Luci blu. Fredde. Taglienti come bisturi in una sala operatoria.

Il ronzio elettrico delle telecamere 4K di Mediaset riempie il vuoto pneumatico di uno studio che, stasera, assomiglia più a una camera iperbarica che a un salotto televisivo. La pressione sta salendo, i timpani fischiano, l’ossigeno manca.

Al centro della scena c’è un tavolo lucido, nero, che riflette come uno specchio d’acqua scura il volto contratto di Bianca Berlinguer.

È tesa. La sua professionalità, solitamente una corazza impenetrabile, mostra delle crepe. Le mani gesticolano, cercano appigli nell’aria, ma non trovano nulla.

Ma l’immagine che vi resterà impressa stasera, quella che urla più di ogni parola detta, quella che vi perseguiterà mentre cercherete di prendere sonno, non è il volto della conduttrice.

È lo spazio vuoto a destra dello schermo. 🪑

Una sedia di pelle nera che dondola ancora leggermente, come se fosse appena stata liberata da un peso insostenibile.

Un microfono a clip abbandonato sul piano lucido, con i fili strappati, come l’arma gettata a terra da un soldato che ha deciso di disertare nel bel mezzo della battaglia.

Vittorio Feltri se n’è andato.

Ha strappato i fili. Ha rotto il protocollo. Ha lasciato il sistema nudo, tremante, esposto davanti a milioni di spettatori che non credevano ai loro occhi.

Quello che avete visto non è stato “solo” un talk show degenerato in rissa. Non è stata la solita sceneggiata per fare due punti di share in più.

È stato il funerale del dialogo democratico in diretta nazionale. ⚰️

Per capire la gravità di questo momento, dobbiamo allargare l’inquadratura. Dobbiamo uscire dallo studio di Cologno Monzese e guardare cosa stava succedendo nel mondo mentre in quello studio si consumava la farsa.

Mentre le agenzie battevano la notizia di un blitz militare senza precedenti a Caracas.

Mentre Donald Trump, tornato alla Casa Bianca con la foga di chi deve regolare i conti con la storia, ridisegnava i confini del diritto internazionale con la forza bruta dei suoi Navy Seals.

L’Italia, come sempre, si divideva in un pollaio mediatico.

Da una parte l’indignazione formale, composta, quasi liturgica, di chi invoca i trattati internazionali, la sovranità, le regole del gioco.

Dall’altra il cinismo brutale, viscerale, di chi festeggia la fine di un dittatore, fregandosene del metodo.

In mezzo?

In mezzo c’è il silenzio assordante di Palazzo Chigi.

Giorgia Meloni tace. Il governo osserva. E noi, spettatori di questo teatro dell’assurdo, cerchiamo di capire se siamo ancora una democrazia occidentale o solo una colonia distratta dai litigi televisivi mentre i grandi decidono il nostro destino.

Il blitz è avvenuto nel cuore della notte. 🌑

Un’operazione chirurgica. Niente preavviso. Niente diplomazia.

Donald Trump non ha chiesto il permesso all’ONU. Non ha mandato una lettera di protesta. Ha ordinato il prelievo forzato di Nicola Maduro.

Non un’estradizione. Non un processo. Un rapimento di Stato.

Le immagini dei militari americani dentro il palazzo presidenziale di Miraflores hanno fatto il giro del mondo in pochi secondi, rimbalzando da uno smartphone all’altro come un virus.

È il crollo definitivo della sovranità nazionale, per come l’abbiamo studiata sui libri di scuola.

Bianca Berlinguer lo sa.

Lo percepisce nel tremore delle sue mani che continuano a muoversi nervosamente sul copione. Sente che il terreno sotto i piedi della diplomazia europea – quella diplomazia fatta di parole, di vertici, di comunicati congiunti – sta franando verso l’abisso.

Ma dall’altra parte del collegamento (prima che lo schermo diventasse nero), Vittorio Feltri non vedeva un dramma.

Vedeva una necessità.

Seduto sulla sua poltrona, con gli occhiali calati sul naso e quell’aria di chi ha visto troppe cose per scandalizzarsi ancora, Feltri incarnava il pragmatismo più feroce.

Per lui Maduro non è un Capo di Stato. Non è un interlocutore.

È un narcoterrorista. È un tumore da estirpare. 🦠

La sua voce roca, quella voce che sembra grattare via la vernice dalle pareti dello studio, ha definito l’azione di Trump come una “pulizia ecologica”.

Fermatevi un attimo su questo termine.

Pulizia ecologica.

È agghiacciante. Riduce un essere umano, per quanto criminale, a rifiuto tossico. A spazzatura da smaltire.

È qui che nasce il conflitto.

Non è una discussione sulla politica estera. È uno scontro sulla natura stessa dell’umanità e del potere nel 2024.

Vi siete mai chiesti cosa significhi davvero vivere in un mondo dove la legge internazionale può essere cancellata da un tweet di un miliardario americano o da un ordine esecutivo firmato su una scrivania di Washington?

Mentre la Berlinguer invocava il Diritto, Feltri sventolava il Risultato.

È la logica del fine che giustifica i mezzi, elevata a sistema di governo globale.

La conduttrice punta il dito contro Giorgia Meloni. La accusa, neanche troppo velatamente, di sudditanza psicologica verso Washington. Di essere un vassallo che aspetta ordini.

La Presidente del Consiglio italiana è stretta in una morsa letale.

Da un lato la fedeltà atlantica, l’obbligo di stare con l’alleato americano qualunque cosa faccia.

Dall’altro la necessità di mantenere un profilo di leader europea credibile, di non sembrare la cameriera di Trump.

Ma il silenzio della Meloni è una scelta politica precisa.

È l’attesa del vincitore.

È il realismo di chi sa che, contro la forza bruta di Trump, le parole della diplomazia italiana pesano quanto piume in un uragano. 🌪️

Ma c’è un dettaglio che sfugge alla narrazione dei salotti romani. Un paradosso che colpisce la pancia, non il cervello.

Mentre a Roma e Milano gli studenti scendono in piazza con le bandiere rosse, gridando “Giù le mani dal Venezuela”, a Caracas la gente balla.

La regia di Mediaset, crudele, stacca sulle immagini della capitale venezuelana.

Fuochi d’artificio. Spumante stappato tra le macerie di un’economia distrutta. Gente che brucia i ritratti di Maduro piangendo di gioia.

È qui che il micro-dramma umano esplode in tutta la sua contraddizione.

Gli italiani, con la pancia piena, l’iPhone in tasca e la libertà garantita, difendono la sovranità di un carceriere in nome dell’anti-americanismo.

I venezuelani, che hanno mangiato cani e gatti per sopravvivere all’inflazione al milione per cento, festeggiano l’invasore come un liberatore.

Feltri cavalca questo paradosso con la spietatezza di un cecchino. 🎯

Chiama “cretini totali” i manifestanti italiani.

Accusa la sinistra di aver riempito la testa dei giovani di “segatura ideologica”.

È un attacco frontale al sistema educativo, alla cultura egemone, a quel mondo che Bianca Berlinguer rappresenta per estrazione familiare e carriera.

La tensione nello studio non è più professionale. È personale.

È l’odio tra due Italie che non si riconoscono più.

Una che guarda ai Principi. L’altra che guarda ai Fatti.

Anche quando i fatti hanno l’odore della polvere da sparo e del sangue rappreso.

Ma attenzione. ⚠️

Mentre i riflettori sono puntati sul Venezuela, mentre il pubblico si eccita per gli insulti tra Feltri e Berlinguer, nell’ombra dei palazzi romani sta succedendo qualcosa di molto più inquietante.

Siamo al minuto 5 della nostra storia. Il momento del reset.

Il momento in cui capiamo che il circo televisivo serve a coprire un colpo di mano interno.

Mentre discutiamo della libertà di Maduro, il governo Meloni sta portando a termine la riforma della giustizia.

Separazione delle carriere.

Ma soprattutto: il bavaglio alla stampa.

Il divieto assoluto di pubblicare le intercettazioni. 🤐

Credete davvero che questa sia solo una coincidenza temporale?

Il disegno è chiaro come il sole.

La narrazione della “sicurezza internazionale” e della “forza” serve a distrarre da un impoverimento democratico chirurgico in casa nostra.

Se non possiamo più leggere cosa si dicono i potenti al telefono…

Se il giornalismo d’inchiesta viene ridotto a “pettegolezzo di bassa lega” (come lo definisce Feltri)…

Chi controllerà il controllore?

La separazione delle carriere, presentata come una riforma di civiltà, rischia di sottomettere il Pubblico Ministero all’esecutivo.

È il sogno di Silvio Berlusconi che si realizza, postumo, attraverso le mani di Giorgia Meloni.

È la fine dell’autonomia della magistratura, travestita da efficienza processuale.

Feltri difende questo sistema con una logica d’acciaio che fa male sentire.

Dice che gli italiani hanno votato per questo.

Dice che la Costituzione non è il Vangelo, ma un foglio di carta scritto 70 anni fa che può essere strappato se intralcia la stabilità del governo.

Ed è qui che la Berlinguer perde il controllo.

La sua voce sale di un’ottava. Diventa quasi cacofonica. Urla che questa è “autocrazia”.

Ma Feltri ride.

Ride di una risata amara, secca.

Ride perché sa che la parola “fascismo” o “autocrazia” non fa più paura a nessuno se la gente non arriva alla fine del mese.

E qui entriamo nel cuore pulsante del paradosso economico italiano. 💶

Parliamo di numeri. Parliamo di soldi. Quelli veri, non quelli del Monopoli.

L’inflazione galoppante ha eroso il potere d’acquisto delle famiglie italiane del 15% in due anni.

Il “carrello della spesa”, citato ossessivamente dalla Berlinguer, non è una metafora giornalistica.

È la Signora Maria che al mercato di Testaccio rinuncia alla frutta fresca per comprare i legumi in scatola perché costano meno.

Il governo vanta l’occupazione ai massimi storici. Dati ISTAT.

Ma che tipo di occupazione?

Contratti a termine. Precariato di Stato. Stipendi fermi al 1990, mentre il costo della vita è quello del 2024 (o del 2030).

Il taglio del cuneo fiscale, tanto sbandierato dalla Meloni come la panacea di tutti i mali, si traduce in 20 o 30 euro in più in busta paga.

Briciole.

Briciole davanti a bollette che continuano a pesare come macigni sul bilancio familiare.

Eppure Feltri ha ragione su un punto fondamentale: la percezione della realtà è manipolata da entrambe le parti.

La destra racconta un’Italia che corre, un’eccellenza del Made in Italy che conquista i mercati globali.

La sinistra racconta un Paese in macerie, un “Bangladesh mediterraneo” dove si muore di fame.

La verità? Sta nel mezzo. In quella zona grigia e paludosa dove il cittadino si sente abbandonato da tutti.

Dove la sicurezza nelle stazioni ferroviarie, da Roma Termini a Milano Centrale, è diventata un miraggio. Terra di nessuno.

Dove la microcriminalità dilaga nonostante i Decreti Sicurezza che promettevano pugno di ferro.

Promesse elettorali scritte sulla sabbia che si scontrano con la realtà di periferie degradate e servizi sociali al collasso.

Ma torniamo allo studio. Al momento clou.

La discussione si sposta sull’immigrazione. È la scintilla finale.

È qui che il linguaggio diventa violento, fisico.

Feltri usa parole come “pulizia”, “sporco”, “pacchia”.

La Berlinguer reagisce con l’indignazione morale di chi vede calpestati i diritti umani fondamentali.

Ma è uno scontro tra sordi. 🙉

Feltri parla alla pancia di chi ha paura di uscire di casa la sera.

La Berlinguer parla alla coscienza di chi vede esseri umani morire in mare.

Entrambi hanno un pezzo di ragione. Ma nessuno dei due vuole comporre il puzzle.

Preferiscono distruggerlo.

Preferiscono il conflitto.

Perché il conflitto genera ascolti. Genera “ritenzione” dello spettatore. Genera odio.

E l’odio, signori miei, è il carburante più economico ed efficiente della politica moderna.

La sedia vuota.

Eccola di nuovo. L’immagine che non va via.

Feltri si alza. Si strappa il microfono con un gesto violento, che è un insulto alla professionalità della conduttrice e di tutta la redazione.

“Mi sono rotto i coglioni!”, dice. O qualcosa di molto simile, il labiale è inequivocabile.

Non è un’uscita di scena spontanea. È un atto politico.

È il rifiuto del confronto.

È la dimostrazione plastica che nel 2024 non esiste più uno spazio comune dove discutere. Esistono solo le bolle.

“Se non mi lasci fare il mio monologo, me ne vado”.

“Se non mi dai ragione, sei un nemico”.

Feltri lascia la Berlinguer sola. Con la sua penna in mano e il suo sguardo smarrito, improvvisamente piccolo in quello studio enorme.

Ha vinto lui? O abbiamo perso tutti noi?

Cosa resterà di questa serata, oltre ai meme sui social network e ai titoli clickbait dei giornali online?

Resterà il fatto che, mentre noi guardavamo Feltri scappare e insultare, il mondo cambiava faccia.

Resterà il fatto che Donald Trump ha dimostrato che la Forza conta più del Diritto.

Resterà il fatto che in Italia la libertà di stampa è sotto attacco, e noi siamo troppo impegnati a litigare sul Venezuela per accorgercene.

Resterà l’immagine di una sedia vuota.

Quella sedia è il posto che dovrebbe occupare la Verità.

Ma che oggi è occupato solo dal silenzio complice o dall’urlo sguaiato.

Il sistema ha vinto ancora una volta.

Ci ha dato il pane (poco) e i circensi (tanti).

Ci ha dato la rissa in diretta per non farci vedere il furto dei diritti che avveniva nella stanza accanto, quella dei bottoni.

La prossima volta che vedrete un talk show, vi prego, non guardate chi urla.

Guardate chi tace.

Guardate cosa succede mentre la telecamera stringe sul primo piano dell’indignazione di turno.

Perché è lì, nell’ombra, fuori dall’inquadratura, che si decide il vostro futuro.

E quel futuro non ha l’aspetto di un dittatore straniero con i baffi o di un giornalista incazzato con gli occhiali.

Ha l’aspetto di un decreto legge scritto in burocratese che vi toglie la parola.

Un centesimo alla volta.

Spegnete la TV. Accendete il cervello.

Il documentario della realtà è molto più spaventoso di quello che vi mostrano sul piccolo schermo.

La sedia è vuota.

E quel vuoto… spetta a voi riempirlo.

Prima che qualcun altro decida di strappare anche il vostro microfono. 🎤

Fine della trasmissione.

Il sipario cala su un’Italia che non sa più dove andare, ma ci sta andando a tutta velocità.

Buonanotte e buona fortuna.

Perché ne avrete bisogno.

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