C’è un suono. Un suono impercettibile all’inizio, che poi cresce, si gonfia e diventa assordante, più forte del boato di una piazza piena, più lacerante di mille sirene di fabbrica che suonano a vuoto. 🔇
Non è un urlo. Non è il rumore di uno sciopero fallito. È qualcosa di molto più sottile e terribilmente più letale.
È il suono di una risata. ❄️
Una risata fredda, secca, chirurgica. Quasi un gesto di compassione, pronunciata non in un bar di periferia, ma in diretta nazionale, sotto le luci impietose degli studi radiofonici e televisivi, da un uomo che la storia della sinistra italiana la conosce meglio delle sue tasche.
Quello a cui stiamo per assistere, signore e signori, non è un semplice scivolone mediatico. Dimenticate le solite gaffe da talk show che evaporano in ventiquattr’ore, dimenticate i litigi costruiti a tavolino per alzare lo share.
No. Questa volta è successo qualcosa di definitivo. ⚡
Questa volta, nel motore già arrugginito della più grande e potente macchina sindacale d’Europa, si è rotto un ingranaggio fondamentale. Crack. Per sempre.
Maurizio Landini. L’uomo della piazza. Il volto scolpito nella pietra dura della Fiom. Il gladiatore con la sciarpa rossa che per anni ha incarnato la resistenza operaia. Ha commesso l’errore fatale. L’unico errore che un leader politico — o aspirante tale — non dovrebbe mai, e poi mai, commettere.
Ha smesso di guardare fuori dalla finestra. Ha smesso di guardare la realtà. Si è innamorato perdutamente del proprio riflesso nello specchio ideologico, finendo per schiantarsi a trecento all’ora contro il muro di cemento armato della verità. 🧱💥

E la cosa più sconvolgente, quella che vi terrà incollati a queste righe fino alla fine, è l’identità di chi guidava la ruspa che lo ha travolto.
Non è stato un avversario di destra. Non è stato un crudele capitano d’industria con il sigaro in bocca. Non è stato un banchiere internazionale.
A premere il grilletto metaforico è stata una delle voci più autorevoli, pacate e storiche del giornalismo italiano: Paolo Mieli.
Tenetevi forte. Allacciate le cinture di sicurezza, perché quello che stiamo per ricostruire, minuto per minuto, è l’autopsia in diretta di un suicidio politico. È la cronaca di un leader che si credeva intocabile e che, in una frazione di secondo, si è ritrovato nudo davanti a milioni di italiani. 👀
Questo racconto vi lascerà senza parole. Vi costringerà a guardare con occhi diversi quella sciarpa rossa che credevate di conoscere. E vi farà dubitare di tutto ciò che pensavate fosse solido.
Tutto inizia lontano da qui. Molto lontano dai salotti caldi di Roma e dalle scrivanie in mogano dei dirigenti sindacali.
Tutto inizia in una terra che gronda petrolio e disperazione. 🛢️🩸
Il Venezuela brucia. E non è una metafora letteraria. È un incendio reale, fatto di carne e ossa. Le strade di Caracas non sono strade: sono fiumi in piena di gente che scappa, che urla, che chiede pietà, che implora un grammo di democrazia.
Mentre noi beviamo il nostro caffè, lì il regime di Nicolas Maduro stringe la morsa. Arresta gli oppositori nel cuore della notte. Manipola le urne elettorali con una sfacciataggine che gela il sangue, con l’arroganza tipica di chi sa di non avere più il consenso del popolo, ma ha ancora in mano i fucili.
L’Europa intera osserva. Le cancellerie occidentali tremano. Persino i governi socialisti più moderati, quelli che un tempo avrebbero potuto chiudere un occhio, ora guardano quei numeri elettorali con orrore puro. 😱
È una farsa. Una commedia tragica. I brogli sono così evidenti, così grossolani, che servirebbe una benda sugli occhi — o una malafede infinita — per non vederli.
Ed è qui. Esattamente in questo istante di caos globale. In questo preciso secondo in cui la storia sta giudicando i giusti e gli ingiusti.
È qui che Maurizio Landini decide di parlare.
Non parla per condannare. Non parla per chiedere chiarezza. Non parla per difendere gli oppressi.
Parla per legittimare. 🎙️
Il segretario della CGIL, l’uomo che per statuto dovrebbe difendere i diritti dei lavoratori, si presenta davanti ai microfoni. Lo sguardo è serio, la voce è ferma. E con una calma surreale dichiara che Maduro è stato eletto regolarmente.
Avete sentito bene? Rileggetelo, se necessario.
Mentre le madri venezuelane piangono i figli trascinati via dalla polizia politica nelle celle sotterranee, il leader sindacale italiano offre la sua sponda, il suo scudo, al tiranno.
È un momento di corto circuito totale. È come vedere un pompiere che arriva sul luogo dell’incendio e, invece dell’acqua, butta benzina sul fuoco. 🔥
È inspiegabile. È illogico. Ma Landini non si accorge di nulla. Vive in una bolla impenetrabile, convinto che il vecchio libretto rosso del Novecento, con le sue formule magiche ormai scadute, possa ancora spiegare il mondo complesso e brutale del 2024.
Crede di parlare ai “compagni”. Crede di arringare la folla. Ma non si rende conto che il mondo intero lo sta guardando con la bocca spalancata, incredulo.
E in quel preciso istante, entra in scena lui. Paolo Mieli.
Non è un passante. Non è un hater anonimo che sputa veleno sui social network. Mieli è la memoria storica del riformismo italiano. È l’ex direttore del Corriere della Sera. È l’uomo che pesa le parole come se fossero lingotti d’oro zecchino. ⚖️
Interrogato a Radio 24 su questa presa di posizione assurda, surreale della CGIL, Mieli non perde le staffe. Non si arrabbia. Non urla.
Fa qualcosa di molto più devastante. Di molto più letale.
Ride. 😂
Una risata breve. Un ghigno che nasconde un abisso di significato. E poi sgancia la bomba atomica.
Dice testualmente che le tesi di Landini “fanno ridere”. Semplice. Diretto. Brutale.
Ma non si ferma qui. Aggiunge il dettaglio che devasta ogni residua credibilità del segretario, polverizzandola in diretta. Ricorda a tutti, con la precisione di un notaio, che alle ultime elezioni venezuelane vere, quelle non truccate, aveva vinto l’avversario di Maduro. Quell’avversario costretto poi alla fuga, all’esilio, per non finire in una fossa comune.
In tre frasi, Paolo Mieli ha appena trasformato il leader dei lavoratori in una macchietta. Lo ha ridotto a una figura da avanspettacolo, un personaggio tragico che recita un copione scaduto quarant’anni fa.
Lo studio si gela. Le telecamere sembrano indugiare su quel vuoto pneumatico che si è creato. Landini non è più il gigante. È improvvisamente piccolo.
Ma attenzione. C’è un dettaglio ancora più oscuro. Un’ombra che si allunga dietro le quinte e che nessuno vi ha raccontato con la giusta enfasi. 🕵️♂️
Questa non è solo una questione di politica estera. Sarebbe troppo facile, troppo comodo liquidarla così. “Ah, vabbè, hanno sbagliato valutazione sul Venezuela”. No.
Questo è il sintomo di una malattia terminale. Un virus che ha infettato i vertici del sindacato, corrodendo le fondamenta stesse dell’organizzazione.
Mentre Landini gioca al piccolo diplomatico terzomondista, mentre si atteggia a statista globale… cosa succede in Italia?
L’inferno.
Le fabbriche chiudono. Le saracinesche si abbassano per non rialzarsi mai più. L’automotive è in ginocchio, con Stellantis che sposta la produzione dove costa meno, lasciando deserti industriali al suo passaggio. 🏭📉
I metalmeccanici. Quelli veri. Quelli con le mani sporche di grasso, con la schiena spezzata dai turni, con le bollette della luce che si accumulano sul tavolo della cucina. Loro guardano il telegiornale.
E cosa vedono?
Vedono il loro capo, colui che pagano con la tessera sindacale ogni mese, preoccuparsi di salvare la faccia a un dittatore sudamericano.
È uno schiaffo. Uno schiaffo in pieno volto a chi si alza alle quattro del mattino. 👋
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Provate per un secondo a mettervi nei panni di un operaio di Mirafiori. Sei in cassa integrazione. Non sai se tra sei mesi avrai ancora un posto dove andare. Vai al supermercato e conti i centesimi, letteralmente, per decidere se comprare la pasta di marca o quella discount.
Accendi la TV sperando di vedere il tuo sindacato che blocca le autostrade per difendere il tuo salario, per garantirti un futuro.
E invece? Invece trovi Landini che disquisisce sulla legittimità del socialismo reale ai Caraibi.
La rabbia che sale non è politica. È viscerale. Viene dallo stomaco. È la sensazione bruciante di essere stati abbandonati. Traditi. Venduti per un pugno di visibilità ideologica. 💔
Paolo Mieli ha capito perfettamente questo scollamento. Ha visto la crepa e ha affondato il coltello nella piaga, girandolo finché non ha fatto male.
Ha svelato il grande trucco. Il gioco di prestigio è finito.
Landini non sta facendo il sindacalista. Landini sta facendo campagna elettorale. 🗳️
Le voci corrono, si rincorrono nei corridoi del potere. Si dice, si mormora, che dietro quella difesa d’ufficio di Maduro ci sia un calcolo cinico. Una strategia. O forse, più banalmente, l’ambizione sfrenata di chi cerca un posizionamento nel futuro scacchiere della sinistra politica italiana.
Il sindacato non è più il fine. È diventato il mezzo.
È diventato il trampolino di lancio per carriere personali, una fondazione culturale che si occupa di massimi sistemi, di geopolitica da salotto, mentre la base, le fondamenta dell’edificio, marciscono nell’umidità della crisi economica.
E mentre Mieli lo asfalta metaforicamente in diretta, distruggendo la sua narrazione pezzo dopo pezzo, emerge un altro episodio. Un retroscena che fa accapponare la pelle e che dimostra quanto profondo sia il baratro morale in cui siamo caduti.
Ascoltate bene questo passaggio, perché è qui che la storia vira verso l’incubo. 🌑
Ci sono testimonianze. Racconti che filtrano dai corridoi ovattati della politica internazionale. Storie di sindacalisti italiani inviati in missione. Funzionari con lo stipendio sicuro, la carriera blindata, il rimborso spese garantito.
Questi signori si trovano faccia a faccia con i dissidenti venezuelani. Persone che hanno visto l’inferno. Che portano sul corpo i segni delle torture. Che hanno perso tutto — casa, famiglia, dignità — per la libertà.
E cosa fanno i nostri funzionari nostrani?
Si mettono ad ascoltare? Cercano di capire? Offrono solidarietà?
No.
Salgono in cattedra. Con l’arroganza tipica di chi ha la pancia piena e il frigorifero pieno. Spiegano alle vittime che si sbagliano. Che non capiscono il “processo rivoluzionario”. Che Maduro, in fondo, è un argine all’imperialismo americano.
Guardano negli occhi chi soffre e gli dicono che la loro sofferenza è un dettaglio trascurabile sull’altare dell’Ideologia. 🩸
Questa è la scena che Mieli evoca con il suo sorriso amaro. Questo è il quadro che dipinge con le sue parole taglienti come rasoi.
Non è solo un errore di valutazione. È una mostruosità etica. È il mondo alla rovescia.
E la risata di Mieli, quella risata che ha aperto il nostro racconto, è la reazione nervosa di chi vede l’abisso aprirsi sotto i piedi.
Landini è rimasto nudo davanti all’opinione pubblica. Spogliato della sua aura di combattente. Non è più il gladiatore che sfida i padroni. È diventato il burocrate che difende i tiranni.
E la cosa peggiore per lui? È che questa etichetta non se la staccherà più di dosso. È come un tatuaggio fatto con inchiostro indelebile.
Un intellettuale moderato, una persona che non ha mai urlato, ti dice che fai ridere. E ti ha appena condannato all’irrilevanza.
Ma non pensate che sia finita qui. Oh no, il bello deve ancora venire.
La reazione della base è stata un terremoto sotterraneo. 🌋
I social della CGIL sono stati invasi. Travolti. Non dai soliti troll di destra pagati un tanto al chilo. Ma da lavoratori veri. Gente di sinistra. Iscritti storici. Gente che ha la tessera in tasca da trent’anni.
Furiosi.
“Ma noi chi stiamo difendendo?” “Perché i miei soldi servono a questo?” “Vergogna!”
Domande che restano sospese nell’aria, senza risposta. Perché rispondere significherebbe ammettere l’inconfessabile: che il sindacato ha cambiato pelle. Che ha smesso di essere uno scudo per i deboli per diventare un megafono per le cause perse della geopolitica anti-occidentale.
Landini ha provato a balbettare qualche rettifica. Ha cercato di aggiustare il tiro. Ma il danno era fatto. La toppa, come sempre in questi casi, è stata peggio del buco. 🧵✂️
Paolo Mieli non si è limitato a criticare. Ha eseguito un’operazione chirurgica su un corpo ancora caldo. Ha mostrato a tutti che il cuore di questo sindacato batte per un mondo che non esiste più, mentre il cervello ha smesso di funzionare sulle frequenze della realtà italiana.
È una lezione brutale. Una sveglia che suona nel cuore della notte, quando vorresti solo dormire. ⏰
La sinistra italiana si trova davanti a un bivio drammatico.
Continuare a seguire questi pifferai magici verso il burrone dell’inconsistenza? Continuare a marciare verso il nulla, cantando vecchi inni mentre il terreno frana sotto i piedi?
Oppure svegliarsi? Capire che i diritti si difendono guardando in faccia la realtà, non nascondendosi dietro i fantasmi di Caracas?
Landini pensava di parlare alla Storia. Voleva entrare nei libri di testo. Invece ha parlato al vuoto. E il vuoto ha risposto con la voce sorniona di Paolo Mieli, ricordandogli una verità scomoda: la dignità non si compra al mercato delle ideologie. E un metalmeccanico di Torino vale più di mille dittatori col pugno chiuso. ✊🚫
Questa storia non è solo la cronaca di una giornata storta. È la fotografia di un’epoca che finisce. È il titolo di coda su un modo di fare politica.
È la prova definitiva che non basta indossare una sciarpa rossa per stare dalla parte giusta della barricata. Bisogna avere il coraggio di dire la verità. Anche quando fa male ai propri amici. Soprattutto quando i propri amici sono dittatori che affamano il popolo.
Le voci di corridoio dicono che ai piani alti della CGIL l’aria sia diventata irrespirabile. Si parla di riunioni d’emergenza, di telefoni che scottano, di dirigenti che iniziano a guardarsi intorno cercando una via d’uscita prima che la nave affondi del tutto. C’è chi dice che Landini sia furioso, non con Mieli, ma con i suoi consiglieri che lo hanno spinto in questa trappola mediatica. Ma sono solo voci… o forse no? 🤔
Ora, la domanda che vi deve rimbombare in testa come un martello pneumatico non è se Landini abbia sbagliato. Quello è un fatto oggettivo. Certificato dalla realtà, dalla logica e dai numeri.
La domanda vera, quella che vi terrà svegli stanotte e che dovete scrivere qui sotto nei commenti — perché voglio leggere ogni vostra singola parola, voglio sentire il vostro polso — è un’altra.
Fino a quando?

Fino a quando permetteremo che chi dovrebbe tutelare il lavoro in Italia usi il suo immenso potere per coprire le vergogne di regimi falliti dall’altra parte del mondo?
Siamo arrivati al punto di non ritorno? Il vaso è colmo?
O forse, e dico forse… la risata di Mieli è stata solo l’anticipo. Il trailer di un film ancora più drammatico. Forse quella risata è l’anticipo di un pianto molto più amaro che ci aspetta tutti al varco, quando ci renderemo conto che non c’è più nessuno a difendere chi lavora davvero.
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La verità è una lama. E oggi, grazie a un sorriso inaspettato, ha tagliato profondissimo.
Il sipario non è calato. È appena stato strappato via. E quello che c’è dietro fa paura.
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