C’è un rumore che fa più paura delle urla nelle piazze. Più paura dei fischi durante i comizi. Più paura delle sirene della polizia durante gli scioperi.

È il rumore della carta che si strappa.

Non una carta qualsiasi. Ma una tessera. Quel cartoncino rosso che per decenni è stato molto più di un’iscrizione burocratica: era un’identità, una pelle, uno scudo contro le intemperie di un mondo del lavoro brutale.

Oggi, quel rumore si sente ovunque.

Non nei telegiornali, che preferiscono inquadrare i palchi illuminati e le bandiere che sventolano a comando.

Si sente nel silenzio degli uffici periferici, nelle salette sindacali delle fabbriche del Nord-Est, nei corridoi vuoti delle Camere del Lavoro del Sud.

È un suono costante, ritmico, inesorabile. Zac. Zac. Zac. ✂️

La CGIL sta sanguinando.

Non è un’emorragia improvvisa, di quelle che ti uccidono in un colpo solo. È una perdita lenta, goccia dopo goccia, che ti svena mentre tu continui a dire che va tutto bene, che sei forte, che sei invincibile.

Maurizio Landini, l’uomo che ha fatto della felpa e della voce grossa il suo marchio di fabbrica, è al centro di questa tempesta perfetta.

Lui parla. Parla tanto. È onnipresente.

Accendi la TV ed è lì, con il dito puntato contro il governo, contro il capitalismo, contro le ingiustizie globali.

Ma mentre lui guarda le telecamere, dietro di lui, nel buio della platea, le sedie si stanno svuotando. 🪑

La narrazione che sta emergendo, prepotente e disturbante, non è quella di un attacco esterno. Nessuno sta “assediando” la CGIL da fuori.

L’assedio è interno.

L’accusa che circola come un veleno nei luoghi di lavoro è pesante come un macigno: “Hanno smesso di fare il sindacato. Hanno iniziato a fare politica.”

Sembra una frase fatta, vero? Uno slogan da bar.

Invece è la sintesi di una frattura emotiva devastante.

Per decenni, iscriversi alla CGIL non era una scelta ideologica. Era sopravvivenza.

Significava avere qualcuno che ti copriva le spalle quando il padrone decideva di tagliarti i turni.

Significava avere un avvocato, un fratello maggiore, una protezione fisica.

Oggi, quel legame di sangue sembra essersi sciolto nell’acido della politica politicante. 🧪

Sempre più persone, lavoratori veri, quelli con le mani sporche di grasso o gli occhi stanchi per le ore davanti al monitor, guardano Landini e non vedono più un difensore.

Vedono un politico mancato.

Vedono un leader che parla il linguaggio dei talk show, non quello della busta paga.

E la domanda, sussurrata prima e urlata poi, è sempre la stessa: “Maurizio, ma a me chi ci pensa mentre tu litighi con la Meloni sui massimi sistemi?”

La figura del Segretario Generale è il perno su cui ruota questo psicodramma collettivo.

Landini ha costruito il suo impero mediatico sull’essere “contro”.

Contro i governi. Contro le manovre. Contro tutto.

Per una parte della base, i fedelissimi, questo è il ritorno al sindacato di lotta. Il sindacato che non fa sconti.

Per loro, Landini è l’ultimo profeta nel deserto.

Ma per un’altra parte, sempre più ampia, silenziosa e arrabbiata, questa esposizione mediatica è fumo negli occhi. 🌫️

È una droga che nasconde la malattia.

Gli ex iscritti — e sono tanti, troppi per essere ignorati — raccontano una sensazione di distanza siderale.

Dicono di non vedere più il sindacato lì dove serve: nelle vertenze locali, nei problemi spiccioli, nel rinnovo di quel contratto aziendale che è fermo da tre anni.

Vedono una CGIL pronta a scendere in piazza per la pace nel mondo, per i diritti civili, per l’ambiente. Temi sacrosanti, per carità.

Ma quando il tuo stipendio non copre l’affitto e il sindacato ti parla di geopolitica, qualcosa si rompe dentro.

Si rompe la fiducia. 💔

“Fanno solo politica”.

Questa frase rimbomba nei capannoni industriali e negli uffici open space di Milano.

È un mantra distruttivo.

E colpisce soprattutto loro: i giovani.

Le nuove generazioni. Quelle cresciute in un mercato del lavoro che sembra un campo minato, fatto di contratti a termine, partite IVA finte, algoritmi che decidono se lavori o no.

Per un rider che consegna pizze sotto la pioggia, la CGIL appare come un monolite di un’era geologica passata. 🦕

Un dinosauro lento, pesante, burocratico.

Incapace di capire che il lavoro è cambiato, che non esiste più il posto fisso, che le tutele di ieri sono carta straccia oggi.

Quando un ventenne vede il sindacato impegnato in battaglie ideologiche contro il governo di turno, non vede un alleato. Vede un circolo privato.

Vede un club esclusivo dove si entra solo se si conosce la parola d’ordine politica.

E così, tira dritto. Non si iscrive. O se si iscrive, dopo un anno non rinnova.

Ma il vero dramma, quello che fa tremare i contabili di Corso d’Italia, non è solo la fuga dei giovani.

È il malcontento dei vecchi.

I pensionati. Lo “zoccolo duro”. Quelli che la tessera la rinnovavano in automatico, come si paga la bolletta della luce. 💡

Anche loro iniziano a brontolare.

Si aspettavano una difesa a spada tratta sulle pensioni, sul potere d’acquisto che viene mangiato dall’inflazione come un tarlo nel legno.

Invece vedono un sindacato che sembra preferire lo scontro ideologico alla negoziazione concreta.

“Ma perché non si siedono al tavolo e portano a casa qualcosa?” si chiedono in tanti.

Il sospetto, terribile, è che allo scontro si preferisca il risultato politico: indebolire l’avversario governativo, piuttosto che rafforzare il lavoratore.

Se questo sospetto diventa certezza, è la fine.

I dati, pur con tutte le differenze territoriali, non mentono. I numeri sono testardi.

In alcune aree del Nord, nel settore privato — il cuore pulsante dell’economia reale — il calo è evidente, imbarazzante.

La CGIL resiste grazie al pubblico impiego e ai pensionati.

Ma diciamocelo chiaramente, fuori dai denti: un sindacato che si regge sui pensionati è un gigante dai piedi di argilla.

È un’organizzazione che guarda allo specchietto retrovisore invece che al parabrezza. 🚗

Landini, ovviamente, respinge tutto al mittente.

Con la sua solita verve, sostiene che “il lavoro è intrinsecamente politico”.

Ha ragione? In teoria sì.

Le leggi sul lavoro sono politica. Le tasse sono politica.

Ma c’è una differenza abissale tra fare “politica del lavoro” e fare “politica partitica”.

E per molti iscritti, quella linea rossa è stata superata da un pezzo.

C’è la percezione, sempre più forte, di un sindacato che è diventato la stampella (o l’opposizione, a seconda dei casi) di specifici partiti.

L’autonomia, quella sbandierata nello statuto, sembra un ricordo sbiadito.

In un Paese frammentato e diviso come l’Italia, se ti schieri troppo, escludi automaticamente metà dei lavoratori.

È matematica elettorale applicata al sindacato.

E i lavoratori, che non sono stupidi, lo capiscono. E votano con i piedi: se ne vanno. 🚪

Alcuni passano alla concorrenza. Vanno alla CISL, alla UIL, o nei sindacati autonomi, considerati più pragmatici, meno “filosofici”, più attenti al portafoglio.

Altri, ed è la maggioranza, smettono semplicemente di credere.

Il costo della tessera (che non è poco) non vale più il biglietto.

“Tanto non cambia niente”, dicono.

È la vittoria del cinismo. O forse è la sconfitta di un modello che non ha saputo rinnovarsi.

Landini è un animale mediatico. Questo nessuno lo nega.

Ma la sovraesposizione ha un prezzo.

Quando urli sempre, dopo un po’ nessuno ti ascolta più. L’urlo diventa rumore di fondo.

E quello stile aggressivo, che piace tanto ai militanti duri e puri, spaventa la massa silenziosa che vorrebbe solo lavorare in pace e guadagnare il giusto.

Ma andiamo dietro le quinte.

Lì dove le telecamere non entrano.

Cosa succede nelle stanze dei bottoni della CGIL quando si spengono i riflettori?

Succede che i coltelli vengono affilati. 🔪

Non mancano le voci critiche. Ci sono dirigenti locali, militanti storici, gente che ha dedicato la vita alla causa, che sono disperati.

Chiedono una riflessione profonda. Chiedono di tornare nelle fabbriche, di sporcarsi le scarpe di fango, di smetterla con i tweet e tornare ai volantini.

“Meno slogan, più risultati”.

Ma queste voci faticano a uscire. Sono soffocate dalla personalità ingombrante del Segretario Generale.

Il dibattito interno è congelato. O sei con Landini, o sei fuori.

Eppure, il rischio dell’irrilevanza è lì, dietro l’angolo.

Un sindacato che perde iscritti perde forza contrattuale. È una legge fisica.

Se rappresenti meno persone, pesi meno al tavolo delle trattative.

Paradossalmente, l’eccesso di politicizzazione potrebbe portare al risultato opposto: meno tutela per i lavoratori.

È il cortocircuito perfetto.

Landini si trova di fronte a un bivio drammatico. Una scelta che definirà il futuro del sindacato per i prossimi vent’anni.

Continuare sulla strada della “Politica Totale”, trasformando la CGIL in un soggetto di opposizione permanente, quasi un partito ombra?

Accettando il rischio di perdere pezzi, di diventare un sindacato di testimonianza, radicale ma piccolo?

Oppure…

Oppure fermarsi. Ascoltare quel rumore di tessere strappate.

Provare a ricucire lo strappo con la realtà.

Tornare a parlare di salari, di sicurezza, di orari, lasciando perdere i massimi sistemi.

Il tema delle piazze è emblematico di questa illusione ottica.

Le manifestazioni sono piene? Sì, spesso lo sono.

Ma guardate bene le facce. 👀

Sono sempre le stesse. Sono i militanti. È il “popolo” che si sposta di città in città.

È un rito religioso, una messa cantata per chi è già convertito.

Chi è uscito dal sindacato, chi ha sbattuto la porta, non va in piazza.

Resta a casa. O resta al lavoro.

Per loro, quelle bandiere rosse sventolate al vento non sono più un simbolo di speranza. Sono un simbolo di chiusura autoreferenziale.

“Se la cantano e se la suonano”, direbbe qualcuno.

La critica “Fanno solo politica” non è un attacco superficiale. È un grido di dolore.

È l’espressione di un orfano che ha perso il genitore.

Il lavoratore si sente solo. E il sindacato, che doveva essere la sua casa, è diventato un comitato elettorale.

L’indifferenza è il nemico mortale.

Se la gente si arrabbia, c’è ancora speranza. Ma se la gente diventa indifferente, se la gente alza le spalle e dice “chi se ne frega della CGIL”, allora è finita.

E siamo pericolosamente vicini a quel punto.

Resta da capire se questa tendenza sia reversibile.

La CGIL è una corazzata. Ha risorse, ha immobili, ha una storia gloriosa che pesa come l’oro.

Ma la storia, da sola, non paga le bollette. E non ferma la fuga.

Senza un cambiamento autentico, visibile, tangibile, il declino continuerà.

Landini ha in mano il cerino acceso. 🔥

Brucerà tutto fino alle fondamenta per purificare il tempio, o userà quella fiamma per illuminare la strada del ritorno alla realtà?

La conclusione è amara.

La crisi della CGIL non è “propaganda delle destre” o “attacco dei padroni”.

È un malessere reale. È una febbre alta che segnala un’infezione profonda.

Nel XXI secolo, un sindacato che non sa chi è, che non sa chi rappresenta, è destinato a estinguersi. O a diventare irrilevante.

E mentre Landini prepara il prossimo discorso infuocato per la televisione, in qualche ufficio di periferia, un altro lavoratore sta prendendo le forbici.

E sta tagliando la tessera.

Zac.

E quel suono, nel silenzio generale, è l’unica cosa che conta davvero.

State a vedere cosa succederà quando arriveranno i dati del tesseramento del prossimo anno.

Perché lì non ci saranno scuse. Lì ci sarà solo la verità nuda e cruda.

E forse, per qualcuno, sarà troppo tardi per chiedere scusa.

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