La frase è arrivata come un proiettile.
Secca. Diretta. Priva di qualsiasi ammortizzatore diplomatico.
Non è stata sussurrata nei vicoli bui, non è stata scritta su un volantino sbiadito lasciato su una panchina. È stata lanciata nell’etere digitale con la potenza di un avvertimento militare, capace di attraversare in poche ore i social network, i canali criptati della controinformazione e di atterrare, pesante come un macigno, sulle scrivanie delle redazioni dei principali media nazionali.
“Il 31 gennaio ci prendiamo la città di Torino”. 🔥
Leggetela bene. Non c’è scritto “protesteremo”. Non c’è scritto “sfileremo”. C’è scritto “ci prendiamo”.
È un verbo predatorio. Un verbo che implica possesso, conquista, sottrazione.
E la firma sotto questo messaggio non è quella di un gruppo di ragazzini annoiati. Porta il marchio a fuoco di Askatasuna. Un nome che, per chi conosce la geografia del conflitto politico italiano, evoca immediatamente barricate, fumogeni, e una storia decennale di braccio di ferro con lo Stato.
In quell’istante, l’aria a Torino è cambiata. E non solo a Torino.
Il messaggio ha immediatamente acceso l’attenzione delle istituzioni. Nei corridoi del Viminale, a Roma, i telefoni hanno iniziato a squillare con una frequenza nervosa. Le forze dell’ordine hanno drizzato le antenne. L’opinione pubblica, quella che solitamente scorre il feed di Facebook distrattamente, si è fermata.
C’è qualcosa di diverso questa volta. ⚠️

Non si tratta soltanto del solito slogan provocatorio da centro sociale. Siamo di fronte a una dichiarazione che richiama scientificamente un linguaggio di rottura. Un linguaggio di conflitto aperto, quasi insurrezionale.
E questo messaggio non nasce dal nulla. Si inserisce come il capitolo finale (o forse l’inizio di uno nuovo e più oscuro) in una storia lunga e complessa. Una storia fatta di tensioni politiche, sociali e giudiziarie che ruotano attorno a questo movimento e alla città della Mole.
Ma chi sono davvero? E perché fanno così paura proprio adesso?
Per comprendere il significato e la portata devastante di questo annuncio, bisogna fare un passo indietro. Bisogna spegnere le luci della ribalta mediatica per un secondo e scendere nel sottosuolo della politica torinese.
La storia di Askatasuna è intrecciata in modo inestricabile con quella dei centri sociali più radicali d’Italia. È una storia fatta di lotte studentesche feroci, di mobilitazioni infinite contro le Grandi Opere – la TAV in Val di Susa su tutte – e di campagne martellanti contro quello che il movimento definisce, senza mezzi termini, “il sistema repressivo dello Stato”.
Nel corso del tempo, Askatasuna non è rimasto solo un edificio occupato. È diventato un simbolo.
Nel bene e nel male, rappresenta un certo modo di intendere il conflitto politico urbano. Un modo fisico. Carnale. Fatto di occupazioni, di cortei non autorizzati, di scontri verbali che spesso, troppo spesso, sono sfociati in scontri fisici con le divise blu delle istituzioni.
E Torino? 🏙️
Torino, da questo punto di vista, non è una città qualsiasi. Dimenticate l’immagine da cartolina della città sabauda, ordinata e silenziosa.
Torino è un vulcano.
Storicamente ha rappresentato il laboratorio politico e sociale più avanzato e violento d’Italia. Dalla stagione delle grandi fabbriche della FIAT, con le tute blu che bloccavano la produzione, fino alle trasformazioni più recenti, quelle di una città post-industriale che cerca una nuova identità tra movida e precariato.
In questo contesto, tra i vuoti urbani lasciati dalle industrie e i pieni della speculazione immobiliare, le realtà antagoniste hanno trovato terreno fertile. Hanno messo radici profonde. Hanno costruito un rapporto strutturalmente conflittuale con le amministrazioni locali (di qualsiasi colore politico) e con lo Stato centrale.
Ecco perché, quando Askatasuna parla di “prendersi la città”, non sta facendo poesia.
Richiama una retorica che affonda le radici in questa tradizione di scontro muscolare. Ma oggi, nel 2024, quelle parole assumono contorni nuovi. E potenzialmente molto più inquietanti.
Il riferimento al 31 gennaio non è casuale. Nulla, in questa partita a scacchi, è lasciato al caso. ♟️
Quella data è cerchiata in rosso sul calendario per un motivo preciso. Si colloca in un periodo delicatissimo, segnato da procedimenti giudiziari, sentenze che pendono come spade di Damocle, appelli disperati e una tensione crescente tra il movimento e le istituzioni.
Negli ultimi anni, diversi esponenti di spicco di Askatasuna sono stati coinvolti in processi complessi. Processi che hanno portato a condanne. A misure restrittive. A obblighi di dimora.
Tutto questo ha alimentato la narrativa interna del collettivo: “Lo Stato ci vuole eliminare. Lo Stato sta tentando di criminalizzare il dissenso politico perché ha paura di noi”.
È benzina sul fuoco. 🔥
L’annuncio di “prendersi la città”, quindi, viene letto dai sostenitori – e sono tanti, più di quanti si pensi – come un atto di legittima difesa. Come una risposta necessaria a quella che considerano una repressione sistematica e ingiusta.
Ma per i critici? Per la gente comune? Per chi governa?
Per loro appare come una minaccia esplicita all’ordine pubblico. Una dichiarazione di guerra urbana.
Il messaggio è arrivato rapidamente anche sui tavoli del governo italiano. E Giorgia Meloni sa bene che non può permettersi di sottovalutare un avvertimento di questo tipo.
In un Paese come l’Italia, segnato da una lunga e dolorosa storia di conflitti politici interni, dagli Anni di Piombo alle devastazioni dei Black Bloc, ogni dichiarazione che evochi l’idea di una “presa della città” viene analizzata con il microscopio.
Le autorità sanno bene una cosa: anche un evento nato come manifestazione pacifica può degenerare in un attimo. Basta una scintilla. Un gesto sbagliato. Una provocazione.
Soprattutto quando il linguaggio utilizzato è così radicale, così carico di simbolismo bellico.
Le forze dell’ordine, dal canto loro, si trovano di fronte a un compito che definire “complesso” è un eufemismo. È un incubo tattico. 👮♂️
Da un lato c’è il diritto costituzionale alla protesta. Sacrosanto. Va tutelato anche quando le posizioni espresse sono radicali, scomode, urticanti per il potere.
Dall’altro lato c’è la necessità imperativa di garantire la sicurezza. La sicurezza dei cittadini che vogliono tornare a casa. Delle attività commerciali che hanno paura di vedere le vetrine in frantumi. Delle infrastrutture urbane.
Torino è una città viva. È attraversata ogni giorno da migliaia di persone che lavorano, studiano, vivono.
L’idea che il 31 gennaio possa diventare teatro di disordini, di zone rosse, di cariche e lacrimogeni, preoccupa non solo chi governa a Roma, ma anche chi semplicemente ci vive. Chi ha un negozio in centro. Chi deve prendere l’autobus.
Ma fermiamoci un attimo ad analizzare le parole. Perché le parole sono armi.
Il linguaggio scelto da Askatasuna merita un’autopsia.
“Prenderci la città”.
Cosa significa davvero? 🧐
Non significa necessariamente un’occupazione militare con i carri armati, ovviamente. Non siamo in un film distopico (o forse sì?).
Ma è un’espressione che rimanda a un immaginario potente: il rovesciamento dei rapporti di forza.
Significa: “Voi avete il potere formale, ma noi abbiamo il controllo reale delle strade”. Significa: “Voi fate le leggi, ma noi dettiamo le regole dello spazio pubblico”.
È una frase studiata per parlare ai militanti. Serve a ricompattare le file. Serve a rafforzare il senso di appartenenza e di lotta comune contro un nemico esterno.
Ma allo stesso tempo ha un impatto mediatico enorme. Devastante.
Perché rompe con il linguaggio istituzionale e moderato a cui siamo abituati. Rompe la liturgia della politica fatta di comunicati stampa noiosi.
In un’epoca in cui la comunicazione politica passa anche – e soprattutto – attraverso la capacità di colpire l’attenzione in pochi secondi, questo tipo di dichiarazioni diventa uno strumento di marketing politico potentissimo.
I sostenitori di Askatasuna leggono questo annuncio come un atto di resistenza pura.
Secondo la loro visione, la città non appartiene alle istituzioni fredde e distanti. Non appartiene al Sindaco, non appartiene al Questore. Appartiene a chi la vive. A chi la attraversa. A chi la anima con il proprio lavoro, con la propria cultura, con le proprie lotte.
In questa narrazione romantica e pericolosa, “prendersi la città” significa riappropriarsi degli spazi. Rompere le logiche del profitto. Opporsi a un modello di sviluppo considerato escludente, che spinge i poveri ai margini e lucida le vetrine del centro per i turisti.
È una visione che trova un eco sorprendente in una parte della società. Soprattutto tra i giovani. Tra chi si sente marginalizzato, precario, privo di rappresentanza politica nei palazzi romani.
Dall’altra parte, però, c’è il terrore. 😱

C’è chi vede in queste parole un pericoloso “salto di qualità”.
Il timore diffuso è che dietro lo slogan non ci sia solo retorica. Che si nasconda la volontà precisa di forzare lo scontro. Di alzare l’asticella. Di creare un clima di caos che potrebbe sfuggire di mano a tutti, anche agli stessi organizzatori.
I precedenti non mancano. La memoria di Torino è piena di cicatrici.
In passato, manifestazioni nate con intenti politici legittimi si sono trasformate in pomeriggi di fuoco. Vetrine spaccate. Auto in fiamme. Scontri corpo a corpo. Feriti tra i manifestanti e feriti tra gli agenti.
È per questo che l’annuncio del 31 gennaio viene preso terribilmente sul serio. Anche da chi, nelle istituzioni locali, cerca disperatamente di mantenere una linea di equilibrio e di dialogo.
I media hanno fatto il resto.
Hanno amplificato il messaggio, rilanciandolo a ogni ora, contribuendo a creare un clima di attesa quasi messianica e di tensione spasmodica.
Ogni parola viene analizzata. Ogni comunicato viene vivisezionato. Spesso con titoli cubitali che enfatizzano lo scontro imminente: “TORINO SOTTO ASSEDIO”, “LA SFIDA DEGLI ANARCHICI”.
Questo meccanismo è perverso.

Se da un lato informa i cittadini, dall’altro rischia di alimentare una spirale in cui la radicalità del linguaggio genera paura. La paura genera reazioni dure da parte dello Stato (più polizia, più controlli, zone rosse). E le reazioni dure confermano la narrativa repressiva dei movimenti antagonisti: “Vedete? È uno stato di polizia!”.
È un circolo vizioso. Un cane che si morde la coda mentre la rabbia sale. E Torino conosce bene questa giostra infernale, che torna ciclicamente a manifestarsi come una maledizione.
Nel dibattito pubblico, però, emergono anche voci fuori dal coro. Voci che invitano alla cautela.
Alcuni osservatori, più lucidi, sottolineano come il linguaggio provocatorio sia una cifra stilistica tipica di certi ambienti. “Abbaiano ma non mordono”, dicono. Suggeriscono che lo slogan potrebbe non tradursi in azioni concrete di portata eccezionale, ma servire solo a fare rumore.
Altri, più pragmatici, ricordano che la gestione dell’ordine pubblico richiede sangue freddo. Richiede intelligenza politica, non solo manganelli. Bisogna evitare risposte eccessive che potrebbero trasformare una manifestazione locale in un caso nazionale, regalando ai manifestanti proprio quella visibilità che cercano.
In questo senso, il 31 gennaio diventa un banco di prova cruciale.
Non solo per Askatasuna. Ma anche – e forse soprattutto – per le istituzioni. Per il Governo Meloni. Per il Ministro Piantedosi.
La città di Torino, intanto, osserva e attende. Trattiene il respiro. 🌬️
I commercianti temono ripercussioni sulle attività. Molti pensano già se tenere le serrande abbassate quel giorno. “Meglio perdere un giorno di incasso che rifare la vetrina”, sussurrano.
I residenti si interrogano su cosa accadrà sotto le loro finestre. I lavoratori dei servizi pubblici si preparano a possibili disagi, deviazioni, blocchi.
La vita quotidiana di una metropoli rischia di essere sospesa in un’attesa carica di incertezza.
È in questi momenti che emerge la fragilità dell’equilibrio urbano. Basta una dichiarazione politica, una frase ben assestata, per mettere in allarme un’intera comunità di un milione di persone.
C’è poi una dimensione simbolica che non va sottovalutata.
Torino è spesso vista come la città “ordinata” per eccellenza. La città industriale. Razionale. Sabauda.
L’idea che qualcuno possa “prendersela” sfida questa immagine consolidata. La mette in crisi. La sporca.
Per Askatasuna, questo ha un valore comunicativo enorme. Significa dimostrare che anche una città percepita come stabile, controllata e rigida può diventare terreno di conflitto ingovernabile.
Per le istituzioni, invece, la sfida è doppia. Significa difendere non solo l’ordine pubblico materiale (le cose e le persone), ma anche l’idea stessa di una città governabile. L’idea che lo Stato ha il monopolio della forza e del controllo.
Il confronto tra Askatasuna e il governo italiano, quindi, non è soltanto uno scontro tra un movimento e lo Stato.
È il riflesso di una frattura molto più profonda. Una crepa che attraversa tutta la società occidentale contemporanea.
La frattura tra chi si sente escluso dai processi decisionali, tagliato fuori, e chi è chiamato a garantire stabilità e sicurezza.
In mezzo? In mezzo ci sono i cittadini. Spesso stanchi. Spesso disillusi. Spettatori involontari di conflitti che sembrano ripetersi uguali a se stessi da decenni, senza mai trovare una vera soluzione.
Quando si parla di “prendersi la città”, è inevitabile farsi una domanda scomoda: cosa significa davvero oggi il potere urbano?
Le città sono spazi complessi. Sono organismi viventi attraversati da interessi economici giganteschi, da flussi finanziari, da dinamiche sociali.
“Prenderle” non è semplice. Forse non è nemmeno possibile nel senso letterale del termine, come si prendeva il Palazzo d’Inverno nel 1917.
Ma sul piano simbolico… ah, sul piano simbolico è tutta un’altra storia.
Rivendicare la città significa rivendicare visibilità. Significa dire: “Noi esistiamo e non potete cancellarci”. Significa occupare lo spazio mediatico.
È una battaglia che si gioca tanto nelle strade (con i cortei) quanto nelle narrazioni (sui social, sui giornali).
Il 31 gennaio, dunque, si carica di un valore che va ben oltre la singola manifestazione.
Diventa una data simbolica. Un giorno X. Un momento in cui si misurano le forze. Si pesano le strategie. Si testa la capacità di gestione del conflitto di un Governo che ha fatto dell’Ordine la sua bandiera.
Qualunque cosa accada, sarà interpretata come una vittoria o una sconfitta, a seconda dei punti di vista.
Se la protesta si svolgerà senza incidenti, c’è chi parlerà di maturità del movimento e chi di “occasione mancata” per la rivoluzione. O chi dirà che lo Stato ha saputo contenere la minaccia.
Se invece dovessero verificarsi scontri… le conseguenze politiche e mediatiche potrebbero essere enormi. Potrebbero diventare il pretesto per nuove leggi repressive o, al contrario, la scintilla per nuove mobilitazioni in tutta Italia.
In questo scenario, la responsabilità della comunicazione diventa cruciale.
Le parole pesano come pietre. Soprattutto quando vengono pronunciate da realtà che sanno perfettamente di essere osservate da tutti.
“Prenderci la città” non è una frase neutra. Chi la usa ne è consapevole. È un modo per alzare la posta sul tavolo da gioco. Per costringere l’interlocutore a reagire, magari in modo scomposto.
La domanda che tutti si fanno, mentre guardano il calendario scorrere, è se esista ancora uno spazio per abbassare i toni.
Esiste uno spazio per riportare il confronto su un terreno meno incendiario? Molti si chiedono se questo tipo di scontro frontale sia davvero l’unica strada possibile nel 2024.
Esistono canali di dialogo? Spazi di mediazione? Forme di protesta che non passino attraverso la minaccia simbolica di una “presa della città” stile paramilitare?
Ma queste domande, sagge e razionali, spesso rimangono sullo sfondo. Vengono sommerse dal rumore delle dichiarazioni più forti. Dalle immagini che attirano i click. Dalla voglia di sangue (metaforico o reale) che pervade i social network.
Alla vigilia del 31 gennaio, Torino appare sospesa. ⏳
Tra normalità apparente e tensione sotterranea. Le strade sono le stesse di sempre. I tram passano. I caffè servono gli espressi.
Ma il clima… il clima è diverso.
C’è un’elettricità statica nell’aria. Come prima di un temporale che non sai se porterà solo pioggia o grandine capace di spaccare tutto.
È solo propaganda? È solo marketing politico estremo? O è l’inizio di qualcosa che cambierà gli equilibri del dissenso in Italia?
Nessuno ha la risposta certa. Ma tutti, dal Palazzo Chigi al bar di periferia, stanno guardando verso Torino.
Il conto alla rovescia è iniziato. E il ticchettio dell’orologio non è mai stato così assordante.
State pronti. Perché il 31 gennaio, comunque vada, lascerà un segno.
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