi potete fare la vostra morale a buon prezzo. La mia ‘disumanità’, come la chiama lei, consiste nel voler fermare le partenze della morte. La vostra ‘umanità’ consiste nell’aprire tutto, farli arrivare e poi? Poi lasciarli a spacciare nelle periferie, a dormire nelle stazioni, sfruttati dal caporalato, purché non disturbino la vostra vista mentre sorseggiate l’aperitivo a Capalbio!” 🍸🌇
Magi, seduto al suo posto, scuoteva la testa freneticamente, gesticolando verso il Presidente Fontana come a voler chiedere una replica per fatto personale. Ma Meloni non gli lasciò spazio. La sua oratoria era un fiume in piena, un mix letale di logica populista e attacchi chirurgici.
“E poi mi lasci dire una cosa su quell’episodio in Albania, visto che lei fa tanto la vittima. Lei dice che io l’ho aggredita? Lei si è buttato davanti a un’auto blindata, onorevole! Ha cercato lo scontro fisico per avere 5 minuti di celebrità sui telegiornali! Perché il suo partito, +Europa, nei sondaggi ha la stessa percentuale dello yogurt magro nel mio frigorifero!”
L’aula esplose in una risata fragorosa da destra. Anche alcuni esponenti del Terzo Polo faticarono a trattenere un sorriso. L’umiliazione numerica, il richiamo alla scarsa rilevanza elettorale, era un colpo basso ma tremendamente efficace. Magi divenne paonazzo, si alzò in piedi urlando “Vergogna!”, ma la sua voce fu inghiottita dal muro sonoro della maggioranza.
“Si sieda onorevole, si sieda! Non ho finito!” intimò Meloni, tornando seria in un istante.
“Lei ha parlato di diritti. Ha detto che odio la libertà. Ma di quale libertà parla? La libertà di drogarsi? Lei vorrebbe la cannabis libera, lo Stato spacciatore. Io credo nella libertà di un ragazzo di non essere schiavo di una sostanza. Credo nella libertà di una comunità di recupero, non nella resa dello Stato che dice ‘tanto lo fanno tutti, facciamoci i soldi’. Questa non è libertà, è disperazione sociale travestita da progresso.”
Meloni fece un respiro profondo, preparandosi ad affrontare il tema più spinoso. Quello che aveva acceso di più gli animi: la famiglia e i diritti LGBTQ+.
“E poi l’accusa più vile. Quella sui bambini. Lei ha il coraggio di dire che noi usiamo i bambini come clava? Onorevole Magi, mi guardi in faccia.”
Meloni attese che lo sguardo di Magi, livido di rabbia, incrociasse il suo.
“Voi chiamate ‘amore’ la pratica barbara di affittare l’utero di una donna povera per strapparle il figlio appena nato e venderlo a chi ha i soldi per comprarlo? Voi lo chiamate diritto? Io lo chiamo mercificazione della vita umana! Voi parlate di Genitore 1 e Genitore 2 perché la parola ‘Mamma’ e ‘Papà’ vi spaventa? Vi sembra un retaggio patriarcale? Ma finché ci sarò io a guidare questa Nazione, non permetterò che il desiderio di un adulto diventi un diritto a discapito di un bambino indifeso. Un bambino ha diritto a una madre e un padre, non a un contratto di compravendita! Grazie!”
Qui lo scontro divenne quasi fisico. Dai banchi del PD e del M5S si levarono urla di “Omofoba!”, “Medioevo!”, mentre a destra si gridava “Brava Giorgia!”. Il Presidente Fontana suonava il campanello come se fosse in preda a una crisi isterica, ma nessuno lo ascoltava. Meloni rimase immobile al centro della tempesta, godendosi il caos che aveva scatenato, forte della convinzione che la maggioranza silenziosa del Paese fosse con lei.
“Sentiteli!” gridò Meloni al microfono, sovrastando il frastuono. “Sentiteli come urlano quando si tocca il loro totem ideologico! Non accettano il dissenso! Sono loro gli intolleranti! Sono loro che vorrebbero imporre la teoria gender nelle scuole elementari ai nostri figli di sei anni, confondendoli, rubando loro l’infanzia in nome delle vostre ossessioni sessuali!”
Si rivolse di nuovo a Magi, puntandogli l’indice contro come una lama.
“Lei ha detto che voglio farmi chiamare ‘IL’ Presidente per compiacere il patriarcato. Ma quanto siete ridicoli? Io sono la prima donna Presidente del Consiglio nella storia d’Italia! Ho rotto il tetto di cristallo che voi a sinistra avete solo lucidato a chiacchiere per cinquant’anni! Mentre voi facevate i convegni sulle quote rosa, io mi facevo spazio a gomitate in un mondo di uomini. Non ho bisogno delle vostre desinenze, onorevole Magi. Non ho bisogno che mi chiamiate ‘La Presidentessa’ per sentirmi donna. La mia identità non dipende dalla vostra grammatica politicamente corretta. Dipende dai fatti.”
Meloni fece un passo indietro, allargando le braccia.
“Voi siete ossessionati dalla forma. Noi badiamo alla sostanza. Voi vi preoccupate di come declinare i verbi, noi ci preoccupiamo di come pagare le bollette agli italiani. È questa la differenza abissale che c’è tra noi e voi. Una differenza antropologica.”
Bevve un sorso d’acqua, lasciando che le sue parole decantassero. Magi sembrava rimpicciolito nel suo scranno. L’attacco sulla sua irrilevanza elettorale e la rivendicazione “femminista di destra” lo avevano spiazzato. Meloni stava ribaltando ogni accusa, trasformandola in un punto di forza.
“E infine, l’Europa…” disse Meloni, abbassando di nuovo la voce, rendendola più grave. “…lei dice che sono isolata. Dice che torno a casa con un pugno di mosche. Onorevole, lei forse legge solo i giornali che le danno ragione. La verità è che l’Italia oggi è centrale come non lo era da decenni. Non andiamo più in Europa col cappello in mano a chiedere il permesso di respirare, come facevate voi. Ci andiamo a testa alta. Poniamo questioni. Difendiamo l’interesse nazionale. E sa qual è la cosa che vi fa impazzire? Che ci ascoltano.”
“Ci ascoltano perché vedono un governo stabile, forte, che non cambia ogni sei mesi.”
La Premier sorrise. Un sorriso amaro.
“Lei vorrebbe un’Italia serva, onorevole Magi. Un’Italia che dice sempre ‘Sì’ a Bruxelles. Che accetta passivamente ogni direttiva, anche quelle che distruggono la nostra agricoltura, il nostro Made in Italy, le nostre case, in nome di un ecologismo fanatico che voi sostenete. Voi amate l’Europa più di quanto amiate l’Italia. Io amo l’Europa, ma amo l’Italia prima di tutto. E non permetterò che diventi il campo profughi del continente o il mercato di svendita delle multinazionali straniere che tanto vi piacciono.”
Meloni si passò una mano sulla fronte. Sembrava non stanca, ma carica di un’energia nervosa inesauribile.
“Lei mi ha detto di vergognarmi, onorevole. Ha detto che passerò come una parentesi buia. Le rispondo con le parole di un grande filosofo conservatore: ‘La tradizione non è il culto delle ceneri, ma la custodia del fuoco’. Voi siete le ceneri, onorevole Magi. Siete il residuo di un mondo che sta crollando sotto il peso delle sue contraddizioni. Voi odiate le radici, odiate l’identità, odiate tutto ciò che dà sicurezza alle persone. Noi custodiamo quel fuoco.” 🔥
Si girò verso la sua maggioranza, che pendeva dalle sue labbra.
“Guardatelo, onorevole Magi!” disse Meloni, indicandolo apertamente, esponendolo al pubblico ludibrio dell’aula. “Guardate l’uomo che vorrebbe insegnarci la morale. L’uomo che difende le borseggiatrici nelle metropolitane perché ‘poverine’, ma non spende una parola per gli anziani scippati della pensione! L’uomo che va a trovare gli anarchici in carcere al 41-bis preoccupandosi della loro salute, ma se ne frega della salute degli agenti di Polizia Penitenziaria aggrediti!”
“FALSO! FALSO!” gridò Magi scattando di nuovo in piedi, le vene del collo gonfie. “Non ho mai detto questo! Questa è diffamazione!”
“È la realtà delle vostre priorità politiche!” tuonò Meloni coprendo la sua voce. “Voi state sempre dalla parte sbagliata! Sempre dalla parte del criminale, mai della vittima! Sempre dalla parte dello straniero, mai dell’italiano! Sempre dalla parte della devianza, mai della norma! È per questo che perdete e continuerete a perdere. Non perché gli italiani sono fascisti. Ma perché gli italiani non sono fessi!”
L’aula era una polveriera. Meloni aveva portato lo scontro su un livello viscerale, toccando le paure e i risentimenti profondi dell’elettorato. Aveva dipinto Magi non come un avversario politico, ma come un nemico del popolo, un alieno, un sabotatore.
Poi, improvvisamente, chiuse il dossier.
Il silenzio che ne seguì fu assordante. Meloni guardò Magi un’ultima volta. Non c’era più rabbia nei suoi occhi, solo la freddezza del chirurgo che ha appena asportato un tumore.
“Ho finito, Presidente.”
Si sedette.
Per un secondo, nessuno si mosse. Poi, l’ala destra esplose in un applauso che sembrava non finire mai. I deputati si alzarono in piedi, gridando “Giorgia! Giorgia!”. A sinistra, lo sconcerto era palpabile. Magi era ancora in piedi, tremante, circondato dai suoi che cercavano di calmarlo, ma il suo sguardo era perso nel vuoto.
Sapeva di aver perso.
Non aveva perso sui contenuti, forse. Ma aveva perso la guerra della narrazione. Era entrato in aula per fare l’accusa e ne era uscito come l’accusato.
Mentre le luci di Montecitorio si abbassavano e i commessi iniziavano a sfollare l’aula, una domanda aleggiava nell’aria viziata, pesante come il piombo.
Fino a che punto può spingersi questo scontro?
Oggi abbiamo visto volare parole grosse come macigni. “Camicie nere”, “Guantanamo”, “Mercificazione”. Il confine tra dialettica politica e guerra civile verbale è stato superato ampiamente. Meloni ha dimostrato di avere una corazza impenetrabile e una capacità di contrattacco devastante. Ma quanto potrà reggere il Paese con questa tensione che sale giorno dopo giorno?
C’è chi dice che questa sia solo l’antipasto di una campagna elettorale perenne. C’è chi teme che dalle parole si passerà presto ai fatti.
Una cosa è certa: stasera Riccardo Magi ha imparato una lezione durissima. Mai svegliare il can che dorme, soprattutto se quel cane guida il Governo e ha i denti affilati come rasoi.
E voi? Siete pronti per il prossimo round? Perché la sensazione, uscendo da questo palazzo che trasuda storia e veleni, è che il peggio debba ancora venire. E noi saremo qui, in prima fila, a raccontarvelo. 👀💣
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A volte, la storia di una nazione non si scrive con i trattati internazionali o con le leggi finanziarie approvate…
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