Gennaio 2026. ❄️
Il freddo non è solo meteorologico. È un gelo industriale che risale dalle ossa di cemento armato di Mirafiori, penetra le finestre rotte, e si incastra nelle gole dei lavoratori di Taranto come polvere di vetro.
C’è un momento preciso, nel silenzio di una fabbrica ferma, in cui capisci che è finita.
Un bullone arrugginito cade a terra. Clang.
Il suono è secco, metallico, definitivo. Rimbomba nel vuoto pneumatico di un capannone che una volta ospitava cinquemila persone e oggi ne ospita cinquanta.
Guardatelo bene, quel bullone. Non è spazzatura.
Quel pezzo di ferro ossidato, un tempo cuore pulsante della meccanica italiana invidiata nel mondo, oggi è il simbolo di un impero che si sgretola sotto i colpi silenziosi di un tradimento consumato altrove.
Racconta una storia che i telegiornali di regime, impegnati a parlare di influencer e pandori, non hanno il coraggio di narrare.
È la storia di una nazione svenduta al miglior offerente. Pezzo dopo pezzo. Brevetto dopo brevetto.
Mentre i “padroni del vapore” brindano a champagne nei salotti riscaldati di Parigi e Amsterdam, lontani anni luce dal fango della periferia torinese. 🥂
Non è un caso. Non è sfortuna. Non è la “congiuntura internazionale”.
È un’esecuzione programmata. Un omicidio industriale a sangue freddo. 🩸

Mentre voi guardate le schermaglie televisive su La7, mentre vi distraete con le polemiche da pollaio della politica romana… nei palazzi del potere vero si sta consumando il delitto perfetto.
John Elkann.
L’erede designato. Il volto pulito di una dinastia che ha succhiato il sangue, le tasse e gli incentivi degli italiani per mezzo secolo. L’uomo che sorride sempre, ma i cui occhi non ridono mai.
Ha deciso che l’Italia è un peso morto. Un fastidio burocratico. Un vecchio magazzino pieno di polvere da svuotare al più presto per riempire i forzieri di Stellantis in Marocco, in Serbia, in Polonia.
Ma c’è un ostacolo sulla sua strada lastricata d’oro.
C’è una donna che ha deciso di mettersi di traverso. Di piantare i piedi nel cemento e dire “NO”.
Giorgia Meloni sa che questa non è solo una crisi industriale da gestire con gli ammortizzatori sociali.
È una guerra per la sopravvivenza della nostra anima nazionale. Se perdiamo l’auto, se perdiamo l’acciaio, perdiamo l’Italia.
Siete pronti a scoprire chi tiene davvero i fili di questo massacro? 🕵️♂️
L’aria negli uffici di Stellantis a Parigi non sa di olio motore. Sa di ozono, di aria condizionata filtrata e di distacco aristocratico.
Non ci sono più le tute blu sporche di grasso. Ci sono solo algoritmi, slide di PowerPoint e fogli Excel gestiti da lui: Carlos Tavares.
L’uomo da 36 milioni di euro all’anno di stipendio (più bonus).
Tavares guarda l’Italia non come una patria, ma come un predatore guarda una preda ferita che sanguina nella savana.
Per lui Mirafiori non è storia. Non è il sudore dei nostri padri. Non è il luogo dove è nata la classe operaia.
È solo una riga di costo in rosso da tagliare con un tratto di penna. 📉
In questo gelido inizio di 2026, il piano è diventato palese anche ai ciechi.
Le linee di produzione della 500 elettrica sono ferme. Il ronzio dei server ha sostituito il rumore ritmico delle presse che stampavano lamiere.
È un silenzio che urla. Un silenzio che puzza di tradimento.
Mentre il governo cerca disperatamente di attirare nuovi produttori — magari dalla Cina, magari dall’Oriente — per rompere il monopolio soffocante di chi ci ha tradito… la stampa “amica” del sistema insorge.
La Repubblica. Il giornale di proprietà degli stessi Elkann (coincidenza?). Spara a zero. 🗞️🔫
Ogni tentativo di sovranità industriale viene etichettato con disprezzo come “populismo”. Ogni critica a Stellantis viene descritta come un attacco sovietico al “Libero Mercato”.
Ma quale mercato? Di cosa stiamo parlando?
Quello dove lo Stato italiano ha iniettato oltre 220 miliardi di euro (rivalutati) in cinquant’anni per poi trovarsi con le fabbriche chiuse, gli operai in cassa integrazione e i brevetti portati all’estero?
Questo non è mercato. È un’estorsione legalizzata ai danni del contribuente. È prendere i soldi e scappare. 🏃♂️💨
Il contrasto visivo è brutale. Cinematografico.
Da una parte i gala di St. Moritz. Dove la nobiltà finanziaria discute di “sostenibilità green” e transizione ecologica tra una tartina al caviale e un calice di Cristal ghiacciato.
Dall’altra l’odore acre, metallico, della polvere rossa che ricopre i davanzali delle case di Taranto.
L’ex Ilva è il secondo fronte di questa guerra mondiale a bassa intensità.
Un colosso d’acciaio che sta morendo di inedia perché i partner internazionali, come ArcelorMittal, lo hanno trattato come un limone da spremere.
Hanno preso le quote di mercato, hanno spento gli altiforni per favorire i loro impianti in Francia e Germania, e ora gettano la buccia in faccia al governo italiano.
È un gioco di specchi dove l’unico a perdere è chi ogni mattina si alza alle cinque per andare a lavorare e respirare veleno.
Entriamo nella psicologia del conflitto. 🧠
Giorgia Meloni si muove in un campo minato. Ogni sua mossa è monitorata dai satelliti di Bruxelles. Ogni sua parola viene pesata dai mercati finanziari come oro.
La Premier sa una cosa fondamentale: se cede su Stellantis, crolla l’intero “Sistema Italia”.
Se permette a Elkann di scappare col bottino senza pagare il conto salatissimo, il segnale al mondo sarà chiaro: “Venite in Italia, prendete quello che volete e andatevene. Nessuno vi fermerà.”
L’Italia diventerebbe terra di conquista. Un outlet a cielo aperto.
Ma dall’altra parte c’è un muro di gomma.
John Elkann non risponde al Parlamento. Non risponde ai sindacati. Non risponde ai giornalisti (tranne ai suoi).
Risponde solo ai suoi azionisti e alla sua sete di potere transnazionale. È il volto pulito, educato, poliglotta di un capitalismo che non ha patria, non ha bandiera e soprattutto non ha cuore. 💔

E la sinistra? Dov’è finita la sinistra degli operai, delle bandiere rosse, delle fabbriche occupate?
Elly Schlein tace. O meglio: parla.
Parla di diritti civili. Di nuove cittadinanze. Di asterischi alla fine delle parole. Mentre le fabbriche chiudono e gli operai perdono il lavoro.
È un silenzio assordante che puzza di complicità. O di totale inadeguatezza.
Il Partito Democratico è diventato, di fatto, il braccio politico dei salotti buoni. Sono i maggiordomi di quella borghesia cosmopolita che preferisce i dividendi di Parigi alla dignità di Torino.
Per loro, l’operaio che vota a destra perché ha paura di perdere il lavoro è un nemico da rieducare. Non un cittadino da proteggere.
Hanno sostituito la lotta di classe con la lotta per l’armocromia, lasciando il campo libero ai predatori della finanza globale.
Il paradosso è totale. Grottesco.
Lo Stato “sovranista” è costretto a rincorrere multinazionali che hanno ricevuto tutto e non hanno dato nulla in cambio.
Adolfo Urso, al Ministero delle Imprese, prova a usare il Golden Power. Prova a minacciare sanzioni. Alza la voce.
Ma si scontra con una rete di trattati europei scritti apposta, negli anni passati, per favorire i giganti contro le nazioni.
È Davide contro Golia. Ma questa volta Golia ha i giornali, le banche, gli avvocati d’affari e i commissari europei dalla sua parte.
La posta in gioco è la nostra indipendenza.
Se non produciamo più acciaio, se non produciamo più auto, cosa rimarrà dell’Italia?
Un enorme parco giochi per turisti ricchi cinesi e americani. Un museo a cielo aperto dove noi facciamo le guide e i camerieri.
Ma ora fermatevi. C’è un dato che nessuno vi dice. Un segreto sepolto sotto tonnellate di comunicati stampa ufficiali e sorrisi di circostanza. 🤫
Dobbiamo tornare indietro nel tempo. Al 2021.
Al momento della fusione tra PSA (Peugeot) e FCA (Fiat).
Mentre i media festeggiavano la nascita del “quarto gruppo automobilistico mondiale”, stappando bottiglie e parlando di “matrimonio alla pari”…
Nei contratti segreti, nelle clausole scritte in piccolo, si stava firmando la condanna a morte dell’industria italiana.
Documenti riservati suggeriscono che il controllo francese fosse una clausola non scritta fin dal primo giorno. 🇫🇷
Il governo dell’epoca, guidato da chi oggi si professa salvatore della patria o riserva della Repubblica, ha dato il via libera. Senza pretendere garanzie occupazionali blindate. Senza usare il potere di veto.
Hanno svenduto il controllo della Fiat in cambio di cosa? Di una poltrona nel consiglio di amministrazione per qualche amico degli amici?
Perché nessuno ha controllato le clausole sulla delocalizzazione tecnologica? Perché nessuno ha chiesto: “Dove saranno i centri di ricerca tra 5 anni?”
Volete sapere la verità? Quella brutta?
Non lo hanno fatto perché il piano era esattamente questo: trasformare l’Italia in un assemblatore di basso livello. Portando la testa, il cervello, i brevetti e i profitti altrove.
È un tradimento che risale agli anni ’90. Alle privatizzazioni selvagge sul Panfilo Britannia. Quando l’élite tecnocratica decise a tavolino che l’Italia doveva smettere di essere una potenza industriale per diventare una colonia finanziaria e di servizi.
Stellantis è solo l’ultimo atto di una tragedia greca scritta trent’anni fa.
Le cifre sono da capogiro. Parliamo di un buco nero di miliardi. 💸
Mentre lo Stato italiano investiva nel futuro di Mirafiori, i vertici di Stellantis spostavano silenziosamente i centri di ricerca e sviluppo a Vélizy, vicino Parigi.
Ogni euro di incentivo statale per l’acquisto di auto elettriche finisce, per l’80%, nelle casse di aziende che producono fuori dai nostri confini.
È un sussidio all’industria francese, spagnola, cinese, pagato con le tasse degli italiani!
Un corto circuito logico che solo una classe dirigente corrotta o totalmente incompetente poteva permettere.
Ma oggi la musica è cambiata. E il sistema ha paura.
Mentre a Torino si spengono le luci, a Taranto si accende l’inferno. 🔥
L’ex Ilva non è solo una fabbrica. È un campo di battaglia dove si scontrano il diritto alla vita e il diritto al lavoro.
ArcelorMittal ha giocato sporco. Sporchissimo.
Ha preso gli stabilimenti. Ha ridotto la produzione al minimo per non fare concorrenza ai suoi altri impianti. E poi ha chiesto altri soldi allo Stato per restare.
È un ricatto occupazionale senza precedenti.
Gli operai, tra le polveri sottili e l’incertezza del domani, guardano verso Roma. Sanno che Giorgia Meloni è l’ultima linea di difesa. L’ultimo argine prima del diluvio.
Se cade l’Ilva, cade l’acciaio italiano. E senza acciaio non c’è industria, non c’è difesa, non c’è sovranità. Siamo finiti.
Immaginate il volto di un padre di famiglia a Taranto.
Ogni mattina pulisce la polvere rossa dal balcone. È la stessa polvere che respira suo figlio mentre gioca.
Quell’uomo è vittima di un paradosso umano insostenibile. Deve scegliere tra il rischio del cancro e la certezza della fame.
E mentre lui vive questo dramma shakespeariano… a Bruxelles i burocrati discutono di “standard ambientali” impossibili da raggiungere senza investimenti miliardari.

Quegli stessi investimenti che le multinazionali si rifiutano di fare.
È un’ipocrisia che grida vendetta al cospetto di Dio.
Vogliono chiudere le nostre acciaierie “sporche” per poi comprare l’acciaio dalla Cina o dall’India, dove l’inquinamento è dieci volte superiore, ma lontano dagli occhi ipocriti dell’Europa green.
La tensione è al massimo. Il governo ha avviato le procedure per l’amministrazione straordinaria.
È una mossa disperata. Ma necessaria. È l’unico modo per strappare la fabbrica dalle mani di chi voleva solo distruggerla per eliminare un concorrente.
Ma la strada è in salita. È verticale.
I sindacati, spesso più preoccupati delle tessere e degli equilibri politici che dei posti di lavoro, soffiano sul fuoco del malcontento.
La sinistra usa il dramma di Taranto per colpire il governo, dimenticando (o sperando che noi dimentichiamo) che sono stati proprio i governi del PD a firmare i contratti capestro con Mittal.
È un gioco cinico sulla pelle di migliaia di famiglie.
Ma il popolo non è stupido. Il popolo ha capito chi sta combattendo e chi sta solo recitando una parte in commedia.
La verità è nuda davanti ai nostri occhi. Siamo davanti a un bivio storico. 🛤️
Da una parte l’accettazione passiva del declino. La fine dell’Italia industriale.
Dall’altra la Resistenza. La pretesa che chi ha preso miliardi dallo Stato restituisca dignità a questo territorio.
Il bullone arrugginito che abbiamo visto all’inizio può essere l’ultimo reperto archeologico di un passato glorioso.
O il primo pezzo di una ricostruzione necessaria e dolorosa.
Giorgia Meloni ha preso una posizione chiara. L’Italia non è in vendita.
Nonostante gli attacchi di Stellantis. Nonostante i ricatti di ArcelorMittal. Nonostante il fango mediatico.
La battaglia è appena iniziata. E non riguarda solo i cancelli delle fabbriche. Riguarda voi. Riguarda il vostro futuro e quello dei vostri figli.
Non permetteremo che i signori di Parigi decidano se possiamo ancora essere una nazione industriale o se dobbiamo diventare un villaggio vacanze.
La sovranità non è uno slogan da comizio. È il diritto di produrre. Di lavorare. Di sognare in casa propria.
Se siete stanchi di vedere l’Italia umiliata dai padroni del globalismo…
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Il tempo dei maggiordomi è finito. Ora inizia il tempo dei padroni di casa.
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NON ERA UNA DOMANDA, ERA UNA LINEA DETTATA ALTROVE: QUELLO CHE LA GIORNALISTA DE BENEDETTI HA PORTATO IN STUDIO CONTRO GIORGIA MELONI NON NASCEVA IN REDAZIONE, E LA RISPOSTA HA FATTO TRAPELARE UN RETROSCENA CHE IN TV NON DOVEVA USCIRE. Tutto sembra partire da una semplice intervista, ma chi conosce i meccanismi della comunicazione capisce subito che il copione è scritto prima. La domanda arriva con tempismo perfetto, costruita per incastrare, non per informare. Meloni ascolta, poi fa qualcosa di inatteso: non risponde al contenuto, ma al metodo. In pochi secondi sposta il fuoco dalle parole alla regia che le ha prodotte. Il tono cambia, lo studio si irrigidisce, la giornalista prova a rientrare nello schema ma qualcosa si è già incrinato. Emergono allusioni, coincidenze, collegamenti che normalmente restano dietro le quinte: titoli concordati, narrative riciclate, silenzi selettivi. Non vengono fatti nomi, ma il messaggio passa. Non è più uno scontro tra due persone, è una frattura tra potere politico e macchina mediatica. E quando le telecamere si spengono, resta una domanda che nessuno in studio osa porre ad alta voce: chi decide davvero cosa deve essere chiesto — e cosa no?
C’è un momento preciso, quasi impercettibile all’occhio inesperto, in cui la politica smette di essere amministrazione e diventa guerra di…
IN DIRETTA NAZIONALE QUALCUNO HA PROVATO A DETTARE LA VERSIONE “GIUSTA”, MA QUALCOSA È ANDATO STORTO: UNA FRASE, UN SILENZIO, UNO SGUARDO E L’ATTACCO A MELONI SI È TRASFORMATO IN UN BOOMERANG DEVASTANTE. Karima Moual entra nello studio convinta di colpire duro Giorgia Meloni, ma il copione si spezza in pochi secondi. Paolo Del Debbio non alza la voce, non interrompe subito, lascia correre. Poi arriva il momento chiave: una domanda semplice, un dettaglio ignorato, una contraddizione che nessuno si aspettava. L’atmosfera cambia. Le certezze si sgretolano in diretta, mentre lo studio percepisce che qualcosa non torna. Non è uno scontro urlato, è peggio: è l’imbarazzo pubblico, la sensazione di essere smascherati davanti a milioni di spettatori. Da lì in poi ogni parola pesa il doppio. Sui social esplode il dibattito, i frame vengono isolati, le clip girano senza contesto ma con un messaggio chiaro: chi attacca il potere deve essere pronto a reggere il contraccolpo. E quella sera, il bersaglio ha cambiato improvvisamente direzione.
Ci sono istanti, nella televisione in diretta, in cui la realtà strappa il velo della finzione. Solitamente vediamo un teatrino…
QUALCUNO HA SUPERATO UNA LINEA CHE NON SI DOVEVA TOCCARE: NON È SOLO UNA NOTIZIA, NON È SOLO PRIVACY, È UN MECCANISMO CHE PER ANNI HA FUNZIONATO NELL’OMBRA… FINO A QUANDO MELONI HA DECISO DI ROMPERE IL SILENZIO. Questa volta Giorgia Meloni non risponde con ironia né con tattica. La reazione è secca, personale, definitiva. Fanpage finisce al centro di uno scontro che va oltre il singolo articolo: si parla di confini violati, di vita privata trasformata in arma politica, di un metodo che molti conoscono ma che pochi osano denunciare apertamente. La frase “Privacy violata? Solo la mia!” non è uno sfogo, è un’accusa che ribalta i ruoli e mette tutti sotto pressione. C’è chi tace, chi minimizza, chi improvvisamente prende le distanze. Ma il danno è fatto. Dietro le quinte emergono retroscena, pressioni, contatti, e una domanda inquietante inizia a circolare: chi decide davvero fin dove si può spingere l’informazione quando il bersaglio è il potere? Da quel momento nulla è più neutrale. Non è più cronaca. È una resa dei conti.
Ci sono silenzi che pesano più di un’esplosione nucleare. Sono quegli istanti sospesi nel vuoto, in cui l’ossigeno sembra sparire…
IN DIRETTA È SCAPPATA UNA FRASE CHE NON DOVEVA USCIRE: SCANZI HA DETTO TROPPO, HA TOCCATO UN DOSSIER CHE TUTTI CONOSCONO MA NESSUNO PRONUNCIA, E IN QUEL MOMENTO RAMPELLI HA CAPITO CHE NON ERA PIÙ SOLO UN DIBATTITO. Quella sera il clima cambia in pochi secondi. Scanzi non sta più commentando, sta affondando. Un riferimento preciso, una frase ambigua ma tagliente, un’allusione che richiama vecchi accordi, rapporti mai chiariti e un confine che in TV non si oltrepassa. Rampelli resta in silenzio, ma non è debolezza: è calcolo. Chi è lì capisce subito che qualcosa di serio è successo. Non si parla più di opinioni, ma di conseguenze. Dietro le quinte iniziano le telefonate, circolano nomi, messaggi, prove mai mostrate. La parola “querela” non è uno slogan: è l’ultimo passo quando qualcuno ha esposto troppo e ha pensato di poterlo fare impunemente. Da quel momento la domanda non è più cosa ha detto Scanzi, ma cosa sa davvero… e chi rischia di finire travolto quando quella frase verrà spiegata fino in fondo.
C’è un attimo, in televisione, che vale più di mille ore di trasmissione. È quell’istante preciso, microscopico, in cui il…
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