C’è un istante preciso in cui la televisione smette di essere uno specchio della realtà e diventa un filtro opaco.

Succede in una frazione di secondo. ⏱️

Mentre le luci dello studio sono sparate al massimo, mentre i microfoni sono aperti, accade qualcosa di impercettibile per lo spettatore distratto, ma assordante per chi conosce i codici del potere.

Un’immagine viene tagliata. Una frase viene sfumata. Un concetto viene “contestualizzato” fino a perdere ogni significato.

È in questo scenario asettico, tra poltrone di pelle e sorrisi di circostanza, che Tommaso Cerno decide di rompere il vetro di emergenza. 🔨

Non è un dibattito qualunque. L’aria è viziata. Si parla di Venezuela, ma in realtà si sta parlando di noi. Di chi siamo. Di cosa siamo disposti a tollerare.

Mentre scorrono le immagini di un popolo affamato, di giornalisti pestati, di voci soffocate nel sangue, in studio accade l’incredibile.

Cerno fa il nome del nemico.

Non usa giri di parole. Non usa il “politichese” felpato che serve a non farsi nemici nei salotti romani.

Punta il dito. E quel dito è diretto verso una parte precisa dell’emisfero politico italiano: la Sinistra.

“La sinistra tifa per…”

La frase resta sospesa come una mannaia.

Non è un’accusa da poco. È lo svelamento di un meccanismo psicologico e mediatico che va avanti da anni.

Cerno sta dicendo, in diretta nazionale, che esiste una “violenza giusta” e una “violenza sbagliata”.

Che se a manganellare è un regime che sventola la bandiera rossa e parla di rivoluzione, allora i manganelli fanno meno male. Allora la censura è “difesa della sovranità”. Allora la fame è “colpa dell’embargo”.

È un corto circuito logico che fa impazzire chiunque abbia ancora un briciolo di onestà intellettuale. 🧠

Ma andiamo a fondo. Perché quello che Cerno ha scoperchiato non è solo un vaso di Pandora politico. È un sistema di controllo del pensiero.

La questione venezuelana non è un caso isolato. È il simbolo, la cartina di tornasole, di come la libertà di informazione sia diventata merce di scambio.

Immaginate le strade di Caracas.

Il caldo è soffocante. L’odore è quello dei lacrimogeni e della spazzatura bruciata.

Lì, fare il giornalista non significa sedersi in uno studio con l’aria condizionata.

Significa rischiare la vita. Significa uscire di casa e non sapere se ci tornerai. 📸

Organizzazioni internazionali, da anni, lanciano allarmi che cadono nel vuoto. Gridano. Scrivono report dettagliati.

Parlano di arresti arbitrari. Di reporter trascinati via dalle forze di sicurezza solo perché avevano una telecamera accesa nel posto sbagliato.

Parlano di stazioni radio chiuse con un tratto di penna, di segnali televisivi oscurati, di siti web che spariscono nel nulla digitale.

È una censura brutale. Fisica. Violenta.

Eppure, quando queste notizie arrivano in Italia, cosa succede?

Succede qualcosa di strano. Di magico, in senso oscuro. ✨

Il volume si abbassa.

I titoli dei giornali diventano prudenti. Le parole si fanno scivolose.

“Scontri in Venezuela”. “Tensioni a Caracas”.

Mai “Repressione”. Mai “Dittatura”. Mai “Censura di Regime”.

Perché?

Perché c’è una parte della politica italiana, quella stessa parte che si riempie la bocca di parole come “diritti”, “libertà” e “costituzione”, che di fronte a Maduro balbetta.

Esita. Cerca scuse.

È qui che lo sfogo di Cerno diventa detonatore. 💣

Lui non accetta questo gioco delle parti. Non accetta che la libertà di stampa sia un valore a geometria variabile.

Se un governo di destra chiude un giornale, si scende in piazza. Si firmano appelli. Si fanno le maratone televisive.

Se lo fa un governo “amico”, un governo che rientra nella mitologia della resistenza antimperialista… beh, allora “bisogna capire”.

“È una situazione complessa”, dicono.

Cerno strappa questo velo di ipocrisia.

“Mentre volano i pugni e le telecamere tagliano le immagini…”

Questa è la frase chiave.

Perché la censura peggiore non è quella che avviene a Caracas. È quella che avviene qui. Nelle nostre teste. Nelle nostre redazioni.

È l’autocensura di chi sa che toccare certi argomenti, attaccare certi idoli, significa essere esclusi dal circolo che conta.

Il Venezuela ha vissuto una crisi che ha eroso le fondamenta stesse della convivenza civile.

Non è solo economia. È la distruzione sistematica della verità.

Quando il potere esecutivo controlla i media, la realtà smette di esistere. Esiste solo la narrazione del Capo.

E senza libertà di stampa, i cittadini sono ciechi. 🕶️

Non possono sapere che il vicino di casa è stato arrestato. Non possono sapere che nell’ospedale mancano le garze. Non possono sapere che i soldi del petrolio sono finiti in conti off-shore.

Chi controlla il racconto, controlla il popolo.

E Cerno ci sta dicendo che c’è chi, in Italia, vorrebbe importare questo metodo. O quantomeno, lo guarda con una malcelata ammirazione.

“Silenzi Pilotati”.

Pensateci. Quante volte avete visto un servizio interrotto proprio sul più bello? Quante volte un ospite è stato “sfumato” perché stava dicendo qualcosa di troppo scomodo su certi regimi?

Non è un caso. È una strategia.

Dietro le quinte, dove le luci non arrivano, si muovono i fili.

Ci sono telefonate che partono prima delle dirette. “Mi raccomando, sul Venezuela andiamo cauti”. “Non usiamo parole forti”.

C’è una regia occulta che decide chi è il cattivo della settimana e chi invece va protetto.

La sinistra italiana, secondo l’accusa lanciata nello studio, vivrebbe questo dilemma drammatico.

Da una parte i principi dichiarati. Dall’altra le amicizie inconfessabili.

Il “tifo” di cui parla Cerno non è quello da stadio. È un tifo ideologico, cieco, sordo.

È la capacità di ignorare i fatti pur di salvare la teoria.

Se la teoria dice che il Socialismo del XXI secolo è il futuro, allora i fatti che dimostrano il contrario – la fame, la tortura, la censura – devono essere sbagliati. O manipolati dalla CIA.

È un meccanismo di difesa psicologica. Ma quando lo applica un politico o un giornalista, diventa complicità.

Diventa un crimine contro la verità. ⚖️

In questo quadro, la figura del giornalista aggredito a Caracas diventa un fantasma.

Nessuno ne parla. Nessuno ne sa il nome.

Non diventa un eroe della libertà di informazione. Diventa un incidente di percorso. Un danno collaterale necessario per la rivoluzione.

Cerno, con il suo intervento, ha fatto saltare il banco.

Ha costretto tutti a guardarsi allo specchio.

Ha chiesto: da che parte state?

State dalla parte dei reporter che rischiano la pelle per raccontare, o dalla parte dei militari che sequestrano le telecamere?

Non c’è una terza via. Non c’è la “complessità”.

O si sta con la libertà, o si sta con il bavaglio.

E la sensazione, terribile, che emerge dalle sue parole, è che una fetta importante del nostro panorama culturale abbia scelto il bavaglio.

Purché sia del colore giusto. 🔴

La polemica che ne è scaturita non è “triviale”, come vorrebbero farci credere. Non è chiacchiericcio.

È uno scontro di civiltà.

Perché se accettiamo che la libertà di stampa possa essere sacrificata sull’altare della geopolitica, allora abbiamo perso tutto.

Se accettiamo che un governo possa chiudere una radio solo perché critica, allora stiamo legittimando la fine della democrazia.

Anche qui. Anche a casa nostra.

Le parole di Cerno sono pietre scagliate contro la vetrina dell’indifferenza.

“La sinistra tifa per…”

Forse non è un tifo urlato. È un tifo sussurrato. Fatto di omissioni. Di sguardi voltati altrove.

Di “sì, però…”.

Il “però” è la tomba della coscienza.

“Certo, Maduro è autoritario, PERÒ gli americani…”

Ecco. In quel “però” muore la verità. E muore la solidarietà verso le vittime.

Il direttore editoriale lo sa. E lo urla.

Lo urla in faccia a chi vorrebbe normalizzare l’orrore.

Il Venezuela diventa così non un luogo geografico, ma un luogo dell’anima politica.

Un test di Rorschach per la democrazia occidentale.

Dimmi cosa pensi di Caracas e ti dirò chi sei.

Se vedi un governo legittimo sotto attacco, allora hai un problema con la realtà.

Se vedi un popolo che soffre e chiede voce, allora forse hai ancora gli occhi aperti.

Ma il sistema mediatico italiano è malato di “equidistanza”.

Quella falsa neutralità che mette sullo stesso piano la vittima e il carnefice.

Cerno rifiuta l’equidistanza. Sceglie il campo.

Sceglie di dire che la censura fa schifo. Sempre. Comunque.

Sceglie di dire che chi picchia un giornalista è un fascista, anche se si definisce comunista.

E questo, in certi ambienti, è imperdonabile.

È un tradimento della tribù.

Ecco perché lo studio si gela. Ecco perché le reazioni sono scomposte.

Perché Cerno ha toccato il nervo scoperto.

Ha mostrato che il Re è nudo. E che il Re, in questo caso, è un’ipocrisia vecchia di decenni.

La libertà di stampa non è un privilegio. È l’ossigeno.

In Venezuela manca l’ossigeno. Si soffoca.

E qualcuno, qui in Italia, vorrebbe chiudere le finestre anche a noi, per non farci sentire le urla di chi sta morendo.

Ma le urla, se ascolti bene, passano attraverso i muri.

Passano attraverso i cavi transoceanici. Passano attraverso i social network che il regime cerca di bloccare.

E arrivano fino a noi.

La domanda è: abbiamo il coraggio di ascoltarle?

O preferiamo cambiare canale e guardare l’ennesimo show di cucina?

Cerno ha fatto la sua scelta. Ha acceso il faro.

Ora tocca a noi decidere se guardare o se chiudere gli occhi.

Ma attenzione: chiudere gli occhi non cancella la realtà. La rende solo più buia.

E nel buio, i mostri crescono. 👹

Dietro le quinte, intanto, i telefoni squillano.

Qualcuno è arrabbiato. Qualcuno ha paura.

Perché se passa il principio che la verità viene prima dell’appartenenza politica, allora molti piedistalli rischiano di crollare.

“Silenzi Pilotati”.

Ricordatevi questa espressione.

La prossima volta che un telegiornale liquiderà in dieci secondi una notizia scomoda, pensateci.

Chi sta pilotando quel silenzio? Chi ha deciso che quella notizia non meritava approfondimento?

E soprattutto: perché?

La risposta potrebbe non piacervi.

Ma è meglio una verità che fa male, piuttosto che una bugia che rassicura.

Oggi il Venezuela. Domani chi?

La censura è un virus. E come tutti i virus, se non lo fermi, si diffonde. Contagia.

La libertà di stampa è diventata una “colpa da nascondere” per chi ha la coscienza sporca.

Ma per chi ama la verità, è l’unica bandiera che valga la pena sventolare.

E Cerno, in quella sera elettrica, ha deciso di sventolarla forte. Anche a costo di far cadere tutto il resto.

Il banco è saltato. I cocci sono a terra.

Ora vediamo chi avrà il coraggio di raccoglierli.

E vediamo chi, invece, continuerà a far finta di niente, sperando che il rumore dei pugni copra quello della propria vergogna.

La partita è aperta. E la posta in gioco non è Caracas. Siamo noi. 👀🔥

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